
La Sacra Sindone
Impronta dell'amore di Dio
La sacra reliquia conservata a Torino
Tessuto di lino
La parola "Sindone" deriva dal termine greco "Sindon", che indica un telo di lino, una porzione di panno o un lenzuolo.
La Sindone, conservata a Torino da più di quattro secoli, è un grande pezzo di stoffa rettangolare, lunga metri 4,36 e larga 1,10. È il lenzuolo nel quale fu avvolto il corpo di Gesù dopo la Passione e sul quale si è formata la sua immagine.
Il tessuto, consistente e robusto, è di puro lino di colore giallastro. Lo spessore del telo è di circa 0,34 millimetri, maggiore di quello delle comuni stoffe, e pesa circa 2,45 chilogrammi.
Prima di giungere a Torino nel 1578, la Sacra Sindone passò in Francia (1353-1578), in Turchia (544-1353) e in Palestina dopo la morte di Gesù avvenuta nel 33. Per il lungo tempo trascorso e per gli avvenimenti storici accaduti, è un vero miracolo che sia giunta integra fino a noi.
L'incendio del 1532
Il Sacro Telo era custodito in un reliquiario rivestito d'argento, ripiegato due volte nel senso della lunghezza e quattro volte nel senso della larghezza, così da formare quarantotto sovrapposizioni.
A causa di un incendio che devastò la cappella del castello di Chambéry in Francia nel 1532, alcune gocce di metallo fuso bruciarono in un angolo i diversi strati della stoffa. Una volta aperto il cofanetto, il telo risultò danneggiato in modo simmetrico. In quell'occasione la Sindone rischiò di andare distrutta.
Per
tutta la lunghezza del lenzuolo si notano due linee scure e alcuni triangoli
chiari di tessuto diverso. L'acqua, usata per spegnere l'incendio e raffreddare
la cassetta rovente, infatti, ha lasciato molti aloni a forma di rombo che
circoscrivono le zone rimaste asciutte, mentre i triangoli bianchi sono le
rappezzature fatte dalle Suore clarisse per coprire le parti completamente
bruciate.
L'immagine
L'immagine del corpo di Gesù è di un colore giallino, mentre le zone insanguinate appaiono rossicce.
Il trasferimento dell'impronta sul telo è avvenuto in due modi diversi. Dagli esami effettuati, risulta che le macchie di sangue si sono formate per contatto diretto, mentre l'immagine corporale è una specie di proiezione che non ha linee nette di demarcazione.
Da quanto appare sul lenzuolo, Gesù aveva la barba, era alto circa 1 metro e 80 centimetri, aveva l'età sui 30-35 anni e pesava circa 78 chili. Fu torturato, flagellato e crocifisso.
Il viso presenta tracce di molteplici ferite e gonfiori sulla fronte, sulle sopracciglia, sulle guance e sul naso; nel complesso, però, il volto ha un aspetto composto e sereno. Si nota anche una ferita sulla spalla destra, da attribuire al trasporto della croce. I ginocchi, soprattutto il destro, risultano escoriati da ripetute cadute. Rivoli di sangue sono presenti su tutto il corpo, compresa la testa.
Ben
visibili sono le braccia e le mani incrociate sull'addome, la destra sopra la
sinistra. Sulla mano destra c'è una grande macchia di sangue, provocata da un
grosso chiodo che ha perforato il polso:
"Il
pensiero dei carnefici era di appendermi per i carpi, immediatamente al di sopra
della giuntura del polso, per rendere più sicura la sospensione. E infatti, dopo
avermi disteso sulla croce, mi trapassarono la mano destra in questo punto. Ma, dato
che il costruttore del patibolo aveva segnato il buco di sinistra — usava
segnare i posti dei chiodi per rendere più facile l’entrata del chiodo nello
spesso legno e più sicura la sospensione di un corpo messo non orizzontalmente
ma verticalmente e senza altro sostegno che tre lunghi chiodi — più lontano del
punto dove il mio carpo poteva arrivare, dopo avermi stirato il braccio sino a
produrre lo strappamento dei tendini, si decisero a configgere il chiodo al
centro del palmo, fra osso e osso del metacarpo. Nella
Sindone ciò non si rileva perché la mano destra copre la sinistra. Fu la
ferita alle membra, patita da vivo, più vasta perché, una volta alzata la croce,
quando il peso del Corpo si spostò verso il basso e in avanti, il chiodo lacerò
molto verso il pollice, allargando il foro più che non sia a destra dove il
carpo resistette alla sospensione meglio del metacarpo. E fu anche la più
tormentosa, sia per essere dalla parte del cuore, sia perché il chiodo
nell’entrare spezzò i nervi e i tendini della mano, dando spasimo atroce che mi
si propagò sino alla testa. I pittori e
gli scultori, che per senso d’arte mi dipinsero o scolpirono con la mano destra
semi aperta e la sinistra serrata a pugno, hanno testimoniato senza volere una
verità fisica del mio Corpo martirizzato, perché la mano sinistra realmente si
serrò a pugno e nello spasimo e per la troncatura dei nervi recisi, e sempre più
si chiuse, perché sempre più lo spasimo e la contrattura delle fibre nervose
aumentò col passare delle ore" (Maria Valtorta, I Quaderni del 1943,
29 dicembre).
Sul lato sinistro del torace si nota una profonda ferita, prodotta da una punta di lancia, larga circa 4 centimetri che ha perforato il cuore. Da questa ferita è sprizzato un fiotto di sangue denso e abbondante, insieme ad un liquido chiaro che alle analisi è risultato siero (Vangelo di Giovanni 19,34; Prima Lettera di Giovanni 5,6), il quale ha lasciato una debole macchia intorno alla ferita.
Sull'immagine del corpo si notano molti segni di sangue, sparsi ovunque; le ferite sono parallele e inflitte da due diverse direzioni, causate da circa 120 sferzate. Le lesioni sembrano provocate da palline di metallo, come quelle del flagello usato dai romani.
Sul fondo del telo, al centro del piede sinistro, c'è una macchia quadrata, dovuta alla penetrazione di un lungo chiodo nei piedi sovrapposti e inchiodati insieme, il sinistro sopra il destro.
La prima fotografia
Nel
1898 il fotografo Secondo Pia fotografò la Sindone. Durante lo sviluppo del
negativo, egli si accorse che l'immagine sulla lastra era molto più nitida e
comprensibile di quella che si vedeva direttamente. Quel volto con gli occhi
chiusi aveva acquistato una realtà stupefacente.
Egli stesso affermò: "Rinserrato nella mia camera oscura e assorto nel mio lavoro, provai un'emozione fortissima allorché, durante lo sviluppo, vidi apparire sulla lastra il Santo Viso, con tale chiarezza che ne rimasi stordito. Un ritratto armonioso e riconoscibile di un uomo con la barba e con lunghi capelli. Era una fisionomia che parlava di un'immensa pazienza, di una nobile rassegnazione. Anche ad occhi chiusi, il volto era soffuso di un'espressione che era impossibile analizzare".
Mistero dell'impronta
Gli studi recenti hanno consentito di accertare che l'immagine non possiede alcuna direzionalità, come avviene invece in qualsiasi disegno o pittura, e quindi non può essere stata dipinta. Non è possibile riprodurre artificialmente, per esempio con un pennello, la separazione del sangue in una fase più densa con una più liquida e chiara intorno. Impronte sanguigne di questo tipo si possono avere solo per contatto con coaguli veri sulla pelle di un uomo ferito, ed è perciò innegabile che un corpo estinto sia stato avvolto nel lenzuolo. Le fibre delle zone macchiate di sangue sono cementate insieme da questo fluido viscoso, che penetrò fino al lato opposto del tessuto.
Da un esame compiuto nel 1982 risultò che il sangue presente sul telo appartiene al gruppo AB, diffuso solamente nel 5% circa dei soggetti. È lo stesso sangue analizzato sui resti del Miracolo Eucaristico di Lanciano (Chieti), avvenuto nel secolo VIII, quando durante la celebrazione della Santa Messa l'Ostia si trasformò in Carne e il vino in Sangue.
Valutando le numerose coincidenze fra i Vangeli e l'immagine impressa sul lenzuolo, è certo che la Sindone è veramente il lenzuolo in cui fu avvolto il corpo di Gesù Cristo, dopo che fu calato dalla croce e deposto nel sepolcro. Anche i pollini rinvenuti sulla stoffa testimoniano che la Sindone fu in Palestina.
Le numerose fotografie, effettuate negli anni, rivelano che l'immagine sindonica si comporta come un negativo fotografico. Le analisi hanno accertato che l'immagine è indelebile, pur essendo molto debole, a bassissimo contrasto e senza contorni netti. Inutilmente si è provato a cancellarla su alcuni fili, con diversi tipi di solventi di laboratorio. Il suo colore giallo traslucido non è dovuto ad alcuna sostanza di apposizione: non ci sono pigmenti, colori, tinture o vernici. Non c'è traccia di penetrazione di liquidi e i fili non sono cementati fra loro. Sono essi stessi a essere ingialliti nella loro parte più superficiale. Sul rovescio della stoffa, invece, non c'è nulla.
L'ingiallimento è dovuto a una degradazione della cellulosa, che risulta ossidata e disidratata al contatto del corpo, ma rimane unico e straordinario il fenomeno che ha provocato sembianze umane così precise e dettagliate. L'immagine si è impressa in funzione della distanza tra il corpo e il lenzuolo che lo avvolgeva; è dunque un'impronta tridimensionale che non si può ottenere su un dipinto o con una normale fotografia.
In un dettato a Maria Valtorta Gesù spiega: "I miei organi non furono esenti dal soffrire. Non uno di essi. Soffocazioni e tosse per i polmoni contusi dalla barbara flagellazione e resi edematici dalla posizione sulla croce. Affanno e dolore al cuore spostato e reso infermo dalla crudele flagellazione, dal dolore morale che l'aveva preceduta, dalla fatica della salita sotto il grave peso del legno, dall'anemia consecutiva a tutto il sangue che già avevo sparso. Fegato congesto, milza congesta, reni contusi e congesti. Tu l'hai vista la corona di lividi che stava intorno ai miei reni. I vostri scienziati, per dare una prova alla vostra incredulità rispetto a quella prova del mio patire che è la Sindone, spiegano come il sangue, il sudore cadaverico e l'urea di un corpo sopraffaticato abbiano potuto, mescolandosi agli aromi, produrre quella naturale pittura del mio Corpo estinto e torturato. Meglio sarebbe credere senza aver bisogno di tante prove per credere. Meglio sarebbe dire: "Ciò è opera di Dio" e benedire Iddio che vi ha concesso di avere la prova indiscussa della mia Crocifissione e delle precedenti torture! Ma poiché, ora, non sapete più credere con la semplicità dei bambini, ma avete bisogno di prove scientifiche - povera fede, la vostra, che senza il puntello e il pungolo della scienza non sa star ritta e camminare - sappiate che le contusioni feroci dei miei reni sono state l'agente chimico più potente nel miracolo della Sindone. I miei reni, quasi franti dai flagelli, non hanno più potuto lavorare. Come quelli degli arsi in una vampa, sono stati incapaci di filtrare, e l'urea si è accumulata e sparsa nel mio sangue, nel mio corpo, dando le sofferenze della intossicazione uremica e il reagente che trasudando dal mio cadavere fissò l'impronta sulla tela. Ma chi è medico fra voi, o chi fra voi è malato di uremia, può capire quali sofferenze dovettero darmi le tossine uremiche, tanto abbondanti da esser capaci di produrre un'impronta indelebile" (Maria Valtorta, I Quaderni del 1944, 20 febbraio).
È il Signore
Può
accettare che la Sindone sia un falso medioevale solo chi non conosce la
complessità degli studi effettuati sul telo. Il verdetto al Carbonio-14 emanato
nel 1988, con il quale si definiva l'età della Sindone intorno al XIII secolo, è
sembrato assurdo perfino agli stessi esperti di sindonologia, essendo in
evidente contrasto con i dati scientifici emersi dal lenzuolo stesso.
Una cosa è certa: la Sindone non è un falso. Con nessuna tecnica si poteva ottenere nel Medio Evo un'immagine così reale e complessa, né si riesce tuttora a ottenere qualcosa di simile con tutta la tecnologia moderna. Non è un dipinto, ma una proiezione del corpo che ha codificato in sé l'informazione tridimensionale ed è come se fosse stata impressa da un fenomeno fotoradiante.
Molti non credono, poiché per loro le prove non sono mai sufficienti. Per quelli che credono, invece, le prove non sono mai necessarie. Sembra che Gesù interroghi anche noi con queste parole del Vangelo: "E voi chi dite che io sia?" (Vangelo di Marco 8,29). Sul telo ci sono il sangue, il sudore, le lacrime del Signore e le lacrime di Maria che, dopo la crocifissione, prese il Figlio sul suo grembo e lo lavò col suo pianto. Perciò è la reliquia più grande che abbiamo, quasi paragonabile alla Divina Eucarestia: "Nel vostro Piemonte vi è una testimonianza di Dio non inferiore a quella del Tabernacolo mosaico. Perché, se in esso erano due tavole scritte dal profeta di Dio, qui vi è la storia della mia Passione scritta con inchiostro di Sangue divino sul lino che la pietà offerse ad avvolgere la mia nudità di Immolato" (Maria Valtorta, I Quaderni del 1943, 23 ottobre).
La Sindone è muta, ma parlano per essa le sue piaghe. Tace e lascia che la scienza parli, anche a sproposito, per affidare al tempo il compito della verità. La Sindone è un dono di Dio: è Gesù che ce l'ha lasciata, insieme a tutti gli altri segni della sua esistenza. Essa non solo testimonia la sua atroce Passione, ma anche la sua immacolata Concezione. Sembra infatti che sulla Sindone non ci siano tracce dell'ombelico. Ciò sarebbe confermato dalla seguente rivelazione: "La mia Sindone, per chi sa vedere, è non soltanto testimonianza che Io sono veramente morto e sono risorto, ma anche testimonianza di come fui concepito e nacqui non secondo le leggi dell'umanità. È quindi conferma alle verità che la Religione mia insegna: il mio concepimento per opera dello Spirito Santo; la divina Maternità di Maria; la sua verginità perpetua; la mia passione e morte; la mia risurrezione gloriosa" (Maria Valtorta, I Quaderni del 1945-50, 20 maggio). Perciò non ci sono parole più belle per concludere, di queste pronunciate da papa Paolo VI: "Io guardo quel volto, e tutte le volte che lo guardo, il cuore mi dice: è Lui, è il Signore!".