l’amore soprannaturale
L’amore umano, terreno, si basa sull’amore verso se stessi, da cui ha origine ogni altra affezione materiale. Infatti, perché uno ama? per riceverne soddisfazione. Tale gioia, però, non sazia mai completamente, anzi è talmente precaria che, se ostacolata, può tramutarsi in tristezza. Ciò è visibile ogni giorno ai nostri occhi ed è confermato dalla storia, specialmente dai tristi eventi delle guerre.
Gesù, invece, ci insegna a percorrere la sublime via del vero amore, dell’amore spirituale, che non si ferma al bene per se stessi, ma si perfeziona nell’amore verso Dio. In questo modo la «passione» non si esaurisce mai, e nemmeno si rallenta, perché Dio continua a sostenerla con il suo fuoco di grazia.
Gesù ha detto: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti» (Vangelo di Matteo 22,37-40). Amare Dio sopra ogni cosa da forza per amare il prossimo come se stessi. Senza Dio, infatti, tutto perde senso, valore, fondamento, importanza. Senza Dio, che è la Vita, tutto diventa morte, non-senso, inutilità, illusione. Amare Dio è anche un atto di riconoscenza per tutto il bene che Egli ci ha dato.
Dobbiamo perciò amare il prossimo in Dio, nulla sperando da esso, nulla pretendendo; amarlo perché ha bisogno del soprannaturale amore per essere salvato; amarlo pensando che ogni uomo è opera di Dio e che Dio è morto per ogni opera umana; amarlo, pensando al dolore di Gesù nel Getsemani, quando ogni singhiozzo del Redentore rispondeva al nome di un soggetto per il quale inutile sarebbe stata la sua morte.
Dio chiama anche noi al vero amore soprannaturale, perdonando, compatendo, istruendo, pazientando, soffrendo per il trionfo del bene e la sconfitta del male.
Siamo poveri? Non importa: l’amore soprannaturale non ha, come mezzo di espansione, il denaro. Siamo malati e impotenti? Non importa: l’amore soprannaturale, per diffondersi, non ha bisogno della salute fisica e della forza corporale. Siamo impediti, isolati e il mondo ci ignora? Non importa: l’amore soprannaturale non ha bisogno della libertà materiale, del successo e della fama.
Maria, la Madre di Gesù, era povera e ignorata, ritirata prima nel tempio e poi nella sua verginità segreta. Eppure ci ha dato il Tesoro dei tesori: il Salvatore, la Parola, Dio. Era silenziosa, impotente, perché come donna era ritenuta un niente dal giudaismo. Eppure nessuna creatura, ha mai ottenuto tanto onore, gloria e riconoscenza come Lei che è la «Benedetta fra le donne» (Vangelo di Luca 1,42).
L’amore perfetto di Maria, il suo amore umano e ancor più soprannaturale, ha compiuto il miracolo di giungere al cielo, di aprirne le porte, trarne il Cristo, portando la Vita attraverso il sangue del Redentore. Maria ha saputo darci la Grazia, offrendo nel silenzio e con amore il suo Gesù, dal momento in cui nacque a Betlemme fino al momento della sua gloriosa ascensione al cielo sul Monte degli ulivi.
«Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto», disse Maria all’apparizione dell’Angelo (Vangelo di Luca 1,38). Ma queste parole le ha ripetute altre volte durante la sua vita di Madre, di Sposa e di Figlia dell’Altissimo. Le ha ripetute nella grotta di Betlemme, nel tempio di Gerusalemme, nella casetta di Nazaret, sul monticello del Golgota, sul Monte degli ulivi e ogni volta che il Padre le chiedeva un sacrificio della sua volontà sempre più alto.
«Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre», disse un giorno Gesù davanti ai parenti e alla Madre, lodandola in segreto (Vangelo di Matteo 12,50). Infatti, Maria è grande non tanto per essere la Madre di Dio, quanto per aver vissuto la carità. Ella è ora gloriosa per aver fatto, sempre e alla perfezione, la volontà di Dio.
Come fu per Maria, agli occhi del Signore il nostro merito non consiste nell’amore che diamo per ricevere, ma nell’amore che riceviamo per dare, cioè nell’amore gratuito, vero, disinteressato, soprannaturale, basato su Dio. Tale forza è come una casa basata sulla roccia che nessuna prova distrugge (Vangelo di Matteo 7,24-25). Gesù, che è il Maestro, ci istruisce in questa scienza sublime e sicura, affinché per mezzo di essa noi procediamo risoluti nelle sue vie verso la meta che la scienza soprannaturale promette, cioè il possesso del Regno.
Anche l’apostolo Paolo ci incoraggia in questo santo e importante cammino verso il vero amore soprannaturale: «Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Lettera di Paolo agli Efesini 3,17-19).
inescusabili
Dice l’apostolo Paolo: «L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti» (Lettera di Paolo ai Romani 1,18-22).
Quelli che vorrebbero eliminare Dio dal pensiero, dalla cultura, dalla storia dell’uomo, sgretolando con ogni mezzo ogni testimonianza del soprannaturale, con il loro atteggiamento confessano di essere degli stolti privi di ragione, poiché dicono: «Non credo in Dio perché non lo vedo». Dicendo così si oppongono alla loro stessa ragione che reclama verità, perché non è possibile alla creatura negare il Creatore. Anche solo considerando l’armonica formazione della natura umana, in cui la materia e lo spirito si intersecano formando una sola cosa meravigliosa, l’uomo non può negare l’esistenza del divino dicendo: «Non credo, perché non vedo». Vediamo noi forse l’aria che respiriamo, l’intelligenza che usiamo, le forze che ci avvolgono, i confini che ci limitano? Dire: «Non credo, perché non vedo» è da stolti. Siamo forse Dio per conoscere e vedere tutto ciò che esiste? Che ne sappiamo noi degli sconfinati spazi dell’universo e delle forze che lo sovrastano? Che ne sappiamo di ciò che c’è oltre questo cerchio immenso, dove ruotano quantità sconfinate di galassie fatte di stelle, di pianeti, di satelliti, di polveri, di gas, di meteore? Che ne sappiamo noi dello sterminato passato e dell’incognito futuro? Perciò stolto chi dice: «Non credo, perché non vedo».
No. Non vedere per credere, ma credere per vedere (Vangelo di Giovanni 14,21; Lettera agli Ebrei 11,6), come tutti quei ciechi guariti da Gesù che ottennero la vista mediante la loro fede, perché solo mediante la fede, che si traduce nel timore di Dio e nell’osservanza dei suoi precetti, si raggiunge la vera conoscenza, si vede, si comprende. Dio è luce e chi lo ama conosce la verità. Lo dice la Verità stessa: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Vangelo di Giovanni 8,31-32). Liberi. Sì, liberi! perché non più schiavi dell’ignoranza e dell’incapacità di conoscere. Liberi di poter scegliere dopo aver conosciuto. Poiché non è libero di scegliere chi poco conosce. È libero chi conosce tutto, cioè conosce il bene e il male, la verità e la menzogna, la conoscenza e l’ignoranza, la luce e la tenebra, la vita e la morte. Libero di poter scegliere.
Dunque: credere per vedere, non vedere per credere! Il cieco guarito da Gesù poté vedere perché credette (Vangelo di Marco 10,46-52). Come senza la fede non ci può essere miracolo, così senza la fede non ci può essere visione. Gesù si manifesta a chi lo ama: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Vangelo di Giovanni 14,21).
Parlare di avvilenti discendenze dalle scimmie, come sostengono certe teorie moderne, non serve per giustificare il prodigio naturale dell’uomo intelligente. L’evoluzione non può dare a una bestia la perfezione visibile e invisibile dell’uomo, cioè le sue divine qualità naturali e spirituali.
Come afferma San Paolo, le perfezioni invisibili del Creatore possono essere da noi contemplate nelle opere da Lui compiute. Dio è visibile all’intelligenza dell’uomo intelligente, attraverso le sue meravigliose creature. Tutto – dalla goccia di rugiada all’immensità degli oceani, dagli steli di grano ai possenti alberi equatoriali, dall’insignificante verme al gigantesco elefante, dall’umile terra al prezioso minerale, dagli aridi deserti agli eterni ghiacciai, dall’utile fuoco ai potenti vulcani, dal meraviglioso sole alle paurose tenebre, dalla bianca luna alle infinite stelle, dal granello di sabbia alle enormi galassie, dall’istintivo animale al razionale uomo – tutto parla di Dio, lo indica e lo mostra nella sua divina intelligenza. Perciò coloro che negano il Signore, visibile in tutte le cose, o sono mentitori: «Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani» (Vangelo di Matteo 13,15), o come dice ancora la Scrittura confessano apertamente di essere degli stolti: «Lo stolto pensa: “Non c’è Dio”» (Salmo 13,1).
Coloro che non hanno l’umiltà di credere, fra cui molti scienziati e personaggi illustri, non sono degli sciocchi che non possono comprendere certe verità, perché hanno il dono di una grande intelligenza. Sono quindi traditori della loro stessa intelligenza, servitori della loro stessa stoltezza, nemici della loro stessa coscienza, perché sono asserviti alla menzogna e alla superbia. Essi negano Dio, perché sono servi di colui che nega il bene per volerlo distruggere. Negano tutto, perché è più facile demolire che edificare, perché il loro pensiero è applaudito da molti e perché, negando, credono di mettere in pace la loro coscienza che invece vorrebbe credere. Fuggono l’impegno, la fatica, il sacrificio che la virtù comanda. Pur intuendo che Dio non può che esistere poiché tutto parla di Lui, lo negano, lo ripudiano, tentano di schernirlo anziché lodarlo e glorificarlo; lo odiano anche, invece di avere riconoscenza per le provvidenze infinite che Egli ha per loro, benché essi non le riconoscano e non le meritino. Tali «inescusabili» respingono il Signore perché li interpella, li chiama, li rimprovera, li giudica, li condanna: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta… Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie» (Vangelo di Giovanni1,3-5; 3,18-19). Costoro respingono Gesù anche per non dover diventare testimoni della verità, in un mondo sempre più contrario alla verità, e per non dover allontanarsi da amici e conoscenti, che tali sono e rimangono solo per interesse mondano.
Se Dio non fosse Dio, ossia non fosse Colui che è al disopra della giustizia e della vendetta umane; se Dio fosse simile a questi ingrati, darebbe forse loro aria, luce, sole, acqua, cibo, vestito? Non si obietti: «Li dà perché è costretto, non potendo far morire i buoni per colpa dei cattivi». E perché non potrebbe? Tutto è possibile a Lui (Libro della Genesi 18,14; Libro di Geremia 32,27; Vangelo di Luca 1,37). La verità è, invece, che Dio è Colui che fa scendere i raggi del suo sole sui buoni e sui cattivi per ricompensare i giusti e santificare i peccatori, dando a questi ultimi il tempo di ravvedersi (Libro di Ezechiele 33,11; Vangelo di Matteo 5,45). Dio è buono e paziente. La sua vendetta è il perdono, dato non sette volte ma «settanta volte sette» (Vangelo di Matteo 18,22): «Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore… Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe» (Salmo 102,8.10). Finché c’è vita nell’uomo, Dio è longanime e misericordioso. Poi, allo scadere del tempo, Egli giudica e inappellabile è il suo giudizio: «Io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta. Oracolo del Signore Dio… Ti giudicherò secondo la tua condotta e i tuoi misfatti» (Libro di Ezechiele 18,30; 24,14).