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Indice Generale
Introduzione La Sacra Sindone La profezia di Isaia Il Salmo 21 Il Vangelo La Crocifissione Il chirurgo Piagato per le nostre iniquità Le passioni dell’uomo, Gesù le ha provate Era questo che voleva Satana: portare il Cristo alla disperazione Sulla croce Gesù ha completato la sua missione Mamma! La ferita alle mani Sofferenze fisiche, spirituali e morali Indice Biblico |
![]() Dipinto ad olio di Walter Salin secondo gli studi sulla Sindone e le descrizioni di Maria Valtorta - Rovereto 2009 |
LA CROCIFISSIONE DI GESÙ
PER CAPIRE I CRUDELI DOLORI DELLA PASSIONE
PER AMARE I SUBLIMI MISTERI DELL'AMORE

La Passione di Gesù è il compimento dell’amore di Dio verso l’uomo, per annullare il peccato dell’uomo verso Dio.
Dice il profeta Isaia parlando del Redentore: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Libro di Isaia 53,5).
«Tutto è compiuto!» (Vangelo di Giovanni 19,30).
Nel sangue del Redentore, sparso per noi, troviamo la salvezza. Per colmare la grande frattura fra cielo e terra, infatti, non sarebbe bastata l’offerta di migliaia di agnelli. Occorreva una Vittima perfetta e divina, la quale, essendo Dio come il Dio offeso, pagasse in tutto il debito dell’uomo.
«O Gesù, Re supremo di amore, potevi fare qualcosa di più per noi che Tu non abbia fatto? Ti sei ridotto a un cencio sanguinante, sei stato ripudiato da amici e da nemici, ti hanno appeso a un legno perché tutti potessero calunniarti e disprezzarti. E noi non ti ameremo? Non ti ameremo con tutte le nostre forze? Non ti ameremo fino alla follia? Sì, venga su di noi questa follia, perché questa pazzia è l’unica e vera saggezza!» (Beato Antonio Rosmini). «La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (Prima Lettera di Paolo ai Corinti 1,18).
«Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto», è detto (Vangelo di Giovanni 19,37). In Gesù Crocifisso troviamo la salvezza. Nel suo Sangue troviamo la vita. Nel suo Amore la gioia. Chiunque crede in Lui ha la vita eterna (Vangelo di Giovanni 3,15).
p. Enzo Redolfi
Nota:
Parte dei testi contenuti in questo libro nascono da una libera interpretazione del racconto sulla Passione di Gesù di Maria Valtorta e della Beata Anna Caterina Emmerick (Suora Agostiniana 1774-1824). Essi non hanno la pretesa di sostituire la narrazione evangelica riconosciuta dalla Chiesa, bensì di rafforzarla, ampliarla e illuminarla alla luce di quello Spirito che da sempre accompagna i credenti nella conoscenza della verità tutta intera (Vangelo di Giovanni 16,13).
LA CROCIFISSIONE DI GESÙ

Dopo il penoso percorso nelle vie di Gerusalemme, sotto un sole afoso e cocente, fra lo scherno, l’agitazione e la rabbia della gente, Gesù raggiunge il colle del Golgota. È sfinito, dolorante, bagnato di sangue, di sudore, di pianto, di lordure e sputi gettati dalla folla. Si sente un cencio: «Sono l’obbrobrio dei miei nemici, il disgusto dei miei vicini, l’orrore dei miei conoscenti; chi mi vede per strada mi sfugge. Sono caduto in oblio come un morto, sono divenuto un rifiuto» (Salmo 30,12-13). Su questo monticello tondeggiante, luogo santissimo fra tutti i luoghi della terra, si sta per compiere la redenzione. Il sangue del Cristo laverà i peccati del mondo. Qui il Figlio di Dio sarà glorificato, Satana sarà sprofondato nell’inferno e il Salvatore attirerà a Sé tutti gli uomini (Vangelo di Giovanni 12,28-32).
Gesù prega i Salmi: «Senza motivo mi hanno teso una rete, senza motivo mi hanno scavato una fossa... Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno; per il pianto si struggono i miei occhi, la mia anima e le mie viscere... Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda; quando insieme contro di me congiurano, tramano di togliermi la vita. Ma io confido in te, Signore; dico: "Tu sei il mio Dio, nelle tue mani sono i miei giorni"... Amate il Signore, voi tutti suoi santi; il Signore protegge i suoi fedeli e ripaga oltre misura l’orgoglioso. Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore... Mi dilaniano senza posa, mi mettono alla prova, scherno su scherno, contro di me digrignano i denti». (Salmo 34,7; 30,10.14-16.24-25; 34,15-16).
Stremato di forze, si toglie la croce dalla spalla con l’aiuto del Cireneo. Si guarda intorno. I suoi diletti apostoli non ci sono. Tutti lo hanno abbandonato. Solo Giovanni, con Maria, il gruppetto delle donne e altri fedeli discepoli sono rimasti. Capisce che i suoi cari apostoli hanno avuto paura e si sono nascosti. La sua Chiesa! Dov’è ora la sua Chiesa? Dov’è Pietro, la sua «roccia»? (Vangelo di Matteo 16,18). Una grossa lacrima scende, rigandogli la guancia sudata e sporca di polvere. Guarda Maria e Giovanni, guarda le altre donne e i pochi discepoli rimasti. Uno sguardo mesto, di una bontà commovente. Guarda la Madre ed ha un così angelico sorriso che sembra dimenticare tutto il male che gli sta intorno. Maria risponde allo sguardo del Figlio con un sorriso straziato di immensa pietà.
Mentre si preparano gli attrezzi della crocifissione, ai condannati viene offerta da bere una mistura di vino mirrato per dare un po’ di intontimento al dolore. Ma Gesù non ne beve. Vuole andare alla morte nella pienezza delle sue facoltà mentali e soffrire tutto ciò che è scritto di Lui: «Uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Libro di Isaia 53,3). I due ladroni invece bevono molto.
Viene dato l’ordine ai condannati di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza alcun pudore. Anzi si divertono a fare atti osceni verso la folla e specie verso il gruppo sacerdotale tutto candido nelle sue vesti di lino. Poi un gruppetto di robusti uomini, preposti al servizio della crocifissione, si fa avanti con fermezza, scansando chi si trova in mezzo ed ostacola il lavoro, insensibili a donne, pianti, lamenti, insulti, suppliche, commenti: «Largo! ché qui si lavora!». Per loro è un compito come un altro, un lavoro da fare in fretta, poiché la paga è già pronta.
Senza tante storie, e non curandosi dello stato di Gesù che è tutto una piaga, gli prendono le vesti e, con uno strappo deciso, gliele strappano dalle ferite. Un dolore lancinante, acuto, da far spezzare il cuore. Gesù vacilla, impallidisce, trema, si curva, piange, sembra svenire, e sangue ricomincia a colare dalle ferite nuovamente aperte. La bella tunica, tessuta tutta d’un pezzo da Maria (Vangelo di Giovanni 19,23), vola da un braccio all’altro e si ferma presso un gruppo di soldati romani che la osservano e fanno dei commenti sulla sua perfetta lavorazione e sulla qualità della stoffa. Parlano fra loro, perché quel tessuto è troppo prezioso per essere gettato, e decidono di giocarselo a dadi (Salmo 21,19).
Vengono offerti ai condannati degli stracci per coprirsi le nudità, ma Gesù non lo vuole. Forse pensa conservare il suo indumento intimo tenuto anche nella flagellazione. Uno dei carnefici si avvicina e gli fa cenno di toglierselo. Gesù lo guarda meravigliato, non si aspettava quell’ordine. Pensa che sarebbe indecente doversi denudare completamente davanti a tanta folla e alle donne. Ma gli occhi decisi dell’uomo che ordina non dànno altra possibilità. È proprio l’annichilito, l’umiliato, il percosso (Lettera di Paolo ai Filippesi 2,6-8), fino a dover chiedere uno straccio ai delinquenti: «Perché? Perché anche questa umiliazione? Perché davanti a mia Madre e alle discepole? Perché davanti ai miei amici? Uomo, abbi pietà!». Gesù non parla, ma i suoi occhi sono talmente dilatati che parlano solo al vederli. Anche questo ci voleva per dire al mondo quanto Dio ci ama. Egli ha dato tutto per noi. Nudo di ogni cosa, per rivestire l’uomo di ogni grazia: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (Seconda Lettera di Paolo ai Corinti 8,9).
Gesù si gira per non mostrarsi alla folla e, ubbidiente, si prepara a denudarsi del tutto. Il corpo è completamente rigato dai segni dei flagelli e delle percosse. Tutto è coperto di sangue. Solo i piedi e le mani sono ancora puliti, ma presto anche questi saranno trafitti.
Maria, che vede, perché è vicina a suo Figlio, vorrebbe porgergli il suo velo bianco che si è levata dal capo, ma ci sono i soldati frammezzo. Lo dà a Giovanni perché lo passi al centurione Longino. Il soldato romano, che ha visto l’affanno di Maria, ne ha pietà. Pensa a sua madre lontana. Prende il velo e lo porge a Gesù che lo riconosce, lo bagna delle sue lacrime, lo bacia, come per aspirare da esso l’amore che gli darà la forza di sopportare le lunghe ore di agonia. Se lo fissa saldamente ai fianchi e si gira verso il popolo con il volto più sereno e rassicurato. Guarda Maria e sembra le dica con uno sguardo di profonda pietà: «Grazie Mamma! Tu sei la mia forza. La Passione sarà meno dura con Te vicina. Grazie!». E sul velo di Maria, fino allora solo bagnato di pianto, cadono le prime gocce di sangue, perché molte delle ferite si riaprono nel piegarsi, e il sangue riprende a sgorgare. Mentre Gesù attende che i due ladroni vengano crocifissi, guarda la Madre con infinito amore. Vederla è un sollievo, una gioia, una forza, prima del grande tormento.
Ma il tempo della dolcezza materna si arresta bruscamente: «Non c’è tempo per le moine! Giù! stenditi sul legno! Facci vedere che sei un vero uomo!». E, con uno spintone, lo fanno cadere, quasi, sulla trave. In quattro lo pigliano per le estremità senza la minima delicatezza e lo stendono bene sulla croce. A differenza dei due ladroni che davano calci e imprecavano, Gesù non reagisce. Si distende docilmente sulla croce. Mette il capo dove gli dicono di metterlo. Apre le braccia come gli dicono di farlo, stende le gambe come gli ordinano. Si è solo preoccupato di accomodarsi per bene ai fianchi il velo materno. Il ruvido legno, a contatto della schiena martoriata, punge e sfrega sulle ferite aperte. La corona di spine gli penetra nella testa ancora di più. Infatti vorrebbe appoggiare il capo, ma appena tocca la trave le spine pungono, perché premono sulla testa ed entrano nel cuoio capelluto, e tormentano il Martire.
Un giustiziere si siede sul petto di Gesù per impedirgli di reagire. Due prendono il braccio destro e uno il braccio opposto. Mentre il compagno tiene il braccio teso, ben aderente al legno, nel punto in cui si trova già un foro per facilitare l’entrata del chiodo, l’altro prende il martello e dà il primo colpo sul polso. La punta del chiodo penetra nella carne viva, perfora l’osso, rompe i nervi. Un grido lacera l’aria. Gesù non si aspettava un dolore così lancinante. Maria risponde con un gemito da commuovere le pietre e si curva come spezzata. Un colpo talmente forte e deciso che ne bastano pochi altri per far penetrare completamente il lungo chiodo nel patibolo. Gesù è tutto una contrazione. Ha la bocca serrata e i denti quasi si spezzano nello sforzo di sopportare il dolore ad ogni colpo di martello. Maria si curva lei pure al suono dei colpi, pigola come una rondine, geme come una colomba (Libro di Isaia 38,14), e sembra che il chiodo raggiunga Lei, povera Mamma. Ad ogni colpo si piega e geme, come se il chiodo perforasse il suo cuore. La vecchia profezia di Simeone si sta compiendo: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Vangelo di Luca 2,35). Gesù non grida più per non far soffrire la Madre, perché ne sente il lamento, come se il martello battesse sul suo capo, il chiodo penetrasse nelle sue carni e una lancia le pungesse il cuore.
La mano destra è inchiodata, si passa alla sinistra. Il foro nel legno non corrisponde al polso. Allora prendono una fune, legano il braccio sinistro e tirano fino a slogare la giuntura e a strappare tendini e muscoli, ma non arriva ancora. Si rassegnano e inchiodano dove possono, nel palmo, spezzando carne e nervi con un dolore lancinante. Ma Gesù non grida più per non addolorare Maria. Il suo corpo è tutta una vibrazione: un dolore tremendo, inconcepibile, impossibile da descrivere. Le dita si piegano, il pollice si infossa all’interno e sangue cola da ogni parte.
Ora è la volta dei piedi. Quando Gesù comprende che stanno per essere inchiodati, perché vede luccicare al sole il lungo chiodo, ha il moto istintivo di ritirarli. Ma due carnefici si siedono sulle sue ginocchia per tenerlo fermo. Gli altri due appoggiano le piante dei suoi piedi, accavallati, sopra un piccolo cuneo, per facilitare la presa, e poi battono forte. Ai colpi di martello Gesù risponde con dei mugoli, dietro le labbra fortemente chiuse per non farsi sentire da Maria, e lacrime di spasimo cadono per terra dopo esser cadute sul legno. Il corpo è tutto una contrazione. Fissare i piedi è ancora più difficile, poiché, essendo accavallati uno sopra l’altro, il destro sopra il sinistro, scivolano sotto la scossa del martello e il chiodo entra male. Una tortura che fa vibrare tutte le membra, la testa e il cuore.
L’inchiodatura è terminata. Prendono la croce e la trascinano sino al buco, facendola rimbalzare sul suolo sconnesso e scuotendo il povero Corpo. Alzano la croce, ma sfugge per due volte a coloro che la tengono e ricade una volta di schianto, un’altra volta sul braccio destro della stessa, provocando un aspro tormento a Gesù. Finalmente viene lasciata cadere con un cupo tonfo nella buca. Mentre viene assicurata con pietre e terriccio, ha continue oscillazioni che tormentano il Crocifisso, allargando i fori dei chiodi. Gesù ha le labbra ferite e sporche di terra. Le mani si squarciano, specie la sinistra, e si allarga anche il foro dei piedi. Prima di essere bene assicurata con pietre e terriccio, la croce ondeggia in tutti i sensi, imprimendo continui spostamenti al povero Corpo sospeso a tre chiodi. La sofferenza deve essere atroce.
La gente urla e impreca contro i condannati, specie contro Gesù: «Ecco il "verme del deserto"! (Libro dei Numeri 21,8-9). Quello guariva, mentre tu sei maledetto da Dio. Bestemmiatore! Sei rosso di capelli come il serpente di rame e come il grande re Davide, ma non sei dei nostri. Hai tradito la legge. Hai tradito Abramo, Giacobbe, Mosè, Israele. Un demonio sei, un nemico di Dio!» e altre simili bestemmie.
Il Cristo abbassa gli occhi, velati dalla morte. Sotto di Lui vede degli uomini che, perduto ogni senso di umana dignità, sono in preda all’odio più violento. Essi sono agitati da una frenesia di delitto, da una sfrenata libidine di vendetta, da una demoniaca sete di sangue. È uno spettacolo rivoltante. Gesù chiude gli occhi per non vedere e, come un sordo, non ascolta. È come un uomo che non sente e non risponde. Ripete mentalmente le parole del Salmo 37: «Amici e compagni si scostano dalle mie piaghe, i miei vicini stanno a distanza. Tende lacci chi attenta alla mia vita, trama insidie chi cerca la mia rovina e tutto il giorno medita inganni. Io, come un sordo, non ascolto e come un muto non apro la bocca; sono come un uomo che non sente e non risponde... I miei nemici sono vivi e forti, troppi mi odiano senza motivo, mi pagano il bene col male, mi accusano perché cerco il bene» (Salmo 37,12-15.20-21), e ancora quelle del Salmo 40: «Anche l’amico in cui confidavo, anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno» (Salmo 40,10). L’insulto, il disprezzo e la calunnia lo abbattono. Perché tanto odio dopo tanto amore? Il cuore di Gesù soffre e i battiti si fanno irregolari. Sembra che si spezzi da un momento all’altro. Si realizzano le parole della Scrittura: «L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati» (Salmo 68,21).
I soldati giocano a dadi la bella tunica del Maestro. C’è l’indifferenza quasi totale a ciò che sta accadendo. Solo qualcuno alza ogni tanto il volto ai crocifissi. Il centurione romano invece, di nome Cassio che poi cambierà in Longino, è ritto in piedi e, serio, osserva attentamente le croci. Il suo occhio penetrante non perde un particolare. E per vedere meglio si fa ombra con la mano, perché il sole gli deve dare noia. È infatti un sole strano. Di un giallo rosso d’incendio. E poi pare che l’incendio si spenga di colpo per un nuvolone di pece che sorge da dietro le catene giudee e che corre veloce per il cielo, scomparendo dietro i monti lontani. E quando il sole fa capolino è così vivo che l’occhio non lo sopporta che male. «Chi è quest’uomo?», pensa il soldato.
Poi Longino vede Maria, appena sotto, che guarda con un volto straziato verso il Figlio e vorrebbe avvicinarsi a Lui. Ne ha pietà. Ordina che venga lasciata passare, insieme a Giovanni creduto «figlio». La folla impreca e maledice Maria con obbrobriosi insulti, ma Ella, con le labbra tremanti e sbiancate, cerca solo di dare conforto al suo «Bambino» con un sorriso straziato, su cui si perdono le lacrime che nessuna forza di volontà riesce a trattenere.
Gesù soffre. Il suo corpo cerca di trovare una posizione di sollievo, alleggerendo il peso che grava sui piedi, sospendendosi alle mani e facendo forza con le braccia. Respira a stento, e il volto passa da un bianco avorio a un rosso fuoco, poiché il sangue stenta a circolare e l’aria non esce completamente dai polmoni. Sopra il capo una spina più lunga delle altre gli tormenta la testa, provocandogli una profonda ferita. Il sangue salato cola dalla fronte e gli entra nell’occhio sinistro semichiuso, reso tale dal gonfiore della guancia. Brucia.
Scribi, farisei, sacerdoti, giudei urlano: «Ebbene? Tu, Salvatore del genere umano, perché non ti salvi? Dov’è il tuo padrone Beelzebul? Ti ha abbandonato anche lui? Dov’è finito il Padre tuo? Non sei una cosa sola con Lui? (Vangelo di Giovanni 10,30). Non sei suo Figlio? Non sei Dio? (Vangelo di Marco 14,61-62). Dio! Tu...? Bestemmiatore! Scendi dalla croce e ti crederemo. Hai salvato molti. Salva ora te stesso! Fai il miracolo. Ma... poverino! non può, perché ha le mani impedite...!». E ridono senza pietà. «Solo a te i chiodi! Sì, per fermare quelle mani sacrileghe che hanno benedetto in nome di Lucifero. Un favore che abbiamo fatto solo a te, "Re dei Giudei!", perché non vogliamo più le tue benedizioni profanatrici».
«Sei la Risurrezione e la Vita? Ah! Ah! Ah! Ecco, fratelli, davanti a voi la Risurrezione e la Vita! Ecco il Figlio di Dio, l’Onnipotente, "il più bello tra i figli dell’uomo"! (Salmo 44,3). Ecco la Verità!... Beh! Se questa è la Verità ci conviene fuggire e cercarne un’altra...». E ridono. «Tu che distruggi il Tempio e lo fai risorgere! Eccolo là il glorioso e santo Tempio d’Israele. È intoccabile e solido, o profanatore! Tu! stai per essere distrutto, non il Tempio! Guarda che pietre! Fai un miracolo e scendi dalla croce! Ma forse non hai abbastanza energia. Hai fame e sete, poiché è molto che non mangi. Poverino...! dategli qualcosa da mangiare! Ma no. Trasforma queste pietre in pane e quest’acqua in vino, così prenderai forza e ti staccherai dalla croce! Hai nostalgia dei festini di Lazzaro, vero? Ci sono le tue donne che ti aspettano a braccia aperte e anche quella "vacca" di Maddalena che adesso ti adora. Amico delle prostitute e dei pubblicani! Sacrilego!...».
Maria Maddalena, che ha sentito, poiché è vicina al gruppo dei farisei e dei sacerdoti insieme alle altre donne, dà una così aspra occhiata agli accusatori, che questi non riescono a sostenere il suo sguardo. Sembra una leonessa a difesa del suo piccolo, tanto è solenne e aggressiva. Gesù guarda Maria con profonda pietà e sembra le dica: «Non prendertela, Maria! Perdona e ama come Io faccio e come ti ho insegnato. Ricorda le mie parole: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli"» (Vangelo di Matteo 5,11-12).
Insulti e bestemmie continuano ad essere gettati sul Crocifisso. Lacrime abbondanti scendono dagli occhi del Salvatore. Così lo ripagano? Non comprendono che Egli è l’Amore. Perché non ricordano le profezie dei Salmi e le parole dei Profeti? Se non ha fatto nulla di male perché lo percuotono? «Perché le genti congiurano, perché invano cospirano i popoli? Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia» (Salmo 2,1-2). Allora, con profonda pietà, Gesù dice mestamente: «Padre... perdonali... perché non sanno quello che fanno!» (Vangelo di Luca 23,34).
Tutto il corpo si arcua verso l’esterno, stando staccato dal tronco della croce dal bacino in su. La testa e tutto il torace pendono in avanti. Il ladrone di sinistra bestemmia e dice: «Salvati e salvaci! se vuoi che ti si creda. Tu il Cristo? Sei un folle! Dio non c’è! Io ci sono...! Il resto non m’importa. La morte viene dopo la vita, non la vita dopo la morte! Sei un pazzo! Chi ti può credere? Dio, paradiso, premio, vita eterna...! Bah! Fole! Non c’è nulla! La vita è qui e basta. Sai le cose che valgono sulla terra? Cibo, denaro, donne, potere, salute, divertimento. Tutto il resto è fantasia per tenerci quieti. Dio non c’è! Se ci fosse non ci lascerebbe morire così, soprattutto te che chiamavano Buono, e non ci sarebbero tante ingiustizie nel mondo. Meglio mangiare, bere e godersela! Peccato che per noi sia finita. Dài!... fate presto! Son stufo di questa scenata!».
L’altro ladrone, che è a destra, lo rimprovera dicendo: «Taci! Non temi Dio, neanche adesso che stai per incontrarlo? Non temi il suo giudizio? Noi siamo stati cattivi in vita, ma Costui che male ha fatto? Non voglio sentire i tuoi blasfemi... Lasciami morire in pace! Forse Dio... chissà, mi può ancora perdonare. Forse non è ancora detta l’ultima parola. Non farmi morire con le tue bestemmie nella mente! Non essere malvagio sino alla fine!». E poi si volge in basso per non vedere più gli occhi cattivi del compagno. Nota Maria nel suo straziante affanno. La guarda e si commuove, mormorando: «La mamma! Vorrei tanto vederla e chiederle perdono... L’ho uccisa col dolore che le davo... Mamma, perdonami! Sono un peccatore, ma sono sempre il tuo bambino... Mamma...!». Piange dirottamente. Ricorda la madre: il suo amore, la sua bontà, la sua pazienza, le sue raccomandazioni, le sue carezze, la sua compagnia, la sua cara voce. Ricorda quando era bambino e correva fra le sue braccia. Ricorda i suoi baci e il suo sorriso... Piange apertamente... Un fiume di lacrime.
Per mezzo di Maria Santissima la grazia sta operando il miracolo della conversione. Il condannato guarda la Madre e dice: «Visto che mia mamma non c’è, chiedi Tu perdono a lei in nome mio. Dille che la amo. Dille che è una santa. Dille che il suo "bambino" è qui e che sta morendo col suo nome sulle labbra e il suo ricordo nel cuore. Dille che mi manca! Dille che le chiedo perdono e sono pentito. Mi capirà e mi perdonerà! Consolala tu, posto che io non posso farlo...». Le lacrime scendono copiose. «Che sciagurato che sono stato! L’ho fatta piangere e l’ho uccisa con le mie mani! Era la mia gioia, il sole della mia vita... e adesso non c’è più!». Uno scoppio di pianto, poi... un lampo di soprannaturale speranza e di celestiale gioia entra negli occhi del crocifisso e dice con ansia: «Madre, in nome del tuo Figlio morente, prega per me. Perdono! Tu lo puoi fare. Tu... Santa! Il tuo cuore non può respingermi». E piange forte. Anche Maria piange e lo guarda con profonda pietà, e pare lo carezzi col suo sguardo di colomba. Uno sguardo di purissimo amore materno.
Poi, il buon ladrone Disma, ancora piangente, guarda Gesù e dice: «Gesù Nazareno, re dei giudei, pietà di me! Io credo nella tua Divinità! Ricordati di me quando sarai nel tuo regno! Tu sei buono e stai pagando per i nostri peccati... anche i miei. Sì, anche i miei! Ora comprendo! Signore, credo nella tua Divinità! Non puoi che essere un Dio, anche se ora sei qui nell’obbrobrio. Una volta ti ho sentito parlare, ma non ho avuto il coraggio di fermarmi. Mi hai guardato e io non ho risposto al tuo sguardo. Ho abbassato la testa e sono fuggito! Eri troppo Santo per me e io volevo godermi la vita. Predicavi l’amore e la penitenza. Mi facevi paura! Che sciagurato che fui! Ora me ne pento e ti chiedo perdono. Vero che sono ancora in tempo? So che Tu vieni da Dio. Credo nella tua Sapienza, conosco il tuo Potere, spero nella tua Misericordia. Il tuo cuore è grande!... Cristo perdonami in nome di Lei... e del Padre tuo che è nei cieli...! Perdonami per questo tuo dolore...! Gesù Nazareno, Re dei giudei, abbi pietà di me! Gesù Nazareno, Re dei giudei, io spero in Te! Gesù Nazareno, Re dei giudei, confido in Te!».
Gesù si volge. Guarda il supplicante con profonda pietà, ed ha un sorriso ancora bellissimo sulla povera bocca torturata. Con voce fievole, ma sicura di Maestro, dice: «Io te lo dico: oggi sarai con me... in Paradiso» (Vangelo di Luca 23,43). Il ladrone si calma, sorride, si adagia sulla croce. Una letizia in cuore lo trasforma. Non sente più il dolore. Ha una gioia incontenibile nel suo interno. Guarda Gesù, guarda Maria, guarda i soldati, guarda la folla, guarda il compagno... guarda il cielo. Sorride. È una creatura nuova (Lettera di Paolo agli Efesini 4,22-24). Tace e prega, medita, mentre l’altro ladrone, ancora agitato, impreca e bestemmia. Anche Gesù è più sereno. Ecco il suo primo redento! Il suo Sangue non è sparso invano. Un piccolo sollievo. Poi... torna l’agonia con la sua realtà di morte.
Gesù ansa per la fatica. Anche una sola parola gli crea dolore, perché i polmoni lavorano male in quella posizione. I lineamenti sono sfigurati. Eppure, sotto il velo dei livori e delle ammaccature, delle ferire e del sangue, c’è ancora la traccia di una nobile e solenne bellezza. Nel suo volto traspare il riflesso di Dio. È proprio Lui: il «Maestro buono» (Vangelo di Marco 10,17). Longino se ne accorge e non cessa di guardare il Crocifisso. Si pone tante domande. Vorrebbe sapere, chiedere, conoscere, capire, indagare: «Chi è quell’Uomo? Perché è così diverso dagli altri? Perché non impreca e non maledice? E la Madre vicina: una vera Signora! Che Donna! E che lineamenti nonostante lo strazio». Guarda, confronta, pensa. Intuisce che qualcosa di grande sta avvenendo su quel monticello e si compiace di poter assistere all’evento. È tutto occhi e orecchi. Vorrebbe parlare con l’Uomo sopra di lui, ma la ferrea disciplina romana glielo vieta. È immobile, solenne e attento, con la mano sinistra sulla spada e la destra tesa lungo il fianco, come fosse sui gradini del trono imperiale. Da buon romano non vuole commuoversi, ma il suo volto si altera nello sforzo di vincere l’emozione. Forse anche lui pensa alla famiglia lontana...
Il cielo si incupisce sempre più. Ora difficilmente le nubi si aprono per far passare il sole. Nel caldo afoso, vengono ventate fredde che passano rapide, ad intervalli, portandosi dietro una scia di nubi livide. La luce, prima molto forte, si va facendo verdastra. Gesù appare ancora più un cadavere in quella strana luce che precede il temporale. Infatti, molti cominciano a impressionarsi e qualcuno ha paura. Anche i soldati accennano al cielo e ad una specie di cono che pare di lavagna tanto è cupo, e che si leva come un pino da dietro una vetta. Sembra una tromba marina. Avanza e ingrossa, diventando sempre più scuro.
Gesù soffre molto e trema per la febbre. Dopo il caldo soffocante e le mosche, ora anche il vento si è messo a tormentarlo con i suoi gelidi soffi. La tensione dei muscoli si fa sempre più violenta procurando frequenti crampi, specie nelle gambe. La circolazione è stentata e le estremità sono quasi gelide. Il senso di soffocamento aumenta di intensità e si fa sempre più tormentoso. Il respiro più rapido e difficile, perché i polmoni non riescono a svuotarsi dell’aria. L’angoscia aumenta, perché non c’è possibilità di cambiare posizione. Ogni tanto un colpo di tosse penosa porta una schiuma lievemente rosata alle labbra. La morte avanza lenta e implacabile. La testa pende sul petto, le forze vengono a mancare. Gesù trema di freddo e mormora: «Mamma... Mamma». Lo dice piano, come in un sospiro, quasi fosse già in un lieve delirio. E Maria, ogni volta, ha un atto infrenabile di tendere le braccia come per soccorrerlo. «Figlio!...».
Eccola la Mamma! È lì, ai piedi della croce, crocifissa Lei pure. È in piedi, sostenuta da Giovanni, ma è l’amore che la sorregge. Se non fosse per il discepolo sarebbe già a terra, morta di crepacuore. Ma Ella non può morire, non deve morire! per amore del suo Gesù: il Padre non lo permette. Ha le labbra esangui e sottili, il viso venerando d’un pallore mortale, gli occhi bruciati dal pianto e dilatati dall’angoscia. Le altre donne, fra cui Maria di Alfeo, le mormorano qualche parola di conforto, ma Lei non risponde. Ogni conforto è assolutamente inutile. Maria è sola nel suo inenarrabile dolore. Se potesse, salirebbe anche Lei sulla croce e soffrirebbe meno che a terra. Ma non può. Giovanni la sorregge con filiale premura, ma non parla. È tutto amore per Lei. Nemmeno una carezza può dare al suo Figlio! poiché i soldati non lo permettono. La spada profetizzata da Simeone non solo penetra, ma fruga nel suo cuore di Madre (Vangelo di Luca 2,35), dandole un tormento indescrivibile. Questa spada l’aveva vista balenare davanti a sé durante tutta la vita: l’aveva meditata nelle veglie notturne, sognata nel riposo, vista pendere sulla culla del Figlio e poi ritornare insistente nella sua vita pubblica... e aveva tanto temuto e trepidato per essa! E ora, vibrata da una mano invisibile, quella spada le strazia il Cuore di Madre.
Anche la natura sembra che soffra di questa tortura. Il buio si fa sempre più denso. È in questa luce crepuscolare e paurosa che Gesù affida Maria a Giovanni e Giovanni a Maria. Egli sente la cara Madre vicina, ma si sente morire. La sente lì, ai piedi della croce. Sente il suo amore che sale a confortarlo, una forza, ma vede anche il suo dolore. La povera testa del Redentore, tanto maltrattata, sfigurata e sanguinante, si alza lentamente verso di Lei. I loro occhi si incontrano, si parlano, si baciano. Maria ha un sospiro profondo e un brivido. Il battito del suo cuore si fa più veloce e le toglie il respiro. Si avvicina per sentire e vedere meglio. Gesù le dice piano: «Donna, ecco tuo figlio... Figlio, ecco tua Madre» (Vangelo di Giovanni 19,26-27). Il Figlio, che non ha più nulla da dare alla Madre, affida la Madre al figlio.
Maria piange lentamente, perché capisce che quelle parole sono come il testamento del suo Gesù, ma cerca lo stesso di sorridere come può per confortare Lui. «Con che cosa ti metterò a confronto? A che cosa ti paragonerò, figlia di Gerusalemme? Che cosa eguaglierò a te per consolarti, vergine figlia di Sion? Poiché è grande come il mare la tua rovina; chi potrà guarirti?» (Libro delle Lamentazioni 2,13). Gesù la chiama «Donna», per ricordare al mondo che Maria è la nuova Eva che dà la vita all’umanità. Per un capovolgimento di valori - per cui non è Lei ad essere tratta da Adamo ma Adamo da Lei - è la Donna che genera l’Uomo-Dio, il Cristo, e rende possibile l’incarnazione, la redenzione e quindi la salvezza. È la Donna vincitrice di Satana (Libro della Genesi 3,15), la Donna coronata con dodici stelle (Libro dell’Apocalisse 12,1). Gesù la chiama «Donna», per affidarla a noi come Madre, e si spoglia di ciò che ha di più caro al mondo. Per Lui ora è la Donna, per noi ora è la Mamma. Un dono per tutto il mondo, rappresentato nella persona dell’amato discepolo.
Lo sforzo sostenuto nel reprimere i materni sentimenti getta Gesù in uno stato di angoscia indescrivibile e di torturante prostrazione. Non poter comunicare a Maria tutto il suo amore, vederla immersa in uno strazio indicibile senza poterla soccorrere, Lui che aveva soccorso tanti infelici e tanti immeritevoli, tutto questo è un dolore intensissimo per il suo Cuore. Le tenebre, che già regnano fuori nel mondo, irrompono nell’anima sua. Gesù si sente morire dalla tristezza. Ogni luce si spegne e gli pare di precipitare nell’abisso. È l’agonia completa. Prova tutto ciò che umanamente è possibile provare per essere veramente il «Figlio dell’uomo»: «Provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Lettera agli Ebrei 4,15).
Le sofferenze crescono di minuto in minuto. La soffocazione si fa sempre più intensa e più vivo l’affanno cardiaco. Gesù muove la bocca con fatica, le mascelle si irrigidiscono. La corona di spine gli vieta di appoggiarsi al tronco della croce per aiutare la sospensione sulle braccia e alleggerire i piedi. La schiena si curva più ancora e il respiro è sempre più inceppato. Il volto di Cristo passa alternativamente da vampe di rossore intensissimo a pallori verdastri di morente per dissanguamento.
A gran fatica, puntandosi ancora una volta sui piedi, tendendosi, quasi, per offrirsi, per muovere a compassione il Padre con la vista di tutte le sue piaghe e della sua angoscia, alza il volto, guardando il cielo nero dal quale ogni azzurro ed ogni ricordo di luce sono scomparsi. E a questo cielo chiuso, compatto, basso, simile ad una enorme lastra di lavagna scura, Egli grida a gran voce: «Eloì, Eloì, lema sabactàni!», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Vangelo di Marco 15,34). Ma nessuna luce viene dal cielo. Silenzio. Nulla. È l’agonia totale di corpo, di anima e di spirito. L’agonia solitaria, disperata, di chi è solo e senza conforto.
La gente, nonostante i segni atmosferici e la scena pietosa, ride e lo schernisce. Lo insulta: «Parla più forte, altrimenti Baal non sente! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà» (Primo Libro dei Re 18,27). Altri dicono: «Non sa che farsene Dio di Te! I demoni sono maledetti da Lui!». Altri gridano: «Vediamo se Elia, o Dio, che Egli chiama, vengono a salvarlo». Mentre alcuni citano con sarcasmo la Scrittura: «Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico... Secondo le sue parole il soccorso gli verrà» (Salmo 21,9; Libro della Sapienza 2,20).
Il Condannato prega: «La pensano così, ma si sbagliano; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto. Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà per sempre su di loro. Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti. Ma gli empi per i loro pensieri riceveranno il castigo, essi che han disprezzato il giusto e si son ribellati al Signore...» (Libro della Sapienza 2,21-3,10).
«...Esulterò di gioia per la tua grazia, perché hai guardato alla mia miseria, hai conosciuto le mie angosce» (Salmo 30,8). Un attimo di spirituale serenità, poi Gesù si accascia desolato. Sembra morto. Qualcuno tira sassi verso la croce e colpiscono il Corpo. Riapre gli occhi e la vita ritorna.
Ma ora è la volta del Tentatore. Non è mancato alla promessa (Vangelo di Luca 4,13). Satana lo assale nell’ultima tentazione. Gli prospetta il suo fallimento di Maestro e di Redentore: «Chiami l’Eterno? È lontano. Ora sei sulla terra ed in mezzo agli uomini. E negli uomini regno io. Pure mi fai pietà e ti voglio soccorrere, perché sei buono e sei venuto a sacrificarti per nulla. Gli uomini ti odieranno per la tua bontà. Non capiscono che oro e cibo e senso. Sacrificio, dolore, ubbidienza, sono parole morte per loro. Non è così? Guardali come ti amano! Essi sono aridi più delle pietre. Non merita soffrire per loro. Li conosco più di Te.
Dov’è più la tua parola di fuoco? Dove sono finiti i tuoi portentosi miracoli? Dove sono i convertiti? Dove la tua Chiesa? A che serve tanto sacrificio? Il Padre non lo vuole. È meglio se continui a vivere, girare il mondo ad evangelizzare e guarire. Molti si convertirebbero all’udire le tue parole e a vedere i tuoi segni. Ma la croce, perché? Dio non la vuole! Per questo si è ritirato».
Tu diffidi di me. Fai male. Io sono la sapienza della terra. Ti posso esser maestro per insegnarti a trionfare. Vedi: l’importante è trionfare. Poi, quando ci si è imposti e si è affascinato il mondo, allora lo si conduce anche dove si vuole noi. Ma prima bisogna essere come piace a loro. Come loro. Sedurli facendo loro credere che li ammiriamo e li seguiamo nel loro pensiero.
Sei ancora giovane e bello. Ricomincia dalla donna. È sempre da essa che si deve incominciare. Io ho sbagliato inducendo la donna alla disubbidienza (Libro della Genesi 3,1-6). Dovevo consigliarla per altro modo. Ne avrei fatto uno strumento migliore e avrei vinto Dio. Ho avuto fretta. Ma Tu! Io t’insegno, perché c’è stato un giorno che ho guardato a Te con giubilo angelico, e un resto di quell’amore è nella mia esperienza. Fatti una compagna. Dove non riuscirai Tu, essa riuscirà. Sei il nuovo Adamo: devi avere la tua Eva (Prima Lettera di Paolo ai Corinti 15,22.45). E poi, come puoi comprendere e guarire le malattie del senso se non sai che cosa sono? Non sai che è lì il nocciolo da cui nasce la pianta della cupidità e della prepotenza? Perché l’uomo vuole regnare? Perché vuole essere ricco, potente? Per possedere la donna. Questa è come l’allodola. Ha bisogno del luccichio per essere attirata. L’oro e la potenza sono le due facce dello specchio che attirano le donne e le cause del male nel mondo. Guarda: dietro a mille delitti dai volti diversi ce ne sono novecento almeno che hanno radice nella fame del possesso della donna o nella volontà di una donna, arsa da un desiderio che l’uomo non soddisfa ancora o non soddisfa più. Vai dalla donna se vuoi sapere cosa è la vita. E solo dopo saprai curare e guarire i morbi della umanità.
È bella, sai, la donna! Non c’è nulla di più bello nel mondo. L’uomo ha il pensiero e la forza. Ma la donna! Il suo pensiero è un profumo, il suo contatto è carezza di fiori, la sua grazia è come vino che scende, la sua debolezza è come matassa di seta o ricciolo di bambino nelle mani dell’uomo, la sua carezza è forza che si rovescia sulla nostra e la accende. Si annulla il dolore, la fatica, il cruccio quando si posa presso una donna, ed essa è fra le nostre braccia come un fascio di fiori.
Ma che stolto che sono! Tu sei in croce e io ti parlo della donna, come tre anni fa nel deserto. Ricordi? Hai visto che son tornato? Io mantengo sempre le promesse! La tua vigoria è esausta... E allora!? Su! Tu, Figlio di Dio, non hai che dire: "Voglio!". Tu sei il Padrone della terra. Essa si inchina per mettere ai tuoi piedi se stessa e vendicarti di questi stolti. Povero Gesù! Sei tanto debole da non potere più neppure comandare al miracolo? Vuoi che lo faccia io per Te? Non ti sono a pari. Ma qualcosa posso. Starò privo per un anno della mia forza, la radunerò tutta, ma ti voglio servire, perché Tu sei buono ed io sempre mi ricordo che sei il mio Dio, anche se ora ho demeritato di chiamarti tale. Aiutami con la tua preghiera perché io possa servirti come meriti.
Vedi cosa è nella Casa di Dio. Vedi come anche i sacerdoti non ricusano di venire a transazioni fra lo spirito e la carne! Perché infine sono uomini e non angeli. Anche i cuori dei ministri del Tempio sono un nido di vipere, che si sbranano e sbranano pur di predominare. Non sono domati che dalla potenza umana. Compi un miracolo. Scendi! Trasfigurati in bellezza davanti a loro, chiamando a Te tutte le coorti degli angeli. Che ti vedano e si ricordino che Dio È! Ogni tanto è necessario manifestarsi, perché l’uomo ha una memoria tanto labile, specie in ciò che è spirituale. Sai come gli angeli saranno beati di far sostegno al tuo piede e scala a Te che scendi!» (Salmo 90,11-12; Vangelo di Matteo 4,6).
La voce satanica gli tormenta il cervello: «Torna indietro, o Cristo! sei ancora in tempo. Fai un miracolo e scendi dalla croce! Lo puoi fare. Fulmina con la tua potenza i tuoi nemici e rendi gloria al tuo Nome! È così che si salvano le anime. Io te lo dissi già molto tempo fa, nel deserto, ma non mi hai creduto (Vangelo di Matteo 4,1-11). Ora saresti rispettato, amato, seguito. Il tuo nome sarebbe su tutte le bocche della terra. Invece...!».
Gesù è accasciato e dolorante, nello sforzo di non pensare e nella volontà di non parlare. Vorrebbe muoversi, ma… braccia e gambe sono inchiodate. Suda. Il volto si accende di fuoco. Satana ghigna.
«Ti sacrifichi per nulla! Gli uomini non ti ameranno per il tuo Sacrificio! Continueranno a peccare come prima e Tu non potrai vincere l’inferno. Dove sono quelli che hai beneficato? Lo stesso tuo Padre non c’é. Se non ti ama Lui, di cui sei Figlio, come puoi sperare che ti amino i figli di cui sei Padre? Dici che vuoi fare la volontà di Dio! Ma... qual è la sua volontà? Hai voluto fare di testa tua ed Egli ti ha abbandonato. Non sei più Dio, perché hai peccato. Come puoi pensare che Egli voglia la morte di suo Figlio? Credi che possa illudersi della sua utilità? Dovevi predicare, e invece hai voluto soffrire! Dovevi insegnare, e invece hai voluto subire! Dovevi vivere, e invece hai voluto morire! Hai fallito Gesù!
Hai voluto essere troppo buono e hai sbagliato. Sai cosa occorre per l’uomo? La Vendetta, non l’Amore come Tu credi. Vendicati, o Cristo, di tutti questi stolti, di tutti questi crudeli. Vendicati. Colpiscili con un miracolo che li fulmini. Appari quale sei: Dio. Il Dio terribile del Sinai. Il Dio terribile che mi ha fulminato e che ha cacciato Adamo dal Paradiso. Fino ad ora hai detto parole di bontà. I tuoi rari rimproveri erano sempre troppo dolci per queste belve affamate di carne. Il tuo sguardo medicava le tue parole. Non sai che amare. Odia. E regnerai. L’odio tiene curve le schiene sotto la sua sferza e passa trionfante su queste schiene servili. Le schiaccia. E sono felici d’esserlo. Non sono che dei sadici, e la tortura è l’unica carezza che apprezzano e che ricordano.
È tardi? No, che non è tardi. Già gli armati vengono a prenderti? Non importa. Lo so che Tu ti appresti ad esser mite. Sei in errore. Una volta ti avevo insegnato a trionfare nella vita (Vangelo di Matteo 4,9). Non hai voluto ascoltarmi e Tu vedi che sei un vinto. Ora ascoltami. Ora che ti insegno a trionfare della morte.
È con la parola durante la vita che si redime, non con la risurrezione dopo la morte! Lo dicesti anche Tu: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi" (Vangelo di Luca 16,31).
Quanto potrai servire Dio vivendo! Puoi percorrere il mondo, evangelizzare, guarire, consolare. La terra abitata da Dio! Ecco la vera redenzione: rifare del mondo il paradiso terrestre dove l’uomo torni a vivere in amicizia con il suo Creatore, ne oda la voce e ne senta i passi (Libro della Genesi 3,10). Ma Tu vuoi far l’eroe: "dare la vita per i propri amici"! (Vangelo di Giovanni 15,13).
E perché vuoi essere fedele a Dio? Ti è forse fedele Lui? Dove sono i suoi angeli? il suo aiuto? la sua luce? Sei un fallito, o Cristo! Un sacrilego sei, perché permetti a mani sozze di peccato di toccarti, e dài la tua Parola in mano ai porci perché la calpestino. Lo hai detto: "Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi" (Vangelo di Matteo 7,6). Ma nemmeno Tu, a quanto vedo, rispetti la Parola di Dio! E pretendi che la rispettino gli altri? Perciò Dio ti abbandona.
Sii Re e Dio. Non hai armi? Non milizie? Non ricchezze? Te l’ho detto già una volta che un resto di amore, quel poco che può essermi rimasto dal tesoro d’amore che era la mia vita angelica, è in me per Te che sei buono. Ti amo, mio Signore, e ti voglio servire. Sei il Redentore degli uomini. Perché non vuoi esserlo del tuo Angelo decaduto? Ero il tuo prediletto perché ero il più luminoso e Tu sei la Luce. Ora sono la Tenebra. Ma le lacrime del mio tormento hanno empito l’Inferno di liquido fuoco tanto sono numerose. Lascia che io mi redima. Un poco soltanto. Che da demone divenga uomo. L’uomo è sempre tanto inferiore agli Angeli. Ma quanto è superiore a me, demonio!
Fa’ che io divenga uomo. Dammi una vita d’uomo tribolata, torturata, angosciosa quanto ti pare. Sarà sempre un paradiso rispetto al mio tormento demonico. E potrò viverla in modo da meritare di espiare per dei millenni e giungere infine di nuovo alla Luce: a Te. Lascia che io ti serva in cambio di questo che ti chiedo. Nessun’arma vince le mie. Nessun esercito è più numeroso del mio. Le ricchezze di cui dispongo non hanno misura, perché ti farò re del mondo se Tu accetti il mio aiuto, e tutti i ricchi saranno gli schiavi tuoi. Guarda: i tuoi Angeli, gli Angeli del Padre tuo sono assenti. Ma i miei sono pronti a vestirsi di angelici aspetti per farti corona e stupire la plebe ignorante e malvagia.
Ascoltami! Io ti darò la terra. Alessandro, Ciro, Cesare, tutti i più grandi dominatori passati o viventi saranno simili a capi di meschine carovane rispetto a Te, che avrai tutti i regni della terra sotto il tuo scettro. E, coi regni, tutte le ricchezze, tutte le bellezze della terra, e donne, e cavalli, e armati e templi. Potrai alzare dovunque il tuo Segno, quando sarai Re dei re e Signore del mondo. Allora sarai ubbidito e venerato dal popolo e dal sacerdozio. Tutte le caste ti onoreranno e ti serviranno, perché sarai il Potente, l’Unico, il Signore. Adorami un attimo solo! Levami questa sete che ho d’esser adorato! È quella che mi ha perduto. Ma è rimasta in me e mi brucia. Le vampe dell’inferno sono fresca aria del mattino rispetto a questo ardore che mi brucia l’interno. È il mio inferno, questa sete. Un attimo, un attimo solo, o Cristo, Tu che sei buono! Un attimo di gioia all’eterno Tormentato! Fammi sentire cosa voglia dire essere dio e mi avrai devoto, ubbidiente come servo per tutta la vita, per tutte le tue imprese. Un attimo! Un solo attimo, e ti salverò io se non lo fa il Padre!...». Satana è febbricitante.
«Cambia idea, Gesù, fin che sei in tempo, e impara da tua Madre a santificare il mondo. Guardala! Guarda come soffre! Non ti addolora di farla soffrire? Non vedi che sta morendo anche Lei? Che Figlio sei? Che rispetto porti alla Legge? (Libro del Deuteronomio 5,16). Tuo Padre l’ha creata, Tu l’hai distrutta. Lei è una Santa e non vuole la tua morte! Vedi come piange? Guardala! Guardala!!... Perciò lascia perdere il "Sacrificio" e continua la tua vita di apostolo.
Non sai dire parole di imperio? Io te le suggerirò. Sono qui per questo. Tuona e minaccia. Ascoltami. Di’ parole di menzogna. Ma trionfa. Di’ parole di maledizione. Di’ che te le suggerisce il Padre. Scendi dalla croce! è questo che vuole il Padre da Te. Scendi! poiché stai per morire e poi sarà troppo tardi! Scendi! altrimenti è finita!...».
La tentazione di Satana è tremenda! Toglie valore a tutto ciò che ha senso. È la morte assoluta: l’inutilità del vivere. È il tormento estremo, quello che accelera la fine, perché spreme le viscere, stritola il cuore, offusca la mente, uccide lo spirito, annienta la speranza. È la follia! Gesù ripete mentalmente queste sacre parole: «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto. Non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa. Allora ho detto: "Ecco, io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, di compiere il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore"» (Salmo 39,7-9; Lettera agli Ebrei 10,5-7). La volontà di Dio! La volontà di Dio! Questa solo Io cerco! (Salmo 26,4; Vangelo di Matteo 26,42). Va’ indietro Satana! Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato (Vangelo di Giovanni 4,34), non cerco altro. Io, Figlio, mi rimetto al Padre. Non ciò che voglio Io, ma ciò che vuole Lui. La sua volontà sia fatta, non la mia! La volontà di Colui che mi ha mandato!» (Vangelo di Giovanni 5,30; 6,38).
Satana, furente, con un urlo di strazio dannato e di odio indescrivibile, se ne va disperato con un urlo di maledizione. Un tuono echeggia lontano.
Il sole, come il Padre, non c’è più. Gerusalemme scompare nelle tenebre di una notte precoce, avvolta in nubi di polvere sollevata dal vento. Vi è infatti un vento che asseta anche i sani. Un vento continuo, a tratti violento, polveroso, freddo, pauroso. Ma proprio tutto si è messo a torturare il Martire!?
Gesù ha sete. L’arsura, data dalla perdita di sangue e di sudore, dalla febbre, dal sole, dall’urea che gli avvelena le vene deve essere intensa, tanto che Gesù, con mossa macchinale, beve le stille del suo sudore e del suo pianto, e anche le gocce del sangue che gli scendono dalla fronte fin sui baffi, e si bagna con queste la lingua... Egli, infatti, aveva passato la notte oppresso da un’angoscia di morte. Durante le terribili ore dell’agonia spirituale aveva avuto un sudore copioso, che s’era poi trasformato in sudore di sangue. E anche questo trasudamento di liquido dovette essere abbondante, tanto da inzuppare la terra (Vangelo di Luca 22,44). A ciò si aggiunga che aveva passato una notte tormentata, trascinato da un tribunale all’altro, accusato di colpe gravissime, maltrattato dai capi giudei e dalle guardie romane. E che dire poi della orribile flagellazione e della coronazione di spine? Questa nuova perdita di sangue gli procurò un inasprimento della sete che era già ardente. Infine la febbre, dovuta alle gravi ferite, non fece che aumentare l’arsura e renderla sempre più insopportabile.
Durante tutta quella terribile mattina, non fu concesso a Gesù un attimo di riposo. Unico sollievo, forse, un poco di cibo e acqua per avere la forza di portare il patibolo. Poi l’estenuante tragitto verso il Calvario, dopo la barbara flagellazione, benché ormai sfinito e assolutamente stremato di forze; e tutto questo sotto la sferza di un sole d’aprile che in Palestina è assai caldo, un sole afoso, come quando si prepara un grosso temporale. Il respiro affannoso, fatto attraverso la bocca aperta, perché ormai il naso intasato da grumi di sangue non bastava più al bisogno, finì per essiccare del tutto la lingua, il palato e la gola del Salvatore, soprattutto sulla croce.
Gesù geme con voce rauca e angosciata: «Ho sete...!» (Vangelo di Giovanni 19,28).
«Poverino! Ha sete! Dategli da bere, altrimenti sviene il povero Gesù!... Lazzaro! Dov’è Lazzaro? Venga e gli dia un po’ del vino dei suoi banchetti. Ma forse non ne ha più perché era troppo buono! Anche lui è un codardo». Farisei, scribi e sacerdoti ridono di gusto.
Anche il vento, col suo violento soffio, lo tortura, seccandogli più ancora la bocca e impedendogli il respiro. Un soldato va ad un vaso dove vi è dell’aceto con fiele, perché col suo amaro aumenti la salivazione nei suppliziati. Prende la spugna immersa nel liquido, la infila su una canna e porge la spugna al Morente che apre avidamente la bocca e si tende in avanti per avere un refrigerio. Non trova l’acqua, ma il mordente dell’aceto sulla bocca ferita e l’amaro del fiele per ultimo disgusto. È un fuoco per le labbra e il palato. Si ritrae sconfortato, accasciato. Si abbandona. Ricorda le parole del Salmo: «Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto» (Salmo 68,22). Maria, che vede, geme. Ripensa quando Gesù prendeva il latte. Si appoggia a Giovanni, sconfortata. Vorrebbe dargli un po’ d’acqua, o almeno bagnargli le labbra con le sue lacrime. Ma non può. È una tortura!
Ora tutto il peso del Corpo gravita sui piedi e in avanti. Solo le anche aderiscono alla croce. Anche la testa, con i capelli scomposti che la nascondono, pende in avanti. Il respiro si fa sempre più debole. Ogni tanto un colpo di tosse penosa porta una schiuma biancastra alla bocca. Le distanze fra una espirazione e l’altra diventano sempre più lunghe e irregolari. L’addome è già fermo. Solo il torace ha ancora dei sollevamenti, ma faticosi, stentati... La paralisi polmonare avanza. Sempre più fievole viene l’invocazione: «Mamma!... Dove sei?... Non ti vedo più... Anche tu mi abbandoni...?». E Maria mormora: «No, Tesoro, sono qui! Io non ti abbandono, Figlio caro! La Mamma è qui, qui è... e solo si tormenta di non poter venire dove Tu sei!...». Piange e si dimena. E, se Giovanni non la tenesse, salirebbe anche Lei sulla croce. Pure Giovanni è distrutto e piange. La morte imminente fa parlare Gesù come in un delirio e neppure sa cosa dice; e, purtroppo, neppure comprende il conforto materno e l’amore del Prediletto.
Longino e gli altri soldati non vogliono commuoversi. Ma il loro volto si altera nello sforzo di contenere l’emozione, e gli occhi hanno un luccicore di pianto che solo la ferrea disciplina romana trattiene. Il cielo è diventato nerissimo: un grosso temporale si sta avvicinando. È quasi notte. Gesù sente la morte vicina e, nell’oscurità totale, sussurra: «Tutto è compiuto!» (Vangelo di Giovanni 19,30). Lo dice con infinita rassegnazione e totale obbedienza. Nella sua mente fanno eco le parole del Salmo: «Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore, Dio fedele» (Salmo 30,6). E poi l’ansito sempre più rantoloso, con pause di silenzio fra un rantolo e l’altro sempre più lunghe. Sì, tutto è compiuto! La Scrittura ha trovato in Gesù il suo pieno compimento. Le profezie si sono avverate. Dio ha fatto il possibile per salvare l’uomo. Il Cristo ha amato sino alla fine, si è pienamente consumato nelle fiamme di una inesauribile carità. La redenzione è pronta. Beato chi lo amerà.
Ancora un silenzio. La Parola lo rincuora: «Ora so che il Signore salva il suo consacrato; gli ha risposto dal suo cielo santo con la forza vittoriosa della sua destra... Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi dànno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni... In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso; per la tua giustizia salvami. Porgi a me l’orecchio, vieni presto a liberarmi. Sii per me la rupe che mi accoglie, la cinta di riparo che mi salva. Tu sei la mia roccia e il mio baluardo, per il tuo nome dirigi i miei passi. Scioglimi dal laccio che mi hanno teso, perché sei tu la mia difesa. Mi affido alle tue mani; tu mi riscatti, Signore, Dio fedele. Tu detesti chi serve idoli falsi, ma io ho fede nel Signore. Esulterò di gioia per la tua grazia, perché hai guardato alla mia miseria, hai conosciuto le mie angosce; non mi hai consegnato nelle mani del nemico, hai guidato al largo i miei passi. Abbi pietà di me, Signore, sono nell’affanno; per il pianto si struggono i miei occhi, la mia anima e le mie viscere. Si consuma nel dolore la mia vita, i miei anni passano nel gemito; inaridisce per la pena il mio vigore, si dissolvono tutte le mie ossa... Liberami dalla mano dei miei nemici, dalla stretta dei miei persecutori: fa’ splendere il tuo volto sul tuo servo, salvami per la tua misericordia. Signore, ch’io non resti confuso, perché ti ho invocato; siano confusi gli empi, tacciano negli inferi. Fa’ tacere le labbra di menzogna, che dicono insolenze contro il giusto con orgoglio e disprezzo. Quanto è grande la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono, ne ricolmi chi in te si rifugia davanti agli occhi di tutti. Tu li nascondi al riparo del tuo volto, lontano dagli intrighi degli uomini; li metti al sicuro nella tua tenda, lontano dalla rissa delle lingue. Benedetto il Signore, che ha fatto per me meraviglie di grazia in una fortezza inaccessibile. Io dicevo nel mio sgomento: "Sono escluso dalla tua presenza". Tu invece hai ascoltato la voce della mia preghiera quando a te gridavo aiuto. Amate il Signore, voi tutti suoi santi; il Signore protegge i suoi fedeli e ripaga oltre misura l’orgoglioso. Siate forti, riprendete coraggio, o voi tutti che sperate nel Signore» (Salmo 19,7; 22; 30,1-11.16-25).
Poi viene pronunciata con infinita dolcezza, con ardente preghiera, la supplica: «Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio!» (Vangelo di Luca 23,46).
Infine, ecco, l’ultimo spasimo di Gesù. Una convulsione che sale per tre volte dai piedi, e corre per tutti i poveri nervi torturati e pare voglia svellere il corpo infisso coi tre chiodi dal legno; solleva tre volte l’addome, poi lo lascia dopo averlo dilatato come per sconvolgimento di visceri, ed esso si affloscia come svuotato; contrae e gonfia fortemente il torace, scuote le braccia, fa rovesciare violentemente indietro, una, due, tre volte il capo, che percuote contro il palo; contrae in uno spasimo tutti i muscoli del volto, accentuando la deviazione della bocca a destra, fa spalancare e dilatare le palpebre sotto la crosta della polvere e del sangue. Il corpo si tende come un arco teso, vibrante, e poi un grido potente, impensabile in quel corpo sfinito, si sprigiona, lacera l’aria: «Mam...». Una parola spezzata dalla morte, il «forte grido» di cui parlano i Vangeli (Vangelo di Marco 15,37; Vangelo di Matteo 27,50). E più nulla... La testa ricade sul petto, il corpo in avanti, il fremito cessa e cessa il respiro. È spirato.
La terra risponde al grido dell’Ucciso con un boato pauroso. Lampi e tuoni sempre più intensi si scatenano dal cielo plumbeo. Mentre il vento fischia, i fulmini rigano il cielo in tutti i sensi, cadendo sulla città, sul Tempio, sulla folla, e un terremoto scuote la terra (Vangelo di Matteo 27,51). Sembra la fine del mondo. La gente urla di terrore e si abbranca l’una con l’altra. Balla tutto. I fulmini sono l’unica luce che permetta di vedere, tanto è scuro (Vangelo di Luca 23,44). Nelle scosse sussultorie e ondulatorie, che scuotono talmente le tre croci che sembra le debbano ribaltare, la vetta del Golgota ondeggia e balla come un piatto in mano di un pazzo.
La gente rimasta, Longino e i soldati si raccolgono insieme dove possono per non cadere e non scivolare giù dal pendio. Maria, per il dolore e per il traballio, si abbandona sul cuore di Giovanni e sviene. Il discepolo la adagia a terra. I ladroni urlano di terrore, mentre la folla urla ancora di più e vorrebbe fuggire. Ma non può, perché traballa tutto e basta poco per scivolare dai dirupi. Cadono le persone l’una sull’altra, si pestano, si infossano nelle spaccature del suolo, si feriscono anche, rotolano giù per la china, impazziti!
Per tre volte si ripete il terremoto e l’aeromoto. Poi si fa l’immobilità assoluta di un mondo morto. Solo dei lampi, ma senza tuono, rigano ancora il cielo e illuminano la scena dei giudei fuggenti in ogni senso, con le mani fra i capelli, o tese in avanti, o alzate al cielo schernito fino allora e di cui adesso hanno paura. L’oscurità si fa meno fitta, in un barlume di luce che lentamente ritorna. Molti restano al suolo morti, feriti o svenuti. Una casa arde nell’interno delle mura e le fiamme si alzano dritte nell’aria ferma, mettendo un punto di rosso fuoco sul verde cenere dell’atmosfera.
Alla luce scialba e livida di quel cielo crepuscolare, il corpo immobile del Cristo pende, senza più moto, dalla croce. La sua carne, bianca come il marmo, è tutta striata di rigagnoli di sangue. Un’ultima goccia, scorrendo sui piedi e perdendosi fra le dita, cade a terra.
Maria alza il capo che teneva sul petto di Giovanni e guarda Gesù. Lo chiama, perché mal lo vede nella poca luce e coi poveri occhi pieni di lacrime. Tre volte lo chiama: «Gesù!... Figlio mio!... Gesù!...». Poi ascolta... Ha la bocca aperta... pare voglia ascoltare anche con quella, come ha dilatati gli occhi per vedere... per vedere... Non può credere che sia morto. Infine, ad un lampo che fa come una corona sopra la vetta del Golgota, vede Gesù, immobile, tutto pendente in avanti, col capo talmente piegato all’infuori e a destra da toccare con la guancia la spalla e col mento le coste. E comprende. Giovanni, che anche lui ha guardato e ascoltato, ed ha capito che tutto è finito, abbraccia Maria e cerca allontanarla dicendo: «Non soffre più...».
Quelle parole sono una frecciata per il cuore della Madre! Maria si curva ad arco verso il suolo, si porta le mani agli occhi e grida: «Non ho più Figlio!». E poi vacilla e cadrebbe se Giovanni non se la raccogliesse tutta sulle spalle. È svenuta. Il discepolo si siede a terra per sostenerla meglio sul suo petto, accarezzandola sulla testa e chiamandola per nome: «Maria... Santa...». Vengono anche le altre donne a soccorrerla, presso Giovanni. La Maddalena si siede dove è Giovanni e si adagia Maria sulle ginocchia, fra le sue braccia, baciandola sul volto esangue e riverso sulla sua spalla. Marta e Susanna, con la spugna e un lino intrisi nell’aceto, le bagnano le tempie e le narici, mentre la cognata Maria di Alfeo le bacia le mani e la chiama: «Figlia diletta... dimmi che mi vedi... Sono la tua Maria!... povera, santa Figlia mia!... Non mi guardare così!... Coraggio, sono io!». Maria rinviene sconvolta, con un primo singhiozzo, e poi molte lacrime le cadono dalle guance con gemiti di colomba torturata. Un pianto desolato a cui fanno eco tutte le altre donne, ossia Marta e Maria, la madre di Giovanni, Maria di Cleofa, Susanna...
Il centurione capisce che questo è il momento più adatto per compiere il crurifragio. Si accosta a Giovanni e gli dice piano qualche parola. Poi si fa dare da un soldato una lancia. Guarda le donne tutte intente a Maria che riprende lentamente le forze. Esse hanno tutte le spalle alla croce, perciò è il momento giusto. Longino si pone in fronte al Crocifisso, studia bene il colpo e poi lo vibra. La lancia penetra profondamente da sotto in su, da destra a sinistra. Dalla ferita geme un fiotto di siero e sangue che scola lentamente dalle carni ormai fredde. Dice a Giovanni: «È fatto, amico... E senza spezzare osso... Era veramente un Giusto. Non ho mai visto un uomo morire così! Ringrazio gli dèi di esserci stato!», esclama seriamente Longino (Vangelo di Giovanni 19,33-34). Giuseppe e Nicodemo riprendono: «Sì. Era il Figlio di Dio! Lo diciamo anche a te che sei romano, perché anche per voi Egli è morto. In nessun altro c’è salvezza (Atti degli Apostoli 4,12). Chi crede in Lui ha la vita eterna» (Vangelo di Giovanni 20,31).
Giuseppe e Nicodemo parlano ancora col centurione, poi vanno in fretta da Pilato a chiedere il corpo di Gesù. Nel scendere dal monticello incontrano Gamaliele, il grande rabbi d’Israele. Un Gamaliele spettinato, senza copricapo, senza mantello, con la veste sporca di terriccio e strappata dai rovi. Un Gamaliele che corre, salendo e ansando, con le mani nei capelli. Dice: «Cose tremende! Ero nel Tempio...! Il segno! Il terremoto! Il velo lacerato! Il Santo dei santi profanato! Che disastro!» (Vangelo di Matteo 27,51).
Sì. Il velo del tempio si è squarciato, perché Gesù Cristo ha tolto il muro di separazione che era fra Dio e l’uomo, facendo dei due una cosa sola (Lettera di Paolo agli Efesini 2,14-16). Egli è ben degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché è stato immolato e ha riscattato con il suo Sangue uomini di ogni lingua, popolo e nazione. A Lui, Agnello immolato, onore, gloria e benedizione (Libro dell’Apocalisse 5,9-13). «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte... Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti! Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Libro dell’Apocalisse 12,10; 15,3-4). Tu sei il Signore, l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, il Primo e l’Ultimo, l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente! (Libro dell’Apocalisse 1,8; 3,14; 22,13).
Giuseppe e Nicodemo entrano nella città che è ancora in preda al terrore. Gente che vaga, battendosi il petto. Gente che sale e gente che scende. Molti corrono, ma non sanno perché corrono e dove vanno. Gente sconvolta e girovaga, senza meta. Alcuni dicono: «Dio ci ha maledetti. Pietà! Abbiamo ucciso il Cristo, abbiamo rinnegato Dio e i nostri Padri. Abbiamo tolto di mezzo il Messia! Israele non sarà più il popolo eletto!». Chi geme: «I sepolcri! I sepolcri! Mi è apparsa mia madre e mi ha maledetto!» (Vangelo di Matteo 27,52-53). Si battono il petto, agitati, sconvolti. Hanno paura.
Gamaliele intanto raggiunge le croci, tutto sudato e ansimante. Dice, rivolto verso Gesù: «Il segno! Il segno!... "Queste pietre fremeranno" dicesti quando eri fanciullo presso a me e Hillel. Perché non ti ho creduto quando insegnavi nel Tempio? Dimmi che mi perdoni! Un gemito, anche un gemito solo, per dirmi che mi senti e mi perdoni». Lo crede ancora vivo. Un soldato si avvicina e gli dice: «È inutile, giudeo! Dovevi pensarci prima... È morto. E io, pagano, te lo dico: Costui, che voi avete crocifisso, era veramente il Figlio di Dio! Non ho mai visto cose simili» (Vangelo di Marco 2,12).
«Morto? Morto sei? Oh!...». Gamaliele alza il volto terrorizzato, cerca di vedere bene nella luce crepuscolare. Capisce che Gesù è senza vita, perché il suo corpo pende inerte in avanti senza moto. Poi vede il gruppo pietoso delle donne che confortano Maria, Giovanni ritto alla sinistra della croce che piange, Longino a destra, solenne, nella sua rispettosa postura. Gamaliele si pone in ginocchio, tende le braccia e piange disperatamente: «Eri Tu! Eri Tu il Messia, il Figlio di Dio! Non possiamo più avere perdono! Abbiamo chiesto il tuo Sangue su noi. Ed Esso grida al cielo e il cielo ci maledice... Oh! Ma Tu eri la Misericordia!... Il tuo Sangue su noi, per pietà! Aspergici con Esso! Perché solo il tuo Sangue può impetrarci il perdono. Tu, Luce del mondo, pietà di me! Nelle tenebre che non ti hanno compreso fa’ scendere un tuo raggio...! Sono Gamaliele, il grande rabbi, il vecchio giudeo fedele a ciò che credeva giustizia ed invece era errore. Perché non ti ho compreso quando venisti al Tempio, fanciullo, molti anni fa? Eppure meravigliasti tutti con la tua sapienza. Perché ti ho disprezzato e non mi hai detto che eri nato a Betlemme, pur essendo della Galilea? (Vangelo di Giovanni 1,46; 7,41-42.52). Perché così umile e nascondermi la luce? Sulle tue labbra vi era la Sapienza e io non l’ho udita, vi era la Grazia e io non l’ho colta, vi era la Divinità e io non l’ho vista (Salmo 44,3). Avevo occhi e non vedevo, avevo orecchi e non sentivo (Salmo 134,16-17; Libro di Geremia 5,21). Opera Tu il miracolo di far sorgere un fiore, che abbia il tuo Nome, in questo povero cuore di vecchio israelita. In questo mio povero pensiero, prigioniero delle formule, penetra Tu, Liberatore. Isaia lo dice: "Pagò per i peccatori e prese su di Sé i peccati di molti"» (Libro di Isaia 53). Me sciagurato!
Gamaliele piange. Si alza. Guarda la croce che si fa sempre più nitida nella luce che rischiara, e poi se ne va curvo, invecchiato, annichilito, sconvolto, pensoso, umiliato. Sul Calvario torna il silenzio, appena rotto dal pianto di Maria. I due ladroni, esausti dalla paura, sono ancora vivi e non parlano più. Tremano di terrore. Anche quello di sinistra non bestemmia e non impreca più.
Tornano di corsa Nicodemo e Giuseppe, dicendo di avere il permesso di Pilato per seppellire Gesù e di fare in fretta, con l’ordine di compiere il crurifragio sugli altri due condannati. Longino chiama i quattro boia, anche loro ancora terrorizzati dall’accaduto, e ordina che i due ladroni siano finiti a colpi di mazza, prima sulle gambe e poi sul petto (Vangelo di Giovanni 19,32). Una morte crudele. Cosa che avviene in pochi secondi. Giuseppe e Nicodemo, intanto, pensano a togliere Gesù dalla croce. Mentre Giovanni tiene le scale, schiodano con leve e tenaglie prima il braccio sinistro, che cade lungo il corpo pendente semistaccato. Dicono a Giovanni di salire lui pure e di lasciare le scale alle donne. Egli si passa il braccio del Signore intorno al collo e lo tiene così, tutto abbandonato sulla spalla: sembra un Bambino addormentato sul cuore della mamma.
Schiodano i piedi. Il discepolo fatica non poco a tenere e sostenere il corpo del suo Maestro. Ma schiodare il braccio destro, col chiodo nel polso, è l’operazione più difficile. Nonostante ogni sforzo di Giovanni, il Corpo pende tutto in avanti e il chiodo sprofonda nella carne. Finalmente è afferrato dalla tenaglia ed estratto piano piano. Giovanni tiene sempre Gesù per le ascelle, con la testa rovesciata sulla sua spalla. Nicodemo e Giuseppe lo afferrano uno alle cosce, l’altro ai ginocchi e, cautamente, scendono dalle scale.
Maria si pone ai piedi della croce, pronta a ricevere il suo Figlio nel grembo. Gli uomini vorrebbero adagiare il Corpo nel lenzuolo che hanno steso sui loro mantelli. Ma Maria lo vuole. Si è aperta il manto e sta con le ginocchia aperte per fare cuna al suo Dio. Glielo posano in grembo e sembra uno stanco e grande Bambino che dorme tutto raccolto sul caldo seno materno, con la testa sulla spalla della Mamma. Maria lo chiama con voce di strazio. Poi lo carezza, lo bacia e piange sulle ferite. Gli accarezza le guance, specie là dove è il livido di una bastonata (Vangelo di Luca 22,63-64). Bacia gli occhi infossati, la bocca rimasta lievemente socchiusa e storta a destra. Vorrebbe ravviargli i capelli, come ha fatto con la barba ingrommata di sangue, ma nel farlo incontra le spine. Si punge per levare la corona e non vuole farlo che Lei, con l’unica mano che ha libera. E, quando può levare questa torturante corona, si curva a medicare con i suoi baci tutti gli sgraffi delle spine. Con la mano tremante divide i capelli scomposti, li ravvia e piange, e parla piano, piano, e asciuga con le dita le lacrime che cadono sulle povere carni gelide e sanguinose del Cristo. Mentre lo carezza, con la sua piccola mano incontra lo squarcio del costato. Maria si curva per vedere, nella semiluce che si è formata, e vede. Vede il petto aperto e il cuore di suo Figlio. Urla e sembra che una spada l’abbia trafitta. Si rovescia su Gesù morto e pare morta Lei pure.
La soccorrono, la confortano, specie le donne. Maria piange disperata. Grida: «Dove ti metterò, che sia sicuro e degno di Te?». Giuseppe d’Arimatea la rassicura, dicendo: «Confortati, o Donna! Il mio sepolcro è nuovo e degno di un grande. Lo dono a te e a Lui. Lì lo deporremo. E questo mio amico, Nicodemo, ha offerto il telo ed ha già portato gli aromi nel sepolcro. Ma... ti preghiamo, poiché la sera si avvicina, lasciaci fare, o Donna santa! È Parasceve, la vigilia della Pasqua, e non si può più aspettare. Il tramonto è vicino...». Anche Giovanni e le altre donne supplicano Maria, e Lei si lascia levare dal grembo la sua Creatura e si alza, affannosa, bianca come un cadavere, vacillante, mentre gli altri avvolgono il corpo del Signore nella Sindone.
Sollevano la Salma avvolta nel lenzuolo e si avviano giù per la via. Maria è sorretta dalla cognata Maria Cleofa di Alfeo e dalla Maddalena, seguita da Marta, Maria di Zebedeo e Susanna che hanno raccolto i chiodi, le tenaglie, la corona, la spugna e la canna. Scendono tristemente verso il sepolcro, senza proferire parola. Un triste silenzio...
cognata Maria Cleofa di Alfeo e dalla Maddalena, seguita da Marta, Maria di Zebedeo e Susanna che hanno raccolto i chiodi, le tenaglie, la corona, la spugna e la canna. Scendono tristemente verso il sepolcro, senza proferire parola. Un triste silenzio…