Maria Valtorta

 

L’EVANGELO COME MI È STATO RIVELATO

Volume 10°

 

Indice del Volume Decimo

(capitoli 601-652)

 

PASSIONE E MORTE DI GESÙ

 

601. Introduzione

602. Verso il Getsemani con undici apostoli. L'agonia spirituale e la cattura

603. Riflessioni sull'agonia nel Getsemani e premessa agli altri dolori della Passione

604. I processi e il rinnegamento di Pietro. Considerazioni su Pilato

605. Disperazione e suicidio di Giuda Iscariota. Avrebbe ancora potuto salvarsi se si fosse pentito

606. Gesù e Maria sono l'antitesi di Adamo ed Eva. Giuda Iscariota è il nuovo Caino. La vera evoluzione dell'uomo è quella del suo spirito

607. Giovanni va a prendere la Madre

608. La via dolorosa dal Pretorio al Calvario

609. La crocifissione, la morte e la deposizione dalla croce

610. Angoscia di Maria al Sepolcro e unzione del Corpo di Gesù

611. La chiusura del Sepolcro e il ritorno al Cenacolo

612. La notte del Venerdì Santo. Lamento della Vergine. Il velo di Niche e la preparazione degli unguenti

613. Riflessioni sulla Passione di Gesù e di Maria e sulla Con-passione di Giovanni

614. Il giorno del Sabato Santo

615. La notte del Sabato Santo

 

GLORIFICAZIONE DI GESÙ E DI MARIA

 

616. Il mattino della Risurrezione. Preghiera di Maria

617. La Risurrezione

618. Gesù risorto appare alla Madre

619. Le pie donne al Sepolcro

620. Considerazioni sulla Risurrezione

621. Apparizione a Lazzaro

622. Apparizione a Giovanna di Cusa

623. Apparizione a Giuseppe d'Arimatea, a Nicodemo e a Mannaen

624. Apparizione ai pastori

625. Apparizione ai discepoli di Emmaus

626. Venuta dei pagani e accenni ad altre apparizioni

627. Apparizione agli apostoli nel Cenacolo

628. Il ritorno di Tommaso e la sua incredulità

629. Apparizione agli apostoli con Tommaso. Discorso sulla dignità del sacerdozio e sui sacerdoti futuri

630. Gli apostoli mandati al Getsemani. Meditazioni sulla preghiera del "Padre nostro"

631. Gli apostoli mandati sul Golgota e il loro ritorno al Cenacolo

632. Apparizioni a varie persone in luoghi diversi

633. Apparizione sulle rive del lago e conferimento del mandato a Pietro

634. Ammaestramenti agli apostoli e a numerosi discepoli sul monte Tabor. Marziam consolato

635. Lezione sui Sacramenti e predizioni sulla Chiesa

636. La Pasqua supplementare

637. Addio alla Madre prima di ascendere al Padre. Tutto noi abbiamo per Maria

638. Ultimi ammaestramenti nel Getsemani e commiato. Ascensione di Gesù al Padre

639. L'elezione di Mattia

640. La discesa dello Spirito Santo. Fine del ciclo messianico

641. Pietro celebra l'Eucarestia in una riunione dei primi cristiani

642. Maria Ss. prenderà dimora al Getsemani con Giovanni, che le predice l'Assunzione

643. Maria Ss. con Giovanni nei luoghi della Passione

644. Istituzione della "domenica". Graduale conversione di Gamaliele. Le due sindoni

645. Il processo a Stefano e la sua lapidazione. Le opposte vie di Saulo e di Gamaliele alla santità

646. Sepoltura di Stefano e inizio della persecuzione

647. Gamaliele si fa cristiano

648. Pietro si congeda da Maria Ss. dopo un colloquio con Giovanni

649. Transito beato di Maria Santissima

650. Assunzione gloriosa di Maria Santissima

651. Riflessioni sul Transito di Maria Santissima, sulla sua Assunzione e sulla sua Regalità

652. Commiato all'Opera

 

Passione e Morte di Gesù

 

601. Introduzione

 

Dice Gesù:

«Ed ora vieni. Per quanto tu sia questa sera come uno prossimo a spirare, vieni, ché Io ti conduca verso le mie sofferenze. Lungo sarà il cammino che dovremo fare insieme, perché nessun dolore mi fu risparmiato. Non dolore della carne, non della mente, non del cuore, non dello spirito. Tutti li ho assaggiati, di tutti mi sono nutrito, di tutti dissetato, fino a morirne. Se tu appoggiassi sul mio labbro la tua bocca, sentiresti che essa ancora conserva l'amarezza di tanto dolore.

Se tu potessi vedere la mia Umanità nella sua veste, ora fulgida, vedresti che quel fulgore emana dalle mille e mille ferite che coprirono con una veste di porpora viva le mie membra lacerate, dissanguate, percosse, trafitte per amore di voi.

Ora è fulgida la mia Umanità. Ma fu un giorno che fu simile a quella d'un lebbroso, tanto era percossa ed umiliata. L'Uomo-Dio, che aveva in Sé la perfezione della bellezza fisica, perché Figlio di Dio e della Donna senza macchia, apparve allora, agli occhi di chi lo guardava con amore, con curiosità o con occhio sprezzante, brutto: un "verme", come dice Davide, l'obbrobrio degli uomini, il rifiuto della plebe.

L'amore per il Padre e per le creature del Padre mio mi ha portato ad abbandonare il mio corpo a chi mi percoteva, ad offrire il mio volto a chi mi schiaffeggiava e sputacchiava, a chi credeva fare opera meritoria strappandomi le chiome, svellendomi la barba, trapassandomi la testa con le spine, rendendo complice anche la terra e i suoi frutti dei tormenti inflitti al suo Salvatore, slogandomi le membra, scoprendo le mie ossa, strappandomi le vesti e dando così alla mia purezza la più grande delle torture, configgendomi ad un legno e innalzandomi come agnello sgozzato sugli uncini di un beccaio, e abbaiando, intorno alla mia agonia, come torma di lupi famelici che l'odore del sangue fa ancora più feroci.

Accusato, condannato, ucciso. Tradito, rinnegato, venduto. Abbandonato anche da Dio perché su Me erano i delitti che m'ero addossato. Reso più povero del mendico derubato da briganti, perché non mi fu lasciata neppur la veste per coprire la mia livida nudità di martire. Non risparmiato neppur oltre la morte dall'insulto di una ferita e dalle calunnie dei nemici. Sommerso sotto il fango di tutti i vostri peccati, precipitato sino in fondo al buio del dolore, senza più luce del Cielo che rispondesse al mio sguardo morente, né voce divina che rispondesse al mio invocare estremo.

Isaia la dice la ragione di tanto dolore: "Veramente Egli ha preso su di Sé i nostri mali ed ha portato i nostri dolori".

I nostri dolori! Sì, per voi li ho portati! Per sollevare i vostri, per addolcirli, per annullarli, se mi foste stati fedeli. Ma non avete voluto esserlo. E che ne ho avuto? Mi avete "guardato come un lebbroso, un percosso da Dio". Si, era su Me la lebbra dei vostri peccati infiniti, era su Me come una veste di penitenza, come un cilicio; ma come non avete visto tralucere Dio, nella sua infinita carità, da quella veste indossata per voi sulla sua santità?

"Piagato per le nostre iniquità, trafitto per le nostre scelleratezze" dice Isaia, che coi suoi occhi profetici vedeva il Figlio dell'uomo divenuto tutta una lividura per sanare quelle degli uomini. E fossero state unicamente ferite alla mia carne!

Ma ciò che più m'avete ferito fu il sentimento e lo spirito. Dell'uno e dell'altro avete fatto zimbello e bersaglio; e mi avete colpito nell'amicizia, che avevo posto in voi, attraverso Giuda; nella fedeltà, che speravo da voi, attraverso Pietro che rinnega; nella riconoscenza per i miei benefici, attraverso coloro che mi gridavano: "Muori!", dopo che Io li avevo risorti da tante malattie; attraverso l'amore, per lo strazio inflitto a mia Madre; attraverso alla religione, dichiarandomi bestemmiatore di Dio, Io che per lo zelo della causa di Dio m'ero messo nelle mani dell'uomo incarnandomi, patendo per tutta la vita e abbandonandomi alla ferocia umana senza dire parola o lamento.

Sarebbe bastato un volgere di occhi per incenerire accusatori, giudici e carnefici. Ma ero venuto volontariamente per compiere il sacrificio, e come agnello, perché ero l'Agnello di Dio e lo sono in eterno, mi sono lasciato condurre per essere spogliato e ucciso e per fare della mia Carne la vostra Vita.

Quando fui innalzato ero già consumato da patimenti senza nome, con tutti i nomi. Ho cominciato a morire a Betlemme nel vedere la luce della Terra, così angosciosamente diversa per Me che ero il Vivente del Cielo. Ho continuato a morire nella povertà, nell'esilio, nella fuga, nel lavoro, nell'incomprensione, nella fatica, nel tradimento, negli affetti strappati, nelle torture, nelle menzogne, nelle bestemmie. Questo ha dato l'uomo a Me che venivo a riunirlo con Dio!

Maria, guarda il tuo Salvatore. Non è bianco nella veste e biondo nel capo. Non ha lo sguardo di zaffiro che tu gli conosci. Il suo vestito è rosso di sangue, è lacero e coperto di immondezze e di sputi. Il suo volto è tumefatto e stravolto, il suo sguardo velato dal sangue e dal pianto, e ti guarda attraverso la crosta di questi e della polvere che appesantiscono le palpebre. Le mie mani - lo vedi? - sono già tutte una piaga e attendono la piaga ultima.

Guarda, piccolo Giovanni, come mi guardò tuo fratello Giovanni. Dietro il mio andare restano impronte sanguigne. Il sudore dilava il sangue che geme dalle lacerazioni dei flagelli, che ancor resta dall'agonia dell'Orto. La parola esce, nell'anelito dell'affanno di un cuore già morente per tortura d'ogni nome, dalle labbra arse e contuse.

D'ora in poi mi vedrai sovente così. Sono il Re del Dolore e verrò a parlarti del dolore mio con la mia veste regale. Seguimi, nonostante la tua agonia. Saprò, poiché sono il Pietoso, mettere davanti alle tue labbra, attossicate dal mio dolore, anche il miele profumato di più serene contemplazioni. Ma devi ancor più preferire queste di sangue, perché per esse tu hai la Vita e con esse porterai altri alla Vita. Bacia la mia mano sanguinosa e vigila meditando su Me Redentore».

 

Vedo Gesù così come Egli si descrive. Questa sera, dalle 19 in poi (sono le 1,15 dell'11, ormai) sono proprio in agonia.

 

Mi dice Gesù questa mattina, 11 febbraio, alle 7,30:

«Ieri sera non ho voluto che parlarti di Me penante, perché ho iniziato la descrizione e visione dei miei dolori. Ieri sera è stata l'introduzione. Ed eri così sfinita, amica mia! Ma, prima che l'agonia torni, ti devo fare un dolce rimprovero.

Ieri mattina sei stata egoista. Hai detto al Padre: "Speriamo che io duri, perché la mia fatica è la più grande". No. La sua è la più grande, perché è faticosa e non compensata dalla beatitudine del vedere e dall'avere Gesù presente, come tu hai, anche con la sua santa Umanità. Non essere mai egoista, neppure nelle cose minime. Una discepola, un piccolo Giovanni, deve essere umilissimo e caritatevolissimo come il suo Gesù.

Ed ora vieni a stare con Me. "I fiori sono apparsi... il tempo di potare è venuto... si è sentita nelle campagne la voce della tortorella...". E sono i fiori nati nelle pozze del Sangue del tuo Cristo. E Colui che sarà reciso come ramo potato è il Redentore. E la voce della tortora, che chiama la sposa al suo convito di nozze dolorose e sante, è la mia che ti ama.

Sorgi e vieni, come dice la Messa d'oggi. Vieni a contemplare ed a soffrire. È il dono che concedo ai prediletti».

 

602. Verso il Getsemani con undici apostoli

        L'agonia spirituale e la cattura

 

La via è tutta silenziosa. Solo una fontanella che ricade in un bacino di pietra mette un suono in tanto silenzio. Lungo i muri delle case, dal lato d'oriente, vi è ancora oscurità, mentre dall'altro lato la luna comincia a fare bianco il sommo delle case e, dove la via allarga in una piazzetta, ecco che il latteo argenteo della luna scende a far belli anche i ciottoli e la terra della via. Ma sotto i frequenti archivolti che vanno da casa a casa, simili a ponti levatoi od a puntelli a queste vecchie case dalle scarsissime aperture sulle vie, e che in quest'ora sono tutte chiuse e buie come fossero case abbandonate, vi è l'oscurità perfetta, e il rossastro della torcia portata da Simone acquista una singolare vivezza e un'ancora più grande utilità. I visi, in quella luce rossa e mobile, si mostrano con un rilievo netto e, tanti quanti sono, rivelano altrettanti e diversi stati d'animo.

Il più solenne e calmo è quello di Gesù. Per quanto una stanchezza lo invecchi marcandolo di linee che solitamente non ha e che fanno già apparire la futura effigie del suo volto ricomposto nella morte.

Giovanni, che gli è al fianco, gira uno sguardo stupefatto, dolente, su tutto quanto vede. Sembra un fanciullo terrorizzato da qualche racconto udito o da qualche promessa paurosa e che invochi aiuto da chi sa di più di lui. Ma chi gli può dare aiuto?

Simone, che è all'altro fianco di Gesù, ha il viso chiuso, cupo, di chi rimugina in sé pensieri atroci. Ed è ancora l'unico che, dopo Gesù, mostri un aspetto dignitoso.

Gli altri, in due gruppi che continuamente si alternano nella loro formazione, sono tutto un fermento. E ogni tanto la voce rauca di Pietro o quella baritonale di Tommaso si elevano con risonanza strana. Poi si riabbassano, come paurosi di quello che dicono. Discutono sul da farsi, e chi propone l'una e chi l'altra cosa. Ma cadono tutte le proposte, perché realmente sta per iniziarsi "l'ora delle tenebre" e i giudizi umani restano oscurati e confusi.

«Bisognava dirmelo prima», arrangola Pietro.

«Ma non uno ha parlato. Non il Maestro...», dice Andrea.

«Sì! Proprio Lui te lo diceva. Ma fratello! Sembra che tu non lo conosca!...», gli risponde Pietro.

«Io sentivo qualche cosa di turbato. E l'ho detto: "Andiamo a morire con Lui". Ve lo ricordate? Ma, per il nostro santissimo Iddio, se avessi saputo che era Giuda di Simone!...», tuona Tommaso minaccioso.

«E che volevi fare?», chiede Bartolomeo.

«Io? Io farei anche ora se mi aiutaste!».

«Cosa? Partiresti per ucciderlo? E dove?».

«No. Porterei via il Maestro. È più semplice».

«Non verrebbe! »

«Non gli chiederei se verrebbe. Lo rapirei come si rapisce una donna».

«Non sarebbe una malvagia idea!», dice Pietro. E impulsivo torna indietro, si mette nel gruppo dei due figli di Alfeo che con Matteo e Giacomo bisbigliano piano come congiurati.

«Sentite, dice Tommaso di portare via Gesù. Tutti insieme. Si potrebbe... dal Get-Samnì per Betfage a Betania e di là... vela per qualche posto. Lo facciamo? Messo in salvo Lui, si torna e si stermina Giuda».

«È inutile. Israele è tutta una trappola», dice Giacomo d'Alfeo.

«Ed ora è prossima a chiudersi. Lo si capiva. Troppo odio!».

«Ma, Matteo! Mi fai rabbia! Avevi più coraggio quando eri peccatore! Di' tu, Filippo».

Filippo, che viene solo solo e pare monologare fra sé, alza il viso e si ferma. Pietro lo raggiunge e bisbigliano fra loro. Poi raggiungono il gruppo di prima: «Io direi che il posto migliore è nel Tempio», dice Filippo.

«Sei matto?», urlano i cugini, Matteo e Giacomo. «Ma se là lo vogliono morto!».

«Sss! Quanto baccano! So quello che mi dico. Lo cercheranno da per tutto. Ma non lì. Tu e Giovanni avete buone amicizie fra i servi di Anna. Si dà un bel boccone d'oro... e tutto è fatto. Credete! Il posto migliore per nascondere uno ricercato è in casa dei carcerieri».

«Io non lo faccio», dice Giacomo di Zebedeo. «Però, senti anche gli altri. Giovanni per primo. E se poi lo arrestano? Non voglio che si dica che sono io il traditore...».

«Non ci avevo pensato. E allora?». Pietro è annichilito.

«E allora io direi che è pietoso fare una cosa. L'unica che possiamo. Portare via la Madre...», dice Giuda d'Alfeo.

«Già!... Ma... Chi ci va? Che le si dice? Va' tu, parente».

«Io resto con Gesù. È mio diritto. Va' tu».

«Io?! Mi sono armato di spada per morire come Eleazaro di Saura. Traverserò legioni per difendere il mio Gesù e colpirò senza ritegno. Se la forza dei più mi ucciderà, non importa. Lo avrò difeso», proclama Pietro.

«Ma sei proprio sicuro che è l'Iscariota?», chiede Filippo al Taddeo.

«Ne sono sicuro. Nessuno di noi ha cuore di serpe. Solo lui... Va' tu, Matteo, da Maria e dille...»

«Io? Ingannarla? Vederla al mio fianco ignara, e poi?... Ah! no. Sono pronto alla morte, ma non a tradire quella colomba...»

Le voci si mischiano in un sussurro.

«Odi? Maestro, noi ti amiamo», dice Simone.

«Lo so. Non ho bisogno di quelle parole per saperlo. E se danno pace al cuore del Cristo esse feriscono la sua anima».

«Perché, Signor mio? Sono parole d'amore».

«Di tutto umano amore. In verità, in questi tre anni non ho fatto nulla, perché voi siete ancora più umani della prima ora. Lievitano in voi tutti i fermenti più fangosi, questa sera. Ma non è colpa vostra...».

«Salvati, Gesù!», geme Giovanni.

«Mi salvo».

«Sì? Oh! Mio Dio, grazie!». Giovanni pare un fiore piegato da arsione e che torni fresco sullo stelo. «Lo dico agli altri. Dove andiamo?».

«Io alla morte. Voi alla Fede».

«Ma non avevi detto ora che ti salvavi?». Il prediletto si accascia di nuovo.

«Mi salvo, infatti, mi salvo. Se non ubbidissi al Padre mi perderei. Ubbidisco. Perciò mi salvo. Ma non piangere così! Sei meno bravo dei discepoli di quel filosofo greco di cui ti parlai un giorno. Essi rimasero presso il maestro morente per cicuta, confortandolo col loro virile dolore. Tu... tu sembri un pargolo che abbia perduto suo padre».

«E non è forse così? Più che se perdessi il padre, io perdo! Perdo Te...».

«Non mi perdi poiché continui a volermi bene. È perduto uno che è da noi separato dalla dimenticanza sulla Terra e dal giudizio di Dio nell'al di là. Ma noi non saremo separati. Mai. Né da questo, né da quello».

Ma Giovanni non intende ragioni.

Simone si fa ancora più vicino a Gesù e gli confida sottovoce: «Maestro... io... io e Simon Pietro speravamo di fare qualche cosa di buono... Ma... Tu che sai tutto, dimmi: fra quante ore pensi essere catturato?».

«Non appena la luna è al colmo del suo arco».

Simone ha un atto di dolore e di impazienza, per non dire di stizza. «Allora tutto fu inutile... Maestro, ora ti spiego. Tu hai quasi rimproverato me e Simon Pietro per averti lasciato tanto solo in questi ultimi giorni... Ma eravamo lontani per Te... per amore di Te. Pietro, nella notte del lunedì, impressionato dalle tue parole, è venuto da me mentre dormivo e mi ha detto: "Io e te, di te mi fido, dobbiamo fare qualche cosa per Gesù. Anche Giuda ha detto di volersene occupare". Oh! perché non abbiamo capito allora? Perché non ci hai detto nulla Tu? Ma, dimmi, a nessuno lo hai detto? Proprio a nessuno? Forse lo hai compreso solo poche ore fa?».

«L'ho sempre saputo. Prima ancora che egli fosse nei discepoli. E perché il suo delitto non fosse perfetto, e nel divino e nell'umano, ho cercato in tutti i modi di allontanarlo da Me. Coloro che vogliono che Io muoia sono i carnefici di Dio. Questo, mio discepolo e amico, è anche il traditore, il carnefice dell'Uomo. Il mio primo carnefice, perché mi ha già fatto morto con lo sforzo di averlo al fianco, alla mensa, e di doverlo proteggere con Me stesso contro voi».

«E nessuno lo sa?».

«Giovanni. Gliel'ho detto alla fine della Cena. Ma che avete fatto?».

«E Lazzaro? Non sa proprio nulla Lazzaro? Oggi fummo da lui, perché egli è venuto di prima mattina, ha sacrificato ed è ripartito senza neppure fermarsi al suo palazzo né andare al Pretorio. Perché lui ci va sempre, per consuetudine presa dal padre. E Pilato, lo sai, c'è in città, in questi giorni...».

«Sì. Tutti ci sono. C'è Roma, la nuova Sionne, con Pilato. C'è Israele con Caifa ed Erode. C'è tutto Israele, perché la Pasqua ha raccolto i figli di questo popolo ai piedi dell'altare di Dio... Hai visto Gamaliele?».

«Si. Perché questa domanda? Lo devo rivedere anche domani...».

«Gamaliele questa sera è a Betfage. Lo so. Quando saremo giunti al Getsemani tu andrai da Gamaliele e gli dirai: "Fra poco avrai il segno che attendi da ventun'anni". Null'altro. Poi tornerai coi compagni».

«Ma come lo sai? Oh! Maestro mio, povero Maestro che non hai neppure il conforto di ignorare le opere altrui!».

«Dici bene! Il conforto di ignorare! Povero Maestro! Perché sono più le opere malvagie delle buone. Ma vedo anche quelle buone e ne giubilo».

«Allora Tu sai che...».

«Simone, è la mia ora di passione. Per renderla più completa il Padre mi ritira la luce man mano che si approssima. Fra poco non avrò che tenebre e la contemplazione di ciò che è tenebre: ossia tutti i peccati degli uomini. Non puoi, non potete capire. Nessuno, meno chi sarà a ciò chiamato da Dio per speciale missione, comprenderà questa passione nella grande Passione e, poi che l'uomo è materiale anche nell'amare e nel meditare, ci sarà chi piangerà e soffrirà per le mie battiture, per le torture del Redentore, ma non si misurerà questa spirituale tortura che, credetelo voi che mi udite, sarà la più atroce... Parla, perciò, Simone. Guidami sui sentieri dove la tua amicizia andò per Me, perché Io sono un povero che accieca e che vede fantasmi, non cose reali...».

Giovanni lo strige e chiede: «Che? Non vedi più il tuo Giovanni?».

«Ti vedo. Ma i fantasmi sorgono dalle nebbie di Satana. Visioni d'incubo e dolore. Tutti siamo avvolti in questo miasma d'inferno, questa sera. In Me cerca di creare viltà, disubbidienza e dolore. In, voi creerà delusione e paura. In altri, che pure non sono né paurosi né delinquenti, darà delinquenza e pavidità. In altri, che già sono di Satana, darà il pervertimento soprannaturale. Dico così perché la loro perfezione nel male sarà tale da superare le umane possibilità e raggiungere il perfetto che è sempre nel sopraumano. Parla, Simone».

«Sì. Da martedì non facciamo che andare per sapere, per prevenire, per cercare aiuti».

«E che avete potuto fare?».

«Nulla. O ben poco».

«E il poco sarà "nulla" quando la paura paralizzerà i cuori».

«Mi sono anche urtato con Lazzaro... La prima volta che mi avviene... Urtato, perché mi parve inerte... Lui potrebbe fare. È amico del Governatore. E sempre il figlio di Teofilo! Ma Lazzaro ha respinto ogni mia proposta. L'ho lasciato urlando: "Io penso che l'amico di cui parla il Maestro sia tu. Mi fai orrore!", e non volevo più tornare da lui... Ma questa mattina egli mi ha chiamato e detto: "Puoi ancora pensare che sia io il suo traditore?". Io avevo già visto Gamaliele e Giuseppe e Cusa, e Nicodemo e Mannaen, ed infine tuo fratello Giuseppe... e non potevo più credere questo. Gli ho detto: "Perdona, Lazzaro. Ma mi sento la mente sconvolta più di quando ero io stesso un condannato". Ed è così, Maestro... Io non sono più io... Ma perché sorridi?».

«Perché ciò conferma quanto Io ti ho detto prima. La nebbia di Satana ti avvolge e turba. Che ha risposto Lazzaro?».

«Ha detto: "Ti capisco. Vieni oggi, con Nicodemo. Ho bisogno di vederti". E sono andato, mentre Simon Pietro è andato dai galilei. Perché tuo fratello, lui, da tanto lontano, ne sa più di noi. Dice che lo ha saputo per caso parlando con un vecchio galileo, amico di Alfeo e Giuseppe, che abita vicino ai mercati».

«Ah!... sì... Un grande amico della casa...».

«Egli è là con Simone e le donne. Vi è anche la famiglia di Cana».

«Ho visto Simone».

«Ebbene, Giuseppe da questo suo amico e amico di uno del Tempio, che è divenuto suo parente per donne, ha saputo che è decisa la tua cattura e ha detto a Pietro: "Io l'ho sempre combattuto. Ma per amore. E finché Egli era ancora forte. Ma, ora che diventa come un bambino in preda dei suoi nemici, io, parente che sempre l'ho amato, sono con Lui. È dovere di sangue e di cuore"».

Gesù sorride, riavendo per un attimo il viso sereno delle ore di gioia.

«E Giuseppe ha detto a Pietro: "I farisei di Galilea sono aspidi come tutti i farisei. Ma la Galilea non è tutta farisei. E qui sono molti galilei che lo amano. Andiamo a dire loro di radunarsi per difenderlo. Non abbiamo che i coltelli. Ma anche i bastoni sono armi, se ben maneggiati. E, se non vengono le milizie romane, avremo presto ragione di quella canaglia vile che sono gli sgherri del Tempio". E Pietro è andato con lui. Io intanto andavo da Lazzaro. Con Nicodemo. Avevamo deciso di persuadere Lazzaro a venire con noi e ad aprire la sua casa per stare con Te. Ci ha detto: "Devo ubbidire a Gesù e stare qui. A soffrire il doppio...". È vero?».

« È vero. Io gli ho dato questo ordine».

«Però mi ha dato le spade. Sono sue. Una per me, una per Pietro. Anche Cusa voleva darmi le spade. Ma... Che sono due pezzi di ferro contro tutto un mondo? Cusa non può credere che sia vero quanto Tu dici. Giura che egli non sa nulla e che nella corte non c'è che il pensiero di godere della festa... Un bagordo come al solito. Tanto che egli ha detto a Giovanna di ritirarsi in una loro casa in Giudea. Ma Giovanna vuole rimanere qui. Chiusa nel suo palazzo, come se non ci fosse. Ma non si allontana. È con lei Plautina, Anna, Niche e due dame romane della casa di Claudia. Piangono, pregano e fanno pregare gli innocenti. Ma non è tempo di preghiere. Di sangue è tempo. Io sento tornare vivo lo "zelote" e ardo di uccidere per fare vendetta!...».

«Simone! Se volevo farti morire maledetto, non ti levavo alla desolazione...». Gesù è severissimo.

«Oh! perdono, Maestro... Perdono! Sono come un ebbro, un delirante».

«E Mannaen che dice?».

«Mannaen dice che non può essere vero e che, se lo fosse, egli ti seguirà anche nel supplizio».

«Come tutti fidate di voi!... Quanta superbia è nell'uomo! E Nicodemo e Giuseppe? Che sanno?».

«Nulla più di me. Tempo fa in una assemblea Giuseppe si prese col Sinedrio, perché li chiamò assassini volendo uccidere un innocente, e disse: "Tutto è illegale qui dentro. Lui dice bene. L'abbominio è nella casa del Signore. Questo altare va distrutto perché profanato". Non lo lapidarono perché è lui. Ma da allora lo hanno tenuto all'oscuro di tutto. Solo Gamaliele e Nicodemo gli si sono conservati amici. Ma il primo non parla. E il secondo... Né lui né Giuseppe furono più chiamati al Sinedrio per le decisioni più vere. Esso si aduna illegalmente qua e là, ad ore diverse, per paura di loro e di Roma. Ah! dimenticavo!... I pastori. Anche loro sono coi galilei. Ma pochi siamo! Se Lazzaro avesse voluto ascoltarci e venire dal Pretore! Ma non ci ascoltò... Questo abbiamo fatto... Molto... e nulla... e io sono tanto accasciato che vorrei andare per la campagna urlando come uno sciacallo, abbrutendomi in un'orgia, uccidendo come un brigante, pur di levarmi questo pensiero che è "tutto inutile", come ha detto Lazzaro, come ha detto Giuseppe e Cusa e Mannaen e Gamaliele...». Lo Zelote non sembra più lui...

«Che ha detto il rabbi?».

«Ha detto: "Io non so esattamente i propositi di Caifa. Ma vi dico che solo per il Cristo è profetizzato quanto dite. E siccome io non ammetto in questo profeta il Cristo, non trovo ci sia da agitarsi. Verrà ucciso un uomo, buono, amico di Dio. Ma di quanti suoi simili ha bevuto il sangue Sionne?!". E poiché noi insistevamo sulla tua divina Natura, ha ripetuto cocciuto: "Quando vedrò il segno, crederò". Ed ha promesso di astenersi dal votare la tua morte, e anzi, se sarà possibile, di persuadere gli altri a non condannarti. Questo, non più. Non crede! Non crede! Se si potesse giungere a domani... Ma Tu dici di no. Oh! che faremo noi?!».

«Tu andrai da Lazzaro e cercherai di portare con te quanti più puoi. Non solo degli apostoli. Ma anche dei discepoli che troverai vaganti per le vie della campagna. Cerca di vedere i pastori e da' loro questo ordine. La casa di Betania è più che mai la casa di Betania, la casa della buona ospitalità. Quelli che non hanno coraggio di affrontare l'odio di tutto un popolo si rifugino là. Ad attendere...».

«Ma noi non ti lasceremo».

«Non vi separate... Divisi, sareste un nulla. Uniti, sarete ancora una forza. Simone, promettimi questo. Tu sei pacato, fedele, hai parola e impero anche su Pietro. E hai un grande obbligo con Me. Te lo ricordo per la prima volta, per importi l'ubbidienza. Guarda, siamo al Cedron. Di lì sei salito a Me lebbroso e di lì sei partito mondato. Per quello che ti ho dato, dammi. Dàllo all'Uomo ciò che Io ho dato all'uomo. Ora il lebbroso sono Io...».

«Nooo! Non lo dire!», gemono insieme i due discepoli.

«Così è! Pietro, i fratelli miei saranno i più accasciati. Come un delinquente si sentirà l'onesto mio Pietro e non avrà pace. E i fratelli... Non avranno cuore di guardare la loro e la mia Madre... Te li raccomando...».

«Ed io, Signore, di chi sarò? A me non pensi?»

«O mio fanciullo! Tu sei affidato al tuo amore. E tanto forte che ti guiderà come una madre. Non ti do ordine né guida. Ti lascio sulle acque dell'amore. Sono in te un fiume tanto calmo e profondo che non mi mettono dubbio sul tuo domani. Simone, hai inteso? Promettimi, promettimi!». È penoso vedere Gesù tanto angosciato... Riprende: «Prima che vengano gli altri! Oh! grazie! Sii benedetto!».

Tutto il gruppo si riunisce.

«Ora dividiamoci. Io salgo in alto, a pregare. Con Me voglio Pietro, Giovanni e Giacomo. Voi rimanete qui. E, se foste sopraffatti, chiamate. E non temete. Non vi sarà torto un capello. Pregate per Me. Deponete odio e paura. Non sarà che un attimo... e poi la gioia sarà piena. Sorridete. Che Io abbia nel cuore i vostri sorrisi. E ancora grazie di tutto, amici. Addio. Il Signore non vi abbandoni...».

Gesù si separa dagli apostoli e va avanti, mentre Pietro si fa dare da Simone la torcia dopo che questo ha acceso con essa degli sterpi resinosi, che bruciano scoppiettando sul limite dell'uliveto e spandendo un odore di ginepro.

Mi fa pena vedere il Taddeo che guarda con uno sguardo talmente intenso e doloroso Gesù che questo si volge e cerca chi lo ha guardato. Ma il Taddeo si nasconde dietro a Bartolomeo e si morde le labbra per frenarsi.

Gesù fa un gesto con la mano, fra la benedizione e l'addio, e poi prosegue il suo cammino. La luna, ormai ben alta, circonda della sua luce la sua alta figura e pare renderla anche più alta, spiritualizzandola, facendone più chiara la veste rossa e più pallido l'oro dei capelli. Dietro a Lui affrettano il passo Pietro con la torcia e i due figli di Zebedeo.

Proseguono sino a raggiungere il limite della prima balza del rustico anfiteatro dell'uliveto, a cui fa da entrata la piazzuola irregolare e da gradinate le diverse balze che ascendono a scaglioni di ulivi sul monte, poi Gesù dice: «Fermatevi, attendetemi qui, mentre Io prego. Ma non dormite. Potrei avere bisogno di voi. E, ve lo chiedo per carità, pregate! Il vostro Maestro è molto accasciato».

È infatti di un accasciamento già profondo. Pare già aggravato da un peso. Dove è più il virile Gesù che parlava alle folle, bello, forte, dall'occhio dominatore, il pacato sorriso, la voce sonora e bellissima? Pare già preso da un affanno. È come uno che ha corso o che ha pianto. Ha una voce stanca e affannata. Triste, triste, triste...

Pietro risponde per tutti: «Sta' tranquillo, Maestro. Vigileremo e pregheremo. Non hai che chiamarci, che verremo».

E Gesù li lascia, mentre i tre si curvano a radunare foglie e sterpi per fare un fuocherello che serva a tenerli desti e anche a combattere la guazza che comincia a scendere abbondante.

Cammina, volgendo loro le spalle, da occidente a oriente, avendo perciò in faccia la luce lunare. Vedo che un grande dolore fa ancor più dilatato l'occhio, forse è un bistro di stanchezza che lo allarga, forse è l'ombra dell'arco sopraccigliare. Non so. So che ha l'occhio più aperto e incavato. Sale a testa china, solo ogni tanto la alza con un sospiro, come facesse fatica e anelasse, e allora gira il suo occhio tanto triste sul placido uliveto. Fa qualche metro in salita, poi gira intorno ad uno scaglione, che rimane così fra Lui e i tre lasciati più in basso.

Lo scaglione, alto pochi decimetri all'inizio, sale sempre più e dopo poco è alto più di due metri, di modo che ripara completamente Gesù da ogni sguardo più o meno discreto e amico. Gesù prosegue sino ad un grosso masso che ad un certo punto sbarra il sentieruolo, forse messo a sostegno alla costa che in giù scoscende più ripida e nuda sino ad una desolata macia, che precede le mura oltre le quali è Gerusalemme, e in su continua a salire con altri balzi e altri ulivi. Proprio sopra al grosso sasso si spenzola un ulivo tutto nodoso e contorto. Pare un bizzarro punto interrogativo messo dalla natura a chiedere qualche perché. I rami folti sulla cima danno risposta alla domanda del tronco, dicendo ora di si col piegarsi verso terra, ora di no dimenandosi da destra a manca, sotto un vento lieve che passa a ondate fra le fronde e che a volte sa soltanto di terra, a volte di quell'odore amarognolo dell'ulivo, alle volte di un misto profumo di rose e mughetti che non si sa da dove possa venire. Oltre il sentieruolo, in basso, sono altri ulivi, ed uno, proprio sotto al masso, fenduto da qualche fulmine eppure sopravvissuto, o scosciato per non so che causa, ha del tronco iniziale fatto due tronchi che salgono come le due aste di un grande V in stampatello, e le due chiome si affacciano al di qua e al di là del masso, come volessero vedere e velare nello stesso tempo, o far eI ad esso masso una base di un grigio argento tutto pace.

Gesù si ferma lì. Non guarda la città che appare là in basso, tutta bianca nella luce lunare. Anzi le volge le spalle e prega a braccia aperte a croce, col volto alzato verso il cielo. E non vedo il volto suo perché è nell'ombra, avendo la luna quasi a perpendicolo sul capo, è vero, ma anche la folta ramaglia dell'ulivo fra Lui e la luna, che appena filtra fra foglia e foglia con occhiellini ed aghi di luce in perpetuo movimento. Una lunga, ardente preghiera. Ogni tanto ha un sospiro e qualche parola più netta. Non è un salmo, non è il Pater. E una preghiera fatta dallo sgorgare del suo amore e del suo bisogno. Un vero discorso fatto al Padre suo.

Lo comprendo per le poche parole che afferro: «Tu lo sai... Sono il tuo Figlio... Tutto, ma aiutami... L'ora è venuta... Io non sono più della Terra. Cessa ogni bisogno di aiuto al tuo Verbo... Fa' che l'Uomo ti soddisfi come Redentore come ti fu ubbidiente la Parola... Ciò che Tu vuoi... Per loro ti chiedo pietà... Li farò salvi? Questo ti chiedo. Voglio così: dal mondo salvi, dalla carne, dal demonio... Posso chiedere ancora? È giusta domanda, Padre mio. Non per Me. Per l'uomo, che è tua creazione e che volle rendere fango anche la sua anima. Io getto nel mio dolore e nel mio Sangue questo fango, perché torni l'incorruttibile essenza dello spirito a Te gradito... Ed è dovunque. Egli è il re questa sera. Nella reggia e nelle case. Fra le milizie e nel Tempio... La città ne è colma, e domani sarà un inferno...».

Gesù si volge, si appoggia con la schiena al masso e incrocia le braccia. Guarda Gerusalemme. Il viso di Gesù si fa sempre più mesto. Mormora: «Pare di neve... ed è tutta un peccato. Anche in essa quanti ho guarito! Quanto ho parlato!... Dove sono quelli che mi parevano fedeli?»...

Gesù curva il capo e guarda fisso il terreno coperto di una erbetta corta e lucida di guazza. Ma, per quanto abbia il capo chino, comprendo che piange, perché delle gocce lucono nel cadere dal volto al suolo. Poi alza il capo, disserra le braccia, le congiunge tenendole al disopra del capo e agitandole così unite.

Poi si incammina. Torna verso i tre apostoli seduti intorno al loro fuocherello di sterpi. E li trova mezzo addormentati. Pietro si è addossato ad un tronco con le spalle e, con le braccia conserte sul petto, ciondola con la testa nelle prime caligini di un robusto sonno. Giacomo è seduto, con il fratello, su un radicone che affiora e sul quale hanno messo i mantelli per sentirne meno le gobbe, ma, nonostante siano scomodi più di Pietro, sono anche loro sonnecchianti. Giacomo ha abbandonato la testa sulla spalla di Giovanni e questo ha piegato la sua su quella del fratello, come se il dormiveglia li avesse immobilizzati in quella posa.

«Dormite? Non avete saputo vegliare un'ora sola? Ed Io ho tanto bisogno del vostro conforto e delle vostre preghiere!».

I tre sobbalzano confusi. Si sfregano gli occhi. Mormorano una scusa, accusando lo sforzo del digerire come causa prima di questo loro sonnecchiare: «È il vino... il cibo... Ma ora passa. Un momento è stato. Non avevamo voglia di parlare e questo ci ha portati al sonno. Ma ora pregheremo a voce alta e non succederà più».

«Sì. Pregate e vigilate. Anche per voi ne avete bisogno».

«Sì, Maestro. Ti ubbidiremo».

Gesù torna via. La luna che gli batte in volto, così forte nel suo chiarore d'argento che rende sempre più pallida la veste rossa come la velasse di una polvere bianco lucente, mi fa vedere il suo volto sconfortato, addolorato, invecchiato. Lo sguardo è sempre dilatato, ma pare appannato. La bocca ha una piega di stanchezza.

Torna al suo masso ancor più lento e curvo. Si inginocchia appoggiando le braccia al masso, che non è liscio ma a mezza altezza ha come un seno, quasi fosse stato lavorato apposta così, e su questo breve seno è nata una pianticina, che mi pare di quei fioretti simili a piccoli gigli che ho visto anche in Italia, dalle fogliette piccole, tonde ma dentellate agli orli e polpute e i fiorellini minuti sugli esilissimi steli. Sembrano piccoli fiocchi nevosi spruzzanti il grigio del masso e le fogliette verde scuro. Gesù appoggia le mani lì presso e i fiorellini gli vellicano la guancia, perché Egli appoggia il capo sulle mani giunte e prega. Dopo un poco sente il fresco delle piccole corolle, alza il capo. Le guarda. Le carezza. Parla loro: «Voi siete pure!... Voi mi date ristoro! C'erano anche nella grotticella della Mamma questi fiorellini... e Lei li amava perché diceva: "Quando ero piccina, diceva mio padre: 'Tu sei un giglio così piccino e tutto pieno di rugiada celeste"'... La Mamma! Oh! Mamma mia!». Ha uno scoppio di pianto. Col capo sulle mani congiunte, ricaduto un poco sui calcagni, lo vedo e l'odo piangere, mentre le mani stringono le dita e le tormentano l'una all'altra. Sento che dice: «Anche a Betlemme... e te li ho portati, Mamma. Ma questi, chi te li porterà più?...».

Poi riprende a pregare e a meditare. Deve essere ben triste la sua meditazione, angosciosa più che triste, perché per sfuggirla Egli si alza, va avanti e indietro mormorando parole che non afferro, alzando il volto, abbassandolo, gestendo, passandosi sugli occhi, sulle gote, sui capelli, le mani con mosse macchinali e agitate, proprie di chi è in grande angoscia. Dirlo non è niente. Descriverlo è impossibile. Vederlo è andare nella sua angoscia.

Gestisce verso Gerusalemme. Poi torna ad alzare le braccia verso il cielo come per invocare aiuto. Si leva il mantello come avesse caldo. Lo guarda... Ma che vede? I suoi occhi non guardano altro che la sua tortura, e tutto serve a questa tortura, ad aumentarla. Anche il mantello tessuto dalla Madre. Lo bacia e dice: «Perdono, Mamma! Perdono!». Pare lo chieda alla stoffa filata e tessuta dall'amore di mamma... Se lo rimette. È in uno strazio. Vuole pregare per superarlo. Ma con la preghiera tornano i ricordi, le apprensioni, i dubbi, i rimpianti... E una valanga di nomi... città... persone... fatti... Non posso seguirlo perché è veloce e saltuario. È la sua vita evangelica che gli sfila davanti... e gli riporta Giuda traditore. È tanto l'affanno che urla, per vincerlo, il nome di Pietro e Giovanni. E dice: «Ora verranno. Sono ben fedeli loro!». Ma "loro" non vengono. Chiama di nuovo. Pare terrorizzato come vedesse chissà che. Fugge veloce verso il luogo dove è Pietro e i due fratelli. E li trova più comodamente e pesantemente addormentati intorno a poche bragie che, ormai morenti, hanno solo dei zig e zag di rosso fra il grigio della cenere.

«Pietro! Vi ho chiamati tre volte! Ma che fate? Dormite ancora? Ma non sentite quanto soffro? Pregate. Che la carne non vinca, non vi vinca. In nessuno. Se lo spirito è pronto, la carne è debole. Aiutatemi...».

I tre sono più lenti a svegliarsi. Ma infine lo fanno e, con occhi imbambolati, si scusano. Si alzano, prima mettendosi seduti, poi mettendosi proprio ritti.

«Ma guarda!», mormora Pietro. «Non ci è mai accaduto! Deve essere proprio stato quel vino. Era forte. E anche questo fresco. Ci si è coperti per non sentirlo (infatti si erano coperti coi mantelli anche sul capo) e non si è più visto il fuoco, non si è avuto più freddo, ed ecco che il sonno è venuto. Dici che hai chiamato? Eppure non mi pareva di dormire tanto forte... Su, Giovanni, cerchiamo dei rametti, muoviamoci. Ci passerà. Sta' sicuro, Maestro, che ora poi!... Resteremo in piedi...», e getta una manata di fogliette secche sulle bragie, e soffia finché la fiamma risuscita, e la alimenta con i rami di rovo portati da Giovanni, mentre Giacomo porta un grosso ramo di ginepro, o simile pianta, che ha tagliato da un macchione poco discosto, e lo unisce al resto.

La fiamma si alza alta e gioconda illuminando il povero viso di Gesù. Un viso veramente di una tristezza che non si può guardare senza piangere. Ogni fulgore di quel volto è annullato in una stanchezza mortale. Dice: «Sono in un'angoscia che mi uccide! Oh! sì! L'anima mia è triste sino a morirne. Amici!... Amici! Amici!». Ma, se anche così non dicesse, il suo aspetto direbbe che Egli è proprio come uno che muore, e nel più angoscioso e desolato abbandono. Pare che ogni parola sia un singhiozzo...

Ma i tre sono troppo carichi di sonno. Sembrano quasi ebbri tanto vanno traballando ad occhi semichiusi... Gesù li guarda... Non li mortifica con rimproveri. Scuote il capo, sospira e torna via. Al posto di prima.

Prega di nuovo in piedi, con le braccia in croce. Poi in ginocchio come prima, col volto curvo sui piccoli fiori. Pensa. Tace... Poi si dà a gemere e singhiozzare forte, quasi prostrato tanto è rilassato sui calcagni. Chiama il Padre. Sempre più affannosamente...

«Oh!», dice. «È troppo amaro questo calice! Non posso! Non posso! È al di sopra di quanto Io posso. Tutto ho potuto! Ma non questo... Allontanalo, Padre, dal tuo Figlio! Pietà di Me!... Che ho fatto per meritarlo?». Poi si riprende e dice: «Però, Padre mio, non ascoltare la mia voce se essa chiede ciò che è contrario alla tua volontà. Non ricordarti che ti sono Figlio, ma solo servo tuo. Non la mia, ma la tua volontà sia fatta».

Rimane così qualche tempo. Poi ha un grido soffocato e alza un viso sconvolto. Un attimo solo, poi piomba al suolo, proprio volto a terra, e resta così. Uno straccio d'uomo su cui preme tutto il peccato del mondo, su cui si abbatte tutta la Giustizia del Padre, su cui scende la tenebra, la cenere, il fiele, quella tremenda, tremenda, tremendissima cosa che è l'abbandono di Dio mentre Satana ci tortura... E l'asfissia dell'anima, è l'essere sepolti vivi in questa carcere che è il mondo, quando non si può più sentire che fra noi e Dio vi è un legame, è l'essere incatenati, imbavagliati, lapidati dalle nostre preghiere stesse che ci ricadono addosso irte di punte e sparse di fuoco, è il dare di cozzo contro un Cielo chiuso in cui non penetrano né voce né sguardi della nostra angoscia, è l'essere "orfani di Dio", è la pazzia, l'agonia, il dubbio d'essersi sino allora ingannati, è la persuasione di essere scacciati da Dio, di esser dannati. È l'inferno!...

 

Oh! lo so! e non posso, non posso vedere lo spasimo del mio Cristo, e sapere che esso è un milione di volte più atroce di quello che mi ha consumata lo scorso anno e che, quando mi torna alla mente, mi sconvolge ancora...

 

Gesù geme, fra rantoli e sospiri proprio d'agonia: «Niente!... Niente!... Via!... La volontà del Padre! Quella! Quella sola!... La tua volontà, Padre. La tua, non la mia... Inutile. Non ho che un Signore: Iddio santissimo. Una legge: l'ubbidienza. Un amore: la redenzione... No. Non ho più Madre. Non ho più vita. Non ho più divinità. Non ho più missione. Inutilmente mi tenti, demonio, con la Madre, la vita, la mia divinità, la mia missione. Ho per madre l'Umanità e l'amo sino a morire per lei. La vita la rendo a Chi me l'ha data e me la chiede, supremo Padrone di ogni vivente. La divinità l'affermo essendo capace di questa espiazione. La missione la compio con la mia morte. Nulla ho più. Fuorché fare la volontà del Signore, mio Dio. Va' indietro, Satana! L'ho detto la prima e la seconda volta. Lo ri-dico per la terza: "Padre, se è possibile passi da Me questo calice. Ma però non la mia, la tua volontà sia fatta". Va' indietro, Satana. Io sono di Dio».

Poi non parla più altro che per dire fra gli ansiti: «Dio! Dio! Dio!». Lo chiama ad ogni battito di cuore, e pare che ad ogni battito il sangue trabocchi. La stoffa tesa sulle spalle se ne imbibisce e torna scura, nonostante il grande chiarore lunare che lo fascia tutto.

Pure un chiarore più vivo si forma sul suo capo, sospeso a circa un metro da Lui, un chiarore così vivo che anche il Prostrato lo vede filtrare fra le onde dei capelli, già pesanti di sangue, e il velo che il sangue fa agli occhi. Alza il capo... Splende la luna sul povero volto, e ancora più splende la luce angelica simile a quella del diamante bianco azzurro della stella Venere. E appare tutta la tremenda agonia nel sangue che trasuda dai pori. Le ciglia, i capelli, i baffi, la barba sono aspersi e cospersi di sangue. Sangue cola dalle tempie, sangue sgorga dalle vene del collo, sangue gocciano le mani, e quando Egli tende le mani verso la luce angelica e le ampie maniche scorrono in su, verso i gomiti, appaiono tutti sudanti sangue gli avambracci di Cristo. Nel viso, solo le lacrime fanno due righe nette fra la maschera rossa.

Si torna a levare il mantello e si asciuga le mani, il volto, il collo, gli avambracci. Ma il sudore continua. Egli si preme più e più volte la stoffa sul volto tenendola premuta con le mani, ed ogni volta che cambia posto, sulla stoffa rosso scura appaiono nette le impronte che, umide come sono, sembrano essere nere. L'erba del suolo è rossa di sangue.

Gesù pare prossimo a mancare. Si slaccia la veste al collo come si sentisse soffocare. Si porta la mano al cuore e poi al capo e se l'agita davanti al volto come per farsi vento, tenendo la bocca dischiusa. Si trascina contro il masso, ma più verso lo scrimolo del balzo, e si appoggia con la schiena ad esso, stando con le braccia pendenti lungo il corpo come fosse già morto, la testa penzoloni sul petto. Non si muove più.

La luce angelica decresce piano piano. Poi viene come assorbita nel chiarore lunare. Gesù riapre gli occhi. Alza a fatica il capo. Guarda. È solo. Ma è meno angosciato. Allunga una mano. Tira a Sé il mantello, lasciato abbandonato sull'erba, e torna ad asciugarsi il volto, le mani, il collo, la barba, i capelli. Prende una larga foglia, nata proprio in riva al ciglio, tutta bagnata di guazza, e con quella finisce di pulirsi, bagnandosi volto e mani e poi asciugandosi da capo. E ripete, ripete con altre foglie, finché ha cancellato le tracce del suo tremendo sudore. Solo la veste, e specie sulle spalle e alle pieghe dei gomiti, al collo e alla cintura, ai ginocchi, è macchiata. Se la guarda e scuote il capo. Guarda anche il mantello. Ma lo vede troppo macchiato. Lo piega e lo pone sul masso, là dove esso fa cuna, presso i fioretti.

Con fatica, come per debolezza, si rigira mettendosi in ginocchio. Prega appoggiando il capo sul mantello, su cui sono già le mani. Poi si puntella al masso, si alza e, ancora lievemente barcollando, va dai discepoli. Il suo viso è pallidissimo. Ma non è più turbato. E un viso pieno di divina bellezza, pure essendo esangue e mesto oltre il solito.

I tre dormono saporitamente. Tutti avvolti nei mantelli, sdraiati affatto, presso il fuoco spento, si sentono respirare profondamente in un principio di sonoro russare. Gesù li chiama. Inutile. Deve chinarsi e scuotere generosamente Pietro.

«Cosa è? Chi mi arresta?», dice questo emergendo, sbalordito e spaventato, dal suo mantello verde scuro.

«Nessuno. Sono Io che ti chiamo».

«È mattina?».

«No. È quasi terminata la seconda vigilia».

Pietro è tutto ingranchito. Gesù scuote Giovanni, che ha un grido di terrore vedendo su di lui curvo un volto di fantasma tanto è marmoreo. «Oh!... Mi parevi morto!».

Scuote Giacomo, e questo, che crede che sia il fratello che lo chiama, dice: «Hanno preso il Maestro?».

«Non ancora, Giacomo», risponde Gesù. «Ma alzatevi ormai e andiamo. Chi mi tradisce è vicino».

I tre, ancora imbambolati, si alzano. Si guardano intorno... Ulivi, luna, usignoli, venticello, pace... Null'altro. Seguono però Gesù senza parlare. Anche gli altri otto sono più o meno addormentati intorno al fuoco spento.

«Sorgete! », tuona Gesù. «Mentre Satana viene, mostrate all'insonne e ai suoi figli che i figli di Dio non dormono!».

«Sì, Maestro».

«Dove è, Maestro?».

«Gesù, io...».

«Ma che è stato?».

E fra arruffate domande e risposte si rimettono i mantelli...

Appena in tempo per apparire in ordine alla sbirraglia capitanata da Giuda, che irrompe nella quieta piazzuola illuminandola violentemente con molte torce accese. Sono un'orda di banditi camuffati da soldati, facce da galera torte in ghigni da demoni. Vi è anche qualche campione del Tempio.

Gli apostoli balzano tutti in un angolo. Pietro davanti, e dietro in gruppo gli altri. Gesù resta dove è.

Giuda si accosta sostenendo lo sguardo di Gesù, che è tornato il lampeggiante sguardo dei suoi giorni migliori. E non abbassa il volto. Anzi si fa vicino con un sorriso da iena e lo bacia sulla guancia destra.

«Amico, e che sei venuto a fare? Con un bacio mi tradisci?».

Giuda curva per un attimo la testa, poi la rialza... Morto al rimprovero come ad ogni invito al pentimento.

Gesù, dopo le prime parole ancora dette con imponenza di Maestro, prende il tono accorato di chi si rassegna ad una sventura.

La sbirraglia, con un clamore di urla, viene avanti con funi e bastoni e cerca di impadronirsi degli apostoli, oltre che di Cristo. Meno Giuda Iscariota, si intende.

«Chi cercate?», chiede Gesù calmo e solenne.

«Gesù Nazareno».

«Sono Io». La voce è un tuono. Davanti al mondo assassino e a quello innocente, davanti alla natura e alle stelle, Gesù si rende questa testimonianza, aperta, leale, sicura, direi che è lieto di potersela dare.

Ma, se avesse sprigionato un fulmine, non avrebbe potuto fare di più. Come un fascio di spighe falciate, tutti cadono al suolo. Restano in piedi solo Giuda, Gesù e gli apostoli, che davanti allo spettacolo dei soldati abbattuti riprendono fiato, tanto che si avvicinano a Gesù con delle minacce così esplicite per Giuda che questo fa un balzo, appena in tempo per sfuggire al colpo maestro della spada di Simone, e invano inseguito da pietre e bastoni, lanciatigli dietro dagli apostoli non armati di spada, fugge oltre il Cedron e si infosca nel nero di un viottolo.

«Alzatevi. Chi cercate? Torno a chiedervi».

«Gesù Nazareno».

«Ve l'ho detto che sono Io», dice con dolcezza Gesù. Si, con dolcezza. «Lasciate dunque liberi questi altri. Io vengo. Riponete le spade e i bastoni. Non sono un ladrone. Stavo sempre fra voi. Perché non mi avete preso allora? Ma questa è la vostra ora e quella di Satana...».

Ma, mentre parla, Pietro si accosta all'uomo che già tende le funi per legare Gesù e mena un maldestro colpo di spada. Se l'avesse usata di punta, lo sgozzava come un montone. Così non fa che staccargli quasi l'orecchio, che resta penzoloni fra un gran gemere di sangue. L'uomo grida dicendosi morto. Vi è tumulto fra chi vuol venire avanti e chi ha paura vedendo luccicare spade e pugnali.

«Riponete quelle armi. Ve lo comando. Se volessi, avrei gli angeli del Padre a difendermi. E tu, guarisci. Nell'anima per prima cosa, se puoi». E, prima di tendere le mani alle corde, tocca l'orecchio e lo rende sano.

Gli apostoli hanno urli scomposti... Sì. Mi spiace dirlo ma è così. Chi dice una cosa, chi l'altra. Chi urla: «Ci hai traditi!», e chi: «Ma è folle!», e chi dice: «E chi ti può credere?». Chi non urla, fugge...

E Gesù resta solo... Lui e gli sgherri... E incomincia il cammino...

 

603. Riflessioni sull'agonia nel Getsemani e premessa agli altri dolori della Passione

 

Dice Gesù:

«La sofferenza della mia agonia spirituale tu l'hai contemplata nella sera del Giovedì. Hai visto il tuo Gesù accasciarsi come uomo colpito a morte che sente fuggire la vita attraverso le ferite che lo svenano, o come creatura soverchiata da un trauma psichico superiore alle sue forze. Ne hai visto le fasi crescenti, di questo trauma, culminate nell'effusione sanguigna, provocata dallo squilibrio circolatorio causato dallo sforzo di vincermi e di resistere al peso che mi si era abbattuto sopra.

Io ero, sono, il Figlio del Dio altissimo. Ma ero anche il Figlio dell'uomo. Da queste pagine voglio che sgorghi nitida questa mia duplice natura, ugualmente totale e perfetta.

Della mia Divinità vi fa fede la mia parola, la quale ha accenti che solo un Dio può avere. Della mia Umanità i bisogni, le passioni, le sofferenze che vi presento e che patii nella mia carne di vero Uomo, proposta a modello della vostra umanità, così come vi istruisco lo spirito con la mia dottrina di vero Dio.

Tanto la mia santissima Divinità come la mia perfettissima Umanità, nel corso dei secoli e per l'azione disgregante della "vostra" umanità imperfetta, sono risultate menomate, svisate nella loro illustrazione. Avete resa irreale la mia Umanità, l'avete resa inumana, così come avete resa piccola la mia figura divina, negandola in tante parti che non vi faceva comodo riconoscere o che non potevate più riconoscere con i vostri spiriti, menomati dalle tabi del vizio e dell'ateismo, dell'umanismo, del razionalismo.

Io vengo, in quest'ora tragica, prodromo di universali sventure, vengo a rinfrescarvi nella mente la mia duplice figura di Dio e di Uomo, perché voi la conosciate quale Essa è, perché voi la riconosciate dopo tanto oscurantismo con cui l'avete coperta ai vostri spiriti, perché voi la amiate e torniate ad Essa e vi salviate per mezzo di Essa. È la figura del vostro Salvatore, e chi la conoscerà e l'amerà sarà salvo.

In questi giorni ti ho fatto conoscere le mie sofferenze fisiche. Esse hanno torturato la mia Umanità. Ti ho fatto conoscere le mie sofferenze morali, connesse, intrecciate, fuse a quelle della Madre mia, così come sono le inestricabili liane delle foreste equatoriali, che non si possono separare per reciderne una sola, ma che si deve spezzarle con un unico colpo d'accetta per aprirsi il varco, uccidendole insieme; così come sono le vene di un corpo, che non se ne può privare di sangue una perché un unico umore le empie; così, meglio ancora, così come non si può impedire che nella creatura, che si forma nel seno della madre, entri la morte se la madre muore, perché è la vita, il calore, il nutrimento, il sangue della madre quello che, con ritmo sonante sul moto del materno cuore, penetra, attraverso le interne membrane, sino al nascituro e lo completa alla vita.

Ella, oh! Ella, la pura Madre mia, mi ha portato non solo per i nove mesi con cui ogni femmina d'uomo porta il frutto dell'uomo, ma per tutta la vita. I nostri cuori erano uniti da spirituali fibre e hanno palpitato insieme sempre, e non c'era lacrima materna che cadesse senza rigarmi il cuore del suo salso, e non c'era mio interno lamento che non risuonasse in Lei svegliando il suo dolore.

Vi fa pena la madre di un figlio destinato alla morte per morbo insanabile, la madre di un condannato al supplizio dal rigore dell'umana giustizia. Ma pensate a questa Madre mia, che dal momento in cui mi ha concepito ha tremato pensando che ero il Condannato, a questa Madre che quando m'ha dato il primo bacio sulle carni morbide e rosee di neonato ha sentito le future piaghe della sua Creatura, a questa Madre che avrebbe dato dieci, cento, mille volte la sua vita per impedirmi di divenire Uomo e di giungere al momento dell'Immolazione, a questa Madre che sapeva e che doveva desiderare quell'ora tremenda per accettare la volontà del Signore, per la gloria del Signore, per bontà verso l'Umanità. No, non vi è stata agonia più lunga, e finita in un dolore più grande, di quella della Madre mia.

E non vi è stato un dolore più grande, più completo del mio. Ero Uno col Padre. Egli mi aveva dall'eternità amato come solo Dio può amare. Si era compiaciuto di Me ed aveva trovato in Me la sua divina gioia. Ed Io l'avevo amato come solo un Dio può amare, e trovato nell 'unione con Lui la mia gioia divina. Gli ineffabili rapporti che legano ab eterno il Padre col Figlio non possono esservi spiegati neppure dalla mia parola, perché, se essa è perfetta, la vostra intelligenza non lo è, e non potete comprendere e conoscere ciò che è Dio finché non siete seco Lui nel Cielo.

Ebbene, Io sentivo, come acqua che monta e preme contro una diga, crescere, ora per ora, il rigore del Padre verso di Me. A testimonianza contro gli uomini-bruti, che non volevano comprendere chi ero, Egli aveva aperto, durante il tempo della mia vita pubblica, tre volte il Cielo: al Giordano, al Tabor e in Gerusalemme nella vigilia della Passione. Ma l'aveva fatto per gli uomini, non per dare sollievo a Me. Io ormai ero l'Espiatore.

Molte volte, Maria, Dio fa conoscere agli uomini un suo servo perché essi ne siano scossi e trascinati, attraverso esso, a Lui, ma ciò avviene anche attraverso il dolore di quel servo. È desso che paga in proprio, mangiando il pane amaro del rigore di Dio, i conforti e la salvezza dei fratelli. Non è vero? Le vittime d'espiazione conoscono il rigore di Dio. Poi viene la gloria. Ma dopo che la Giustizia è placata. Non è come per il mio Amore, che alle sue vittime dà i suoi baci. Io sono Gesù, Io sono il Redentore, Colui che ha sofferto e sa, per personale esperienza, cosa sia il dolore d'esser guardato con severità da Dio ed essere abbandonato da Lui, e non sono mai severo, e non abbandono mai. Consumo ugualmente, ma in un incendio d'amore.

Più l'ora dell'espiazione si avvicinava e più Io sentivo allontanarsi il Padre. Sempre più separato dal Padre, la mia Umanità si sentiva sempre meno sorretta dalla Divinità di Dio. E ne soffrivo in tutte le maniere.

La separazione da Dio porta seco paura, porta seco attaccamento alla vita, porta seco languore, stanchezza, tedio. Più è profonda e più sono forti queste sue conseguenze. Quando è totale, porta disperazione. E quanto più chi, per un decreto di Dio, la prova senza averla meritata, più ne soffre, perché lo spirito vivo sente la recisione da Dio così come una carne viva sente la recisione di un arto. E uno stupore doloroso, accasciante, che chi non l'ha provato non intende. Io l'ho provato. Tutto ho dovuto conoscere per potere di tutto perorare presso il Padre in vostro favore. Anche le vostre disperazioni. Oh, Io l'ho provato cosa vuol dire: "Sono solo. Tutti mi hanno tradito, abbandonato. Anche il Padre, anche Dio non m'aiuta più".

Ed è per questo che opero misteriosi prodigi di grazia presso i poveri cuori che la disperazione soverchia, e che chiedo ai miei prediletti di bere il mio calice così amaro di esperienza, perché essi, coloro che naufragano nel mare della disperazione, non ricusino la croce che offro per àncora e per salvezza, ma vi si afferrino ed Io li possa portare alla beata riva dove non vive che pace.

Nella sera del Giovedì, Io solo so se avrei avuto bisogno del Padre! Ero uno spirito già agonizzante per lo sforzo di aver dovuto superare i due più grandi dolori di un uomo: l'addio ad una madre amatissima, la vicinanza dell'amico infedele. Erano due piaghe che mi bruciavano il cuore. Una col suo pianto, l'altra col suo odio.

Avevo dovuto spezzare il mio pane col mio Caino. Avevo dovuto parlargli da amico per non accusarlo agli altri, della cui violenza non ero sicuro, e per impedire un delitto, inutile d'altronde poiché tutto era già segnato nel gran libro della vita: e la mia Morte santa, ed il suicidio di Giuda. Inutili altre morti riprovate da Dio. Nessuno altro sangue che non fosse il mio doveva esser sparso, e sparso non fu. Il capestro strozzò quella vita chiudendo nel sacco immondo del corpo del traditore il suo sangue impuro venduto a Satana, sangue che non doveva mescolarsi, cadendo sulla Terra, al Sangue purissimo dell'Innocente.

Sarebbero bastate quelle due piaghe a fare di Me un agonizzante nel mio Io. Ma ero l'Espiatore, la Vittima, l'Agnello. L'agnello, prima d'esser immolato, conosce il marchio rovente, conosce le percosse, conosce lo spogliamento, conosce la vendita al beccaio. Solo per ultimo conosce il gelo del coltello che penetra nella gola e svena e uccide. Prima deve lasciare tutto: il pascolo dove è cresciuto, la madre al cui petto si è nutrito e scaldato, i compagni con cui ha vissuto. Tutto. Io ho conosciuto tutto: Io, Agnello di Dio. Perciò è venuto Satana, mentre il Padre si ritirava nei Cieli. Era già venuto all'inizio della mia missione, a tentarmi per sviarmi da essa. Ora tornava. Era la sua ora. L'ora della tregenda satanica.

Torme e torme di demoni erano quella notte sulla Terra, per portare a termine la seduzione nei cuori e farli pronti a volere il domani l'uccisione del Cristo. Ogni sinedrista aveva il suo, e il suo Erode, e il suo Pilato, e il suo ogni singolo giudeo che avrebbe invocato su lui il mio Sangue. Anche gli apostoli avevano il loro tentatore al fianco, che li assopiva mentre Io languivo, che li preparava alla viltà. Osserva il potere della purezza. Giovanni, il puro, si liberò primo fra tutti della grinfia demoniaca e tornò subito presso il suo Gesù e lo comprese nel suo inespresso desiderio, e mi condusse Maria.

Ma Giuda aveva Lucifero, ed Io avevo Lucifero. Egli nel cuore, Io al fianco. Eravamo i due principali personaggi della tragedia, e Satana si occupava personalmente di noi. Dopo aver condotto Giuda al punto di non potere più retrocedere, si volse a Me.

Con la sua astuzia perfetta, mi presentò le torture della carne con un verismo insuperabile. Anche nel deserto aveva cominciato dalla carne. Lo vinsi pregando. Lo spirito signoreggiò le paure della carne.

Mi presentò allora l'inutilità del mio morire, l'utilità di vivere per Me stesso senza occuparmi degli uomini ingrati. Vivere ricco, felice, amato. Vivere per la Madre mia, per non farla soffrire. Vivere per portare a Dio con un lungo apostolato tanti uomini, i quali, una volta Io morto, m'avrebbero dimenticato, mentre se fossi stato Maestro non per tre anni ma per lustri e lustri avrebbero finito ad immedesimarsi della mia dottrina. I suoi angeli mi avrebbero aiutato a sedurre gli uomini. Non vedevo che gli angeli di Dio non intervenivano nell'aiutarmi? Dopo, Dio mi avrebbe perdonato vedendo la messe di credenti che gli avrei portato. Anche nel deserto m'aveva indotto a tentare Iddio con l'imprudenza. Lo vinsi con la preghiera. Lo spirito signoreggiò la tentazione morale.

Mi presentò l'abbandono di Dio. Egli, il Padre, non mi amava più. Ero carico dei peccati del mondo. Gli facevo ribrezzo. Era assente, mi lasciava solo. Mi abbandonava al ludibrio di una folla feroce. E non mi concedeva neppure il suo divino conforto. Solo, solo, solo. In quell'ora non c'era che Satana presso il Cristo. Dio e gli uomini erano assenti, perché non mi amavano. Mi odiavano o erano indifferenti. Io pregavo per coprire col mio orare le parole sataniche. Ma la preghiera non saliva più a Dio. Ricadeva su Me come le pietre della lapidazione e mi schiacciava sotto la sua macia. La preghiera, che per Me era sempre carezza data al Padre, voce che saliva, ed alla quale rispondeva carezza e parola paterna, ora era morta, pesante, invano lanciata contro i Cieli chiusi.

Allora sentii l'amaro del fondo del calice. Il sapore della disperazione. Era questo che voleva Satana. Portarmi a disperare per fare di Me un suo schiavo. Ho vinto la disperazione e l'ho vinta con le sole mie forze, perché ho voluto vincerla. Con le sole mie forze di Uomo. Non ero più che l'Uomo. E non ero più che un uomo non più aiutato da Dio.

Quando Dio aiuta è facile sollevare anche il mondo e sostenerlo come giocattolo di bimbo. Ma quando Dio non aiuta più, anche il peso di un fiore ci è faticoso.

Ho vinto la disperazione, e Satana suo creatore, per servire Dio e voi dandovi la Vita. Ma ho conosciuto la Morte. Non la morte fisica del crocifisso - quella fu meno atroce - ma la Morte totale, cosciente, del lottatore che cade, dopo aver trionfato, col cuore spezzato e il sangue che si stravasa nel trauma di uno sforzo superiore al possibile. Ed ho sudato sangue. Ho sudato sangue per essere fedele alla volontà di Dio.

Ecco perché l'angelo del mio dolore mi ha prospettato la speranza di tutti i salvati per il mio sacrificio come medicina al mio morire. I vostri nomi! Ognuno m'è stato una stilla di farmaco infuso nelle vene per ridare loro tono e funzione, ognuno m'è stato vita che torna, luce che torna, forza che torna. Nelle inumane torture, per non urlare il mio dolore di Uomo, e per non disperare di Dio e dire che Egli era troppo severo e ingiusto verso la sua Vittima, Io mi sono ripetuto i vostri nomi. Io vi ho visti. Io vi ho benedetti da allora. Da allora vi ho portati nel cuore. E quando è per voi venuta la vostra ora di essere sulla Terra, Io mi sono proteso dai Cieli ad accompagnare la vostra venuta, giubilando al pensiero che un nuovo fiore di amore era nato nel mondo e che avrebbe vissuto per Me.

Oh! miei benedetti! Conforto del Cristo morente! La Madre, il Discepolo, le Donne pietose erano intorno al mio morire, ma voi pure c'eravate. I miei occhi morenti vedevano, insieme al volto straziato della Mamma mia, i vostri visi amorosi, e si sono chiusi così, beati di chiudersi perché vi avevano salvati, o voi che meritate il Sacrificio di un Dio».

 

Dice Gesù:

«Hai conosciuto ormai tutti i dolori che hanno preceduto la Passione propriamente detta. Ora ti farò conoscere i dolori della Passione in atto. Quei dolori che più colpiscono la vostra mente quando li meditate. Ma li meditate molto poco. Troppo poco. Non riflettete a quanto mi siete costati e di quale tortura è fatta la vostra salvezza.

Voi che vi lamentate di una scorticatura, di un urto contro uno spigolo, di un male di capo, non pensate che Io ero tutto una piaga, che quelle piaghe erano invelenite da molte cose, che le cose stesse servivano a tormento del loro Creatore, perché torturavano il già torturato Dio-Figlio senza rispetto a Colui che, Padre del creato, le aveva formate.

Ma le cose non erano colpevoli. Era ancora e sempre l'uomo il colpevole. Il colpevole dal giorno che ascoltò Satana nel Paradiso terrestre. Non spine, non tossico, non ferocia avevano sino a quel momento le cose del creato per l'uomo creatura eletta. Dio lo aveva fatto re, questo uomo, fatto a sua immagine e somiglianza, e nel suo paterno amore non aveva voluto che le cose potessero essere insidiose all'uomo. Satana mise l'insidia. Nel cuore dell'uomo per prima. Poi essa partorì all'uomo, colla punizione del peccato, triboli e spine.

Ed ecco che Io, l'Uomo, ho dovuto soffrire anche per le cose e dalle cose, oltre che dalle persone. Queste mi dettero insulti e sevizie; quelle ne furono arma.

La mano che Dio aveva fatto all'uomo per distinguerlo dai bruti, la mano che Dio aveva insegnato all'uomo ad usare, la mano che Dio aveva messo in rapporto con la mente rendendola esecutrice dei comandi della mente, questa parte di voi così perfetta e che avrebbe dovuto aver solo carezze per il Figlio di Dio, dal quale aveva avuto solo carezze e guarigione se era malata, si rivoltò contro il Figlio di Dio e lo colpì di guanciate, di pugni, si armò di flagelli, si fece tenaglia per strappare capelli e barba, e maglio per conficcare i chiodi.

I piedi dell'uomo, che avrebbero dovuto unicamente correre solerti ad adorare il Figlio di Dio, furono veloci per venire a catturarmi, a sospingermi e trascinarmi per le vie dai miei carnefici, e per colpirmi di calci come non è lecito fare con un mulo restio.

La bocca dell'uomo, che avrebbe dovuto usare della parola, la parola che è dote data unicamente all'uomo su tutti gli animali creati, per lodare e benedire il Figlio di Dio, si empi di bestemmie e menzogne e gettò queste, insieme con la sua bava, contro la mia persona.

La mente dell'uomo, quella che è la prova della sua origine celeste, stancò se stessa per escogitare tormenti di un raffinato rigore. L'uomo, tutto l'uomo usò di se stesso, nelle sue singole parti, per torturare il Figlio di Dio.

E chiamò la terra, con le sue forme, ad aiuto nel torturare. Fece, delle pietre dei torrenti, proiettili per ferirmi; dei rami delle piante, randelli per percuotermi; della ritorta canapa, laccio per trascinarmi, segandomi le carni; delle spine, una corona di pungente fuoco al mio capo stanco; dei minerali, un esasperato flagello; della canna, uno strumento di tortura; delle pietre delle vie, un'insidia al piede vacillante di Colui che saliva, morendo, per morire crocifisso.

E alle cose della terra si unirono le cose del cielo. Il freddo dell'alba al mio corpo già esausto dell'agonia dell'orto, il vento che esaspera le ferite, il sole che aumenta arsione e febbre e porta mosche e polvere, che abbacina gli occhi stanchi a cui le mani prigioniere non possono far riparo.

E alle cose del cielo si uniscono le fibre concesse all'uomo per rivestire la sua nudità: nel cuoio che diviene flagello, nella lana della veste che si attacca alle aperte piaghe dei flagelli e dà tortura di confricamento e di lacerazione ad ogni mossa.

Tutto, tutto, tutto ha servito per tormentare il Figlio di Dio. Egli, per cui tutte le cose sono state create, nell'ora in cui era l'Ostia offerta a Dio ebbe tutte le cose nemiche. Non ha avuto sollievo, Maria, il tuo Gesù da nessuna cosa. Come vipere inferocite, tutto quanto è si volse a mordermi le carni e ad accrescere il patire.

Questo occorrerebbe pensare quando soffrite e, paragonando le vostre imperfezioni alla mia perfezione e il mio dolore al vostro, riconoscere che il Padre ama voi come non amò Me in quell'ora, ed amarlo perciò con tutti voi stessi, come Io l'ho amato nonostante il suo rigore».

 

604. I processi e il rinnegamento di Pietro. Considerazioni su Pilato

 

Incomincia il doloroso cammino per la stradetta sassosa che conduce dalla piazzetta dove Gesù fu catturato al Cedron e da questo, per altra stradetta, alla città. E subito incominciano i lazzi e le sevizie.

Gesù, legato come è ai polsi e persino alla cintura come fosse un pazzo pericoloso, con i capi delle funi affidati a degli energumeni briachi di odio, è stiracchiato qua e là come un cencio abbandonato all'ira di una torma di cuccioli. Ma, fossero cani coloro che così agiscono, sarebbero ancora scusabili. Invece hanno nome di uomini, sebbene dell'uomo non abbiano altro che l'aspetto. Ed è per dare maggior dolore che hanno pensato a quella legatura di due funi opposte, di cui una si occupa soltanto di imprigionare i polsi, e li sgraffia e sega col suo ruvido attrito, e l'altra, quella della cintura, comprime i gomiti contro il torace, e sega e opprime l'alto dell'addome, torturando il fegato e le reni, dove è fatto un enorme nodo e dove, ogni tanto, chi tiene i capi delle funi dà, con gli stessi, delle sferzate dicendo: «Arri! Via! Trotta, somaro!», e unisce anche dei calci, menati al dietro dei ginocchi del Torturato, che ne barcolla e non cade del tutto solo perché le funi lo tengono in piedi. Ma non evitano però che, stiracchiato verso destra da quello che si occupa delle mani e verso sinistra da quello che tiene la fune della cintura, Gesù vada ad urtare contro muretti e tronchi, e cada duramente contro la spalletta del ponticello per un più crudele strattone, ricevuto quando sta per valicare il ponticello sul Cedron. La bocca contusa sanguina. Gesù alza le mani legate per tergersi il sangue che brutta la barba, e non parla. È veramente l'agnello che non morde chi lo tortura.

Della gente è scesa intanto a prendere selci e ciottoli nel greto, e dal basso inizia una sassaiola sul facile bersaglio. Perché l'andare è stentato sul ponticello stretto e insicuro, su cui la gente si accalca facendo ostacolo a se stessa, e le pietre colpiscono Gesù sul capo, sulle spalle, e non Gesù solo. Ma anche i suoi aguzzini, che reagiscono lanciando bastoni e le stesse pietre. E tutto serve per colpire di nuovo Gesù sul capo e sul collo. Ma il ponte ha ben fine, ed ora la viuzza stretta getta ombre sulla mischia, perché la luna, che inizia il tramonto, non scende in quel vicolo contorto, e molte torce nel parapiglia si sono spente.

Ma l'odio fa da lume per vedere il povero Martire, al quale fa da torturatrice anche la sua alta statura. È il più alto di tutti. Facile quindi il percuoterlo, l'acciuffarlo per i capelli obbligandolo a rovesciare violentemente indietro il capo, sul quale viene lanciata una manata di immonda materia, che gli deve per forza andare in bocca e negli occhi dando nausea e dolore.

Si inizia la traversata del sobborgo di Ofel, del sobborgo in cui tanto bene e tante carezze Egli ha sparso. La turba vociante richiama i dormenti sulle soglie, e se le donne hanno gridi di dolore e fuggono terrorizzate vedendo l'avvenuto, gli uomini, gli uomini che pure da Lui hanno avuto guarigioni, soccorsi, parole d'Amico, o chinano il capo rimanendo indifferenti, affettando noncuranza per lo meno, o passano dalla curiosità all'astio, al ghigno, all'atto di minaccia, e anche si accodano al corteo per seviziare. Satana è già all'opera...

Un uomo, un marito che vuole seguirlo per offenderlo, viene abbrancato dalla moglie urlante che gli grida: «Vigliacco! Se sei vivo è per Lui, lurido uomo pieno di marciume. Ricordalo!». Ma la donna viene sopraffatta dall'uomo, che la picchia bestialmente gettandola al suolo e che poi corre a raggiungere il Martire, sulla cui testa scaglia un sasso.

Un'altra donna, vecchia, cerca di sbarrare la strada al figlio, che accorre con un volto di iena e con un bastone per colpire lui pure, e gli grida: «Assassino del tuo Salvatore tu non sarai finché io vivo!». Ma la misera, colpita dal figlio con un calcio brutale all'inguine, stramazza gridando: «Deicida e matricida! Per il seno che squarci una seconda volta e per il Messia che ferisci, che tu sia maledetto!».

La scena aumenta sempre più in violenza man mano che ci si avvicina alla città.

Prima di giungere alle mura - e già sono aperte le porte, ed i soldati romani con le armi al piede osservano dove e come si svolge il tumulto, pronti ad intervenire se il prestigio di Roma ne fosse leso - vi è Giovanni con Pietro. Io credo che siano giunti lì da una scorciatoia presa valicando il Cedron più su del ponte e precedendo velocemente la turba, che va lenta, tanto da sé si ostacola. Stanno nella penombra di un androne, presso una piazzetta che precede le mura. E hanno sul capo i mantelli a far velo al volto. Ma, quando Gesù giunge, Giovanni lascia cadere il suo mantello e mostra la sua faccia pallida e sconvolta al libero chiarore della luna, che lì ancora fa lume prima di scomparire dietro il colle, che è oltre le mura e che sento designare come Tofet dagli sgherri catturatori. Pietro non osa scoprirsi. Ma però viene avanti per essere visto... Gesù li guarda... ed ha un sorriso di una bontà infinita. Pietro gira su se stesso e torna nel suo angolo buio, con le mani sugli occhi, curvo, invecchiato, già un cencio d'uomo. Giovanni resta coraggiosamente dove è e solo quando la turba vociante è passata raggiunge Pietro, lo prende per un gomito, lo guida come fosse un ragazzo che guida il padre cieco, ed entrano ambedue in città dietro alla folla schiamazzante.

Sento le esclamazioni stupite, derisorie, addolorate dei soldati romani. Chi fra essi maledice per essere stato levato dal letto per quel «pecorone stolto»; chi deride i giudei capaci di «prendere una mezza femmina»; chi compassiona la Vittima che «ha sempre visto buona»; e chi dice: «Preferirei mi avessero ucciso che vedere Lui in quelle mani. È un grande. La mia devozione è per due nel mondo: Egli e Roma».

«Per Giove!», esclama il più alto in grado. «Io non voglio noie. Ora vado dall'alfiere. Pensi lui a dirlo a chi deve. Non voglio essere mandato a combattere i Germani. Questi ebrei puzzano e sono serpi e rogne. Ma qui è sicura la vita. Ed io sto per finire il tempo, e presso Pompei ho una fanciulla...

Perdo il resto per seguire Gesù, che procede per la via che fa un arco in salita per andare al Tempio. Ma vedo e comprendo che la casa di Anna, dove lo vogliono portare, è e non è in quel labirintico agglomerato che è il Tempio e che occupa tutto il colle di Sion. Essa ne è agli estremi, presso una serie di muraglioni, che paiono delimitare qui la città e da questo luogo si estendono con portici e cortili per il fianco del monte sino a giungere nel recinto del Tempio vero e proprio, ossia di quello in cui vanno gli israeliti per le loro diverse manifestazioni di culto. Un alto portone ferrato si apre nella muraglia. A questo accorrono delle iene volonterose e bussano forte. E non appena si apre uno spiraglio irrompono dentro, quasi atterrando e calpestando la serva venuta ad aprire, e lo spalancano tutto perché la turba vociante, con il Catturato al centro, possa entrare. Ed entrata che è, ecco che chiudono e sprangano, paurosi forse di Roma o dei partigiani del Nazareno.

I suoi partigiani! Dove sono?...

Percorrono l'atrio di ingresso e poi traversano un ampio cortile, un corridoio, e un altro portico e un nuovo cortile, e trascinano Gesù su per tre scalini, facendogli percorrere quasi di corsa un porticato sopraelevato sul cortile per giungere più presto ad una ricca sala, dove è un uomo anziano vestito da sacerdote.

«Dio ti consoli, Anna», dice colui che pare l'ufficiale, se ufficiale può chiamarsi il manigoldo che ha comandato quei briganti. «Eccoti il colpevole. Alla tua santità l'affido perché Israele sia mondato dalla colpa».

«Dio ti benedica per la tua sagacia e la tua fede».

Bella sagacia! Era bastata la voce di Gesù a farli cadere per terra al Getsemani.

«Chi sei Tu?».

«Gesù di Nazaret, il Rabbi, il Cristo. E tu mi conosci. Non ho agito nelle tenebre».

«Nelle tenebre, no. Ma hai traviato le folle con dottrine tenebrose. E il Tempio ha il diritto e il dovere di tutelare l'anima dei figli di Abramo».

«L'anima! Sacerdote di Israele, puoi dire che per l'anima del più piccolo o del più grande di questo popolo tu hai sofferto?».

«E Tu allora? Che hai fatto che possa chiamarsi sofferenza?».

«Che ho fatto? Perché me lo chiedi? Tutto Israele parla. Dalla città santa al più misero borgo anche le pietre parlano per dire quanto ho fatto. Ho dato la vista ai ciechi: la vista degli occhi e del cuore. Ho aperto l'udito ai sordi: alle voci della Terra e alle voci del Cielo. Ho fatto camminare gli storpi e i paralitici, perché iniziassero la marcia verso Dio dalla carne e poi procedessero con lo spirito. Ho mondato i lebbrosi, dalle lebbre che la Legge mosaica segnala e da quelle che rendono infetti presso Dio: i peccati. Ho risuscitato i morti, né dico che grande è il richiamare alla vita una carne, ma grande è redimere un peccatore, e l'ho fatto. Ho soccorso i poveri insegnando agli avidi e ricchi ebrei il precetto santo dell'amore del prossimo e, rimanendo povero nonostante il rio d'oro che mi passò fra le mani, ho asciugato più lacrime Io solo che non tutti voi, possessori di ricchezze. Ho dato infine una ricchezza che non ha nome: la conoscenza della Legge, la conoscenza di Dio, la certezza che siamo tutti uguali e che agli occhi santi del Padre uguale è il pianto o il delitto, sia che siano fatti o versati dal Tetrarca e dal Pontefice, o dal mendicante e dal lebbroso che muore sulla carraia. Questo ho fatto. Nulla più».

«Sai che da Te stesso ti accusi? Tu dici: le lebbre che rendono infetti a Dio e non sono segnalate da Mosè. Tu insulti Mosè e insinui che vi sono lacune nella sua Legge...».

«Non sua: di Dio. Così è. Più della lebbra, sventura della carne e che ha un termine, Io dico grave, e tale è, la colpa che è sventura ed eterna dello spirito».

«Tu osi dire che puoi rimettere i peccati. Come lo fai?».

«Se con un poco di acqua lustrale e il sacrificio di un ariete è lecito e credibile annullare una colpa, espiarla ed esserne mondati, come non lo potrà il mio pianto, il mio Sangue e il mio volere?».

«Ma Tu non sei morto. Dove è allora il Sangue?».

«Non sono ancora morto. Ma lo sarò perché è scritto. In Cielo da quando Sionne non era, da quando non era Mosè, da quando non era Giacobbe, da quando non era Abramo, da quando il re del Male morse al cuore l'uomo e lo avvelenò in lui e nei suoi figli. È scritto in Terra nel Libro in cui sono le voci dei profeti. È scritto nei cuori. Nel tuo, in quello di Caifa e dei sinedristi che non mi perdonano, no, questi cuori non mi perdonano di essere buono. Io ho assolto, anticipando sul Sangue. Ora compio l'assoluzione col lavacro in esso».

«Tu ci dici avidi e ignoranti del precetto d'amore...».

«E non è forse vero? Perché mi uccidete? Perché avete paura che Io vi detronizzi. Oh! non temete. Il mio Regno non è di questo mondo. Vi lascio padroni di ogni potere. L'Eterno sa quando dire il "Basta" che vi farà cadere fulminati...»

«Come Doras, eh?».

«Egli morì d'ira. Non per fulmine celeste. Dio lo attendeva dall'altra parte per fulminarlo».

«E lo ripeti a me? Suo parente? Osi?».

«Io sono la Verità. E la Verità non è mai vile».

«Superbo e folle!».

«No: sincero. Mi accusi di farvi offesa. Ma non odiate forse voi tutti? L'un coll'altro vi odiate. Ora l'odio per Me vi unisce. Ma domani, quando mi avrete ucciso, tornerà l'odio fra voi, e più fiero, e vivrete con questa iena alle spalle e questo serpente nel cuore. Io ho insegnato l'amore. Per pietà del mondo. Ho insegnato ad essere non avidi, ad avere misericordia. Di che mi accusi?».

«Di avere messo una dottrina nuova».

«O sacerdote! Israele pullula di nuove dottrine: gli esseni hanno la loro, i sadochiti la loro, i farisei la loro; ognuno ha la sua segreta, che per uno ha nome piacere, per l'altro oro, per l'altro potere; e ognuno ha il suo idolo. Non Io. Io ho ripreso la calpestata Legge del Padre mio, del Dio eterno, e sono tornato a dire semplicemente le dieci proposizioni del Decalogo, asciugandomi i polmoni per farle entrare nei cuori che non le conoscevano più».

«Orrore! Bestemmia! A me, sacerdote, dire questo? Non ha un Tempio, Israele? Siamo come i percossi di Babilonia? Rispondi».

«Questo siete. E più ancora. Vi è un Tempio. Sì. Un edificio. Dio non c'è. È fuggito davanti all'abominio che è nella sua casa. Ma a che mi interroghi tanto, se tanto è decisa la mia morte?».

«Non siamo assassini. Uccidiamo se ne abbiamo il diritto per colpa provata. Ma io ti voglio salvare. Dimmi, e ti salverò. Dove sono i tuoi discepoli? Se Tu me li consegni, io ti lascio libero. Il nome di tutti, e più gli occulti che i palesi. Di': Nicodemo è tuo? E tuo Giuseppe? E Gamaliele? E Eleazaro? E... Ma di questo lo so... Non occorre. Parla. Parla. Lo sai: ti posso uccidere e salvare. Sono potente».

«Sei fango. Lascio al fango il mestiere della spia. Io sono Luce». Uno sgherro gli sferra un pugno.

«Io sono Luce. Luce e Verità. Ho parlato apertamente al mondo, ho insegnato nelle sinagoghe e nel Tempio, dove si radunano i giudei, e nulla ho detto in segreto. Lo ripeto. Perché interroghi Me? Interroga quelli che hanno sentito ciò che Io ho detto. Essi lo sanno».

Un altro sgherro gli lascia andare un ceffone urlando: «Così rispondi al Sommo Sacerdote?».

«Ad Anna Io parlo. Il Pontefice è Caifa. E parlo col rispetto dovuto per il vecchio. Ma se ti pare che abbia parlato male, dimostramelo. Se no, perché mi percuoti?».

«Lascialo fare. Io vado da Caifa. Voi tenetelo qui fino a mio comando. E fate che non parli con nessuno». Anna esce.

Non parla, no, Gesù. Neppure con Giovanni, che osa stare sulla porta sfidando tutta la plebe sgherrana. Ma Gesù, senza parole, gli deve dare un comando, perché Giovanni, dopo uno sguardo accorato, esce di lì e lo perdo di vista.

Gesù resta fra gli aguzzini. Colpi di corda, sputi, lazzi, calci, stiracchiate ai capelli, sono quanto gli resta. Finché un servo viene a dire di portare il Prigioniero in casa di Caifa.

E Gesù, sempre legato e malmenato, esce di nuovo sotto il portico, lo percorre fino ad un androne e poi traversa un cortile in cui molta folla si scalda ad un fuoco, perché la notte si è fatta rigida e ventosa in queste prime ore del venerdì. Vi è anche Pietro con Giovanni, mescolati fra la folla ostile. E devono avere un bel coraggio a stare lì... Gesù li guarda e ha un'ombra di sorriso sulla bocca già enfiata dai colpi ricevuti.

Un lungo cammino fra portici e atri e cortili e corridoi. Ma che case avevano questa gente del Tempio?

Ma nel recinto ponteficale la folla non entra. Viene respinta nell'atrio di Anna. Gesù va solo, fra sgherri e sacerdoti. Entra in una vasta sala, che pare perdere la sua forma rettangolare per i molti scanni messi a ferro di cavallo su tre pareti, lasciando al centro uno spazio vuoto oltre il quale sono due o tre seggi alzati su predelle.

Mentre Gesù sta per entrare, rabbi Gamaliele lo raggiunge e le guardie danno uno strattone al Prigioniero perché ceda l'entrata al rabbi di Israele. Ma questo, rigido come una statua, ieratico, rallenta e, muovendo appena le labbra senza guardare nessuno, chiede: «Chi sei? Dimmelo». E Gesù dolcemente: «Leggi i profeti e ne avrai risposta. Il segno primo è in essi. L'altro verrà».

Gamaliele raccoglie il suo manto ed entra. E dietro a lui entra Gesù. Mentre Gamaliele va su uno scanno, Gesù viene trascinato al centro dell'aula, di fronte al Pontefice: una faccia da delinquente vera e propria. E si attende finché entrano tutti i membri del Sinedrio. Poi ha inizio la seduta. Ma Caifa vede due o tre seggi vuoti e chiede: «Dove è Eleazaro? E dove Giovanni?».

Si alza un giovane scriba, credo, si inchina e dice: «Hanno ricusato di venire. Qui è lo scritto».

«Si conservi e si scriva. Ne risponderanno. Che hanno i santi membri di questo Consiglio da dire sopra costui?».

«Io parlo. Nella mia casa Egli violò il sabato. Me ne è testimonio Dio se io mento. Ismael ben Fabi non mente mai».

«È vero, accusato?».

Gesù tace.

«Io lo vidi convivere con meretrici note. Fingendosi profeta, aveva fatto del suo covo un lupanare e con donne pagane per colmo. Con me erano Sadoc, Callascebona e Nahum fiduciario di Anna. Dico il vero, Sadoc e Callascebona? Smentitemi, se lo merito».

«Vero è. Vero è».

«Che dici?».

Gesù tace.

«Non mancava occasione per deriderci e farci deridere. La plebe più non ci ama per Lui».

«Li odi? Hai profanato i membri santi».

Gesù tace.

«Quest'uomo è indemoniato. Reduce dall'Egitto, esercita la magia nera».

«Come lo provi?».

«Sulla mia fede e sulle tavole della Legge!».

«Grave accusa. Discolpati».

Gesù tace.

«Illegale è il tuo ministero, lo sai. E passibile di morte. Parla».

«Illegale è questa nostra seduta. Alzati, Simeone, e andiamo», dice Gamaliele.

«Ma rabbi, ammattisci?».

«Rispetto le formule. Lecito non è procedere come procediamo. E ne farò pubblica accusa». E rabbi Gamaliele esce, rigido come una statua, seguito da un uomo sui trentacinque anni che gli somiglia.

Vi è un poco di tumulto, di cui approfittano Nicodemo e Giuseppe per parlare in favore del Martire.

«Gamaliele ha ragione. Illecita è l'ora e il luogo, e non consistenti le accuse. Può uno accusarlo di noto vilipendio alla Legge? Io gli sono amico e giuro che sempre lo trovai rispettoso alla Legge», dice Nicodemo.

«Ed io pure. E per non sottoscrivere ad un delitto mi copro il capo, non per Lui, ma per noi, ed esco». E Giuseppe fa per scendere dal suo posto e uscire.

Ma Caifa sbraita: «Ah! così dite? Vengano i testimoni giura-ti, allora. E udite. Poi ve ne andrete».

Entrano due tipi da galera. Sguardi sfuggenti, ghigni crudeli, subdole mosse.

«Parlate».

«Non è lecito udirli insieme», urla Giuseppe.

«Io sono il Sommo Sacerdote. Io ordino. E silenzio!».

Giuseppe dà un pugno su un tavolo e dice: «Si aprano su te le fiamme del Cielo! Da questo momento sappi che l'Anziano Giuseppe è nemico del Sinedrio e amico del Cristo. E con questo passo vado a dire al Pretore che qui si uccide senza ossequio a Roma», ed esce violentemente dando uno spintone ad un magro e giovane scriba che lo vorrebbe trattenere.

Nicodemo, più pacato, esce senza dire parola. E nell'uscire passa davanti a Gesù e lo guarda...

Nuovo tumulto. Si teme Roma. E la vittima espiatoria è sempre e ancora Gesù.

«Per Te, vedi, tutto questo! Tu corruttore dei migliori giudei. Prostituiti li hai».

Gesù tace.

«Parlino i testimoni», urla Caifa.

«Sì, costui usava il... il... Lo sapevamo... Come si chiama quella cosa?».

«Il tetragramma forse?».

«Ecco! L'hai detto! Evocava i morti. Insegnava ribellione al sabato e profanazione all'altare. Lo giuriamo. Diceva che Egli voleva distruggere il Tempio per riedificarlo in tre giorni con l'aiuto dei demoni».

«No. Diceva: non sarà fabbricato dall'uomo».

Caifa scende dal suo seggio e viene presso Gesù. Piccolo, obeso, brutto, pare un enorme rospo vicino ad un fiore. Perché Gesù, nonostante sia ferito, contuso, sporco e spettinato, è ancora tanto bello e, maestoso.

«Non rispondi? Che accuse ti fanno! Orrende! Parla, per levare da Te la loro onta».

Ma Gesù tace. Lo guarda e tace.

«Rispondi a me, allora. Sono il tuo Pontefice. In nome del Dio vivo io ti scongiuro. Dimmi: sei Tu il Cristo, il Figlio di Dio?».

«Tu lo hai detto. Io lo sono. E vedrete il Figliuolo dell'uomo, seduto alla destra della Potenza del Padre, venire sulle nubi del cielo. Del resto, a che mi interroghi? Ho parlato in pubblico per tre anni. Nulla ho detto di occulto. Interroga quelli che mi hanno udito. Essi ti diranno ciò che ho detto e ciò che ho fatto».

Uno dei soldati che lo tengono lo colpisce sulla bocca, facendola sanguinare di nuovo, e urla: «Così rispondi, o satana, al Sommo Pontefice?».

E Gesù, mite, risponde a questo come a quello di prima: «Se ho parlato bene, perché mi percuoti? Se male, perché non mi dici dove erro? Ripeto: Io sono il Cristo, Figlio di Dio. Non posso mentire. Il sommo Sacerdote, l'eterno Sacerdote Io sono. E Io solo porto il vero Razionale su cui è scritto: Dottrina e Verità. E a queste Io sono fedele. Sino alla morte, ignominiosa agli occhi del mondo, santa agli occhi di Dio, e sino alla beata Risurrezione. Io sono l'Unto. Pontefice e Re Io sono. E sto per prendere il mio scettro e con esso, come con ventilabro, mondare l'aia. Questo Tempio sarà distrutto e risorgerà, nuovo, santo. Perché questo è corrotto e Dio lo ha lasciato al suo destino».

«Bestemmiatore! », urlano tutti in coro.

«In tre giorni lo farai, folle e posseduto?».

«Non questo. Ma il mio risorgerà, il Tempio del Dio vero, vivo, santo, tre volte santo».

«Anatema!», urlano di nuovo in coro.

Caifa alza la sua voce chioccia, e si strappa le vesti di lino con atti di studiato orrore, e dice: «Che altro abbiamo da udire dai testimoni? La bestemmia è detta. Che dunque facciamo?».

E tutti in coro: «Sia reo di morte».

E con atti di sdegno e di scandalo escono dalla sala, lasciando Gesù alla mercede degli sgherri e della plebaglia dei falsi testimoni, che con schiaffi, con pugni, con sputi, legandogli gli occhi con uno straccio e poi tirandogli violentemente i capelli, lo sbalestrano qua e là a mani legate, di modo che urta contro tavoli, scranni e muri, e intanto gli chiedono: «Chi ti ha percosso? Indovina». E più volte, facendogli sgambetto fra le gambe, lo fanno stramazzare bocconi, e ridono sgangheratamente vedendo come, a mani legate, Egli stenti a rialzarsi.

Passano così le ore, e i carnefici, stanchi, pensano di prendere un poco di riposo. Portano Gesù in uno sgabuzzino, facendogli attraversare molte corti fra i lazzi della plebe, già folta nel recinto delle case ponteficali. Gesù giunge nella corte dove è Pietro presso al suo fuoco. E lo guarda. Ma Pietro ne sfugge lo sguardo. Giovanni non c'è più. Io non lo vedo. Penso sia andato via con Nicodemo...

L'alba viene avanti stentata e verdolina. Un ordine è dato: riportare il Prigioniero nella sala del Consiglio per un più legale processo. È il momento che Pietro nega per la terza volta di conoscere il Cristo quando Questi passa, già segnato dai patimenti. E nella luce verdognola dell'alba le lividure sembrano ancor più atroci sul volto terreo, gli occhi più fondi e vitrei, un Gesù offuscato dal dolore del mondo... Un gallo getta nell'aria appena mossa dell'alba il suo grido irridente, sarcastico, monello. E in questo momento di gran silenzio, che si è fatto all'apparizione del Cristo, non si sente che l'aspra voce di Pietro. dire: «Lo giuro, donna. Non lo conosco»: affermazione recisa, sicura, alla quale, come una risata beffarda, subito risponde il birichino canto del galletto.

Pietro ha un sussulto. Gira su se stesso per fuggire e si trova di fronte a Gesù che lo guarda con infinita pietà, con un dolore così accorato e intenso che mi spezza il cuore, come se dopo quello dovessi vedere dissolversi, e per sempre, il mio Gesù. Pietro ha un singhiozzo ed esce barcollando come fosse ebbro. Fugge dietro a due servi che escono. nella via e si perde giù per la strada ancora semibuia.

Gesù è riportato nell'aula. E gli ripetono in coro la domanda capziosa: «In nome del Dio vero, di' a noi: sei il Cristo?». E, avutane la risposta di prima, lo condannano a morte e dànno ordine di condurlo a Pilato.

Gesù, scortato da tutti i suoi nemici meno Anna e Caifa, esce ripassando da quei cortili del Tempio in cui tante volte aveva parlato e beneficato e guarito, valica la cinta merlata, entra nelle vie cittadine e, più strascinato che condotto, scende verso la città che si fa rosa in un primo annuncio d'aurora.

Credo che, con l'unico scopo di tormentarlo più a lungo, gli facciano fare un lungo giro vizioso per Gerusalemme, passando ad arte dai mercati, davanti agli stallaggi e agli alberghi colmi di gente per la Pasqua. E tanto le verdure di scarto dei mercati, come gli escrementi degli animali degli stallaggi, divengono proiettili per l'Innocente, il cui volto appare con sempre maggiori lividi e piccole lacerazioni sanguinanti, e velato dalle sudicerie varie che su di esso si sono sparse. I capelli, già appesantiti e lievemente stesi dal sudore sanguigno e resi più opachi, ora pendono spettinati, sparsi di paglie e immondezze, cadenti sugli occhi perché glieli scompigliano per velargli la faccia.

La gente dei mercati, compratori e venditori, lasciano tutto in asso per seguire, e non con amore, l'Infelice. Gli stallieri e i servi degli alberghi escono in massa, sordi ai richiami e agli ordini delle padrone, le quali, a dire il vero, come quasi tutte le altre donne, sono, se non contrarie tutte alle offese, almeno indifferenti al tumulto, e si ritirano brontolando per essere lasciate sole con tanta gente che hanno da servire.

Il codazzo urlante ingrossa così di minuto in minuto e sembra che, per una improvvisa epidemia, animi e fisionomie cambino natura, divenendo, i primi, animi di delinquenti e, le seconde, maschere di ferocia in volti verdi di odio o rossi di ira; e le mani artigliano, e le bocche prendono forma e ululo di lupo, e gli occhi divengono biechi, rossi, strabici come quelli di folli. Solo Gesù è sempre quello, sebbene ormai velato dalle immondezze sparse sul suo corpo e alterato da lividure e gonfiori.

Ad un archivolto che stringe la via come un anello, mentre tutto si ingorga e rallenta, un grido fende l'aria: «Gesù!». E Elia, il pastore, che cerca di farsi largo roteando un pesante randello. Vecchio, potente, minaccioso e forte, riesce a giungere quasi dal Maestro. Ma la folla, sgominata dall'improvviso assalto, restringe le sue file e separa, respinge, soverchia il solo contro tutta una plebe.

«Maestro!», urla mentre il gorgo della folla lo assorbe e respinge.

«Vai!... La Madre... Ti benedico...».

E il corteo supera il punto ristretto. E, come acqua che ritrova il largo dopo una chiusa, si rovescia tumultuando in un ampio viale sopraelevato sopra una depressione fra due colli, ai cui termini sono splendidi palazzi di gran signori.

Torno a vedere il Tempio sull'alto del suo colle e comprendo che il cerchio ozioso fatto fare al Condannato, per darlo in berlina a tutta la città e permettere a tutti di insultarlo, aumentando passo per passo gli insultatori, sta per conchiudersi di nuovo tornando sui luoghi di prima.

Da un palazzo esce al galoppo un cavaliere. La gualdrappa porpurea sopra il candore del cavallo arabo e l'imponenza del suo aspetto, la spada brandita nuda, e menata di piatto e di taglio su schiene e su teste che sanguinano, lo fanno parere un arcangelo. Quando in un caracollo, in un'impennata del cavallo che corvetta, facendo degli zoccoli un'arma di difesa per se stesso e per il padrone e il più valido degli strumenti di apertura per farsi largo fra la folla, gli cade dal capo il velo di porpora e oro che lo copriva, tenuto stretto da una striscia in oro, riconosco Manaem. «Indietro!», urla. «Come vi permettete turbare i riposi del Tetrarca?». Ma questo non è che una finta per giustificare il suo intervento e il suo tentativo di giungere a Gesù. «Quest'uomo... lasciatemelo vedere... Scostatevi, o chiamo le guardie...».

La gente, e per la grandine delle piattonate, e per i calci del cavallo, e per la minaccia del cavaliere, si apre, e Manaen raggiunge il gruppo di Gesù e delle guardie del Tempio che lo tengono.

«Via! Il Tetrarca è da più di voi, luridi servi. Indietro. Gli voglio parlare», e lo ottiene caricando con la sua spada il più accanito dei carcerieri.

«Maestro!...». «Grazie. Ma vai! E Dio ti conforti!». E, come può con le mani legate, Gesù fa un cenno di benedizione.

La folla fischia da lontano e, non appena vede che Manaen si ritira, si vendica d'essere stata respinta con una grandine di pietre e di immondezze sul Condannato.

Per il viale, che è in salita ed è già tutto tiepido di sole, ci si avvia verso la torre Antonia, la cui mole già appare lontano.

Un grido acuto di donna: «Oh! il mio Salvatore! La mia vita per la sua, o Eterno!», fende l'aria.

Gesù gira il capo e vede, dall'alto della loggia fiorita che incorona una casa molto bella, Giovanna di Cusa fra serve e servi, coi piccoli Maria e Mattia intorno, tendere le braccia al cielo.

Ma il Cielo non sente preghiera oggi! Gesù solleva le mani e traccia un gesto di benedicente addio.

«A morte! A morte il bestemmiatore, il corruttore, il satanasso! A morte gli amici di esso», e fischi e sassi vengono frombolati verso l'alta terrazza. Non so se qualcuno sia ferito. Sento un grido acutissimo e poi vedo scomporsi il gruppo e scomparire.

E avanti, avanti, salendo... Gerusalemme mostra le sue case al sole, vuote, svuotate dall'odio che spinge tutta una città, coi suoi effettivi abitanti e coi posticci qui convenuti per la Pasqua, contro un inerme.

Dei soldati romani, tutto un manipolo, esce di corsa dall'Antonia con le aste puntate contro la plebaglia, che urlando si sperde. Restano in mezzo alla via Gesù con le guardie e i capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani del popolo.

«Quest'uomo? Questa sedizione? Ne risponderete a Roma», dice altezzoso un centurione.

«È reo di morte secondo la nostra legge».

«E da quando vi è stato reso l'jus gladii et san guinis?», chiede sempre il più anziano dei centurioni, un volto severo, veramente romano, con una guancia divisa da una cicatrice profonda. E parla con lo sprezzo e il ribrezzo con cui avrebbe parlato a galeotti pidocchiosi.

«Lo sappiamo che non lo abbiamo questo diritto. Siamo i fedeli dipendenti di Roma...».

«Ah! Ah! Ah! Sentili, Longino! Fedeli! Dipendenti! Carogne! Le frecce dei miei arcieri vi darei per premio».

«Troppo nobile tal morte! Le schiene dei muli vogliono solo il flagrum!... », risponde con ironica flemma Longino.

I capi dei sacerdoti, scribi e anziani spumano veleno. Ma vogliono ottenere lo scopo loro e tacciono, inghiottono l'offesa senza mostrare di capirla e, inchinandosi ai due capi, chiedono che Gesù sia portato da Ponzio Pilato perché «giudichi e condanni con la ben nota e onesta giustizia di Roma».

«Ah! Ah! Odili! Siamo divenuti più saggi di Minerva... Qui! Date! E marciate avanti! Non si sa mai. Voi siete sciacalli e fetenti. Avervi alle spalle è un pericolo. Avanti!».

«Non possiamo».

«E perché? Quando uno accusa deve essere davanti al giudice coll'accusato. Questa è la regola di Roma».

«La casa di un pagano è immonda agli occhi nostri, e noi già siamo purificati per la Pasqua».

«Oh! miserini! Si contaminano a entrare! ... E l’uccisione dell'unico ebreo che uomo sia, e non sciacallo e rettile vostro pari, non vi sporca? Va bene. State dove siete, allora. Non un passo avanti o sarete infilzati sulle aste. Una decuria intorno all'Accusato. Le altre contro questa marmaglia sitente di becco mal lavato».

Gesù entra nel Pretorio in mezzo ai dieci astati, che fanno un quadrato di alabarde intorno alla sua persona. I due centurioni vanno avanti. Mentre Gesù sosta in un largo atrio, oltre il quale è un cortile che si intravvede dietro una tenda che il vento sommuove, essi scompaiono dietro una porta. Rientrano col Governatore, vestito di una toga bianchissima sulla quale però è un manto scarlatto. Forse così erano quando rappresentavano ufficialmente Roma.

Entra indolentemente, con un sorrisetto scettico sul volto sbarbato, stropiccia fra le mani delle fronde di erba cedrina e le fiuta con voluttà. Va ad una meridiana, si rivolge dopo averla guardata. Getta dei grani d'incenso nel braciere posto ai piedi di un nume. Si fa portare acqua cedrata e si gargarizza la gola. Si rimira la pettinatura tutta a onde in uno specchio di metallo tersissimo. Pare che abbia dimenticato il Condannato che aspetta la sua approvazione per essere ucciso. Farebbe venire l'ira anche alle pietre.

Gli ebréi, posto che l'atrio è tutto aperto sul davanti e sopraelevato di tre alti scalini anche sul vestibolo, che si apre sulla via già sopraelevato di altri tre sulla via stessa, vedono tutto benissimo e fremono. Ma non osano ribellarsi per paura delle aste e dei giavellotti.

Finalmente, dopo avere girato e rigirato per l'ampio luogo, Pilato va diritto incontro a Gesù, lo guarda e chiede ai due centurioni: «Questo?».

«Questo».

«Vengano i suoi accusatori», e va a sedersi sulla sedia posta sulla predella. Sul suo capo le insegne di Roma si incrociano con le loro aquile dorate e la loro sigla potente.

«Non possono venire. Si contaminano».

«Euè!!! Meglio. Eviteremo fiumi d'essenze per levare il caprino al luogo. Fateli avvicinare, almeno. Qui sotto. E badate non entrino, posto che non vogliono farlo. Può essere un pretesto, quest'uomo, per una sedizione».

Un soldato parte per portare l'ordine del Procuratore romano. Gli altri si schierano sul davanti dell'atrio a distanze regolari, belli come nove statue di eroi.

Vengono avanti i capi dei sacerdoti, scribi e anziani, e salutano con servili inchini e si fermano sulla piazzetta che è al davanti del Pretorio, oltre i tre gradini del vestibolo.

«Parlate e siate brevi. Già in colpa siete per avere turbato la notte e ottenuto l'apertura delle porte con violenza. Ma verificherò. E mandanti e mandatari risponderanno della disubbidienza al decreto». Pilato è andato verso di loro, rimanendo nel vestibolo.

«Noi veniamo a sottoporre a Roma, di cui tu rappresenti il divino Imperatore, il nostro giudizio su costui».

«Quale accusa portate contro di lui? Mi sembra un innocuo…»

«Se non fosse malfattore non te lo avremmo portato». E nella smania di accusare si fanno avanti.

«Respingete questa plebe! Sei passi oltre i tre scalini della piazza. Le due centurie all'armi!».

I soldati ubbidiscono veloci, allineandosi cento sul gradino esterno più alto, con le spalle volte al vestibolo, e cento sulla piazzetta su cui si apre il portone d'ingresso alla dimora di Pilato. Ho detto portone: dovrei dire androne o arco trionfale, perché è una vastissima apertura limitata da un cancello, ora spalancato, che immette nell'atrio per il lungo corridoio del vestibolo largo almeno sei metri, di modo che ben si vede ciò che avviene nell'atrio sopraelevato. Oltre l'ampio vestibolo si vedono le facce bestiali dei giudei guardare minacciose e sataniche verso l'interno, guardare dall'al di là della barriera armata che, gomito a gomito, come per una parata, presenta duecento punte ai conigli assassini.

«Quale accusa portate verso costui, ripeto».

«Ha commesso delitto contro la Legge dei padri».

«E venite a seccare me per questo? Pigliatelo voi e giudicatelo secondo le vostre leggi».

«Noi non possiamo dar morte ad alcuno. Dotti non siamo. Il Diritto ebraico è un pargolo deficiente rispetto al perfetto Diritto di Roma. Come ignoranti e come soggetti di Roma, maestra, abbiamo bisogno...».

«Da quando siete miele e burro?... Ma avete detto una verità, o maestri del mendacio! Di Roma avete bisogno! Sì. Per sbarazzarvi di costui che vi dà noia. Ho compreso». E Pilato ride, guardando il cielo sereno che si inquadra come una rettangolare lastra di cupa turchese fra le marmoree e candide pareti dell'atrio.

«Dite: in che ha commesso delitto contro le vostre leggi?».

«Noi abbiamo trovato che costui metteva il disordine nella nostra nazione e che impediva di pagare il tributo a Cesare, dicendosi il Cristo, re dei giudei».

Pilato ritorna presso Gesù, che è al centro dell'atrio, lasciato là dai soldati, legato ma senza scorta tanto appare netta la sua mansuetudine. E gli chiede: «Sei Tu il re dei giudei?».

«Per te lo chiedi o per insinuazione d'altri?».

«E che vuoi che me ne importi del tuo regno? Son forse io giudeo? La tua nazione e i capi di essa miti hanno consegnato perché io giudichi. Che hai fatto? Ti so leale. Parla. È vero che aspiri al regno?».

«Il mio Regno non viene da questo mondo. Se fosse un regno del mondo, i miei ministri e i miei soldati avrebbero combattuto perché i giudei non mi pigliassero. Ma il mio Regno non è della Terra. E tu lo sai che al potere Io non tendo».

«Ciò è vero. Lo so. Mi fu detto. Ma però Tu non neghi d'essere re?».

«Tu lo dici. Io sono Re. Per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla Verità. Chi è amico della Verità ascolta la mia voce».

«E che cosa è la Verità? Sei filosofo? Non serve di fronte alla morte. Socrate morì lo stesso».

«Ma gli servì di fronte alla vita, a ben vivere. E anche a ben morire. E ad andare nella vita seconda senza nome di traditore delle civiche virtù».

«Per Giove!». Pilato lo guarda ammirato qualche momento. Poi lo riprende il sarcasmo scettico. Fa un atto di noia, gli volge le spalle, torna verso i giudei.

«Io non trovo in Lui alcuna colpa».

La folla tumultua, presa dal panico di perdere la preda e lo spettacolo del supplizio. E urla: «È un ribelle!», «Un bestemmiatore», «Incoraggia il libertinaggio», «Eccita alla ribellione», «Nega rispetto a Cesare», «Si finge profeta senza esserlo», «Compie magie», «È un satana», «Solleva il popolo con le sue dottrine insegnando in tutta la Giudea, alla quale è venuto dalla Galilea insegnando», «A morte!», «A morte!».

«Galileo è? Galileo sei?». Pilato torna da Gesù: «Lo senti come ti accusano? Discolpati».

Ma Gesù tace. Pilato pensa... E decide. «Una centuria, e da Erode costui. Lo giudichi. È suo suddito. Riconosco il diritto del Tetrarca e al suo verdetto sottoscrivo in anticipo. Gli sia detto. Andate».

E Gesù, inquadrato come un manigoldo da cento soldati, riattraversa la città e torna ad incontrare Giuda Iscariota, che già aveva incontrato una volta presso un mercato. Prima mi ero dimenticata di dirlo, presa dal disgusto della zuffa popolana. Lo stesso sguardo di pietà sul traditore...

Ora è più difficile colpirlo con calci e bastoni, ma le pietre e le immondezze non mancano e, se i sassi cadono sonando senza ferire sugli elmi e le corazze romane, ben lasciano un segno colpendo Gesù, che procede col solo vestito, avendo lasciato il mantello nel Getsemani.

Nell'entrare nel fastoso palazzo di Erode, Egli vede... che non sa guardarlo e che fugge per non vederlo in quello stato, coprendosi il capo col mantello.

Eccolo nella sala, davanti a Erode. E, dietro Lui, ecco gli scribi e i farisei, che qui si sentono a loro agio, entrare da accusatori mendaci. Solo il centurione con quattro militi lo scortano davanti al Tetrarca.

Questo scende dal suo seggio e gira intorno a Gesù, mentre ascolta le accuse dei nemici suoi. E sorride e beffeggia. Poi finge una pietà e un rispetto che non turbano il Martire come non lo hanno turbato i motteggi.

«Sei grande. Lo so. Ti ho seguito e ho avuto giubilo che Cusa ti fosse amico e Manaem discepolo. Io... le cure di Stato... Ma che desiderio di dirti: grande... di chiederti perdono... L'occhio di Giovanni... la sua voce mi accusano e sempre davanti a me sono. Tu sei il santo che annulla i peccati del mondo. Assolvimi, o Cristo».

Gesù tace.

«Ho sentito che ti accusano di esserti drizzato contro Roma. Ma non sei Tu la verga promessa per percuotere Assur?».

Gesù tace.

«Mi hanno detto che Tu profetizzi la fine del Tempio e di Gerusalemme. Ma non è eterno il Tempio come spirito, essendo voluto da Chi eterno è?».

Gesù tace.

«Sei folle? Hai perduto il potere? Satana ti inceppa la parola? Ti ha abbandonato?».

Erode ride, ora. Ma poi dà un ordine. E dei servi accorrono portando un levriere dalla gamba spezzata, che guaisce lamentosamente, e uno stalliere ebete dalla testa acquosa, sbavante, un aborto d'uomo, trastullo dei servi.

Gli scribi e i sacerdoti fuggono urlando al sacrilegio, quando vedono la barella del cane.

Erode, falso e beffardo, spiega: «È il preferito di Erodiade. Dono di Roma. Si è spezzato ieri una zampa ed ella piange. Comanda che guarisca. Fa' miracolo».

Gesù lo guarda severo. E tace.

«Ti ho offeso? Allora questo. È un uomo, benché di poco sia più che una belva. Dàgli l'intelligenza, Tu, Intelligenza del Padre... Non dici così?». E ride, offensivo.

Altro più severo sguardo di Gesù e silenzio.

«Quest'uomo è troppo astinente e ora è intontito dagli spregi. Vino e donne, qui. E sia slegato».

Lo slegano. E mentre servi, in gran numero, portano anfore e coppe, entrano danzatrici... coperte di niente: una frangia multicolore di lino cinge per unica veste la loro sottile persona, dalla cintura alle anche. Null'altro. Bronzee perché africane, snelle come gazzelle giovinette, iniziano una danza silenziosa e lasciva.

Gesù respinge le coppe e chiude gli occhi senza parlare. La corte di Erode ride davanti al suo sdegno.

«Prendi quella che vuoi. Vivi! Impara a vivere!...», insinua Erode.

Gesù pare una statua. A braccia conserte, occhi serrati, non si scuote neppure quando le impudiche danzatrici lo sfiorano coi loro corpi nudi.

«Basta. Ti ho trattato da Dio e non hai agito da Dio. Ti ho trattato da uomo e non hai agito da uomo. Sei folle. Una veste bianca. Rivestitelo di essa perché Ponzio Pilato sappia che il Tetrarca ha giudicato folle il suo suddito. Centurione, dirai al Proconsole che Erode gli umilia il suo rispetto e venera Roma. Andate».

E Gesù, legato di nuovo, esce, con una tunica di lino, che gli giunge al ginocchio, sopra la rossa veste di lana.

E tornano da Pilato.

Ora, quando la centuria fende a fatica la folla, che non si è stancata di attendere davanti al palazzo proconsolare - ed è strano vedere tanta folla in quel luogo e nelle vicinanze, mentre il resto della città appare vuoto di popolo - Gesù vede in gruppo i pastori, e sono al completo, ossia Isacco, Gionata, Levi, Giuseppe, Elia, Mattia, Giovanni, Simeone, Beniamino e Daniele, insieme ad un gruppetto di galilei di cui riconosco Alfeo e Giuseppe di Alfeo, insieme a due altri che non conosco ma che direi giudei alla acconciatura. E più oltre, scivolato fin dentro al vestibolo, seminascosto dietro una colonna, insieme ad un romano che direi un servo, vede Giovanni. Sorride a questo e a quelli... I suoi amici... Ma che sono questi pochi, e Giovanna e Manaem e Cusa, in mezzo ad un oceano di odio che bolle?...

Il centurione saluta Ponzio Pilato e riferisce.

«Qui ancora?! Auf! Maledetta questa razza! Fate avanzare la plebaglia e portate qui l'Accusato. Euè! che noia!».

Va verso la folla, sempre fermandosi a metà vestibolo.

«Ebrei, udite. Mi avete condotto quest'uomo come sobillatore del popolo. Davanti a voi l'ho esaminato e non ho trovato in Lui nessuno dei delitti di cui lo accusate. Erode non più di me ha trovato. E a noi lo ha rimandato. Non merita la morte. Roma ha parlato. Però, per non dispiacervi levandovi il sollazzo, vi darò in cambio Barabba. E Lui lo farò colpire con quaranta colpi di fustigazione. Basta così».

«No, no! Non Barabba! Non Barabba! A Gesù la morte! E morte orrenda! Libera Barabba e condanna il Nazzareno».

«Ma udite! Ho detto fustigazione. Non basta? Lo farò flagellare, allora! È atroce, sapete? Può morire per essa. Che ha fatto di male? Io non trovo nessuna colpa in Lui. E lo libererò».

«Crocifiggi! Crocifiggi! A morte! Protettore dei delinquenti sei! Pagano! Satana tu pure! »

La folla si fa sotto e la prima schiera di soldati ondeggia nell'urto, non potendo usare le aste. Ma la seconda fila, scendendo d'un gradino, rotea le aste e libera i compagni.

«Sia flagellato», ordina Pilato a un centurione.

«Quanto?».

«Quanto ti pare... Tanto è affare finito. E io sono annoiato. Va'».

Gesù viene tradotto da quattro soldati nel cortile oltre l'atrio. In esso, tutto selciato di marmi colorati, è al centro un'alta colonna simile a quella del porticato. A un tre metri dal suolo essa ha un braccio di ferro sporgente per almeno un metro e terminante in anello. A questa viene legato Gesù con le mani congiunte sull'alto del capo, dopo che fu fatto spogliare. Egli resta unicamente con delle piccole brache di lino e i sandali. Le mani legate ai polsi vengono alzate sino all'anello, di modo che Egli, per quanto sia alto, non poggia al suolo che la punta dei piedi... E deve essere tortura anche questa posizione.

 

Ho letto non so dove che la colonna era bassa e Gesù stava curvo. Sarà. Io vedo così e così dico.

 

Dietro a Lui si, colloca uno dalla faccia di boia, dal netto profilo ebraico; davanti a Lui, un altro dalla faccia uguale. Sono armati del flagello, fatto di sette strisce di cuoio legate ad un manico e terminanti in un martelletto di piombo. Ritmicamente, come per un esercizio, si dànno a colpire. Uno davanti, l'altro di dietro, di modo che il tronco di Gesù è in una ruota di sferze e di flagelli. I quattro soldati a cui è consegnato, indifferenti, si sono messi a giocare a dadi con altri tre soldati sopraggiunti.

E le voci dei giuocatori si cadenzano sul suono dei flagelli, che fischiano come serpi e poi suonano come sassi gettati sulla pelle tesa di un tamburo, percuotendo il povero corpo così snello e di un bianco d'avorio vecchio, e che diviene prima zebrato di un rosa sempre più vivo, poi viola, poi si orna di rilievi d'indaco gonfi di sangue, e poi si crepa e rompe lasciando colare sangue da ogni parte. E infieriscono specie sul torace e l'addome, ma non mancano i colpi dati alle gambe e alle braccia e fin sul capo, perché non vi fosse brano di pelle senza dolore.

E non un lamento... Se non fosse sostenuto dalla fune, cadrebbe. Ma non cade e non geme. Solo la testa gli pende, dopo colpi e colpi ricevuti, sul petto, come per svenimento.

«Ohé! Fermati! Deve essere ucciso da vivo», urla e motteggia un soldato.

I due boia si fermano e si asciugano il sudore.

«Siamo sfiniti», dicono. «Dateci la paga, che si possa bere per ristorarsi...

«La forca vi darei! Ma prendete...», e un decurione getta una larga moneta ad ognuno dei due boia.

«Avete lavorato a dovere. Pare un mosaico. Tito, dici che era proprio questo l'amore di Alessandro? Allora gliene daremo notizia perché faccia il lutto. Sleghiamolo un poco».

Lo slegano e Gesù si accascia al suolo come morto. Lo lasciano là, urtandolo ogni tanto col piede calzato dalle calighe per vedere se geme. Ma Egli tace.

«Che sia morto? Possibile? È giovane e artiere, mi hanno detto... e pare una dama delicata».

«Ora ci penso io», dice un soldato. E lo mette seduto con la schiena alla colonna. Dove Egli era, sono grumi di sangue... Poi va ad una fontanella che chioccola sotto al portico, empie un mastello d'acqua e la rovescia sul capo e sul corpo di Gesù. «Così! Ai fiori fa bene l'acqua».

Gesù sospira profondamente e fa per alzarsi, ma ancora sta ad occhi chiusi.

«Oh! bene. Su, bellino! Che ti aspetta la dama!...».

Ma Gesù inutilmente punta al suolo i pugni nel tentativo di drizzarsi. «Su! Svelto! Sei debole? Ecco il ristoro», ghigna un altro soldato. E con l'asta della sua alabarda mena una bastonata al viso e coglie Gesù fra lo zigomo destro e il naso, che si mette a sanguinare.

Gesù apre gli occhi, li gira. Uno sguardo velato... Fissa il soldato percuotitore, si asciuga il sangue con la mano, e poi, con molto sforzo, si pone in piedi.

«Vestiti. Non è decenza stare così. Impudico!».

Ridono tutti in cerchio intorno a Lui.

Egli ubbidisce senza parlare. Ma mentre si china - e solo Lui sa quello che soffre nel piegarsi al suolo, così contuso come è, e con le piaghe che nel tendersi della pelle si aprono più ancora, e altre che se ne formano per vesciche che si rompono - un soldato dà un calcio alle vesti e le sparpaglia e, ogni volta che Gesù le raggiunge andando barcollante dove esse cadono, un soldato le spinge o le getta in altra direzione. E Gesù, soffrendo acutamente, le insegue senza una parola, mentre i soldati lo deridono oscenamente.

Può finalmente rivestirsi. E rimette anche la veste bianca, rimasta pulita in un angolo. Pare voglia nascondere la sua povera veste rossa, solo ieri tanto bella ed ora lurida di immondizie e macchiata del sangue sudato nel Getsemani. Anzi, prima di mettersi la tunichella corta sulla pelle, con essa si asciuga il volto bagnato e lo deterge così da polvere e sputi. Ed esso, il povero, santo volto, appare pulito, solo segnato da lividi e piccole ferite. E si ravvia i capelli caduti scomposti e la barba per un innato bisogno di essere ordinato nella persona.

E poi si accoccola al sole. Perché trema, il mio Gesù... La febbre comincia a serpeggiare in Lui con i suoi brividi. E anche la debolezza del sangue perduto, del digiuno, del molto cammino, si fa sentire.

Gli legano di nuovo le mani. E la corda torna a segare là dove è già un rosso braccialetto di pelle scorticata.

«E ora? Che ne facciamo? Io mi annoio!».

«Aspetta. I giudei vogliono un re. Ora glielo diamo. Quello lì...», dice un soldato.

E corre fuori, in un retrostante cortile certo, dal quale torna con un fascio di rami di biancospino selvatico, ancora flessibili perché la primavera tiene relativamente morbidi i rami, ma ben duri nelle spine lunghe e acuminate. Con la daga levano foglie e fioretti, piegano a cerchio i rami e li calcano sul povero capo. Ma la barbara corona ricade sul collo.

«Non ci sta. Più stretta. Levala».

La levano e sgraffiano le guance, risicando di accecarlo, e strappano i capelli nel farlo. La stringono. Ora è troppo stretta e, per quanto la pigino conficcando gli aculei nel capo, essa minaccia di cadere. Via di nuovo strappando altri capelli. La modificano di nuovo. Ora va bene. Davanti è un triplice cordone spinoso. Dietro, dove gli estremi dei tre rami si incrociano, è un vero nodo di spini che entrano nella nuca.

«Vedi come stai bene? Bronzo naturale e rubini schietti. Specchiati, o re, nella mia corazza», motteggia l'ideatore del supplizio.

«Non basta la corona a fare un re. Ci vuole porpora e scettro. Nella stalla è una canna e nella cloaca è una clamide rossa. Prendile, Cornelio».

E, avutele, mettono il sudicio straccio rosso sulle spalle di Gesù e, prima di mettergli fra le mani la canna, gliela dànno sul capo inchinandosi e salutando: «Ave, re dei Giudei», e si sbellicano dalle risa.

Gesù li lascia fare. Si lascia mettere seduto sul «trono» - un mastello capovolto, certo usato per abbeverare i cavalli - si lascia colpire, schernire, senza mai parlare. Li guarda solo... ed è uno sguardo di una dolcezza e di un dolore così atroce che non lo posso sostenere senza sentirne ferita al cuore.

I soldati smettono lo scherno solo alla voce aspra di un superiore che ordina la traduzione davanti a Pilato del reo.

Reo! Di che?

Gesù è riportato nell'atrio, ora coperto da un prezioso velario per il sole. Ha ancora la corona, la clamide e la canna.

«Vieni avanti. Che io ti mostri al popolo».

Gesù, già franto, si raddrizza dignitoso. Oh! che è veramente re!

«Udite, ebrei. Qui è l'uomo. Io l'ho punito. Ma ora lasciatelo andare».

«No, no! Vogliamo vederlo! Fuori! Che si veda il bestemmiatore!».

«Conducetelo fuori. E guardate non sia preso».

E mentre Gesù esce nel vestibolo e si mostra nel quadrato dei soldati, Ponzio Pilato lo accenna colla mano dicendo: «Ecco l'Uomo. Il vostro re. Non basta ancora?».

Il sole di una giornata afosa, che ormai scende quasi diritto perché si è a metà tra terza e sesta, accende e dà risalto agli sguardi e ai volti: sono uomini quelli? No: iene idrofobe. Urlano, mostrano i pugni, chiedono morte...

Gesù sta eretto. E le assicuro che mai ebbe la nobiltà di ora. Neppure quando faceva i più potenti miracoli. Nobiltà di dolore. Ma talmente divino che basterebbe a segnarlo del nome di Dio. Ma per dire quel Nome bisogna essere almeno uomini. E Gerusalemme non ha uomini, oggi. Ma solo demoni.

Gesù gira lo sguardo sulla folla, cerca, trova, nel mare dei visi astiosi, i volti amici. Quanti? Meno di venti amici in migliaia di nemici... E curva il capo colpito da questo abbandono. Una lacrima cade... un'altra... un'altra... La vista del suo pianto non genera pietà, ma ancor più fiero odio.

Viene riportato nell'atrio. «Dunque? Lasciatelo andare. È giustizia».

«No. A morte. Crocifiggi».

«Vi do Barabba».

«No. Il Cristo!».

«E allora prendetelo voi. E da voi crocifiggetelo. Perché io non trovo alcuna colpa in Lui per farlo».

«Si è detto Figlio di Dio. La nostra legge commina la morte al reo di tale bestemmia».

Pilato si fa pensoso. Rientra. Si siede sul suo tronetto. Pone una mano alla fronte e il gomito sul ginocchio e scruta Gesù.

«Avvicinati», dice.

Gesù va ai piedi della predella.

«È vero? Rispondi».

Gesù tace.

«Da dove vieni? Chi è Dio?».

«È il Tutto».

«E poi? Che vuol dire il Tutto? Che è il Tutto per chi muore? Sei folle... Dio non è. Io sono».

Gesù tace. Ha lasciato cadere la grande parola e poi torna a fasciarsi di silenzio.

«Ponzio, la liberta di Claudia Procula chiede di entrare. Ha uno scritto per te».

«Domine! Anche le donne ora! Venga».

Entra una romana e si inginocchia porgendo una tavoletta cerata. Deve essere quella su cui Procula prega il marito di non condannare Gesù. La donna si ritira a ritroso mentre Pilato legge.

«Mi si consiglia evitare il tuo omicidio. È vero che sei più di un aruspice? Mi fai paura».

Gesù tace.

«Ma non sai che ho potere di liberarti o di crocifiggerti?».

«Nessun potere avresti, se non ti fosse dato dall'alto. Perciò, chi mi ha dato nelle tue mani è più colpevole di te».

«Chi è? Il tuo Dio? Ho paura...».

Gesù tace.

Pilato è sulle spine. Vorrebbe e non vorrebbe. Teme il castigo di Dio, teme quello di Roma, teme le vendette giudee. Vince un momento la paura di Dio. Va sul davanti dell'atrio e tuona: «Non è colpevole».

«Se lo dici, sei nemico di Cesare. Chi si fa re è suo nemico. Tu vuoi liberare il Nazzareno. Faremo sapere a Cesare questo».

Pilato viene preso dalla paura dell'uomo.

«Lo volete morto, insomma? E sia. Ma il sangue di questo giusto non sia sulle mie mani», e fattosi portare un catino si lava le mani alla presenza del popolo, che pare preso da frenesia mentre urla: «Su noi, su noi il suo sangue. Su noi ricada e sui nostri figli. Non lo temiamo. Alla croce! Alla croce!».

Ponzio Pilato torna sul tronetto, chiama il centurione Longino e uno schiavo. Dallo schiavo si fa portare una tavola su cui appoggia un cartello e vi fa scrivere: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». E lo mostra al popolo.

«No. Non così. Non re dei Giudei. Ma che ha detto che sarebbe re dei Giudei», così urlano in molti.

«Ciò che ho scritto, ho scritto», dice duro Pilato e, dritto in piedi, stende la mano a palma in avanti e volta in basso e ordina: «Vada alla croce. Soldato, va'. Prepara la croce». (Ibis ad crucem! I, miles, expedi crucem). E scende senza neppure più voltarsi verso la folla in tumulto, né verso il pallido Condannato. Esce dall'atrio...

Gesù resta al centro di esso, sotto la guardia dei soldati, in attesa della croce.

 

Dice Gesù:

«Ti voglio far meditare il punto che si riferisce ai miei incontri con Pilato.

Giovanni, che essendo stato quasi sempre presente, o per lo meno molto prossimo, è il testimone e narratore più esatto, racconta come, uscito dalla casa di Caifa, Io fui portato al Pretorio. E specifica "di mattina presto". Infatti, lo hai visto, il giorno si iniziava appena. Specifica anche: "essi (i giudei) non entrarono per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua". Ipocriti come sempre, essi trovavano pericolo di contaminarsi nel calpestare la polvere della casa di un gentile, ma non trovavano peccato uccidere un Innocente e, coll'animo soddisfatto del delitto compiuto, poterono gustare meglio ancora la Pasqua.

Hanno anche ora molti seguaci. Tutti quelli che nell'interno agiscono male e all'esterno professano rispetto alla religione e amore a Dio, sono simili a questi. Formule, formule e non religione vera! Mi fanno ripugnanza e sdegno.

Non entrando i giudei da Pilato, uscì Pilato per udire che avesse la turba vociferante e, esperto come era nel governo e nel giudizio, con un solo sguardo comprese che il reo non ero Io, ma quel popolo ubbriaco di odio. L'incontro dei nostri sguardi fu una reciproca lettura dei nostri cuori. Io giudicai l'uomo per quel che era. Egli giudicò Me per quel che ero. In Me venne per lui della pietà perché era un uomo debole. Ed in lui venne per Me della pietà perché ero un innocente. Cercò di salvarmi dal primo momento. E, dato che unicamente a Roma era deferito e riserbato il diritto di esercitare giustizia verso i malfattori, tentò di salvarmi dicendo: "Giudicatelo secondo la vostra legge".

Ipocriti per la seconda volta, i giudei non vollero dare condanna. Vero che Roma aveva diritto di giustizia, ma quando, ad esempio, Stefano venne lapidato, Roma imperava tuttora su Gerusalemme ed essi, ciononostante, definirono e consumarono giudizio e supplizio senza curarsi di Roma. Per Me, di cui avevano non amore ma odio e paura - non mi volevano credere Messia, ma non volevano uccidermi materialmente nel dubbio lo fossi - agirono in maniera diversa e mi accusarono come sobillatore contro la potenza di Roma (voi direste: "ribelle") per ottenere che Roma mi giudicasse. Nella loro aula infame, e più volte nei tre anni del mio ministero, mi avevano accusato d'esser bestemmiatore e falso profeta, e come tale avrei dovuto esser da essi lapidato o comunque ucciso. Ma ora, per non compiere materialmente il delitto di cui sentono per istinto che sarebbero puniti, lo fanno compiere a Roma accusandomi d'esser malfattore e ribelle. Nulla di più facile, quando le folle sono pervertite ed i capi insatanassati, di accusare un innocente per sfogare la loro libidine di ferocia e di usurpazione, e levare di mezzo chi rappresenta un ostacolo e un giudizio.

Siamo tornati ai tempi di allora. Il mondo ogni tanto, dopo una incubazione di idee perverse, esplode in queste manifestazioni di pervertimento. Come una immensa gestante, la folla, dopo aver nutrito nel suo seno con dottrine da fiera il suo mostro, lo partorisce perché divori. Divori per primi i migliori e poi divori se stessa.

Pilato rientra nel Pretorio e mi chiama vicino. E mi interroga. Egli aveva già sentito parlare di Me. Fra i suoi centurioni c'erano alcuni che ripetevano il mio Nome con amore riconoscente, con le lacrime agli occhi e il sorriso nel cuore, e parlavano di Me come di un benefattore. Nei loro rapporti al Pretore, interrogati su questo Profeta che attirava a Sé le folle e predicava una dottrina nuova in cui si parlava di un regno strano, inconcepibile a mente pagana, essi avevano sempre risposto che ero un mite, un buono che non cercavo onori di questa Terra e che inculcavo e praticavo il rispetto e l'ubbidienza verso coloro che sono le autorità. Più sinceri degli israeliti, essi vedevano e deponevano la verità. La scorsa domenica egli, attratto dal clamore della folla, si era affacciato sulla via ed aveva visto passare su un' asinella un uomo disarmato, benedicente, circondato da bimbi e da donne. Aveva compreso che non poteva certo essere in quell'uomo un pericolo per Roma. Vuol dunque sapere se Io sono re. Nel suo ironico scetticismo pagano, voleva ridere un poco su questa regalità che cavalca un asino, che ha per cortigiani dei bambini scalzi, delle donne sorridenti, degli uomini del popolo, di questa regalità che da tre anni predica di non avere attrazioni per le ricchezze ed il potere e che non parla di altre conquiste fuorché quelle dello spirito e di anima. Che è l'anima per un pagano? Neppure i suoi dèi hanno un' anima. E la può avere l'uomo? Anche ora questo re senza corona, senza reggia, senza corte, senza soldati, gli ripete che il suo regno non è di questo mondo. Tanto vero che nessun ministro e nessuna milizia insorge a difendere il suo re ed a strapparlo ai nemici. Pilato, seduto sul suo seggio, mi scruta, perché Io sono un enigma per lui. Sgomberasse l'anima dalle sollecitudini umane, dalla superbia della carica, dall'errore del paganesimo, comprenderebbe subito Chi sono. Ma come può la luce penetrare dove troppe cose occludono le aperture perché la luce entri?

Sempre così, figli. Anche ora. Come può entrare Dio e la sua luce là dove non c'è più spazio per loro, e le porte e finestre sono sbarrate e difese dalla superbia, dall'umanità, dal vizio, dall'usura, da tante, tante guardie al servizio di Satana contro Dio?

Pilato non può capire quale sia il mio regno. E, quel che è doloroso, non chiede che Io glielo spieghi. Al mio invito perché egli conosca la Verità, egli, l'indomabile pagano, risponde: «Che cosa è la verità?», e lascia cadere con una alzata di spalle la questione.

Oh! figli, figli miei! Oh! miei Pilati di ora! Anche voi, come Ponzio Pilato, lasciate cadere con una alzata di spalle le questioni più vitali. Vi sembrano cose inutili, sorpassate. Cosa è la Verità? Denaro? No. Donne? No. Potere? No. Salute fisica? No. Gloria umana? No. E allora si lasci perdere. Non merita che si corra dietro ad una chimera. Denaro, donne, potere, buona salute, comodi, onori, queste sono cose concrete, utili, da amarsi e raggiungersi a qualunque scopo. Voi ragionate così. E, peggio di Esaù, barattate i beni eterni per un cibo grossolano che vi nuoce nella salute fisica e che vi nuoce per la salute eterna. Perché non persistete a chiedere: "Cosa è la verità"? Essa, la Verità, non chiede che di farsi conoscere, per istruirvi su di essa. Vi sta davanti come a Pilato e vi guarda con occhi di amore supplicante, implorandovi: "Interrogami. Ti istruirò". Vedi come guardo Pilato? Ugualmente guardo voi tutti così. E, se ho sguardo di sereno amore per chi mi ama e chiede le mie parole, ho sguardi di accorato amore per chi non mi ama, non mi cerca, non mi ascolta. Ma amore, sempre amore, perché l'Amore è la mia natura.

Pilato mi lascia dove sono, senza interrogare di più, e va dai malvagi che hanno la voce più grossa e che si impongono con la loro violenza. E li ascolta, questo sciagurato che non ha ascoltato Me e che ha respinto con una scrollata di spalle il mio invito a conoscere la Verità. Ascolta la Menzogna. L'idolatria, quale che sia la sua forma, è sempre portata a venerare ed accettare la Menzogna, quale che sia. E la Menzogna, accettata da un debole, porta il debole al delitto. Pure Pilato, sulle soglie del delitto, mi vuole salvare ancora e una e due volte. È qui che mi manda a Erode. Sa bene che il re astuto, che barcamena fra Roma e il suo popolo, agirà in modo da non ledere Roma e da non urtare il popolo ebreo. Ma, come tutti i deboli, allontana di qualche ora la decisione che non si sente di prendere, sperando che la sommossa plebea si calmi.

Io ho detto: "Il vostro linguaggio sia: si, sì; no, no". Ma egli non l'ha sentito o, se qualcuno glielo ha ripetuto, ha fatto la solita alzata di spalle. Per vincere nel mondo, per avere onori e lucro, occorre saper fare del un no, o del no un si, a seconda che il buon senso (leggi: senso umano) consigli. Quanti, quanti Pilati che ha il ventesimo secolo! Dove sono gli eroi del cristianesimo che dicevano sì, costantemente alla Verità e per la Verità, e no, costantemente no per la Menzogna? Dove sono gli eroi che sanno affrontare il pericolo e gli eventi con fortezza d'acciaio e con serena prontezza e non dilazionano, perché il Bene va subito compiuto e il Male subito fuggito senza "ma" e senza "se".

Al mio ritorno da Erode, ecco la nuova transazione di Pilato: la flagellazione. E che sperava? Non sapeva che la folla è la belva che, quando comincia a vedere il sangue, inferocisce? Ma dovevo esser franto per espiare i vostri peccati di carne. E vengo franto. Non ho più un brano del mio corpo che non sia percosso. Sono l'Uomo di cui parla Isaia. E al supplizio ordinato si aggiunge quello non ordinato, ma creato dalla crudeltà umana, delle spine.

Lo vedete, uomini, il vostro Salvatore, il vostro Re, coronato di dolore per liberarvi il capo da tante colpe che vi fermentano? Non pensate quale dolore ha subito la mia testa innocente per pagare per voi, per i vostri sempre più atroci peccati di pensiero che si tramutano in azione? Voi, che vi offendete anche quando non c'è motivo di farlo, guardate al Re offeso, ed è Dio, col suo ironico manto di porpora lacera, con lo scettro di canna e la corona di spine. È già morente e lo schiaffeggiano ancora con le mani e con gli schemi. Né ve ne muovete a pietà. Come i giudei, continuate a mostrarmi i pugni, a gridare: "Via, via, non abbiamo altro dio che Cesare", o idolatri che non adorate Dio, ma voi stessi e chi fra voi è più prepotente. Non volete il Figlio di Dio. Per i vostri delitti non vi dà aiuto. Più servizievole è Satana. Volete perciò Satana. Del Figlio di Dio avete paura. Come Pilato. E quando lo sentite incombere su voi con la sua potenza, agitarsi in voi con la voce della coscienza che vi rimprovera in suo nome, chiedete come Pilato: "Chi sei?".

Chi sono lo sapete. Anche quelli che mi negano sanno che sono e Chi sono. Non mentite. Venti secoli stanno intorno a Me e vi illustrano Chi sono e vi istruiscono sui miei prodigi. È più perdonabile Pilato. Non voi, che avete un retaggio di venti secoli di cristianesimo per sorreggere la vostra fede o per inculcarvela, e non ne volete sapere. Eppure con Pilato fui più severo che con voi. Non risposi. Con voi parlo. E, ciononostante, non riesco a persuadervi che sono Io, che mi dovete adorazione e ubbidienza. Anche ora mi accusate di esser Io stesso la rovina di Me in voi, perché non vi ascolto. Dite di perdere la fede per questo. Oh! mentitori! Dove l'avete la fede? Dove è il vostro amore? Quando mai pregate e vivete con amore e fede? Siete dei grandi? Ricordatevi che tali siete perché Io lo permetto. Siete degli anonimi fra la folla? Ricordatevi che non vi è altro Dio che Io. Niuno è da più di Me e avanti di Me. Datemi dunque quel culto d'amore che mi spetta ed Io vi ascolterò, perché non sarete più dei bastardi ma dei figli di Dio.

Ed ecco l'ultimo tentativo di Pilato per salvarmi la vita, dato che la potessi salvare dopo la spietata e illimitata flagellazione. Mi presenta alla folla: "Ecco l'Uomo!". A lui faccio umanamente pietà. Spera nella pietà collettiva. Ma, davanti alla durezza che resiste ed alla minaccia che avanza, non sa compiere un atto soprannaturalmente giusto, e perciò buono, e dire: "Io libero costui perché è innocente. Voi siete dei colpevoli e, se non vi disperdete, conoscerete il rigore di Roma". Questo doveva dire se era un giusto, senza calcolare il futuro male che gliene sarebbe venuto.

Pilato è un falso buono. Buono è Longino che, meno potente del Pretore e meno difeso, in mezzo alla via, circondato da pochi soldati e da una moltitudine nemica, osa difendermi, aiutarmi, concedermi di riposare, di confortarmi con le donne pietose, di esser soccorso dal Cireneo e infine di avere la Mamma ai piedi della Croce. Quello fu un eroe della giustizia e divenne per questo un eroe di Cristo.

Sappiatelo, o uomini che vi preoccupate unicamente del vostro bene materiale, che anche ai sensi di questo il vostro Dio interviene quando vi vede fedeli alla giustizia che è emanazione di Dio. Io premio sempre chi agisce con rettezza. Io difendo chi mi difende. Io lo amo e soccorro. Sono sempre Quello che ha detto: "Chi darà un bicchier d'acqua in mio nome avrà ricompensa". A chi mi dà amore, acqua che disseta il mio labbro di Martire divino, Io do Me stesso, ossia protezione e benedizione».

 

605. Disperazione e suicidio di Giuda Iscariota. Avrebbe ancora potuto salvarsi se si fosse pentito

 

Ecco la mia penosissima visione di queste prime ore del Venerdì di Passione, presentatamisi mentre facevo l'Ora di Maria Desolata, perché avevo pensato che passare la notte, che precede la Professione, in compagnia della Vergine dei Sette Dolori fosse la più bella preparazione alla Professione.

 

Vedo Giuda. È solo. Vestito di giallo chiaro e con un cordone rosso alla vita. Il mio interno ammonitore mi avverte che da poco è stato catturato Gesù e che Giuda, fuggito subito dopo la cattura, è ora in preda ad un contrasto di pensieri. Infatti l'Iscariota pare una belva furente e braccata da una muta di mastini. Ogni sospiro di vento fra le fronde, il frusciare che fa un qualche che per le vie, il gemito di una fontanella, lo fanno sussultare e volgersi con sospetto e terrore, come si sentisse raggiunto da un giustiziere. Gira il capo tenendolo basso, a collo torto, gira gli occhi come chi vuol vedere e ha paura di vedere e, se un giuoco di luna crea un'ombra dalla parvenza umana, egli sbarra gli occhi, fa un salto indietro, diventa anche più livido di quanto non sia, si arresta un istante e poi fugge a precipizio, tornando sui suoi passi, scantonando per altre viuzze, sinché un altro rumore, un altro giuoco di luce, lo fa arretrare e fuggire in altra direzione.

Nel suo andare pazzo va così verso l'interno della città. Ma un clamore di popolo l'avverte che è presso alla casa di Caifa, e allora, portandosi le mani al capo e curvandosi come se quei gridi fossero altrettante pietre che lo lapidino, fugge, fugge. E nel fuggire prende una stradetta che lo porta diritto verso la casa dove fu consumata la Cena. Se ne accorge, quando è davanti ad essa, per una fontanella che geme a quel punto della via. Il piangere dell'acqua, che goccia e cade nel piccolo bacino di pietra, e un fischio debole di vento, che' insinuandosi per la via stretta fa come un represso lamento, gli devono sembrare il pianto del Tradito e il lamento del Suppliziato. Si tappa gli orecchi per non udire e scappa ad occhi chiusi per non vedere quella porta, da cui poche ore avanti è passato col Maestro e dalla quale egli è uscito per andare a prendere gli armati per catturarlo.

Nel correre, così alla cieca, va a urtare contro un cane randagio, il primo cane che vedo da quando ho le visioni, un grosso cane grigio e irsuto, che con un ringhio si scansa, pronto a slanciarsi contro il suo disturbatore. Giuda apre gli occhi e incontra le due pupille fosforescenti che lo fissano e vede il biancore delle zanne scoperte che pare abbiano un riso diabolico. Dà un urlo di terrore. Il cane, che forse lo crede un urlo di minaccia, si avventa, e i due rotolano nella polvere: Giuda sotto, paralizzato dalla paura, il cane sopra. Quando la bestia lascia la preda, giudicata forse indegna di una lotta, Giuda sanguina per due o tre morsi e il suo mantello presenta dei vasti strappi.

Un morso lo ha proprio addentato alla guancia, nel preciso posto dove egli ha baciato Gesù. La guancia sanguina, e sangue brutta la veste giallognola di Giuda al collo. Gli fa come un collare di sangue, imbibendo di sé il cordone rosso che stringe al collo la veste, facendolo più rosso ancora. Giuda, portandosi la mano alla guancia e guardando il cane che si allontana, ma lo guata dall'insenatura di una porta, mormora: «Belzebù!», e con un nuovo urlo fugge inseguito dal cane per qualche tempo. Fugge sino al ponticello che è prossimo al Getsemani. Qui, sia perché stanco di inseguirlo, sia perché fosse idrofobo e l'acqua lo allontani, il cane lascia la preda e torna indietro ringhiando. Giuda, che si era gettato nel torrente per prendere pietre da scagliare al cane, quando lo vede allontanare si guarda intorno, si vede con l'acqua sino a metà polpaccio. Senza curarsi della veste, che sempre più si bagna, si curva sull'acqua e beve come fosse preso da arsione di febbre, e si lava la guancia che sanguina e deve dolere. Al lume di un primo svegliarsi di alba risale il greto. Dall'altra parte, come avesse ancora paura del cane e non osasse tornare verso la città.

Fa qualche metro e si trova nell'ingresso dell'orto degli Ulivi. Grida: «No! No!», riconoscendo il posto. Ma poi, non so per quale forza irresistibile o per quale sadismo satanico e criminale, avanza in quel luogo. Cerca il posto dove è avvenuta la cattura. La terra del sentiero scompigliata da molte pedate, l'erba calpestata in un dato punto e del sangue per terra, forse quello di Malco, lo avvisano che li egli ha indicato ai carnefici l'Innocente.

Guarda, guarda... e poi ha un urlo roco e fa un balzo indietro. Grida: «Quel sangue, quel sangue!...», e lo indica... a chi? col braccio teso e l'indice puntato. Nella luce che aumenta il suo volto è terreo e spettrale. Pare un pazzo. Ha gli occhi sbarrati e lucidi come per delirio, i capelli scompigliati dalla corsa e dal terrore sembrano stare irti sul capo, la gilancia che va enfiando gli torce la bocca in un ghigno. La veste strappata, insanguinata, bagnata, motosa, perché la polvere si è appiccicata al bagnato ed è divenuta fango, lo fa simile ad un accattone. Il manto, pure lacero e motoso, gli pende giù da una spalla come uno straccio, e in questo egli si impiglia quando, continuando a gridare: «Quel sangue, quel sangue!», arretra come se quel sangue divenisse un mare che monta e sommerge. Giuda cade riverso e si ferisce al capo, dietro al capo, contro una pietra. Ha un gemito di dolore e di paura. «Chi è?», grida. Deve aver pensato che qualcuno l'abbia fatto cadere per colpirlo. Si volge con terrore. Nessuno! Si alza. Ora il sangue goccia anche sulla nuca. Il cerchio rosso si allarga sulla veste. Non cade in terra, perché è poco. La veste lo beve. Ora il capestro rosso pare già al collo.

Cammina. Ritrova le tracce del fuocherello acceso da Pietro ai piedi di un ulivo. Ma egli non sa che è opera di Pietro e deve credere che lì fu Gesù. Grida: «Via! Via!», e con ambe le mani, tese avanti a sé, pare respingere un fantasma che lo tormenta. Scappa. E va a finire proprio contro il masso dell'Agonia.

Ormai l'alba è netta e permette vedere bene e subito. Giuda vede il mantello di Gesù rimasto piegato sul masso. Lo conosce. Vuole toccarlo. Ha paura. Stende e ritira la mano. Vuole. Disvuole. Ma quel manto lo affascina. Geme: «No. No». Poi dice: «Sì, per Satana! Sì. Voglio toccarlo. Non ho paura! Non ho paura!». Dice che non ha paura, ma batte i denti dal terrore, e il rumore che fa sul suo capo un ramo d'ulivo, mosso dal vento e urtante contro un tronco vicino, lo fa urlare di nuovo. Pure si sforza e afferra il mantello. E ride. Un riso da pazzo, da demonio. Un riso isterico, spezzato, lugubre, che non finisce mai, perché ha vinto la sua paura. E lo dice: «Non mi fai paura, Cristo. Più paura. Avevo tanta paura di Te perché ti credevo un Dio e un forte. Ora non mi fai più paura perché non sei Dio. Sei un povero pazzo, un debole. Non ti sei saputo difendere. Non mi hai incenerito come non hai letto nel mio cuore il tradimento. Le mie paure!... Che stolto! Quando parlavi, anche ieri sera, io credevo Tu sapessi. Nulla sapevi. Era la mia paura che dava tono di profezia alle tue comuni parole. Sei un nulla. Ti sei lasciato vendere, indicare, prendere come un sorcio nella tana. Il tuo potere! La tua origine! Ah! Ah! Ah! Buffone! Il forte è Satana! Più forte di Te. Ti ha vinto! Ah! Ah! Ah! Il Profeta! Il Messia! Il Re d'Israele! E mi hai tenuto soggetto per tre anni! Con la paura sempre nel cuore! E dovevo mentire per ingannarti con finezza quando volevo godere la vita! Ma anche avessi rubato e fornicato senza tutta l'astuzia che usavo, Tu non mi avresti fatto nulla. Imbelle! Pazzo! Vigliacco! Toh! Toh! Toh! Ho avuto torto a non fare a Te quel che faccio al tuo manto per vendicarmi del tempo in cui mi hai tenuto schiavo della paura. Paura di un coniglio!... Toh! Toh! Toh!».

Ad ogni «toh! » Giuda morde e cerca strappare la stoffa del manto. Lo spiegazza fra le mani. Ma nel farlo lo apre e appaiono le macchie che lo bagnano. Giuda si ferma nella sua furia. Fissa quelle macchie. Le tocca. Le fiuta. Sono sangue... Spiega tutto il mantello. È ben visibile l'impronta lasciata dalle due mani sanguinose quando si premevano la stoffa sul viso.

«Ah!... Sangue! Sangue! Il suo... No!». Giuda lascia cadere il mantello e guarda intorno. Anche contro il masso, là dove Gesù si è appoggiato con la schiena quando l'Angelo lo confortava, vi è uno scuro di sangue che secca. «Là!... Là!... Sangue! Sangue!...». Abbassa gli occhi per non vedere, e vede l'erba tutta rossa del sangue gocciato su essa. Questo, per la rugiada che lo ha tenuto sciolto, pare appena gocciato. È rosso e brilla al primo sole. «No! No! No! Non voglio vedere! Non posso vedere quel sangue! Aiuto!», e porta le mani alla gola e annaspa come se stesse affogando in un mare di sangue. «Indietro! Indietro! Lasciami! Lasciami! Maledetto! Ma questo sangue è un mare! Copre la Terra! La Terra! La Terra! E sulla Terra non c'è posto per me, perché io non posso vedere quel sangue che la copre. Sono il Caino dell'Innocente!». L'idea del suicidio credo sia venuta in questo momento in quel cuore.

Il volto di Giuda fa paura. Si butta dal balzo e fugge per l'uliveto senza tornare per la via già fatta. Pare un inseguito dalle fiere. Torna in città. Si avvolge nel mantello come può e cerca coprirsi la ferita e il volto per quanto può. Si dirige al Tempio. Ma, mentre va a quella volta, ad un incrocio di via si trova di fronte alle canaglie che trascinano Gesù da Pilato. Non può ritirarsi, perché altra folla lo preme alle spalle, accorrendo a vedere. E, alto come è, domina per forza e vede. E incontra lo sguardo di Cristo...

I due sguardi si allacciano un momento. Poi Cristo passa, legato, percosso. E Giuda cade riverso come svenuto. La folla lo calpesta senza pietà, né egli reagisce. Deve preferire essere calpestato da tutto un mondo anziché incontrare quello sguardo.

Quando la canea deicida è passata col Martire e la via è vuota, si rialza e corre al Tempio. Urta e quasi rovescia una guardia messa alla porta del recinto. Altre guardie accorrono per interdire al forsennato di entrare. Ma egli, come un toro furente, sgomina tutti. Uno, che gli si aggrappa per impedirgli di penetrare nell'aula del Sinedrio, dove sono ancora tutti raccolti a discutere, viene afferrato per la gola, strozzato e gettato, se non morto certo moribondo, giù dai tre scalini.

«Il vostro denaro, maledetti, non lo voglio», egli urla, ritto in mezzo all'aula, al posto dove prima era Gesù. Pare un demone sbucato dall'inferno. Insanguinato, spettinato, acceso dal delirio, con la bava alla bocca, le mani ad artiglio, egli urla e pare che abbai tanto la sua voce è stridula, roca, ululante. «Il vostro denaro, maledetti, non lo voglio. Mi avete perduto. Mi avete fatto commettere il più grande peccato. Come voi, come voi sono maledetto! Ho tradito il Sangue innocente. Ricada su voi quel Sangue e la mia morte. Su voi... No! Ah!...». Giuda vede il pavimento bagnato di sangue. «Anche qui, anche qui è sangue? Da per tutto! Da per tutto è il suo Sangue! Ma quanto Sangue ha l'Agnello di Dio per coprirne così la Terra e non morirne? Ed io l'ho sparso! Per istigazione vostra. Maledetti! Maledetti! Maledetti in eterno! Maledizione a queste mura! Maledizione a questo Tempio profanato! Maledizione al Pontefice deicida! Maledizione ai sacerdoti indegni, ai dottori falsi, ai farisei ipocriti, ai giudei crudeli, agli scribi subdoli! Maledizione a me! A me maledizione! A me! Tenete il vostro denaro e vi strozzi l'anima nella gola come a me il capestro», e getta la borsa in faccia a Caifa e va con un urlo, mentre le monete suonano spargendosi al suolo dopo aver colpito a sangue la bocca di Caifa.

Nessuno osa trattenerlo. Esce. Corre per le vie. E fatalmente torna ad incrociare altre due volte Gesù, che va e viene da Erode. Abbandona il centro della città, prendendo a casaccio per le viette più misere, e va a finire da capo contro la casa del Cenacolo. È tutta chiusa. Come abbandonata.

Si ferma. La guarda. «La Madre!», mormora. «La Madre!...». Resta in sospeso... «Ho anche io una madre! E ho ucciso un figlio a una madre! Pure... Voglio entrare... Rivedere quella stanza. Là non c’è sangue... Dà un picchio alla porta. Un altro... Un altro... La padrona di casa viene ad aprire e socchiude l'uscio. Una fessura... E vedendo quell'uomo stravolto, irriconoscibile, getta un urlo e tenta rinchiudere l'uscio. Ma Giuda con una spallata lo spalanca e, travolgendo la donna esterrefatta, passa oltre.

Corre verso la porticina che mette nel Cenacolo. L'apre. Entra. Un bel sole entra dalle finestre spalancate. Giuda tira un respiro di sollievo. Si inoltra. Qui tutto è calmo e silenzioso. Le stoviglie sono ancora come furono lasciate. Si capisce che per ora nessuno se ne è occupato. Si potrebbe credere che si sia per mettersi a tavola.

Giuda va verso la tavola. Guarda se vi è vino nelle anfore. Ce ne è. Beve avidamente dall'anfora stessa, che solleva a due mani. Poi si lascia cadere seduto e appoggia il capo sulle braccia conserte sulla tavola. Non si accorge che si è seduto proprio al posto di Gesù e che ha di fronte il calice usato per l'Eucarestia. Sta fermo qualche tempo. Finché l'ansito del gran correre si placa. Poi alza il capo. E vede il calice. E riconosce dove si è seduto.

Si alza come spiritato. Ma il calice lo affascina. Un poco di vino rosso è ancora nel fondo e il sole, percuotendo il metallo (pare argento), accende quel liquido. «Sangue! Sangue! Sangue anche qui! Il suo Sangue! Il suo Sangue!... "Fate questo in memoria di Me!... Prendete e bevete. Questo è il mio Sangue... Il Sangue del nuovo testamento che sarà sparso per voi... Ah! maledetto me! Per me non può più esser sparso per remissione del mio peccato. Non chiedo perdono perché Egli non mi può perdonare. Via, via! Non c'è più un posto dove il Caino di Dio possa conoscere quiete. A morte! A morte!...».

Esce. Si trova di fronte Maria, ritta sulla porta della stanza dove Gesù l'ha lasciata. Ella, udendo un rumore, si è affacciata sperando forse vedere Giovanni, che manca da tante ore. È pallida come un svenata. Ha degli occhi che il dolore fa ancor più simili a quelli del Figlio. Giuda incontra quello sguardo che lo guarda con la stessa accorata e cosciente cognizione con cui Gesù lo ha guardato per via, e con un «Oh!» spaurito si addossa al muro.

«Giuda!», dice Maria. «Giuda, che sei venuto a fare?». Le stesse parole di Gesù. E dette con amore doloroso. Giuda le ricorda e urla.

«Giuda», ripete Maria, «che hai tu fatto? A tanto amore hai risposto tradendo?». La voce di Maria è carezza che trema.

Giuda fa per scappare. Maria lo chiama con una voce che avrebbe dovuto convertire un demonio: «Giuda! Giuda! Fermati! Fermati! Ascolta! Io te lo dico in suo Nome: pentiti, Giuda. Egli perdona...». Giuda è fuggito. La voce di Maria, il suo aspetto è stato il colpo di grazia, ossia di disgrazia perché egli le resiste.

Va a precipizio. Incontra Giovanni che corre verso la casa a prendere Maria. La sentenza è pronunciata. Gesù sta per andare al Calvario. E ora che la Madre sia condotta dal Figlio. Giovanni riconosce Giuda per quanto ben poco resti del bel Giuda di poco tempo prima. «Tu qui?», gli dice Giovanni con palese ribrezzo. «Tu qui? Maledizione a te, uccisore del Figlio di Dio! Il Maestro è condannato. Giubila, se puoi. Ma sgombra la via. Vado a prendere la Madre. Che Ella, l'altra tua Vittima, non ti incontri, rettile».

Giuda fugge. Si è avvolto il capo nei brandelli del manto, lasciando unicamente uno spiraglio per gli occhi. La gente, la poca gente che non è verso il Pretorio, lo scansa come vedesse un pazzo. E tale sembra.

Vaga per la campagna. Il vento porta ogni tanto un'eco del clamore che proviene dalla turba che segue imprecando Gesù. Ogni volta che tale eco giunge a Giuda, egli urla come uno sciacallo.

Io credo che sia realmente impazzito, perché batte la testa ritmicamente contro i muretti di pietra. Oppure è divenuto idrofobo perché, quando vede un liquido purché sia - acqua, latte portato in un recipiente da un bambino, olio che geme da un otre - urla, urla e grida: «Sangue! Sangue! Il suo Sangue! ».

Vorrebbe bere ai ruscelli e alle fonti. Non può, perché l'acqua gli pare sangue, e lo dice: «È sangue! È sangue! Mi affoga! Mi brucia! Ho il fuoco! Il suo Sangue, che ieri mi ha dato, è divenuto fuoco in me! Maledizione a me e a Te!».

Sale e scende per i colli che circondano Gerusalemme. E l'occhio, irresistibilmente, gli va al Golgota. E due volte vede da lungi il corteo snodarsi nella salita. Guarda e urla.

Eccolo alla cima. Anche Giuda è in cima di un piccolo colle coperto d'ulivi. Vi è penetrato aprendo una chiudenda rustica come ne fosse padrone o per lo meno molto pratico. Già ho l'impressione che Giuda non avesse molti riguardi per l'altrui proprietà. Ritto sotto un ulivo al limite di un balzo, guarda verso il Golgota. Vede drizzare le croci e comprende che Gesù è crocifisso. Non può vedere né udire. Ma il delirio o un malefizio di Satana gli fan vedere e udire come fosse sulla cima del Calvario.

Guarda, guarda come allucirtato. Si dibatte: «No! No! Non mi guardare! Non mi parlare! Non lo sopporto. Muori, muori, maledetto! Ti chiuda la morte quegli occhi che mi fan paura, quella bocca che mi maledice. Ma anche io ti maledico. Perché non mi hai salvato».

Il volto è talmente stralunato che non si può più guardare. Due fili di bava scendono dalla bocca urlante. La guancia morsa è livida e enfiata, e il viso ne appare storto. I capelli appiccicati, la barba, molto scura, cresciuta sulle guance in quelle ore, mette un bavaglio lugubre sulle gote e sul mento. Gli occhi poi!... Roteano, si torcono, sono fosforescenti. Da vero demonio. Strappa dalla sua cintura il cordone di grossa lana rossa che lo cinge con tre giri. Ne prova la solidità avvinghiandolo intorno ad un ulivo e tirando con tutta la sua forza. Resiste. È forte. Sceglie un ulivo atto alla bisogna. Ecco. Questo, proteso oltre la balza con la sua chioma spettinata, va bene. Monta sull'albero. Assicura solidamente un cappio al ramo più robusto e sporgente nel vuoto. Ha già fatto il nodo scorsoio. Guarda un ultima volta al Golgota. Poi infila la testa nel nodo scorsoio. Ora pare avere due collane rosse alla radice del collo. Si siede sulla balza. Poi di colpo si lascia scivolare nel vuoto.

Il nodo lo stringe. Si dibatte qualche minuto. Strabuzza gli occhi, diviene nero d'asfissia, apre la bocca, le vene del collo si gonfiano e si fanno nere. Tira quattro o cinque calci per aria, nelle ultime convulsioni. Poi la bocca si apre e ne pende la lingua scura e bavosa, e i globi oculari restano scoperti, sporgenti, mostranti il bulbo bianchiccio iniettato di sangue. L'iride scompare in alto. È morto. Il forte vento, che si è alzato per l'imminente bufera, ciondola il macabro pendolo e lo fa roteare come un orrido ragno appeso al filo della ragnatela.

 

La visione finisce così. E mi auguro a avermi a dimenticare presto tutto ciò, perché le assicuro che è visione orrenda.

Dice Gesù:

«Orrenda, ma non inutile. Troppi credono che Giuda abbia commesso cosa da poco. Alcuni giungono anzi a dire che egli è un benemerito perché senza di lui la Redenzione non sarebbe venuta e che, perciò, egli è giustificato al cospetto di Dio.

In verità vi dico che, se l'Inferno non fosse già esistito, ed esistito perfetto nei suoi tormenti, sarebbe stato creato per Giuda ancor più orrendo e eterno, perché di tutti i peccatori e i dannati egli è il più dannato e peccatore, né per lui in eterno vi sarà ammolcimento di condanna.

Il rimorso l'avrebbe anche potuto salvare, se egli avesse fatto del rimorso un pentimento. Ma egli non volle pentirsi e, al primo delitto di tradimento, ancora compatibile per la grande misericordia che è la mia amorosa debolezza, ha unito bestemmie, resistenze alle voci della Grazia che ancora gli volevano parlare attraverso i ricordi, attraverso i terrori, attraverso il mio Sangue e il mio mantello, attraverso il mio sguardo, attraverso le tracce dell'istituita Eucarestia, attraverso le parole di mia Madre. Ha resistito a tutto. Ha voluto resistere. Come aveva voluto tradire. Come volle maledire. Come si volle suicidare. È la volontà quella che conta nelle cose. Sia nel bene che nel male.

Quando uno cade senza volontà di cadere, Io perdono. Vedi Pietro. Ha negato. Perché? Non lo sapeva esattamente neppure lui. Vile Pietro? No. Il mio Pietro non era vile. Contro la coorte e le guardie del Tempio aveva osato ferire Malco per difendermi e rischiare d'essere ucciso per questo. Era poi fuggito. Senza averne volontà di farlo. Aveva poi negato. Senza averne volontà di farlo. Ha saputo poi ben restare e procedere sulla sanguinosa via della Croce, sulla mia Via, fino a giungere alla morte di croce. Ha saputo poi molto bene testimoniare di Me, sino ad esser ucciso per la sua fede intrepida. Io lo difendo il mio Pietro. Il suo è stato l'ultimo smarrimento della sua umanità. Ma la volontà spirituale non era presente in quel momento. Ottusa dal peso dell'umanità, dormiva. Quando si destò, non volle restare nel peccato e volle esser perfetta. Io l'ho perdonato subito.

Giuda non volle. Tu dici che pareva pazzo e idrofobo. Lo era di rabbia satanica. Il suo terrore nel vedere il cane, bestia rara, in Gerusalemme in specie, venne dal fatto che si attribuiva a Satana, da tempi immemorabili, quella forma per apparire ai mortali. Nei libri di magia è detto tuttora che una delle forme preferite da Satana per apparire è quella di un cane misterioso o di un gatto o di un capro. Giuda, già preda del terrore nato dal suo delitto, convinto d'esser di Satana per il suo delitto, vide Satana in quella bestia randagia.

Chi è colpevole, in tutto vede ombre di paura. È la coscienza che le crea. Satana poi aizza queste ombre, che potrebbero ancora dare pentimento ad un cuore, e ne fa larve orrende che portano alla disperazione. E la disperazione porta all'ultimo delitto: al suicidio. A che pro gettare il prezzo del tradimento quando questo spogliamento è solo frutto dell'ira e non è corroborato da una retta volontà di pentimento? Allora spogliarsi dai frutti del male diviene meritorio. Ma così come egli fece, no. Inutile sacrificio.

Mia Madre, ed era la Grazia che parlava e la mia Tesoriera che largiva perdono in mio Nome, glielo disse: "Pentiti, Giuda. Egli perdona Oh! se lo avrei perdonato! Se si fosse gettato ai piedi della Madre dicendo: "Pietà!", Ella, la Pietosa, lo avrebbe raccolto come un ferito e sulle sue ferite sataniche, per le quali il Nemico gli aveva inoculato il Delitto, avrebbe sparso il suo pianto che salva e me lo avrebbe portato, ai piedi della Croce, tenendolo per mano perché Satana non lo potesse ghermire e i discepoli colpirlo, portato perché il mio Sangue cadesse per primo su lui, il più grande dei peccatori. E sarebbe stata, Ella, Sacerdotessa mirabile sul suo altare, fra la Purezza e la Colpa, perché è Madre dei vergini e dei santi, ma anche Madre dei peccatori.

Ma egli non volle. Meditate il potere della volontà di cui siete arbitri assoluti. Per essa potete avere il Cielo o l'Inferno. Meditate cosa vuol dire persistere nella colpa.

Il Crocifisso, Colui che sta con le braccia aperte e confitte per dirvi che vi ama, e che non vuole, non può colpirvi perché vi ama, e preferisce negarsi di potervi abbracciare, unico dolore del suo esser confitto, anziché aver libertà di punirvi, il Crocifisso, oggetto di divina speranza per coloro che si pentono e che vogliono lasciare la colpa, diviene per gli impenitenti oggetto di un tale orrore che li fa bestemmiare e usare violenza verso se stessi. Uccisori del loro spirito e del loro corpo per la loro persistenza nella colpa. E l'aspetto del Mite, che si è lasciato immolare nella speranza di salvarli, assume l'apparenza di uno spettro di orrore.

 

Maria, ti sei lamentata di questa visione. Ma è il Venerdì di Passione, figlia. Devi soffrire. Alle sofferenze per le sofferenze mie e di Maria devi unire le tue per l'amarezza di vedere i peccatori rimanere peccatori. È stata sofferenza nostra, questa. Deve esser tua. Maria ha sofferto, e soffre ancora, di questo, come delle mie torture. Perciò tu devi soffrire questo. Ora riposa. Fra tre ore sarai tutta mia e di Maria. Ti benedico, violetta della mia Passione e passiflora di Maria».

 

606. Gesù e Maria sono l'antitesi di Adamo ed Eva. Giuda Iscariota è il nuovo Caino.

        La vera evoluzione dell'uomo è quella del suo spirito.

 

Dice Gesù:

«La coppia Gesù-Maria è l'antitesi della coppia Adamo-Eva. È quella destinata ad annullare tutto l'operato di Adamo ed Eva e riportare l'Umanità al punto in cui era quando fu creata: ricca di grazia e di tutti i doni ad essa largiti dal Creatore. L'Umanità ha subito una rigenerazione totale per l'opera della coppia Gesù-Maria, i quali sono così divenuti i nuovi Capostipiti dell'Umanità. Tutto il tempo precedente è annullato. Il tempo e la storia dell'uomo si conta da questo momento in cui la nuova Eva, per un capovolgimento di creazione, trae dal suo seno inviolato, per opera del Signore Iddio, il nuovo Adamo.

Ma per annullare le opere dei due Primi, causa di mortale infermità, di perpetua mutilazione, di impoverimento, più: di indigenza spirituale - perché dopo il peccato Adamo ed Eva si trovarono spogliati di tutto quanto aveva loro donato, ricchezza infinita, il Padre santo - hanno dovuto, questi due Secondi, operare in tutto e per tutto in maniera opposta al modo di operare dei due Primi. Perciò, spingere l'ubbidienza sino alla perfezione che si annichila e si immola nella carne, nel sentimento, nel pensiero, nella volontà, per accettare tutto quanto Dio vuole. Perciò, spingere la purezza ad una castità assoluta, per cui la carne... che fu la carne per Noi due puri? Velo d'acqua sullo spirito trionfante, carezza di vento sullo spirito re, cristallo che isola lo spirito-signore e non lo corrompe, impulso che solleva e non peso che opprime. Questo fu la carne per Noi. Meno pesante e sensibile di una veste di lino, lieve sostanza interposta fra il mondo e lo splendore dell'io soprumanato, mezzo per operare ciò che Dio voleva. Null'altro.

Fu nostro l'amore? Certo. Il "perfetto amore" fu nostro. Non è, uomini, amore la fame di senso che vi spinge bramosi a saziarvi di una carne. Quella è lussuria. Nulla più. Tanto vero che amandovi così - voi lo credete amore - non sapete compatirvi, aiutarvi, perdonarvi. Che è allora il vostro amore? È odio. E unicamente delirio paranoico, che vi spinge a preferire il sapore di putridi pasti al sano, corroborante cibo di eletti sentimenti. Noi avemmo il "perfetto amore", Noi, i casti perfetti. Questo amore abbracciava Dio in Cielo e, a Lui unito come lo sono i rami col tronco che li nutre, si espandeva e scendeva prodigandosi di riposo, di riparo, di nutrimento, di conforto sulla Terra e sui suoi abitanti. Nessuno escluso da questo amore. Non i nostri simili, non gli esseri inferiori, non la natura erborea, non le acque e gli astri. Neppure i malvagi esclusi da questo amore. Perché anche essi, benché membri morti, erano pur sempre membri del gran corpo del Creato, e perciò vedevamo in essi, per quanto deturpata e bruttata dalla loro malvagità, la santa effigie del Signore, che a sua immagine e somiglianza li aveva formati.

Gioiendo coi buoni, piangendo sui non buoni, pregando (amore fattivo che si estrinseca coll'impetrare e ottenere protezione a chi si ama) pregando per i buoni acciò fossero sempre più buoni per accostarsi sempre più alla perfezione del Buono che ci ama dai Cieli, pregando per i vacillanti fra la bontà e la malvagità perché si fortificassero e sapessero persistere sul cammino santo, pregando per i malvagi perché la Bontà parlasse al loro spirito, li atterrasse magari con una folgore del suo potere, ma li convertisse al Signore Iddio loro, Noi amammo. Come nessun altro amò. Spingemmo l'amore alle vette della perfezione per colmare, col nostro oceano d'amore, l'abisso scavato dal disamore dei Primi, che amarono sé più di Dio, volendo avere più che lecito non fosse per divenire superiori a Dio. Perciò alla purezza, ubbidienza, carità, distacco da tutte le ricchezze della Terra (carne, potere, denaro: il trinomio di Satana opposto al trinomio di Dio: fede, speranza, carità); perciò all'odio, alla lussuria, all'ira, alla superbia (le quattro passioni perverse, antitesi delle quattro virtù sante: fortezza, temperanza, giustizia, prudenza) Noi dovemmo unire una costante pratica di tutto quanto era all'opposto del modo di agire della coppia Adamo-Eva.

E se molto, per il nostro buon volere senza limite, ci fu ancor facile farlo, solo l'Eterno sa quanto fu eroico compiere questa pratica in certi momenti e in certi casi. Non voglio qui che parlarne di uno solo. E di mia Madre. Non di Me. Della nuova Eva, la quale aveva già respinto dai più teneri anni le blandizie usate da Satana per sedurla a mordere il frutto e sentirne il sapore che aveva reso folle la compagna di Adamo; della nuova Eva, la quale non si era limitata a respingere Satana, ma l’aveva vinto schiacciandolo sotto una volontà di ubbidienza, di amore, di castità talmente vasta che esso, il Maledetto, ne era rimasto schiacciato e domo. No! No, che non si alza Satana da sotto il calcagno della mia Madre Vergine! Sbava e spuma, rugge e bestemmia. Ma la sua bava cola in basso, ma il suo urlo non tocca l'atmosfera che circonda la mia Santa, la quale non ode fetore né cachinni demoniaci, non vede, neppur vede la schifosa bava del Rettile eterno, perché le armonie celesti ed i celesti aromi le danzano innamorati intorno alla bella e santa persona, e perché il suo occhio, più puro del giglio e più innamorato di quello di tortora tubante, fissa solo il suo Signore eterno, di cui è Figlia, Madre e Sposa.

Quando Caino uccise Abele, la bocca della madre proferì le maledizioni che il suo spirito, separato da Dio, suggeriva contro il suo prossimo più intimo: il figlio delle sue viscere, profanate da Satana e rese brute dall'incomposto desiderio. E quella maledizione fu la macchia nel regno del morale umano, come il delitto di Caino la macchia nel regno dell'animale umano. Sangue sulla Terra, sparso da mano fraterna. Il primo sangue, che attira come calamita millenaria tutto il sangue che mano d'uomo sparge traendolo da vene d'uomo. Maledizione sulla Terra, proferita da bocca d'uomo. Quasi che la Terra non fosse sufficientemente maledetta per causa dell'uomo ribelle al suo Dio e non avesse dovuto conoscere i triboli e le spine e la durezza delle glebe, le siccità, le grandini, i geli, i solleoni, essa che era stata creata perfetta e servita da elementi perfetti per esser dimora facile e bella all'uomo suo re.

Maria deve annullare Eva. Maria vede il secondo Caino: Giuda. Maria sa che egli è il Caino del suo Gesù, del secondo Abele. Sa che il sangue di questo secondo Abele è stato venduto da quel Caino e già viene sparso. Ma non maledice. Ama e perdona. Ama e richiama.

Oh! Maternità di Maria martire! Maternità sublime quanto la tua virginea e divina! Di quest'ultima ti ha fatto dono Iddio! Ma della prima tu, Madre santa, Corredentrice, ti sei fatta dono, perché tu, tu sola hai saputo, in quell'ora, col cuore franto dai flagelli che mi avevano franto le carni, dire a Giuda quelle parole; tu, tu sola hai saputo, in quell'ora, mentre sentivi già la croce spaccarti il cuore, amare e perdonare.

Maria: la nuova Eva. Essa vi insegna la nuova religione, che spinge l'amore a perdonare chi uccide un figlio. Non siate come Giuda, che a questa Maestra di Grazia chiude il cuore e dispera dicendo: "Egli non mi può perdonare", mettendo in dubbio le parole della Madre della Verità e perciò le mie parole, che avevano sempre ripetuto che Io ero venuto per salvare e non perdere. Per perdonare a chi a Me veniva pentito.

Maria, nuova Eva, ha anche Ella avuto da Dio un nuovo figlio "in luogo di Abele ucciso da Caino". Ma non lo ebbe con un ora di gioia brutale, che rende assopito il dolore sotto i vapori del senso e le stanchezze dell'appagamento. Lo ebbe in un'ora di dolore totale, ai piedi di un patibolo, fra i rantoli del Morente che le era Figlio, gli improperi di una folla deicida e una desolazione immeritata e totale, poiché anche Dio non più la consolava.

La vita nuova incomincia per l'Umanità e per i singoli uomini da Maria. Nelle sue virtù e nel suo modo di vivere è la vostra scuola. E nel suo dolore, che ebbe tutti i volti, anche quello del perdono all'uccisore del suo Figlio, è la salvezza vostra».

 

Dice Gesù:

«Un giorno ti parlerò ancora di Caino e dei Progenitori. Vi è molto da dire e da meditare».

 

Dice Gesù:

«Nella Genesi si legge: "Allora Adamo pose alla sua moglie il nome di Eva, essendo essa la madre di tutti i viventi".

Oh! si. La donna era nata dalla "Virago" che Dio aveva formata per compagna di Adamo, traendola dalla costola dell'uomo. Era nata col suo destino doloroso perché aveva voluto nascere. Perché aveva voluto conoscere ciò che Dio le aveva occultato riserbandosi la gioia di darle la gioia di posterità senza avvilimento di senso. La compagna di Adamo aveva voluto conoscere il bene che si cela nel male e, soprattutto, il male che si cela nel bene, nell'apparente bene. Poiché, sedotta come era da Lucifero, aveva appetito a conoscenze che solo Dio poteva conoscere senza pericolo, e si era fatta creatrice. Ma, usando questa forza di bene indegnamente, l'aveva corrotta in atto di male, perché disubbidienza a Dio e malizia e ingordigia della carne.

Ormai ella era la "madre". Pianto infinito delle cose intorno all'innocenza della loro regina profanata! E pianto desolato della regina sulla sua profanazione, di cui comprende l'entità e l'impossibile annullamento! Se le tenebre e i cataclismi accompagnarono la morte dell'Innocente, anche tenebra e bufera accompagnarono la morte dell'Innocenza e della Grazia nei cuori dei Progenitori. Era nato il Dolore sulla Terra. E la Provvidenza di Dio non lo volle eterno, dandovi dopo anni di dolore la gioia di uscire dal dolore per entrare nella gioia, se sapete vivere con animo retto. Guai all'uomo se avesse dovuto farsi umanamente padrone della vita! E vivere col ricordo dei suoi delitti e il continuo aumento degli stessi, poiché vivere senza peccare vi è più impossibile che vivere senza respirare, creature che eravate state create per conoscere la Luce, e che la Tenebra ha avvelenato di sé facendovi sue vittime.

La Tenebra! Essa vi circuisce continuamente. Vi avviluppa ridestando quanto il Sacramento ha cancellato e, poiché voi ad essa non opponete volontà d'esser di Dio, riesce a riavvelenarvi del suo veleno, che il Battesimo aveva reso innocuo.

Dio Padre allontanò l'uomo, della cui disubbidienza erano palesi i segni, dal luogo delle paradisiache delizie, affinché non peccasse un'altra volta e più ancora alzando la mano ladra all'albero di Vita. Non si poteva più fidare il Padre dei suoi figli, né sentirsi sicuro nel suo terrestre Paradiso. Satana vi era penetrato una volta per insidiargli le creature predilette e, se aveva potuto indurli alla colpa quando erano innocenti, con agio maggiore l'avrebbe potuto rifare ora che innocenti non erano più.

L'uomo aveva tutto voluto possedere, non lasciando a Dio il tesoro d'esser il Generatore. Se ne andasse perciò con la sua ricchezza acquistata con violenza e se la portasse seco sulla terra d'esilio, a farlo sempre memore del suo peccato, re avvilito e spogliato dei suoi doni. La creatura paradisiaca era divenuta creatura terrestre. E dovevano passare secoli di dolore perché l'Unico che potesse stendere la mano al frutto di Vita venisse e cogliesse per tutta l'Umanità tal frutto. Lo cogliesse con le sue mani trafitte e lo desse agli uomini perché tornassero coeredi del Cielo e possessori della Vita che non muore in eterno.

Dice ancora la Genesi: "Adamo poi conobbe la sua moglie Eva".

Avevano voluto conoscere i segreti del bene e del male. Giusto era che conoscessero ora anche il dolore di dover riprodurre se stessi nella carne avendo l'aiuto di Dio unicamente per ciò che l'uomo non può creare: lo spirito, scintilla che da Dio si parte, soffio che da Dio si infonde, sigillo che sulla carne appone il segno del Creatore eterno. Ed Eva partorì Caino. Eva era carica della sua colpa.

Richiamo qui la vostra attenzione su un fatto che sfugge ai più. Eva era carica della sua colpa. Né il dolore era ancora stato subito in misura sufficiente a diminuire la sua colpa. Come organismo carico di tossine, ella aveva trasmesso al figlio quanto pullulava in lei. E Caino, primo figlio d'Eva, era nato duro, invidioso, iracondo, lussurioso, perverso, di poco dissimile alle belve rispetto all'istinto, di molto superiore rispetto al soprannaturale, perché nel suo io feroce egli negava rispetto a Dio che guardava come un nemico, credendosi lecito di non averne culto sincero. Satana lo aizzava a deridere Dio. E chi deride Dio non rispetta nessuno al mondo. Onde coloro che sono a contatto coi derisori dell'Eterno conoscono l'amaro del pianto, perché non vi è per loro speranza di amore riverente nella prole, non sicurezza di amore fedele nel consorte, non certezza di amicizia onesta nell'amico.

Lacrime e lacrime rigarono il volto di Eva e rigarono il suo cuore per la durezza del figlio, gettando nel suo cuore il germe del pentimento. Lacrime e lacrime che le ottennero una diminuzione di colpa, perché Dio al dolore di chi si pente perdona. E il secondogenito di Eva ebbe l'anima lavata nel pianto della madre, e fu dolce e rispettoso verso i genitori, e devoto al Signore suo, di cui sentiva l'onnipotenza raggiare dai Cieli. Era la gioia della decaduta.

Ma il cammino del dolore di Eva doveva esser lungo e doloroso, proporzionato al suo cammino nell'esperienza di peccato. In questo, fremito di sensi. In quello, fremito di spasimi. In questo, baci. In quello, sangue. Da questo, un figlio. Da quello, la morte di un figlio. Del prediletto per la sua bontà. Abele diviene strumento di purificazione per la colpevole. Ma quale dolorosa purificazione! Essa empì dei suoi ululi la Terra esterrefatta per il fratricidio e mescolò le lacrime di una madre al sangue di un figlio, mentre colui che l'aveva sparso, in odio a Dio e al fratello amato da Dio, fuggiva inseguito dal suo rimorso.

Dice il Signore a Caino: "Perché sei irritato?". Perché, se tu manchi verso di Me, ti irriti che Io non ti guardi benigno?

Quanti Caini sono sulla Terra! Essi mi danno un culto derisore e ipocrita o non me ne danno affatto, e vogliono che Io li guardi con amore e li colmi di felicità. Dio è vostro Re. Non vostro servo. Dio è vostro Padre. Ma un padre non è mai un servo, se si giudica secondo giustizia. Dio è giusto. Voi non lo siete. Ma Egli lo è. E non può certo, poiché vi colma a dismisura dei suoi benefici sol che lo amiate un poco, non darvi i suoi castighi poiché tanto lo schernite. La Giustizia non conosce due vie. Una è la sua via. Tale fate e tale avete. Se siete buoni, avete bene. Se siete malvagi, avete male. E, credetelo, è sempre molto più il bene che avete rispetto al male che dovreste avere per la vostra maniera di vivere in ribellione alla Legge divina.

È detto da Dio: "Non è vero che se farai bene avrai bene e se farai male il peccato sarà subito alla tua porta?". Infatti il bene porta ad una costante elevazione spirituale e rende sempre più capaci di compiere un bene sempre più grande, sino ad attingere la perfezione e divenire santi. Mentre basta cedere al male per degradarsi e allontanarsi dalla perfezione, conoscere il dominio del peccato che entra nel cuore e lo fa scendere per gradi a sempre maggiore colpevolezza.

"Ma", dice ancora Dio, "ma sotto di te sarà il desiderio di esso e tu lo devi dominare". Si. Dio non vi ha fatto schiavi del peccato. Le passioni sono sotto di voi. Non sopra di voi. Dio vi ha dato intelligenza e forza di dominarvi. Anche ai primi uomini, colpiti dal rigore di Dio, Egli ha lasciato intelligenza e forza morale. Ora, poi, da quando il Redentore ha consumato per voi il Sacrificio, voi avete ad aiuto dell'intelligenza e forza i fiumi della Grazia e potete, e dovete dominare il desiderio del male. Con la vostra volontà fortificata dalla Grazia lo dovete fare. Ecco perché gli angeli della mia Nascita cantarono alla Terra: "Pace agli uomini di buona volontà". Io ero venuto per riportarvi la Grazia e, mediante il connubio di essa con la vostra buona volontà, sarebbe venuta agli uomini la Pace. La Pace: gloria del Cielo di Dio.

"E Caino disse al fratello: 'Andiamo fuori"'. Menzogna che cela sotto un sorriso il tradimento che uccide. La delinquenza è sempre menzognera. Verso le sue vittime e verso il mondo che cerca ingannare. E vorrebbe ingannare anche Dio. Ma Dio legge nei cuori. "Andiamo fuori".

Tanti secoli dopo, uno disse: "Salve, Maestro", e lo baciò. I due Caini nascosero il delitto sotto un'apparenza innocua e sfogarono l'invidia, l'ira, la prepotenza loro e tutti i malvagi istinti, sulla vittima, perché non avevano dominato se stessi, ma del proprio io corrotto avevano fatto schiavo lo spirito.

Eva sale nell'espiazione. Caino scende verso l'inferno. La disperazione lo prende e ve lo sprofonda. E con la disperazione, ultimo colpo mortale allo spirito già languente per il suo delitto, viene la paura fisica, vile, della punizione umana. Non più essere memore del Cielo, l'uomo dall'anima morta è un animale che trema per la sua vita animale. La morte, il cui aspetto è sorriso per i giusti poiché per essa essi vanno alla gioia del possesso di Dio, è terrore a coloro che sanno che morire vuol dire passare dall'inferno del cuore all'Inferno di Satana in eterno. E come allucinati vedono dovunque vendetta pronta a colpirli.

Ma sappiate - parlo ai giusti - sappiate che se il rimorso e le tenebre di un cuore colpevole permettono e fomentano le allucinazioni del peccatore, a nessuno è lecito erigersi a giudice del fratello e tanto meno a giustiziere. Uno solo è Giudice: Dio. E se la giustizia dell'uomo ha creato i suoi tribunali, ad essi occorre deferire il compito di amministrare giustizia, e guai a coloro che profanano tal nome e giudicano per aculeo di passione propria o per pressione di potenze umane. Maledizione a chi si fa giustiziere privato di un suo simile! Ma maledizione ancor più grande a chi, senza coefficiente di impulsivo sdegno ma per freddo calcolo umano, manda a morte o a disonore di carcere senza giustizia. Ché, se a colui che uccide chi uccise sarà dato castigo sette volte più grande, come disse il Signore sarebbe avvenuto di chi colpiva Caino, colui che senza giustizia condanna, per asservimento a Satana in veste di Prepotere umano, sarà colpito settantasette volte dal rigore di Dio. Questo occorrerebbe aver sempre presente, e specie in quest'ora, uomini che vi uccidete a vicenda per fare dei caduti la base del vostro trionfo, e non sapete che vi scavate sotto i piedi il trabocchetto in cui precipiterete maledetti da Dio e dagli uomini. Poiché Io ho detto: "Non ucciderai".

Eva sale sul suo cammino di espiazione. Il pentimento cresce in lei davanti alle prove del suo peccato. Volle conoscere il bene e il male. E il ricordo del bene perduto le è come il ricordo del sole ad uno subitamente acciecato; e il male le sta davanti nella spoglia del figlio ucciso e intorno per il vuoto lasciato dal figlio omicida e fuggiasco.

E nasce Set. E, da Set, Enos. Il primo sacerdote. Voi vi gonfiate la mente dei fumi della vostra scienza e parlate di evoluzione come di un segno della vostra formazione spontanea. L'uomo-animale evolvendosi raggiungerà il superuomo. Dite così. Sì. Così è. Ma a modo mio. Nel campo mio. Non nel vostro. Non passando dalla sorte di quadrumani a quella di uomini. Ma passando da quella di uomini a quella di spiriti. Tanto più crescerà lo spirito e tanto più vi evolverete.

Voi che parlate di glandole, e vi empite la bocca parlando di ipofisi o pineale, e mettete in essa la sede della vita, presa non nel tempo che la vivete ma nei tempi che hanno preceduto e che susseguiranno la vostra vita attuale, sappiate che la vera ghiandola vostra, quella che fa di voi i possessori eterni della Vita, è lo spirito vostro. Più questo sarà sviluppato e più possederete le luci divine e vi evolverete da uomini a dèi, immortali dèi, ottenendo così, senza contravvenire al desiderio di Dio, al suo comando circa l'albero di Vita, di possedere questa Vita proprio come Dio vuole la possediate, poiché Egli per voi l'ha creata eterna e fulgida, abbraccio beatifico con la sua eternità che vi assorbe in sé e vi comunica le sue proprietà.

Più lo spirito sarà evoluto e più conoscerete Dio. Conoscere Dio vuol dire amarlo e servirlo, e perciò esser capaci di invocarlo per sé e per gli altri. Divenire perciò i sacerdoti che dalla Terra pregano per i fratelli. Poiché è sacerdote il consacrato. Ma lo è anche il credente convinto, amoroso, fedele. Lo è soprattutto l'anima vittima che immola se stessa per impulso di carità. Non è l'abito, ma l'animo quello che Dio osserva. E in verità vi dico che, agli occhi miei, appaiono molti tonsurati che di sacerdotale non hanno che la tonsura e molti laici nei quali la Carità, che li possiede e dalla quale si lasciano consumare, è Olio dell'ordinazione che fa di essi i miei sacerdoti, ignoti al mondo ma noti a Me che li benedico».

 

607. Giovanni va a prendere la Madre

 

Ora che il mio interno ammonitore mi dice esser quella in cui Giovanni andò da Maria.

 

Vedo il prediletto ancor più pallido di quando era nel cortile di Caifa insieme a Pietro. Forse perché là la luce del fuoco acceso gli dava un riflesso caldo alle guance. Ora appare scavato come da una grave malattia ed esangue. Il suo viso emerge dalla tunica lilla come quello di un annegato, tanto è di un pallore livido. Anche gli occhi sono offuscati, i capelli opachi e spettinati, la barba, spuntata in quelle ore, gli mette un velo chiaro sulle guance e il mento e le fa apparire, biondo-chiara come è, ancor più pallide. Non ha più nulla del dolce, ilare Giovanni, né dell'inquieto Giovanni che poco prima, con una vampa di sdegno sul volto, a fatica si è contenuto dal malmenare Giuda.

Bussa alla porta della casa e, come se dall'interno qualcuno, timoroso di ritrovarsi di fronte Giuda, chiedesse chi è che picchia, risponde: «Sono Giovanni». L'uscio si apre ed egli entra.

Va anche lui subito nel cenacolo, non rispondendo alla padrona che gli chiede: «Ma che avviene in città?».

Si chiude dentro e cade in ginocchio contro al sedile su cui era Gesù e piange chiamandolo con dolore. Bacia la tovaglia nel posto dove il Maestro tenne congiunte le mani, carezza il calice che fu tra le sue dita... Poi dice: «Oh! Dio altissimo, aiutami! Aiutami a dirlo alla Madre! Io non ho cuore!... Eppure devo dirlo. Io devo dirlo, poiché sono rimasto solo!».

Si alza e pensa. Tocca ancora il calice come per attingere forza da quell'oggetto toccato dal Maestro. Si guarda intorno... Vede, ancora nel suo angolo dove Gesù l'ha posto, il purificatoio usato dal Maestro per asciugarsi le mani dopo la lavanda e l'altro che si era cinto alla vita. Li prende, li piega e li carezza e bacia. Resta ancora perplesso, ritto in mezzo alla stanza vuota. Dice: «Andiamo!», ma non si muove verso la porta. Anzi torna al tavolo e prende il calice e il pane spezzato in un angolo da Gesù per staccarne il boccone da dare a Giuda, intinto. Li bacia e, insieme ai due purificatoi, li prende e se li tiene stretti contro al cuore come una reliquia. Ripete: «Andiamo!», e sospira. Cammina verso la scaletta e la sale a spalle curve e a passi riluttanti e strascicati. Apre, esce.

«Giovanni, sei venuto?». Maria è riapparsa sulla porta della sua stanza, sorreggendosi allo stipite come se non avesse forza di star ritta da sola.

Giovanni alza il capo e la guarda. Vorrebbe parlare e apre la bocca. Ma non riesce. Due lacrimoni gli rotolano giù dalle guance. Curva il capo, vergognoso della sua debolezza.

«Vieni qui, Giovanni. Non piangere. Tu non devi piangere. Tu lo hai sempre amato e fatto felice. Ciò ti conforti».

Queste parole aprono le dighe al pianto di Giovanni, che diviene tanto alto e fragoroso da fare affacciare la padrona, Maria Maddalena, la moglie di Zebedeo e le altre...

«Vieni. da me, Giovanni». Maria si stacca dallo stipite e prende per un polso il discepolo, e lo trascina dentro alla stanza come fosse un bambino, e chiude la porta piano, per isolarsi con lui.

Giovanni non reagisce. Ma, quando si sente posare sul capo la mano tremante di Maria, cade in ginocchio posando al suolo gli oggetti che aveva contro il cuore e, viso contro il suolo, tenendo un lembo della veste di Maria premuto sul suo viso convulso, singhiozza: «Perdono! Perdono! Madre, perdono!».

Maria, ritta e ambasciata, con una mano sul cuore e l'altra pendente lungo il fianco, con una voce di strazio dice: «Che ti devo perdonare, povero figliuolo? Che? A te!».

Giovanni alza il volto, mostrandolo così come è, senza più traccia di orgoglio maschile, il volto di un povero bambino piangente, e grida: «Di averlo abbandonato! Di esser fuggito! Di non averlo difeso! Oh! Maestro mio! O Maestro, perdono! Dovevo morire prima di lasciarti! Madre, Madre, chi mi leverà più questo rimorso?».

«Pace, Giovanni. Egli ti perdona, ti ha già perdonato. Non ha mai tenuto conto del tuo smarrimento. Ti ama». Maria parla con soste fra le brevi frasi, come presa da affanno, tenendo una mano sul capo di Giovanni e una sul suo povero cuore che palpita d'angoscia.

«Ma io non l'ho saputo capire neanche ieri sera... e ho dormito mentre Egli chiedeva il conforto del nostro vegliare. Solo l'ho lasciato, il mio Gesù! E poi sono scappato quando quel maledetto è venuto coi manigoldi…»

«Giovanni, non maledire. Non odiare, Giovanni. Lascia al Padre il giudizio di farlo. Ascolta: dove è Egli, ora?».

Giovanni torna a cadere faccia a terra, piangendo più forte.

«Rispondi, Giovanni. Dove è mio Figlio?».

«Madre... io... Madre, è... Madre...».

«È condannato, lo so. Ti chiedo: dove è in questo momento».

«Ho fatto tutto il possibile perché mi vedesse... ho cercato di ricorrere a chi è potente per ottenere pietà, per farlo... per farlo soffrire meno. Non gli hanno fatto molto male...».

«Non mentire, Giovanni. Neppure per pietà di una madre. Non ci riusciresti. E sarebbe inutile. Io so. Da ieri sera l'ho seguito nel suo dolore. Tu non le vedi. Ma le mie carni sono contuse dai suoi stessi flagelli, ma alla mia fronte stanno le spine, ho sentito le percosse... tutto. Ma ora... non vedo più. Ora ignoro dove è il mio Figlio condannato alla croce... alla croce... alla croce!... Oh! Dio, dammi forza! Egli mi deve vedere. Non devo sentire il mio dolore finché Egli sente il suo. Quando poi sarà... finito tutto, fàmmi morire allora, o Dio, se vuoi. Ora no. Per Lui no. Perché mi veda. Andiamo, Giovanni. Dove è Gesù?».

«Parte dalla casa di Pilato. Questo clamore è la turba che grida intorno a Lui, legato, sugli scalini del Pretorio, in attesa della croce o già camminante verso il Golgota».

«Avverti tua madre, Giovanni, e le altre donne. E andiamo. Prendi quel calice, quel pane, quei lini... Mettili qui. Ci saranno di conforto... poi... e andiamo».

Giovanni raccoglie gli oggetti rimasti al suolo ed esce per chiamare le donne. E Maria lo attende, passandosi sul viso quei lini come per ritrovare su essi la carezza della mano del Figlio, e bacia il calice e il pane, e mette tutto su una scansia. E si ammanta ben stretta nel suo manto calandolo fin sugli occhi, al di sopra del velo che le fascia il capo e le si attorciglia al collo. Non piange. Ma trema. E pare che l'aria le manchi tanto ansa a bocca aperta. Giovanni rientra seguito dalle donne piangenti.

«Figlie! Tacete! Aiutatemi a non piangere! Andiamo». E si appoggia a Giovanni, che la guida e sorregge come fosse una cieca.

La visione cessa così.

 

608. La via dolorosa dal Pretorio al Calvario

 

Passa qualche tempo così, non più di una mezz 'ora, forse anche meno. Poi Longino, incaricato di presiedere all'esecuzione, dà i suoi ordini.

Ma prima che Gesù sia condotto fuori, nella via, per ricevere la croce e mettersi in moto, Longino, che lo ha guardato due o tre volte, con una curiosità che si tinge già di compassione e con l'occhio pratico di chi non è nuovo a certe cose, si accosta a Gesù con un soldato e gli offre un ristoro: una coppa di vino, credo. Perché mesce da una vera borraccia militare un liquido di un biondo-roseo chiaro. «Ti farà bene. Devi avere sete. E fuori c'è sole. E lunga è la via».

Ma Gesù risponde: «Dio ti compensi della tua pietà. Ma non te ne privare».

«Ma io sono sano e forte... Tu... Non mi privo... E poi... volentieri lo farei, se fosse, per darti un conforto... Un sorso... per mostrarmi che non odi i pagani».

Gesù non ricusa più e beve un sorso della bevanda. Ha le mani già slegate, come non ha più canna né clamide, e lo può fare da Sé. E poi rifiuta, nonostante la bevanda fresca e buona dovrebbe essere di un grande ristoro alla febbre che già si manifesta, nelle striature rosse che si accendono sulle sue guance pallide e nelle labbra asciutte, screpolate.

«Prendi, prendi. È acqua e miele. Sostiene. Disseta... Mi fai pietà... sì... pietà... Non eri Tu da uccidere fra gli ebrei... ...Io non ti odio... e cercherò di farti soffrire solo il necessario».

Ma Gesù non torna a bere... Ha veramente sete... La tremenda sete degli svenati e dei febbrili... Sa che non è bevanda narcotizzata e berrebbe volentieri. Ma non vuole soffrire meno. Ma io comprendo, come comprendo questo che dico per luce interna, che ancora più che l'acqua melata gli è di ristoro la pietà del romano.

«Dio ti renda in benedizione questo sollievo», dice poi. E ha ancora un sorriso... uno straziante sorriso con la bocca enfiata, ferita, che si piega a fatica, anche perché fra il naso e lo zigomo destro sta enfiando fortemente la forte contusione della bastonata presa nel cortile interno dopo la flagellazione.

Sopraggiungono i due ladroni, inquadrati da una decuria per uno di armati. È l'ora di andare. Longino dà gli ultimi ordini.

Una centuria si dispone in due file distanti un tre metri l'una dall'altra ed esce così nella piazza, su cui un'altra centuria ha formato un quadrato per respingere la folla acciò non ostacoli il corteo. Sulla piazzetta sono già degli uomini a cavallo: una decuria di cavalleria con un giovane graduato che la comanda e con le insegne. Un soldato a piedi tiene per la briglia il morello del centurione. Longino monta in sella e va al suo posto, davanti un due metri dagli undici a cavallo.

Portano le croci. Quelle dei due ladroni sono più corte. Quella di Gesù molto più lunga. Io dico che l'asta verticale non lo è meno di un quattro metri. Io la vedo portata già formata.

 

Ho letto su questo, quando leggevo... ossia anni fa, che la croce fu composta sulla cima del Golgota e che lungo il cammino i condannati portavano solo i due pali a fascio sulle spalle. Tutto può essere. Ma io vedo una vera croce, ben contesta, solida, perfettamente incastrata nell'incrocio dei due bracci e ben rinforzata con chiodi e bulloni negli stessi. E infatti, se si pensa che era destinata a sostenere un peso non indifferente, quale è il corpo di un adulto, e sostenerlo anche nelle convulsioni finali, non indifferenti, si comprende che non poteva essere fabbricata lì per lì sulla stretta e scomoda cima del Calvario.

 

Prima di dare la croce a Gesù, gli passano al collo la tavola con la scritta Gesù Nazzareno Re dei Giudei. E la fune che la sostiene si impiglia nella corona, che si sposta e sgraffia dove non è già sgraffiato e penetra in nuovi posti dando nuovo dolore e facendo sgorgare nuovo sangue. La gente ride di sadica gioia, insulta, bestemmia.

Ora sono pronti. E Longino dà l'ordine di marcia. «Per primo il Nazzareno, dietro i due ladroni; una decuria intorno ad ognuno, le altre sette decurie a fare da ala e rinforzo, e sarà responsabile il soldato che fa ferire a morte i condannati».

Gesù scende i tre scalini che dal vestibolo portano sulla piazza. E appare subito evidente che Gesù è in condizioni di forte debolezza. Vacilla nello scendere i tre scalini, impicciato dalla croce che preme sulla spalla tutta piagata, dalla tabella della scritta che ballonzola sul davanti e sega sul collo, dagli ondeggiamenti che imprime al corpo la lunga asta della croce, che sobbalza sugli scalini e sulle asperità del suolo.

I giudei ridono, nel vederlo come ubbriaco tentennare, e gridano ai soldati: «Urtatelo. Fatelo cadere. Nella polvere il bestemmiatore! ».

Ma i soldati fanno soltanto ciò che devono, ossia ordinano al Condannato di mettersi in mezzo alla via e di camminare. Longino sprona il cavallo, e il corteo si mette in moto lentamente.

E Longino vorrebbe anche fare presto, prendendo la via più breve per andare al Golgota, perché non è sicuro della resistenza del Condannato. Ma la teppa scatenata, e chiamarla teppa è ancora un onore, non vuole così. Quelli che sono stati più furbi sono già corsi in avanti, al bivio dove la strada si biforca per andare da una parte verso le mura, dall'altra verso la città, e tumultuano, urlando, quando vedono che Longino tenta pigliare quella delle mura. «Non devi! Non devi! È illegale! La Legge dice che i condannati devono essere visti dalla città dove peccarono!». I giudei in coda al corteo comprendono che là davanti si tenta defraudarli di un diritto e uniscono le loro urla a quelle dei colleghi.

Per amor di pace, Longino piega per la via che va verso la città e ne fa un pezzo. Ma fa anche cenno ad un decurione di venirgli accosto (dico decurione perché è il graduato, ma forse è quello che noi diremmo il suo ufficiale di òrdinanza) e gli dice qualche cosa piano. Costui torna indietro al trotto e, man mano che raggiunge ogni capo decuria, trasmette l'ordine. Poi ritorna presso Longino a riferire che è fatto. E infine raggiunge il posto di prima, nella fila dietro a Longino.

Gesù procede ansando. Ogni buca della via è un tranello per il suo piede vacillante e una tortura per le sue spalle impiagate, per il suo capo coronato di spine su cui scende a perpendicolo un sole esageratamente caldo, che ogni tanto si nasconde dietro un tendone plumbeo di nubi. Ma che, anche se nascosto, non cessa di ardere. Gesù è congestionato dalla fatica, dalla febbre e dal caldo. Penso che anche la luce e gli urli gli debbano dare tormento. E, se non può tapparsi gli orecchi per non sentire quei gridi sgangherati, socchiude gli occhi per non vedere la strada abbacinante di sole... Ma li deve anche riaprire perché inciampa in sassi e buche, e ogni inciampone è dolore perché smuove bruscamente la croce che urta sulla corona, che si sposta sulla spalla piagata e allarga la piaga e accresce il dolore.

I giudei non possono più colpirlo direttamente. Ma ancora qualche sasso arriva e qualche bastonata. Il primo, specie nelle piazzette piene di folla. Le seconde, invece, nelle svolte, per le stradette tutte a scalini che salgono e scendono, ora uno, ora tre, ora più, per i continui dislivelli della città. Lì, per forza, il corteo rallenta, e c’è sempre qualche volonteroso (!) che sfida le lance romane pur di dare un nuovo tocco al capolavoro di tortura che è ormai Gesù.

I soldati lo difendono come possono. Ma anche per difenderlo lo colpiscono, perché le lunghe aste delle lance, brandite in così poco spazio, lo urtano e lo fanno incespicare. Ma, giunti ad un certo punto, i soldati fanno una manovra impeccabile e, nonostante gli urli e le minacce, il corteo devia bruscamente per una via che va diretta verso le mura, in discesa, una via che abbrevia molto l'andare verso il luogo del supplizio.

Gesù ansa sempre più. Il sudore gli riga il volto insieme al sangue che gli geme dalle ferite della corona di spine. La polvere si appiccica a questo volto bagnato e lo fa maculato di macchie strane. Perché vi è anche vento, ora. Delle folate sincopate a lunghi intervalli, in cui ricade la polvere che la folata ha alzata in vortici, che portano detriti negli occhi e nelle fauci.

Alla porta Giudiziaria sono già ammucchiate persone e persone. Quelli che, previdenti, si sono per tempo scelti un buon posto per vedere. Ma, poco prima di giungere ad essa, Gesù dà già segno di cadere. Solo il pronto intervento di un soldato, sul quale Egli quasi va a cadere, impedisce che Gesù vada per terra. La gentaglia ride e urla: «Lascialo! Diceva a tutti: "Sorgete". Sorga Lui, ora...».

Oltre la porta è un torrentello e un ponticello. Nuova fatica per Gesù andare su quelle tavole sconnesse, sulle quali rimbalza ancor più fortemente la lunga asta della croce. E nuova miniera di proiettili per i giudei. Volano i sassi del torrente e colpiscono il povero Martire...

Ha inizio la salita del Calvario. Una via nuda, senza un filo d'ombra, selciata a pietre sconnesse, che attacca direttamente la salita.

 

Anche qui, quando leggevo, ho letto che il Calvario era alto pochi metri. Sarà. Non è certo un monte. Ma un colle lo è, e non certo più basso di quello che è, rispetto ai Lungarni, il monte alle Croci, là dove è la basilica di S. Miniato, a Firenze. Qualcuno dirà: «Oh! poca cosa!». Si, per uno sano e forte è poca cosa. Ma basta avere il cuore debole per sentire se è poca o tanta!... Io so che, dopo che mi si ammalò il cuore, anche se ancora in forma benigna, non potevo più fare quella salita senza soffrirne molto e dovendo sostare ad ogni poco, e non avevo pesi sulle spalle. E Gesù credo che avesse il cuore molto male a posto dopo la flagellazione e il sudore sanguigno... e non contemplo altro che queste due cose.

 

Gesù soffre perciò acutamente nel salire e col peso della croce che, così lunga come è, deve anche pesare molto.

Trova una pietra sporgente e siccome, sfinito come è, alza ben poco il piede, inciampa e cade sul ginocchio destro, riuscendo però a sorreggersi con la mano sinistra. La gente urla di gioia... Si rialza. Procede. Sempre più curvo e ansante, congestionato, febbrile...

Il cartello che gli ballonzola davanti gli ostacola la vista; la veste lunga che, ora che Lui va curvo, strascica per terra sul davanti, gli ostacola il passo. Inciampa di nuovo e cade sui due ginocchi, ferendosi di nuovo dove è già ferito; e la croce che gli sfugge di mano e cade, dopo averlo percosso fortemente sulla schiena, lo obbliga a chinarsi a rialzarla ed a faticare per porsela sulle spalle di nuovo. Mentre fa questo, appare nettamente visibile sulla spalla destra la piaga fatta dallo sfregamento della croce, che ha aperto le molte piaghe dei flagelli e le ha unificate in una sola che trasuda siero e sangue, di modo che la tunica bianca è in quel luogo tutta macchiata. La gente ha persino degli applausi per la gioia di vederlo cadere così male...

Longino incita a spicciarsi, e i soldati, con colpi di piatto dati con le daghe, sollecitano il povero Gesù a procedere. Si riprende il cammino con una lentezza sempre maggiore, nonostante ogni sollecitazione.

Gesù sembra tutt'affatto ebbro, tanto va barcollando, urtando or l'una or l'altra delle file dei soldati, tenendo tutta la via. E la gente lo nota e urla: «Gli è andata al capo la sua dottrina. Ve', ve' come traballa! ». E altri, e non sono popolo questi, ma sacerdoti e scribi, sogghignano: «No. Sono i festini in casa di Lazzaro che ancora fanno fumo. Erano buoni? Ora mangia il nostro cibo...», e simili altre frasi.

Longino, che si volta ogni tanto, ha pietà e ordina una sosta di qualche minuto. Ed è insultato tanto dalla plebaglia che il centurione ordina alle milizie di caricare. E la folla vile, davanti alle lance che luccicano e minacciano, si allontana urlando e gettandosi qua e là giù per il monte.

È qui che rivedo, fra i pochi rimasti, emergere da dietro una maceria, forse di qualche muretto franato, il gruppetto dei pastori. Desolati, stravolti, polverosi, stracciati, essi chiamano a loro, con la forza degli sguardi, il loro Maestro. Ed Egli gira il capo, li vede... li fissa come fossero volti di angeli, pare dissetarsi e fortificarsi col loro pianto, e sorride... Viene ridato l'ordine di marcia e Gesù passa proprio davanti a loro e ne ode il pianto angoscioso. Torce a fatica il capo da sotto il giogo della croce e ha un nuovo sorriso...

I suoi conforti... Dieci volti... una sosta sotto al cocente sole...

E poi subito il dolore della terza completa caduta. E questa volta non è che inciampi. Ma è che cade per subita flessione delle forze, per sincope. Va lungo disteso, battendo il volto sulle pietre sconnesse, rimanendo nella polvere sotto la croce che gli si piega addosso. I soldati cercano rialzarlo. Ma, poiché pare morto, vanno a riferire al centurione. Mentre vanno e vengono, Gesù rinviene, e lentamente, con l'aiuto di due soldati, di cui uno rialza la croce e l'altro aiuta il Condannato a porsi in piedi, si rimette al suo posto. Ma è proprio sfinito.

«Fate che non muoia che sulla croce!», urla la folla.

«Se lo fate morire avanti, ne risponderete al Proconsole, ricordatelo. Il reo deve giungere vivo al supplizio», dicono i capi degli scribi ai soldati.

Questi li fulminano con sguardi feroci, ma per disciplina non parlano.

Longino, però, ha la stessa paura dei giudei che il Cristo muoia per via, e non vuole noie. Senza bisogno che nessuno glielo ricordi, sa quale è il suo dovere di preposto alla esecuzione, e provvede. Provvede disorientando i giudei che sono già corsi avanti per la via, raggiunta da tutte le parti del monte, sudando, graffiandosi per passare fra i rari e spinosi cespugli del monte brullo e arso, cadendo sulle macerie che lo ingombrano come fosse un luogo di sbratto per Gerusalemme, senza sentire altra pena fuorché quella di perdere un ansito del Martire, un suo sguardo di dolore, un atto anche involontario di sofferenza, e senza altra paura che non sia quella di non giungere ad avere un buon posto. Longino dà, dunque, ordine di prendere la via più lunga, che sale a spirale lungo il monte e che perciò è molto meno ripida.

Sembra questa un sentiero che a forza di essere percorso si sia mutato in via abbastanza comoda. Questo incrocio di una via con l'altra avviene ad una metà circa del monte. Ma vedo che più su, per quattro volte, la strada diretta viene tagliata da questa, che va su con molto meno pendenza e molto più lunghezza in compenso. E su questa strada sono persone che salgono, ma che non partecipano all'indegna gazzarra degli ossessi che seguono Gesù per godere dei suoi tormenti. Donne, per la più parte, e piangenti e velate, e qualche gruppetto di uomini, molto sparuto in verità, che, più avanti di molto delle donne, sta per scomparire alla vista quando, nel proseguire, la strada gira il monte. Qui il Calvario ha una specie di punta nella sua bizzarra struttura, fatta a muso da una parte, mentre dall'altra scoscende.

 

Cercherò dargliene un'idea del suo aspetto preso di profilo. Ma bisogna che volti il foglio, perché qui mi viene male per mancanza di spazio.

 

Gli uomini scompaiono dietro la punta sassosa e li perdo di vista.

La gente che seguiva Gesù urla di rabbia. Era più bello, per essa, vederlo cadere. Con oscene imprecazioni al Condannato e a chi lo conduce, si dà in parte a seguire il corteo giudiziario e parte prosegue quasi di corsa su per la via ripida, per rifarsi, con un ottimo posto sulla vetta, della delusione avuta.

Le donne che vanno piangendo, e sono al punto che segno con la lettera D, si volgono nel sentire gli urli e vedono che il corteo piega per quella parte. Si fermano, allora, addossandosi al monte, per tema di essere gettate giù dalla china dai violenti giudei. Calano ancor più i loro veli sul volto. E vi è chi è completamente velata come una mussulmana, lasciando liberi solo gli occhi nerissimi. Sono vestite molto riccamente ed hanno, a difesa, un vecchio robusto che, tutto ammantellato come è, non distinguo nel volto. Ne vedo solo la barba lunga, e più bianca che nera, sporgere dal mantellone scurissimo.

Quando Gesù giunge alla loro altezza, esse hanno un pianto più alto e si curvano in profondo saluto. Poi si fanno risolutamente avanti. I soldati vorrebbero respingerle con le aste. Ma quella tutta coperta come una mussulmana scosta per un attimo il velo all'alfiere, sopraggiunto a cavallo per vedere che è questo nuovo intoppo, e questo dà ordine di farla passare. Non posso vedere né il volto, né il vestito, perché lo spostamento del velo è fatto con rapidità di lampo e l'abito è tutto nascosto in un mantello lungo fino a terra, pesante, chiuso completamente da una serie di fibbie. La mano, che per un attimo esce da là sotto per spostare il velo, è bianca e bella. Ed è, con gli occhi nerissimi, l'unica cosa che si veda di questa alta matrona, certo influente se è così ubbidita dall'aiutante di Longino.

Si accostano a Gesù piangendo e si inginocchiano ai suoi piedi mentre Egli si ferma ansante... e pure sa ancora sorridere a quelle pietose e all'uomo che le scorta, che si scopre per mostrare che è Gionata. Ma questo le guardie non lo fanno passare. Solo le donne. Una è Giovanna di Cusa. Ed è più disfatta di quando era morente. Di rosso non ha che le righe del pianto, e poi è tutta una faccia di neve con i dolci occhi neri che, così offuscati come sono, sembrano divenuti di un viola scurissimo come certi fiori. Ha in mano un'anfora d'argento e l'offre a Gesù. Ma Egli ricusa. D'altronde, è tanto il suo affanno che non potrebbe neppur bere. Con la mano sinistra si asciuga il sudore e il sangue che gli cade negli occhi e che, scorrendo lungo le guance paonazze e il collo, dalle vene turgide nel battito affannoso del cuore, bagna tutta la veste sul petto.

Un'altra donna, che ha preso una fanciulla servente con uno scrignetto fra le braccia, apre lo scrignetto, ne trae un lino finissimo, quadrato, e lo offre al Redentore. Questo lo accetta. E poiché non può con una mano sola fare da Sé, la pietosa lo aiuta, badando di non urtargli la corona, a posarselo sul volto. E Gesù preme il fresco lino sulla sua povera faccia e ve lo tiene, come ne trovasse un grande ristoro. Poi rende il lino e parla: «Grazie Giovanna, grazie Niche,... Sara,... Marcella,... Elisa,... Lidia,... Anna,... Valeria,... e tu... Ma... non piangete... su Me... figlie di... Gerusalemme... Ma sui peccati... vostri e su quelli... della vostra città... Benedici... Giovanna... di non avere... più figli... Vedi... è pietà di Dio... non... non avere figli... perché... soffrano di... questo. E anche... tu, Elisabetta... Meglio... come fu... che fra i deicidi... E voi... madri... piangete sui... figli vostri, perché... quest'ora non passerà... senza castigo... E che castigo, se così è per... l'Innocente... Piangerete allora... di avere concepito... allattato e di... avere ancora... i figli... Le madri... di allora... piangeranno perché... in verità vi dico... che sarà fortunato... chi allora... cadrà... sotto le macerie... per primo. Vi benedico... Andate... a casa... pregate... per Me. Addio, Gionata... conducile via...».

E fra un alto clamore di pianto femminile e di imprecazioni giudee Gesù si rimette in moto.

Gesù è di nuovo tutto bagnato di sudore. Sudano anche i soldati e gli altri due condannati, perché il sole di questo giorno temporalesco è scottante come fiamma e il fianco del monte, arroventato di suo, aumenta il calore solare. Cosa deve essere questo sole sulla veste di lana di Gesù, posta sulle ferite dei flagelli, è facile pensare e inorridire... Ma Egli non ha mai un lamento. Soltanto, nonostante la via sia molto meno ripida e non abbia quelle pietre sconnesse dell'altra, così pericolose al suo piede che ormai è strascicante, Gesù barcolla sempre più forte, tornando ad urtare da una fila all'altra dei soldati e piegando sempre più verso terra.

Pensano di risolvere la cosa in bene passandogli una fune alla cintura e tenendolo per due capi come fossero redini. Si. Questo lo sostiene. Ma non lo solleva dal peso. Anzi la fune, urtando nella croce, la fa spostare continuamente sulla spalla e picchiare nella corona, che ormai ha fatto della fronte di Gesù un tatuaggio sanguinante. Inoltre, la fune sfrega alla cintura dove sono tante ferite, e certo le deve rompere di nuovo, tanto che la tunica bianca si cobra alla vita di un rosso pallido. Per aiutarlo, lo fanno soffrire più ancora.

La strada prosegue. Gira il monte, torna quasi sul davanti, verso la strada erta. Qui, nel posto che segno con la lettera M, è Maria con Giovanni. Direi che Giovanni l'ha portata in quel posto ombroso, dietro la china del monte, per darle un poco di ristoro. È la parte più scoscesa del monte. Non vi è che quella via che la costeggia. Sopra e sotto la costa scoscende o si inerpica ripida, e perciò è trascurata dai crudeli. Li è ombra, perché direi che è il settentrione, e Maria, addossata come è al monte, è riparata dal sole. Sta appoggiata al terriccio. In piedi, ma già esausta, Ella pure ansante, pallida come una morta nel suo abito blu scurissimo, quasi nero.

Giovanni la guarda con pietà desolata. Anche egli ha perduto ogni traccia di colore ed è terreo, con due occhi stanchi e sbarrati, spettinato, dalle gote incavate come per malattia. Le altre donne - Maria e Marta di Lazzaro, Maria d'Alfeo e di Zebedeo, Susanna di Cana, la padrona di casa e altre ancora che non conosco - tutte sono in mezzo alla via e guardano se viene il Salvatore. E, visto giungere Longino, accorrono presso Maria a dare la notizia. E Maria, sorretta per un gomito da Giovanni, si stacca, maestosa nel suo dolore, dalla costa del monte e si pone risolutamente in mezzo alla strada, scansandosi solo per il sopraggiungere di Longino, che dall'alto del suo morello guarda la pallida Donna e il suo accompagnatore biondo, pallido, dai miti occhi di cielo come Lei. E crolla il capo, Longino, mentre la supera seguito dagli undici a cavallo.

Maria cerca passare fra i soldati appiedati. Ma questi, che hanno caldo e fretta, cercano respingerla con le aste, molto più che dalla via selciata volano sassi per protesta contro tante pietà. Sono i giudei, che ancora imprecano per la sosta causata dalle pie donne e dicono: «Presto! Domani è Pasqua. Bisogna finire tutto entro sera! Complici! Derisori della nostra Legge! Oppressori! A morte gli invasori e il loro Cristo! Lo amano! Veh! come lo amano! Ma prendetelo! Mettetelo nel vostro maledetto Urbe! Ve lo cediamo! Non lo vogliamo! Le carogne alle carogne! La lebbre ai lebbrosi!».

Longino si stanca e sprona il cavallo, seguito dai dieci lancieri, contro la canea insultante, che fugge una seconda volta. Ed è nel fare questo che vede fermo un carretto, certo salito li dalle ortaglie che sono ai piedi del monte, e che attende col suo carico di insalate che la turba sia passata per scendere verso la città. Penso che un poco di curiosità nel Cireneo e nei suoi figli lo abbia fatto salire fin lì, perché non era proprio necessario per lui di farlo. I due figli, sdraiati sull'alto del mucchio verdolino delle verdure, guardano e ridono dietro i giudei fuggenti. L'uomo invece, un robustissimo uomo sui quaranta-cinquant'anni, ritto presso il ciuchino che spaventato cerca di rinculare, guarda attentamente verso il corteo.

Longino lo squadra. Pensa gli possa far comodo e ordina: «Uomo, vieni qui». Il Cireneo finge di non sentire. Ma con Longino non si scherza. Ripete l'ordine in un modo tale che l'uomo getta la redine ad un figlio e viene vicino al centurione.

«Vedi quell'uomo?», chiede. E nel dire così si volge per indicare Gesù e vede a sua volta Maria, che supplica i soldati di farla passare. Ne ha pietà e urla: «Fate passare la Donna». Poi torna a parlare al Cireneo: «Non può più procedere così carico. Tu sei forte. Prendi la sua croce e portala per Lui sino alla cima».

«Non posso... Ho l'asino... e riottoso... i ragazzi non sanno tenerlo...».

Ma Longino dice: «Vai, se non vuoi perdere l'asino e acquistare venti colpi di castigo».

Il Cireneo non osa più reagire. Urla ai ragazzi: «Andate a casa e presto. E dite che vengo subito», e poi va da Gesù.

Lo raggiunge proprio mentre Gesù si volge verso la Madre, che solo ora vede venire verso di Lui, perché procede così curvo e ad occhi quasi chiusi che è come fosse cieco, e grida: «Mamma!».

È la prima parola, da quando è torturato, che esprima il suo soffrire. Perché in quel grido c'è la confessione di tutto e ogni suo tremendo dolore di spirito, di morale e di carne. È il grido straziato e straziante di un bambino che muore solo, fra aguzzini, fra le peggiori torture... e che giunge ad avere paura anche del suo proprio respiro. È il lamento di un fanciullo delirante che è straziato da visioni d'incubo... E vuole la mamma, la mamma, perché solo il suo bacio fresco calma l'ardore della febbre, la sua voce fuga i fantasmi, il suo abbraccio fa meno paurosa la morte...

Maria si porta la mano al cuore, come ne avesse una pugnalata, e ha un lieve vacillamento. Ma si riprende, affretta il passo e, mentre va a braccia tese verso la sua Creatura straziata, grida: «Figlio!». Ma lo dice in maniera tale che chi non ha cuore di iena se lo sente fendere per quel dolore.

Vedo che anche fra i romani vi è un moto di pietà... eppure sono uomini d'arme, non nuovi alle uccisioni, segnati da cicatrici... Ma la parola «Mamma! » e «Figlio! » sono sempre quelle, e per tutti coloro che, ripeto, non sono peggio delle iene, e sono dette e comprese dovunque, e dovunque sollevano onde di pietà...

Il Cireneo ha questa pietà... E poiché vede che Maria non può abbracciare il suo Figlio per via della croce e, dopo avere teso le braccia, le lascia ricadere, persuasa di non poterlo fare - e lo guarda soltanto, volendo sorridere del suo martire sorriso per rincuorarlo, mentre le labbra tremanti bevono il pianto, e Lui, torcendo il capo da sotto il giogo della croce, cerca a sua volta di sorriderle e di inviarle un bacio con le povere labbra ferite e spaccate dalle percosse e dalla febbre - si affretta a levare la croce, e lo fa con delicatezza di padre, per non urtare la corona o strofinare sulle piaghe.

Ma Maria non può baciare la sua Creatura... Anche il tocco più lieve sarebbe tortura sulle carni lacerate, e Maria se ne astiene, e poi... i sentimenti più santi hanno un pudore profondo. E vogliono rispetto o almeno compassione. Qui è curiosità e soprattutto scherno. Si baciano solo le due anime angosciate.

Il corteo, che si rimette in moto sotto la spinta delle ondate di popolo furente che preme dal fondo, li divide, respingendo la Madre contro il monte, allo scherno di tutto un popolo... Ora dietro a Gesù è il Cireneo con la croce. E Gesù, libero di quel peso, procede meglio. Ansa fortemente, si porta sovente la mano al cuore, come avesse un grande dolore, una ferita lì, alla regione sterno-cardiaca, e ora che può, non avendo più le mani legate, si respinge i capelli caduti in avanti, tutti collosi di sangue e sudore, fin dietro le orecchie, per sentire aria sul volto cianotico, si slaccia il cordone del collo, per la sofferenza del respiro... Ma può camminare meglio.

Maria si è ritirata con le donne. Si accoda al corteo quando è passato e poi, per una scorciatoia, si dirige alla vetta del monte, sfidando gli improperi della plebe cannibalesca. Ora che Gesù è libero, si compie abbastanza presto l'ultimo anello del monte, e già si è prossimi alla cima tutta piena di popolo urlante.

Longino si ferma e dà ordine che tutti, inesorabilmente, siano respinti più in basso, perché la cima, luogo di esecuzione, sia libera. E metà centuria eseguisce l'ordine, accorrendo sul posto e respingendo senza pietà chiunque là si trova, usando daghe e aste per questo. Sotto la grandine delle piattonate e delle bastonate, i giudei della cima fuggono. E vorrebbero collocarsi nella sottostante spianata. Ma quelli che già sono in essa non cedono, e fra la gente si accendono risse feroci. Sembrano tutti pazzi.

Come le ho detto lo scorso anno, il Calvario, nella sua cima, ha la forma di un trapezio irregolare, lievemente più alto nel lato A, dopo il quale il monte scoscende ripido per oltre metà della sua altezza. Su questa piazzuola sono già pronti tre buchi profondi, tappezzati di mattoni o lavagne, costruiti apposta, insomma. Vicino ad essi sono pietre e terra pronte per rincalzare le croci. Altri buchi invece sono stati lasciati pieni di pietre. Si capisce che li svuotano di volta in volta per il numero che serve.

Sotto la cima trapezoidale, dalla parte che il monte non scoscende, vi è una specie di piattaforma degradante dolcemente, che fa una seconda piazzuola. Da questa partono due larghi sentieri che costeggiano la cima, di modo che questa è isolata e sopraelevata di almeno due metri da tutti i lati.

I soldati, che hanno respinto la folla dalla cima, domano, a colpi persuasivi di aste, le risse, e fanno largo perché il corteo possa sfilare senza ostacoli nell'ultimo pezzo di strada, e restano lì a fare ala mentre i tre condannati, inquadrati dai cavalieri e protetti dall'altra metà centuria alle spalle, giungono fino al punto dove vengono fatti fermare: ai piedi del naturale palco sopraelevato che è la cima del Golgota.

Mentre ciò avviene, scorgo le Marie al punto che segno con un M, e un poco dietro a loro sono Giovanna di Cusa con altre quattro delle dame di prima. Le altre si sono ritirate. E devono averlo fatto da sole, perché Gionata è là, dietro alla sua padrona. Non c'è più quella che noi diciamo Veronica e che Gesù ha detta Niche, e con lei manca la sua servente. E anche quella tutta velata, che fu obbedita dai soldati, non c’è più. Vedo Giovanna, la vecchia chiamata Elisa, Anna (è la padrona di quella casa dove Gesù va alla vendemmia del primo anno) e due che non so identificare meglio. Dietro queste donne e le Marie vedo Giuseppe e Simone d'Alfeo, e Alfeo di Sara insieme al gruppo dei pastori. Hanno colluttato con chi li voleva respingere insultandoli, e la forza di questi uomini, che l'amore e il dolore moltiplicano, è stata così violenta che hanno vinto, creando un semicerchio libero contro il quale i vilissimi giudei non osano che lanciare grida di morte e tendere i pugni. Ma non di più, perché i bastoni dei pastori sono nodosi e pesanti, e la forza e la mira non manca a questi prodi. E non dico male a dire così. Ci vuole un vero coraggio a stare in pochi, noti per galilei o seguaci del Galileo, contro tutta una popolazione ostile. L'unico punto di tutto il Calvario dove non si bestemmi il Cristo!

Il monte, dai tre lati che scendono non ripidi a valle, è tutto un formicolaio di folla. La terra giallastra e nuda non si vede più. Sotto il sole che va e viene pare un prato fiorito di corolle di tutti i colori, tanto sono fitti i copricapi e i mantelli dei sadici che lo coprono. Oltre torrente, per la via, altra folla; oltre le mura, altra ancora. Sulle terrazze più vicine, altra ancora. Il resto della città nudo... vuoto... silenzioso. Tutto è qui. Tutto l'amore e tutto l'odio. Tutto il Silenzio che ama e perdona. Tutto il Clamore che odia e impreca.

Mentre gli uomini preposti all'esecuzione preparano i loro strumenti finendo di svuotare le buche, e i condannati aspettano al centro del loro quadrato, i giudei, rifugiati nell'angolo opposto alle Marie, le insultano. Anche la Madre insultano: «A morte i galilei. A morte! Galilei! Galilei! Maledetti! A morte il Bestemmiatore galileo. Inchiodate sulla croce anche il seno che lo ha portato! Via le vipere che partoriscono i demoni! A morte! Mondate Israele dalle femmine congiunte col capro!..

Longino, che è smontato da cavallo, si volta e vede la Madre... Ordina di far cessare quella gazzarra... La mezza centuria, che era alle spalle dei condannati, carica la marmaglia e sgombera del tutto la seconda piazzuola, mentre i giudei scappano per il monte pestandosi gli uni con gli altri. Smontano anche gli altri soldati, e uno prende gli undici cavalli, oltre quello del centurione, e li porta all'ombra, dietro il costolone B del monte.

Il centurione si avvia verso la vetta. Giovanna di Cusa si fa avanti, lo ferma. Gli dà l'anfora e una borsa. E poi si ritira piangendo, andando contro lo spigolo del monte con le altre.

In alto è pronto tutto. Vengono fatti salire i condannati. E Gesù passa ancora una volta presso la Madre, che ha un gemito che Ella stessa cerca frenare portandosi il mantello sulla bocca. I giudei vedono e ridono e deridono.

Giovanni, il mite Giovanni, che ha un braccio dietro le spalle di Maria per sorreggerla, si volge con uno sguardo feroce. Ha persino l'occhio fosforescente. Se non avesse da tutelare le donne, io credo che prenderebbe qualcuno dei vili per la gola.

Non appena i condannati sono sul palco fatale, i soldati circondano la piazzuola da tre lati. Non resta vuoto che quello a strapiombo.

Il centurione dà ordine al Cireneo di andarsene. E questi se ne va, a malincuore ora, e non direi per sadismo, ma per amore. Tanto che si ferma presso i galilei, dividendo con essi gli insulti che la folla elargisce a questi sparuti fedeli del Cristo.

I due ladroni gettano al suolo le loro croci bestemmiando. Gesù tace.

La via dolorosa è terminata.

 

609. La crocifissione, la morte e la deposizione dalla croce

 

Quattro nerboruti uomini, che per l'aspetto mi paiono giudei, e giudei degni della croce più dei condannati, certo della stessa categoria dei flagellatori, saltano da un sentiero sul luogo del supplizio. Sono vestiti di tuniche corte e sbracciate ed hanno in mano chiodi, martelli e funi che mostrano con lazzi ai tre condannati. La folla si agita in un delirio crudele.

Il centurione offre a Gesù l'anfora perché beva la mistura anestetica di vino mirrato. Ma Gesù la rifiuta. I due ladroni invece ne bevono molta. Poi l'anfora, dall'ampia bocca svasata, viene posta presso un grosso sasso, quasi sullo scrimolo della cima.

Viene dato l'ordine ai condannati di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza nessun pudore. Anzi si divertono a fare atti osceni verso la folla e specie verso il gruppo sacerdotale, tutto candido nelle sue vesti di lino e che è piano piano tornato sulla piazzetta più bassa, usando della sua qualità per insinuarsi lì. Ai sacerdoti si sono uniti due o tre farisei e altri prepotenti personaggi, che l'odio fa amici. E vedo persone di conoscenza, come il fariseo Giocana e Ismaele, lo scriba Sadoch, Eli di Cafarnao...

I carnefici offrono tre stracci ai condannati perché se li leghino all'inguine. E i ladroni li pigliano con più orrende bestemmie. Gesù, che si spoglia lentamente per lo spasimo delle ferite, lo ricusa. Forse pensa conservare le corte brache che ha tenute anche nella flagellazione. Ma, quando gli viene detto di levarsi anche le stesse, Egli tende la mano per mendicare lo straccio dei boia a difesa della sua nudità. È proprio l'Annichilito fino a dover chiedere uno straccio ai delinquenti.

Ma Maria ha visto e si è sfilata il lungo e sottile telo bianco, che le vela il capo sotto al manto oscuro e nel quale Ella ha già versato tanto pianto. Se lo leva senza far cadere il manto, lo dà a Giovanni perché lo porga a Longino per il Figlio. Il centurione prende il velo senza fare ostacolo e, quando vede che Gesù sta per denudarsi del tutto, stando voltato non verso la folla ma verso la parte vuota di popolo, mostrando così la sua schiena rigata di lividi e di vesciche, sanguinante di ferite aperte o dalle croste oscure, gli porge il lino materno. E Gesù lo riconosce. Se ne avvolge a più riprese il bacino, assicurandoselo per bene perché non caschi... E sul lino, fino allora solo bagnato di pianto, cadono le prime gocce di sangue, perché molte delle ferite, appena coperte di coagulo, nel chinarsi per levarsi i sandali e deporre le vesti si sono riaperte e il sangue riprende a sgorgare.

Ora Gesù si volge verso la folla. E si vede così che anche il petto, le braccia, le gambe sono tutte state colpite dai flagelli. All'altezza del fegato è un enorme livido, e sotto l'arco costale sinistro vi sono nette sette righe in rilievo, terminate da sette piccole lacerazioni sanguinanti fra un cerchio violaceo... un colpo feroce di flagello in quella zona tanto sensibile del diaframma. I ginocchi, contusi dalle ripetute cadute, iniziate subito dopo la cattura e terminate sul Calvario, sono neri di ematoma e aperti sulla rotula, specie il destro, in una vasta lacerazione sanguinante.

La folla lo schernisce come in coro: «Oh! Bello! Il più bello dei figli degli uomini! Le figlie di Gerusalemme ti adorano...». E intona, con tono di salmo: «Il mio diletto è candido e rubicondo, distinto fra mille e mille. La sua testa è oro puro, i suoi capelli grappoli di palma, setosi come piuma di corvo. Gli occhi son come due colombe bagnantesi ai ruscelli non d'acqua ma di latte, nel latte della sua orbita. Le sue guance sono aiuole di aromi, le sue labbra porpurei gigli stillanti preziosa mirra. Le sue mani tornite come lavoro d'orafo terminate in rosei giacinti. Il suo tronco è avorio venato di zaffiri. Le sue gambe, perfette colonne di candido marmo su basi d'oro. La sua maestà è come quella del Libano; imponente egli è più dell'alto cedro. La sua lingua è intrisa di dolcezza ed egli è tutto delizia»; e ridono e urlano anche: «Il lebbroso! Il lebbroso! Hai dunque fornicato con un idolo se Dio ti ha così colpito? Hai mormorato contro i santi di Israele come Maria di Mosè, se sei stato così punito? Oh! Oh! il Perfetto! Sei il Figlio di Dio? Ma no! L'aborto di Satana sei! Almeno egli, Mammona, è potente e forte. Tu... sei uno straccio impotente e schifoso».

I ladroni sono legati sulle croci e vengono portati al loro posto, uno a destra, uno a sinistra, ma così: rispetto al posto destinato a Gesù. Urlano, imprecano, maledicono e, specie quando le croci vengono portate presso il buco e li sconquassano facendo segare i polsi dalle funi, le loro bestemmie a Dio, alla Legge, ai romani, ai giudei, sono infernali.

È la volta di Gesù. Egli si stende mite sul legno. I due ladroni erano tanto ribelli che, non bastando a farlo i quattro boia, erano dovuti intervenire dei soldati a tenerli, perché a calci non respingessero gli aguzzini che li legavano per i polsi. Ma per Gesù non c'è bisogno di aiuto. Si conca e mette il capo dove gli dicono di metterlo. Apre le braccia come gli dicono di farlo, stende le gambe come gli ordinano. Si è solo preoccupato di accomodarsi per bene il suo velo.

Ora il suo lungo corpo, snello e bianco, spicca sul legno oscuro e sul suolo giallo. Due carnefici gli si siedono sul petto per tenerlo fermo. E io penso che oppressione e che dolore deve aver provato sotto quel peso. Un terzo gli prende il braccio destro, tenendolo con una mano sulla prima porzione dell'avambraccio e l'altra al termine delle dita. Il quarto, che ha già in mano il lungo chiodo acuminato sulla punta quadrangolare nel fusto, terminato in una piastra rotonda e piatta, larga come un soldone dei tempi passati, guarda se il buco già fatto nel legno corrisponde alla giuntura radio-ulnare del polso. Va bene. Il boia appoggia la punta del chiodo al polso, alza il martello e dà il primo colpo.

Gesù, che aveva gli occhi chiusi, all'acuto dolore ha un grido e una contrazione, e spalanca gli occhi nuotanti fra le lacrime. Deve essere un dolore atroce quello che prova... Il chiodo penetra spezzando muscoli, vene, nervi, frantumando ossa...

Maria risponde al grido della sua Creatura torturata con un gemito che ha quasi del lamento di un agnello sgozzato, e si curva, come spezzata, tenendosi la testa fra le mani. Gesù, per non torturarla, non grida più. Ma i colpi ci sono, metodici, aspri, di ferro contro ferro... e si pensa che sotto è un membro vivo quello che li riceve.

La mano destra è inchiodata. Si passa alla sinistra. Il foro non corrisponde al carpo. Allora prendono una fune, legano il polso sinistro e tirano fino a slogare la giuntura e a strappare tendini e muscoli, oltre che lacerare la pelle già segata dalle funi della cattura. Anche l'altra mano deve soffrire, perché è stirata per riflesso, e intorno al suo chiodo si allarga il buco. Ora si arriva appena all'inizio del metacarpo, presso il polso. Si rassegnano e inchiodano dove possono, ossia fra il pollice e le altre dita, proprio al centro del metacarpo. Qui il chiodo entra più facilmente ma con maggiore spasimo, perché deve recidere nervi importanti, tanto che le dita restano inerti, mentre le altre della destra hanno contrazioni e tremiti che denunciano la loro vitalità. Ma Gesù non grida più, ha solo un lamento roco dietro le labbra fortemente chiuse, e lacrime di spasimo cadono per terra dopo esser cadute sul legno.

Ora è la volta dei piedi. A un due metri e più dal termine della croce è un piccolo cuneo, appena sufficiente ad un piede. Su questo vengono portati i piedi per vedere se va bene la misura. E dato che è un poco in basso e i piedi arrivano male, stiracchiano per i malleoli il povero Martire. Il legno scabro della croce sfrega così sulle ferite, smuove la corona che si sposta strappando nuovi capelli e minaccia di cadere. Un boia gliela ricalca sul capo con una manata...

Ora, quelli che erano seduti sul petto di Gesù si alzano per spostarsi sui ginocchi, dato che Gesù ha un movimento involontario di ritirare le gambe, vedendo brillare al sole il lunghissimo chiodo, lungo il doppio e largo il doppio di quello usato per le mani. E pesano sui ginocchi scorticati, e premono sui poveri stinchi contusi, mentre gli altri due compiono l'operazione, molto più difficile, dell'inchiodatura di un piede sull'altro, cercando di combinare le due giunture dei tarsi insieme.

Per quanto guardino e tengano fermi i piedi, al malleolo e alle dita, contro il cuneo, il piede sottoposto si sposta per la vibrazione del chiodo, e lo devono schiodare quasi, perché, dopo essere entrato nelle parti molli, il chiodo, già spuntato per avere perforato il piede destro, deve essere portato un poco più in centro. E picchiano, picchiano, picchiano... Non si sente che l'atroce rumore del martello sulla testa del chiodo, perché tutto il Calvario non è che occhi e orecchie tese, per raccogliere atto e rumore e gioirne...

Sul suono aspro del ferro è un lamento in sordina di colomba: il gemere roco di Maria, che sempre più si curva, ad ogni colpo, come se il martello piagasse Lei, la Madre Martire. Ed ha ragione di parere prossima ad essere spezzata da quella tortura. La crocifissione è tremenda. Pari alla flagellazione in spasimo, più atroce a vedersi, perché si vede scomparire il chiodo fra le carni vive. Ma in compenso è più breve. Mentre la flagellazione spossa per la sua durata.

 

Per me, l'agonia dell'Orto, la flagellazione e la crocifissione sono i momenti più atroci. Mi svelano tutta la tortura del Cristo. La morte mi solleva, perché dico: «È finito!». Ma queste non sono fine. Sono principio a nuove sofferenze.

 

Ora la croce è strascinata presso il buco e rimbalza, scuotendo il povero Crocifisso, sul suolo ineguale. Viene issata la croce, che sfugge per due volte a coloro che la alzano e ricade una volta di schianto, un'altra sul braccio destro della stessa, dando un aspro tormento a Gesù, perché la scossa subita smuove gli arti feriti. Ma quando poi la croce viene lasciata cadere nel suo buco e, prima di essere assicurata con pietre e terriccio, ondeggia in tutti i sensi, imprimendo continui spostamenti al povero Corpo sospeso a tre chiodi, la sofferenza deve essere atroce.

Tutto il peso del corpo si sposta in avanti e in basso, e i buchi si allargano, specie quello della mano sinistra, e si allarga il foro nei piedi mentre il sangue spiccia più forte. E se quello dei piedi goccia lungo le dita per terra e lungo il legno della croce, quello delle mani segue gli avambracci, perché sono più alti al polso che all'ascella per forza della posizione, e riga anche le coste scendendo dall'ascella verso la cintura. La corona, quando la croce ondeggia prima di essere fissata, si sposta, perché il capo ribatte all'indietro, conficcando nella nuca il grosso nodo di spini che termina la pungente corona, e poi torna ad adagiarsi sulla fronte e graffia, graffia senza pietà.

Finalmente la croce è assicurata e non c'è che il tormento dell'essere appeso. Issano anche i ladroni, i quali, una volta messi verticalmente, urlano come fossero scotennati vivi per la tortura delle funi, che segano i polsi e fanno divenire nere le mani, con le vene gonfie come corde. Gesù tace. La folla non tace più, invece. Ma riprende il suo vocio infernale.

Ora la cima del Golgota ha il suo trofeo e la sua guardia d'onore. Al limite più alto (lato A) la croce di Gesù. Al lato B e C le altre due. Mezza centuria di soldati, con le armi al piede, tutto intorno alla vetta; dentro a questo cerchio d'armati, i dieci appiedati, che giocano a dadi le vesti dei condannati. Ritto in piedi, fra la croce di Gesù e quella di destra, Longino. E pare monti la guardia d'onore al Re Martire. L'altra mezza centuria, in riposo, è agli ordini dell'aiutante di Longino sul sentiero di sinistra e sulla piazzuola più bassa, in attesa di essere adoperata se ce ne sarà bisogno. Nei soldati c'è l'indifferenza quasi totale. Solo qualcuno alza ogni tanto il volto ai crocifissi.

Longino invece osserva tutto con curiosità e interesse, confronta e mentalmente giudica. Confronta i crocifissi, e specie il Cristo, e gli spettatori. Il suo occhio penetrante non perde un particolare. E per vedere meglio fa solecchio con la mano, perché il sole gli deve dare noia.

È infatti un sole strano. Di un giallo rosso d'incendio. E poi pare che l'incendio si spenga di colpo per un nuvolone di pece che sorge da dietro le catene giudee e che corre veloce per il cielo, scomparendo dietro ad altri monti. E quando il sole ritorna fuori è così vivo che l'occhio non lo sopporta che male.

Nel guardare vede Maria, proprio sotto il balzo, che tiene alzato verso il Figlio il suo volto straziato. Chiama uno dei soldati che giuocano a dadi e gli dice: «Se la Madre vuole salire col figlio che l'accompagna, venga. Scortala e aiutala».

E Maria con Giovanni, creduto «figlio», sale per la scaletta incisa nella roccia tufacea, credo, e penetra oltre il cordone dei soldati andando ai piedi della croce, ma un poco scosta per essere vista e per vedere il suo Gesù. La folla le propina subito i più obbrobriosi insulti. Accomunandola nelle bestemmie al Figlio. Ma Ella, con le labbra tremanti e sbiancate, cerca solo di dargli conforto, con un sorriso straziato su cui si asciugano le lacrime che nessuna forza di volontà riesce a trattenere negli occhi.

La gente, cominciando dai sacerdoti, scribi, farisei, sadducei, erodiani e simili, si procura lo spasso di fare come un carosello, salendo dalla strada erta, passando lungo il rialzo finale e scendendo per l'altra via, o viceversa. E mentre passano ai piedi della vetta, sulla seconda piazzuola, non mancano di offrire le loro parole blasfeme come omaggio al Morente. Tutta la turpitudine, la crudeltà, l'odio e l'insania di cui sono capaci gli uomini con la lingua, vengono ampiamente testificate da queste bocche d'inferno. I più accaniti sono i membri del Tempio, coi farisei per aiuto.

«Ebbene? Tu, Salvatore dell'umana genere, perché non ti salvi? Ti ha abbandonato il tuo re Belzebù? Ti ha rinnegato?», urlano tre sacerdoti.

E un branco di giudei: «Tu che non più tardi di or sono cinque giorni, con l'aiuto del Demonio, facevi dire al Padre... ah! ah! ah! che ti avrebbe glorificato, come mai non gli ricordi di mantenere la sua promessa?».

E tre farisei: «Bestemmiatore! Ha salvato gli altri, diceva, con l'aiuto di Dio! E non riesce a salvare Se stesso! Vuoi che ti si creda? E allora fai il miracolo. Non puoi più, eh? Ora hai le mani inchiodate, e sei nudo».

E dei sadducei ed erodiani ai soldati: «Attenti alla malia, voi che vi siete prese le sue vesti! Ha dentro il segno infernale!».

Una folla in coro: «Scendi dalla croce e ti crederemo. Tu che distruggi il Tempio... Folle!... Guardalo là, il glorioso e santo Tempio d'Israele. È intoccabile, o profanatore! E Tu muori».

Altri sacerdoti: «Blasfemo! Figlio di Dio, Tu? E scendi di lì, allora. Fulminaci, se sei Dio. Non ti temiamo e sputiamo verso Te».

Altri che passano e scrollano il capo: «Non sa che piangere. Salvati, se è vero che sei l'Eletto!».

I soldati: «E salvati, dunque! Incenerisci questa suburra della suburra! Sì! Suburra dell'Impero siete, giudei canaglie. Fàllo! Roma ti metterà in Campidoglio e ti adorerà come un nume! ».

I sacerdoti coi loro compari: «Erano più dolci le braccia delle femmine di quelle della croce, non è vero? Ma, guarda, sono già lì pronte a riceverti le tue... (e dicono un termine infame). Ci hai tutta Gerusalemme a farti da pronuba». E fischiano come carrettieri.

Altri lanciando dei sassi: «Muta questi in pane, Tu, moltiplicatore dei pani».

Altri, scimmiottando gli osanna della domenica delle palme, lanciano dei rami e gridano: «Maledetto colui che viene in nome del Demonio! Maledetto il suo regno! Gloria a Sionne che lo recide di fra i vivi!».

Un fariseo si piazza di fronte alla croce, e mostra il pugno facendo le corna e dice: «"Ti affido al Dio del Sinai", Tu dicesti? Ora il Dio del Sinai ti prepara al fuoco eterno. Perché non chiami Giona a renderti il buon servizio?».

Un altro: «Non rovinare la croce con i colpi della tua testa. Deve servire per i tuoi seguaci. Una intera legione ne morirà sul tuo legno, te lo giuro su Jeové. E per primo ci metterò Lazzaro. Vedremo se Tu lo levi di morte, ora».

«Sì! Si! Andiamo da Lazzaro. Inchiodiamolo dall'altro lato della croce», e pappagallescamente fanno la parlata lenta di Gesù dicendo: «Lazzaro, amico mio, vieni fuori! Slegatelo e lasciatelo andare!».

«No! Diceva a Marta e Maria, le sue femmine: "Io sono la Risurrezione e la Vita". Ah! Ah! Ah! La Risurrezione non sa mandare indietro la morte, e la Vita muore!».

«Ecco là Maria con Marta. Chiediamo dove è Lazzaro e andiamolo a cercare». E si fanno avanti, verso le donne, chiedendo arrogantemente: «Dove è Lazzaro? Al palazzo?».

E Maria Maddalena, mentre le altre terrorizzate fuggono dietro i pastori, si fa avanti, ritrovando nel suo dolore la antica baldanza dei tempi di peccato, e dice: «Andate. Troverete già in palazzo i soldati di Roma e cinquecento armati delle mie terre, che vi castreranno come vecchi caproni destinati al pasto degli schiavi alle macine».

«Sfrontata! Così parli ai sacerdoti?».

«Sacrileghi! Turpi! Maledetti! Volgetevi! Alle spalle avete, io le vedo, le lingue delle fiamme infernali».

I vili si volgono, veramente terrorizzati, tanto è sicura l'affermazione di Maria; ma, se non hanno le fiamme alle spalle, hanno alle reni le ben pontute lance romane. Perché Longino ha dato un ordine e la mezza centuria che era in riposo è entrata in fazione e punge alle natiche i primi che trova. Questi fuggono urlando e la mezza centuria resta a chiudere gli imbocchi delle due strade e a fare baluardo alla piazzuola. I giudei imprecano, ma Roma è la più forte.

La Maddalena riabbassa il suo velo - se lo era alzato per parlare agli insultatori - e torna al suo posto. Le altre si riuniscono a lei.

Ma il ladrone di sinistra continua gli insulti dalla sua croce. Pare si sia fatto il condensatore di tutte le bestemmie altrui e le snocciola tutte, terminando: «Salvati e salvaci, se vuoi che ti si creda. Il Cristo Tu? Un folle sei! Il mondo è dei furbi e Dio non c'è. Io ci sono. Questo è vero, e per me tutto è lecito. Dio?... Fola! Messa per tenerci quieti. Viva il nostro io! Lui solo è re e dio!».

L'altro ladrone, che è a destra ed ha quasi ai piedi Maria, e la guarda quasi più che non guardi Cristo, e da qualche momento piange mormorando: «la madre», dice: «Taci. Non temi Dio neppure ora che soffri questa pena? Perché insulti chi è buono? È in un supplizio ancor più grande del nostro. E non ha fatto nulla di male».

Ma il ladrone continua le sue imprecazioni.

Gesù tace. Anelante per lo sforzo della posizione, per la febbre, per lo stato cardiaco e respiratorio, conseguenza della flagellazione subita in forma tanto violenta, e anche dell'angoscia profonda che gli aveva fatto sudar sangue, cerca trovare un sollievo, alleggerendo il peso che grava sui piedi, sospendendosi alle mani e facendo forza con le braccia. Forse lo fa anche per vincere un poco il crampo che già tormenta i piedi e che si tradisce con il tremito muscolare. Ma lo stesso tremore è nelle fibre delle braccia, che sono sforzate in quella posizione e devono essere gelate nelle loro estremità, perché poste più in alto e abbandonate dal sangue, che a fatica giunge ai polsi e poi ne geme dai buchi dei chiodi lasciando senza circolazione le dita. Specie quelle della sinistra sono già cadaveriche e stanno senza moto, ripiegate verso il palmo. Anche le dita dei piedi esprimono il loro tormento. Specie gli alluci, forse perché meno è leso il loro nervo, si alzano, si abbassano, si divaricano.

Il tronco, poi, svela tutta la sua pena col suo movimento, che è veloce ma non profondo, ed affatica senza dare sollievo. Le coste, molto ampie e alte di loro, perché la struttura di questo Corpo è perfetta, sono ora dilatate oltre misura per la posizione assunta dal corpo e per l'edema polmonare che certo si è formato nell'interno. Eppure non servono ad alleggerire lo sforzo respiratorio, tanto che tutto l'addome aiuta col suo muoversi il diaframma, che sempre più si va paralizzando. E la congestione e l'asfissia aumentano di minuto in minuto, come lo indicano il colorito cianotico che sottolinea le labbra, di un rosso acceso dalla febbre, e le striature di un rosso violaceo, che spennellano il collo lungo le giugulari turgide e si allargano fino sulle guance, verso le orecchie e le tempie, mentre il naso è affilato e esangue, e gli occhi affondano in un cerchio che è livido dove è privo del sangue colato dalla corona.

Sotto l'arco costale sinistro si vede l'urto propagato dalla punta cardiaca, irregolare, ma violento, e ogni tanto, per una convulsione interna, il diaframma ha un fremito profondo che si rivela da una distensione totale della pelle, per quanto può stendersi su quel povero Corpo ferito e morente.

Il Volto ha già l'aspetto che vediamo nelle fotografie della Sindone, col naso deviato e gonfio da una parte; e anche il tenere l'occhio destro quasi chiuso, per il gonfiore che è da questo lato, aumenta la somiglianza. La bocca, invece, è aperta, con la sua ferita sul labbro superiore ormai ridotta ad una crosta.

La sete, data dalla perdita di sangue, dalla febbre e dal sole, deve essere intensa, tanto che Egli, con mossa macchinale, beve le stille del suo sudore e del suo pianto, e anche quelle del sangue che scende dalla fronte fin sui baffi, e si bagna con queste la lingua... La corona di spine gli vieta di appoggiarsi al tronco della croce per aiutare la sospensione sulle braccia e alleggerire i piedi. Le reni e tutta la spina si arcua verso l'esterno, stando staccato dal tronco della croce dal bacino in su per forza di inerzia che fa pendere in avanti un corpo sospeso come era il suo.

I giudei, respinti oltre la piazzuola, non cessano di insultare, e il ladrone impenitente fa eco. L'altro, che ora guarda con sempre maggiore pietà la Madre e piange, lo rimbecca aspramente quando sente che nell'insulto è compresa anche Lei.

«Taci. Ricordati che sei nato da una donna. E pensa che le nostre han pianto per causa dei figli. E furono lacrime di vergogna... perché noi siamo delinquenti. Le nostre madri sono morte... Io vorrei poterle chiedere perdono... Ma lo potrò? Era una santa... L'ho uccisa col dolore che le davo... Io sono un peccatore... Chi mi perdona? Madre, in nome del tuo Figlio morente, prega per me».

La Madre alza per un momento il suo viso straziato e lo guarda, questo sciagurato che attraverso al ricordo di sua madre e alla contemplazione della Madre va verso il pentimento, e pare lo carezzi col suo sguardo di colomba.

Disma piange più forte. Cosa che scatena ancora di più gli schemi della folla e del compagno. La prima urla: «Bravo! Pigliati questa per madre. Così ha due figli delinquenti! ». E l'altro rincara: «Ti ama perché sei una copia minore del suo beneamato».

Gesù parla per la prima volta: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!».

Questa preghiera vince ogni timore in Disma. Osa guardare il Cristo e dice: «Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno. Io è giusto che qui soffra. Ma dammi misericordia e pace oltre la vita. Una volta ti ho sentito parlare e, folle, ho respinto la tua parola. Ora me ne pento. E dei miei peccati me ne pento davanti a Te, Figlio dell'Altissimo. Io credo che Tu venga da Dio. Io credo nel tuo potere. Io credo nella tua misericordia. Cristo, perdonami in nome di tua Madre e del tuo Padre santissimo».

Gesù si volge e lo guarda con profonda pietà, ed ha un sorriso ancora bellissimo sulla povera bocca torturata. Dice: «Io te lo dico: oggi tu sarai meco in Paradiso».

Il ladrone pentito si mette calmo e, non sapendo più le preghiere imparate da bambino, ripete come una giaculatoria: «Gesù Nazareno, re dei giudei, pietà di me; Gesù Nazareno, re dei giudei, io spero in Te; Gesù Nazareno, re dei giudei, io credo nella tua Divinità».

L'altro continua nelle sue bestemmie.

Il cielo si fa sempre più fosco. Ora difficilmente le nubi si aprono per fare passare il sole. Ma anzi si accavallano a più e più strati plumbei, bianchi, verdognoli, si sormontano, si dipanano secondo i giuochi di un vento freddo, che a intervalli scorre il cielo e poi scende sulla terra e poi tace di nuovo, ed è quasi più sinistra l'aria quando tace, afosa e morta, di quando fischia tagliente e veloce.

La luce, prima viva fin oltre misura, si va facendo verdastra. E i volti prendono bizzarri aspetti. I soldati, sotto i loro elmi e nelle loro corazze, prima lucenti ed ora divenute come appannate nella luce verdastra e sotto il cielo di cenere, mostrano i duri profili come scalpellati. I giudei, per la maggioranza bruni di pelle e capelli e barba, paiono degli annegati, tanto il loro volto si fa terreo. Le donne sembrano statue di neve azzurrastra per il pallore esangue che la luce accentua.

Gesù sembra illividire sinistramente come per inizio di decomposizione, quasi fosse già morto. La testa gli comincia a pendere sul petto. Le forze mancano rapidamente. Trema, nonostante la febbre che lo arde. E nella sua debolezza mormora il nome che prima ha solo detto nel fondo del cuore: «Mamma!», «Mamma!». Lo mormora piano, come in un sospiro, quasi fosse già in un lieve delirio che gli impedisca di trattenere quanto la volontà vorrebbe trattenere. E Maria, ogni volta, ha un atto infrenabile di tendere le braccia come per soccorrerlo.

E la gente crudele ride di questi spasimi di chi muore e di chi spasima. Salgono da capo sino a dietro i pastori, che però sono sulla piazzetta bassa, i sacerdoti e gli scribi. E poiché i soldati vorrebbero respingerli, reagiscono dicendo: «Ci stanno questi galilei? Ci stiamo anche noi, che dobbiamo verificare che giustizia sia fatta fino in fondo. E da lontano, in questa luce strana, non possiamo vedere».

Infatti molti cominciano a impressionarsi della luce che sta fasciando il mondo, e qualcuno ha paura. Anche i soldati accennano al cielo e ad una specie di cono, che pare di lavagna tanto è cupo e che si leva come un pino da dietro una vetta. Sembra una tromba marina. Si alza, si alza e pare che generi nubi sempre più nere, quasi fosse un vulcano eruttante fumo e lava.

È in questa luce crepuscolare e paurosa che Gesù dà a Maria Giovanni e a Giovanni Maria. Curva il capo, poiché la Madre si è fatta più sotto alla croce per vederlo meglio, e dice: «Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua Madre».

Maria ha il volto ancor più sconvolto dopo questa parola che è il testamento del suo Gesù, che non ha nulla da dare alla Madre se non un uomo, Egli che per amore dell'Uomo la priva dell'Uomo-Dio, nato da Lei. Ma cerca, la povera Madre, di non piangere che mutamente, perché non può, non può non piangere... Le stille del pianto gemono nonostante ogni sforzo per trattenerle, anche se la bocca ha il suo straziato sorriso, fissato sulle labbra per Lui, per confortare Lui...

Le sofferenze crescono sempre più. E la luce sempre più decresce.

È in questa luce di fondo marino che emergono, da dietro dei giudei, Nicodemo e Giuseppe, e dicono: «Scansatevi! ».

«Non si può. Che volete?», dicono i soldati.

«Passare. Siamo amici del Cristo».

Si voltano i capi dei sacerdoti. «Chi osa professarsi amico del ribelle?», dicono i sacerdoti sdegnati.

E Giuseppe risoluto: «Io, nobile membro del Gran Consiglio, Giuseppe d'Arimatea, l'Anziano, e con me è Nicodemo, capo dei giudei».

«Chi parteggia per il ribelle è ribelle».

«E chi parteggia per gli assassini è assassino, Eleazaro di Anna. Ho vissuto da giusto. E ora vecchio sono e prossimo alla morte. Non voglio divenire ingiusto mentre già il Cielo su me discende e con esso il Giudice eterno».

«E tu, Nicodemo! Mi meraviglio!».

«Io pure. E di una cosa sola: che Israele sia tanto corrotto da non sapere più riconoscere Dio».

«Mi fai ribrezzo».

«Scansati, allora, e lasciami passare. Non chiedo che quello».

«Per contaminarti più ancora?».

«Se non mi sono contaminato a starvi presso, nulla più mi contamina. Soldato, a te la borsa e il segno di lasciapassare». E passa al decurione più vicino una borsa e una tavoletta cerata.

Il decurione osserva e dice ai soldati: «Lasciate passare i due».

E Giuseppe con Nicodemo si avvicinano ai pastori. Non so neppure se Gesù li veda in quella caligine sempre più fitta e con l'occhio che già si vela nell'agonia. Ma essi lo vedono e piangono senza rispetto umano, nonostante ora su di loro si avventino gli improperi sacerdotali.

Le sofferenze sono sempre più forti. Il corpo ha i primi inarcamenti propri della tetania e ogni clamore di folla li esaspera. La morte delle fibre e dei nervi si estende dalle estremità torturate al tronco, rendendo sempre più difficoltoso il moto respiratorio, debole la contrazione diaframmatica e disordinato il movimento cardiaco. Il volto di Cristo passa alternativamente da vampe di rossore intensissimo a pallori verdastri di morente per dissanguamento. La bocca si muove con maggiore fatica, perché i nervi sovraffaticati del collo e del capo stesso, che hanno per decine di volte fatto da leva al corpo tutto puntandosi sulla sbarra trasversa della croce, propagano il crampo anche alle mascelle. La gola, enfiata dalle carotidi ingorgate, deve dolere ed estendere il suo edema alla lingua, che appare ingrossata e lenta nei movimenti. La schiena, anche nei momenti che le contrazioni tetanizzanti non la curvano ad arco completo dalla nuca alle anche, appoggiate come punti estremi al tronco della croce, si arcua sempre più in avanti, perché le membra divengono sempre più pesanti del peso delle carni morte.

La gente vede poco e male queste cose, perché la luce è ormai di un cenere cupo, e solo chi è ai piedi della croce può vedere bene.

Gesù si affloscia, un certo momento, tutto in avanti e in basso, come già morto; non ansa più, la testa gli pende inerte in avanti, il corpo dalle anche in su è tutto staccato facendo angolo con le braccia alla croce.

Maria ha un grido: «È morto!». Un grido tragico che si propaga nell'aria nera. E Gesù appare realmente morto.

Un altro grido femminile le risponde e nel gruppo delle donne vedo un tramestio. Poi una decina di persone si allontanano sostenendo qualche cosa. Ma non posso vedere chi si allontana così. È troppo poca la luce nebbiosa. Sembra di essere immersi in una nube di cenere vulcanica fittissima.

«Non è possibile», urlano dei sacerdoti e dei giudei. «È una finta per farci andare via. Soldato, pungilo con la lancia. È una buona medicina per ridargli voce». E poiché i soldati non lo fanno, una scarica di pietre e di zolle di terra volano verso la croce, colpendo il Martire e ricadendo sulle corazze romane.

Il farmaco, come ironicamente dicono i giudei, opera il prodigio. Certo qualche sasso ha colpito a segno, forse sulla ferita di una mano, o sul capo stesso, perché miravano in alto. Gesù ha un gemito pietoso e rinviene. Il torace torna a respirare con fatica e la testa a muoversi da destra a manca, cercando un luogo dove posarsi per soffrire meno, senza trovare altro che maggior pena.

A gran fatica, puntandosi una volta ancora sui piedi torturati, trovando forza nella sua volontà, unicamente in quella, Gesù si irrigidisce sulla croce, torna eretto come fosse un sano nella sua forza completa, alza il volto guardando con occhi bene aperti il mondo steso ai suoi piedi, la città lontana, che appena si intravvede come un biancore incerto nella foschia, e il cielo nero dal quale ogni azzurro ed ogni ricordo di luce sono scomparsi. E a questo cielo chiuso, compatto, basso, simile ad una enorme lastra di lavagna scura, Egli grida a gran voce, vincendo con la forza della volontà, col bisogno dell'anima, l'ostacolo delle mascelle irrigidite, della lingua ingrossata, della gola edematica: «Eloi, Eloi, lamma scebacteni!» (io sento dire così).

Deve sentirsi morire, e in un assoluto abbandono del Cielo, per confessare con tal voce l'abbandono paterno.

La gente ride e lo scherza. Lo insulta: «Non sa che farne Dio di Te! I demoni sono maledetti da Dio!».

Altri gridano: «Vediamo se Elia, che Egli chiama, viene a salvarlo».

E altri: «Dategli un poco d'aceto, che si gargarizzi la gola. Fa bene alla voce! Elia o Dio, poiché è incerto ciò che il folle vuole, sono lontani... Ci vuol voce per farsi sentire!», e ridono come iene o come demoni.

Ma nessun soldato dà l'aceto e nessuno viene dal Cielo per dare conforto. È l'agonia solitaria, totale, crudele, anche soprannaturalmente crudele, della Grande Vittima.

Tornano le valanghe di dolore desolato che già l'avevano oppresso nel Getsemani. Tornano le onde dei peccati di tutto il mondo a percuotere il naufrago innocente, a sommergerlo nella loro amaritudine. Torna soprattutto la sensazione, più crocifiggente della croce stessa, più disperante di ogni tortura, che Dio ha abbandonato e che la preghiera non sale a Lui...

Ed è il tormento finale. Quello che accelera la morte, perché spreme le ultime gocce di sangue dai pori, perché stritola le superstiti fibre del cuore, perché termina ciò che la prima cognizione di questo abbandono ha iniziato: la morte. Perché di questo per prima cosa è morto il mio Gesù, o Dio, che lo hai colpito per noi!

Dopo il tuo abbandono, per il tuo abbandono, che diventa una creatura? O un folle, o un morto. Gesù non poteva divenire folle, perché la sua intelligenza era divina e, spirituale come è l'intelligenza, trionfava sopra il trauma totale del colpito da Dio. Divenne dunque un morto: il Morto, il santissimo Morto, l'innocentissimo Morto. Morto Lui che era la Vita. Ucciso dal tuo abbandono e dai nostri peccati.

L'oscurità si fa ancora più fitta. Gerusalemme scompare del tutto. Lo stesso Calvario pare annullarsi nelle sue falde. Solo la cima è visibile, quasi che le tenebre la tengano alta a raccogliere l'unica e l'ultima superstite luce, posandola come per una offerta, col suo trofeo divino, su uno stagno di onice liquida, perché sia vista dall'amore e dall'odio.

E dalla luce non più luce viene la voce lamentosa di Gesù: «Ho sete!».

Vi è infatti un vento che asseta anche i sani. Un vento continuo, ora, violento, pieno di polvere, freddo, pauroso. Penso quale spasimo avrà dato col suo soffio violento ai polmoni, al cuore, alle fauci di Gesù, alle sue membra gelate, intormentite, ferite. Ma proprio tutto si è messo a torturare il Martire.

Un soldato va ad un vaso dove i satelliti del boia hanno messo dell'aceto col fiele, perché col suo amaro aumenti la salivazione nei suppliziati. Prende la spugna immersa nel liquido, la infila su una canna sottile eppure rigida, che è già pronta lì presso, e porge la spugna al Morente. Gesù si tende avido verso la spugna che viene. Pare un infante affamato che cerchi il capezzolo materno.

Maria, che vede e certo pensa questa cosa, geme, appoggiandosi a Giovanni: «Oh! ed io neppure una stilla di pianto gli posso dare... Oh! seno mio, ché non gemi latte? Oh! Dio, perché, perché così ci abbandoni? Un miracolo per la mia Creatura! Chi mi solleva per dissetarlo del mio sangue, posto che latte non ho?...».

Gesù, che ha succhiato avidamente l'aspra e amara bevanda, torce il capo, avvelenato dal disgusto di essa. Deve, oltretutto, essere come del corrosivo sulle labbra ferite e spaccate. Si ritrae, si accascia, si abbandona.

Tutto il peso del corpo piomba sui piedi e in avanti. Sono le estremità ferite quelle che soffrono la pena atroce dello slabbrarsi sotto il peso di un corpo che si abbandona. Non più un movimento per sollevare questo dolore. Dal bacino in su, tutto è staccato dal legno, e tale resta.

La testa pende in avanti tanto pesantemente che il collo pare scavato in tre posti: al giugolo, completamente infossato, e di qua e di là dello sternocleidomastoideo. Il respiro è sempre più anelante, ma interciso. È già più un rantolo sincopato che un respiro. Ogni tanto un colpo di tosse penosa porta una schiuma lievemente rosata alle labbra. E le distanze fra una espirazione e l'altra diventano sempre più lunghe. L'addome è già fermo. Solo il torace ha ancora dei sollevamenti, ma faticosi, stentati... La paralisi polmonare si accentua sempre più.

E sempre più fievole, tornando al lamento infantile del bambino, viene l'invocazione: «Mamma!». E la misera mormora: «Sì, tesoro, sono qui». E quando la vista che si vela gli fa dire: «Mamma, dove sei? Non ti vedo più. Anche tu mi abbandoni?», e non è neanche una parola, ma un mormorio che appena è udibile da chi più col cuore che con l'udito raccoglie ogni sospiro del Morente, Ella dice: «No, no, Figlio! Non ti abbandono io! Sentimi, caro... La Mamma è qui, qui è... e solo si tormenta di non poter venire dove Tu sei...».

È uno strazio... E Giovanni piange liberamente. Gesù deve sentire quel pianto. Ma non dice niente. Penso che la morte imminente lo faccia parlare come in delirio e neppure sappia quanto dice e, purtroppo, neppure comprenda il conforto materno e l'amore del Prediletto.

Longino - che inavvertitamente ha lasciato la sua posa di riposo, con le mani conserte sul petto e una gamba accavallata, ora una, ora l'altra, per dare sollievo alla lunga attesa in piedi, e ora invece è rigido sull'attenti, la mano sinistra sulla spada, la destra regolarmente tesa lungo il fianco, come fosse sui gradini del trono imperiale - non vuole commuoversi. Ma il suo volto si altera nello sforzo di vincere l'emozione, e gli occhi hanno un luccicore di pianto che solo la sua ferrea disciplina trattiene.

Gli altri soldati, che giocavano a dadi, hanno smesso e si sono drizzati in piedi, rimettendosi gli elmi che avevano servito ad agitare i dadi, e stanno in gruppo presso la scaletta scavata nel tufo, silenziosi, attenti. Gli altri sono di servizio e non possono mutare posizione. Sembrano statue. Ma qualcuno dei più prossimi, e che sente le parole di Maria, mugola qualcosa fra le labbra e scrolla il capo.

Un silenzio. Poi, netta nell'oscurità totale, la parola: «Tutto è compiuto!», e poi l'ansito sempre più rantoloso, con pause di silenzio fra un rantolo e l'altro, sempre più vaste.

Il tempo scorre su questo ritmo angoscioso. La vita torna quando l'aria è rotta dall'anelito aspro del Morente... La vita cessa quando questo suono penoso non si ode più.

Si soffre a sentirlo... si soffre a non sentirlo... Si dice: «Basta di questa sofferenza!», e si dice: «Oh! Dio! che non sia l'ultimo respiro».

Le Marie piangono tutte, col capo contro il rialzo terroso. E si sente bene il loro pianto, perché tutta la folla ora tace di nuovo per raccogliere i rantoli del Morente.

Ancora un silenzio. Poi, pronunciata con infinita dolcezza, con ardente preghiera, la supplica: «Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio!».

Ancora un silenzio. Si fa lieve anche il rantolo. È appena un soffio limitato alle labbra e alla gola.

Poi, ecco, l'ultimo spasimo di Gesù. Una convulsione atroce, che pare voglia svellere il corpo infisso, coi tre chiodi, dal legno, sale per tre volte dai piedi al capo, scorre per tutti i poveri nervi torturati; solleva tre volte l'addome in una maniera anormale, poi lo lascia dopo averlo dilatato come per sconvolgimento dei visceri, ed esso ricade e si infossa come svuotato; alza, gonfia e contrae tanto fortemente il torace, che la pelle si infossa fra coste e coste che si tendono, apparendo sotto l'epidermide e riaprendo le ferite dei flagelli; fa rovesciare violentemente indietro, una, due, tre volte il capo, che percuote contro il legno, duramente; contrae in uno spasimo tutti i muscoli del volto, accentuando la deviazione della bocca a destra, fa spalancare e dilatare le palpebre sotto cui si vede roteare il globo oculare e apparire la sderotica. Il corpo si tende tutto; nell'ultima delle tre contrazioni è un arco teso, vibrante, tremendo a vedersi, e poi un grido potente, impensabile in quel corpo sfinito, si sprigiona, lacera l'aria, il «grande grido» di cui parlano i Vangeli e che è la prima parte della parola «Mamma»... E più nulla...

La testa ricade sul petto, il corpo in avanti, il fremito cessa, cessa il respiro. È spirato.

La Terra risponde al grido dell'Ucciso con un boato pauroso. Sembra che da mille buccine dei giganti traggano un unico suono e su questo tremendo accordo ecco le note isolate, laceranti dei fulmini che rigano il cielo in tutti i sensi, cadendo sulla città, sul Tempio, sulla folla... Credo che ci saranno stati dei fulminati, perché la folla è colpita direttamente. I fulmini sono l'unica luce saltuaria che permetta di vedere.

E poi subito, e mentre durano ancora le scariche delle saette, la terra si scuote in un turbine di vento ciclonico. Il terremoto e l'aeromoto si fondono per dare un apocalittico castigo ai bestemmiatori. La vetta del Golgota ondeggia e balla come un piatto in mano di un pazzo, nelle scosse sussultorie e ondulatorie che scuotono talmente le tre croci che sembra le debbano ribaltare.

Longino, Giovanni, i soldati si abbrancano dove possono, come possono, per non cadere. Ma Giovanni, mentre con un braccio afferra la croce, con l'altro sostiene Maria che, e per il dolore e per il traballio, gli si è abbandonata sul cuore. Gli altri soldati, e specie quelli del lato che scoscende, si sono dovuti rifugiare al centro per non essere gettati giù dai dirupi. I ladroni urlano di terrore, la folla urla ancora di più e vorrebbe scappare. Ma non può. Cadono le persone l'una sull'altra, si pestano, precipitano nelle spaccature del suolo, si feriscono, rotolano giù per la china, impazziti.

Per tre volte si ripete il terremoto e l'aeromoto, e poi si fa l'immobilità assoluta di un mondo morto. Solo dei lampi, ma senza tuono, rigano ancora il cielo e illuminano la scena dei giudei fuggenti in ogni senso, con le mani fra i capelli, o tese in avanti, o alzate al cielo, schernito fino allora e di cui ora hanno paura. La oscurità si tempera di un barlume di luce che, aiutato dal lampeggio silenzioso e magnetico, permette di vedere che molti restano al suolo, morti o svenuti, non so. Una casa arde nell'interno delle mura e le fiamme si alzano dritte nell'aria ferma, mettendo un punto di rosso fuoco sul verde cenere dell'atmosfera.

Maria alza il capo dal petto di Giovanni e guarda il suo Gesù. Lo chiama, perché mal lo vede nella poca luce e coi suoi poveri occhi pieni di pianto. Tre volte lo chiama: «Gesù! Gesù! Gesù!». È la prima volta che lo chiama per nome da quando è sul Calvario. Infine, ad un lampo che fa come una corona sopra la vetta del Golgota, lo vede, immobile, tutto pendente in avanti, col capo talmente piegato in avanti, e a destra, da toccare con la guancia la spalla e col mento le coste, e comprende. Tende le mani che tremano nell'aria scura e grida: «Figlio mio! Figlio mio! Figlio mio!». Poi ascolta... Ha la bocca aperta, pare voglia ascoltare anche con quella, come ha dilatati gli occhi per vedere, per vedere... Non può credere che il suo Gesù non sia più...

Giovanni, che anche lui ha guardato e ascoltato, ed ha compreso che tutto è finito, abbraccia Maria e cerca allontanarla dicendo: «Non soffre più».

Ma, prima che l'apostolo termini la frase, Maria, che ha capito, si svincola, gira su se stessa, si curva ad arco verso il suolo, si porta le mani agli occhi e grida: «Non ho più Figlio!».

E poi vacilla e cadrebbe se Giovanni non se la raccogliesse tutta sul cuore, e poi egli si siede, per terra, per sostenerla meglio sul suo petto, finché le Marie, non più trattenute dal cerchio superiore di armati - perché, ora che i giudei sono fuggiti, i romani si sono ammucchiati sulla piazzuola sottostante commentando l'accaduto - sostituiscono l'apostolo presso la Madre.

La Maddalena si siede dove era Giovanni, e quasi si adagia Maria sui ginocchi, sostenendola fra le braccia e il suo petto, baciandola sul volto esangue, riverso sulla spalla pietosa. Marta e Susanna, con la spugna e un lino intrisi nell'aceto, le bagnano le tempie e le narici, mentre la cognata Maria le bacia le mani chiamandola con strazio, e appena Maria riapre gli occhi, e gira uno sguardo che il dolore rende come ebete, le dice: Figlia, figlia diletta, ascolta... dimmi che mi vedi... Sono la tua Maria... Non mi guardare così!...». E poiché il primo singhiozzo apre la gola di Maria e le prime lacrime cadono, ella, la buona Maria d'Alfeo, dice: «Sì, sì, piangi... Qui con me, come da una mamma, povera, santa figlia mia»; e quando si sente dire: «Oh! Maria! Maria! hai visto?», ella geme: «Sì, sì,... ma... ma... figlia... oh! figlia!...». Non trova più altro e piange, l'anziana Maria. Un pianto desolato, a cui fanno eco tutte le altre, ossia Marta e Maria, la madre di Giovanni e Susanna.

Le altre pie donne non ci sono più. Penso siano andate via, e con esse i pastori, quando si udì quel grido femminile...

I soldati parlottano fra di loro.

«Hai visto i giudei? Ora avevano paura».

«E si battevano il petto».

«I più terrorizzati erano i sacerdoti!».

«Che paura! Ho sentito altri terremoti. Ma come questo mai. Guarda: la terra è rimasta piena di fessure».

«E lì è franato tutto un pezzo della via lunga».

«E sotto ci sono dei corpi».

«Lasciali! Tanti serpenti di meno».

«Oh! un altro incendio! Nella campagna...».

«Ma è morto proprio?».

«E non vedi? Ne hai dubbi?».

Spuntano da dietro la roccia Giuseppe e Nicodemo. Certo si erano rifugiati lì, dietro il riparo del monte, per salvarsi dai fulmini. Vanno da Longino. «Vogliamo il Cadavere».

«Solo il Proconsole lo concede. Andate, e presto, perché ho sentito che i giudei vogliono andare al Pretorio ed ottenere il crucifragio. Non vorrei facessero sfregio».

«Come lo sai?».

«Rapporto dell'alfiere. Andate. Io attendo».

I due si precipitano giù per la strada ripida e scompaiono.

È qui che Longino si accosta a Giovanni e gli dice piano qualche parola che non afferro. Poi si fa dare da un soldato una lancia. Guarda le donne tutte intente a Maria, che riprende lentamente le forze. Esse hanno, tutte, le spalle alla croce.

Longino si pone di fronte al Crocifisso, studia bene il colpo e poi lo vibra. La larga lancia penetra profondamente da sotto in su, da destra a sinistra.

Giovanni, combattuto fra il desiderio di vedere e l'orrore di vedere, torce per un attimo il viso.

«È fatto, amico», dice Longino e termina: «Meglio così. Come a un cavaliere. E senza spezzare ossa... Era veramente un Giusto!».

Dalla ferita geme molt'acqua e un filino appena di sangue già tendente a raggrumarsi. Geme, ho detto. Non esce che filtrando dal taglio netto che rimane inerte, mentre, se vi fosse stato del respiro, si sarebbe aperto e chiuso nel moto toracico addominale...

Mentre sul Calvario tutto resta in questo tragico aspetto, io raggiungo Giuseppe e Nicodemo che scendono per una scorciatoia per fare più presto.

Sono quasi alla base quando si incontrano con Gamaliele. Un Gamaliele spettinato, senza copricapo, senza mantello, con la splendida veste sporca di terriccio e strappata dai rovi. Un Gamaliele che corre, salendo e ansando, con le mani nei capelli radi e molto brizzolati di uomo anziano. Si parlano senza fermarsi.

«Gamaliele! Tu?».

«Tu, Giuseppe? Lo lasci?».

«Io no. Ma tu come qui? E così?...».

«Cose tremende! Ero nel Tempio! Il segno! Il Tempio scardinato! Il velo di porpora e giacinto pende lacerato! Il Sancta Santorum è scoperto! Anatema è su noi!». Ha parlato continuando a correre verso la cima, reso pazzo dalla prova.

I due lo guardano andare... si guardano... dicono insieme: «"Queste pietre fremeranno alle mie ultime parole!". Egli glielo aveva promesso!...».

Affrettano la corsa verso la città.

Per la campagna, fra il monte e le mura, e oltre, vagano, nell'aria ancora fosca, persone con aspetto di ebeti... Urli, pianti, lamenti... Chi dice: «Il suo Sangue ha piovuto fuoco!». Chi: «Fra i fulmini Geové è apparso a maledire il Tempio!». Chi geme: «I sepolcri! I sepolcri!».

Giuseppe afferra uno che dà di cozzo la testa contro la muraglia e lo chiama a nome, tirandoselo dietro mentre entra in città: «Simone! Ma che vai dicendo?».

«Lasciami! Un morto anche tu! Tutti i morti! Tutti fuori! E mi maledicono».

«È impazzito», dice Nicodemo.

Lo lasciano e trottano verso il Pretorio.

La città è in preda del terrore. Gente che vaga battendosi il petto. Gente che fa un salto indietro o si volge spaventata sentendo dietro una voce o un passo.

In uno dei tanti archivolti oscuri, l'apparizione di Nicodemo, vestito di lana bianca - perché, per fare più presto, si è levato sul Golgota il manto oscuro - fa dare un urlo di terrore ad un fariseo fuggente. Poi si accorge che è Nicodemo e gli si attacca al collo con una espansione strana, urlando: «Non mi maledire! Mia madre m'è apparsa e mi ha detto: "Sii maledetto in eterno!"», e poi si accascia al suolo gemendo: «Ho paura! Ho paura!».

«Ma sono tutti folli!», dicono i due.

È raggiunto il Pretorio. E solo qui, mentre attendono di essere ricevuti dal Proconsole, Giuseppe e Nicodemo riescono a sapere il perché di tanti terrori. Molti sepolcri si erano aperti sotto la scossa tellurica, e c'era chi giurava averne visto uscire gli scheletri, che per un attimo si ricomponevano con parvenza umana e andavano accusando i colpevoli del deicidio e maledicendoli.

Li lascio nell'atrio del Pretorio, dove i due amici di Gesù entrano senza tante storie di stupidi ribrezzi e paure di contaminazioni, e torno sul Calvario, raggiungendo Gamaliele che sale, ormai sfinito, gli ultimi metri. Procede battendosi il petto e, quando giunge sulla prima delle due piazzuole, si butta bocconi, lunghezza bianca sul suolo giallastro, e geme: «Il segno! Il segno! Dimmi che mi perdoni! Un gemito, anche un gemito solo, per dirmi che mi odi e perdoni».

Comprendo che lo crede ancora vivo. Né si ricrede altro che quando un soldato, urtandolo con l'asta, dice: «Alzati e taci. Non serve! Dovevi pensarci prima. È morto. E io, pagano, te lo dico: Costui, che voi avete crocifisso, era realmente il Figlio di Dio!».

«Morto? Morto sei? Oh!...». Gamaliele alza il volto terrorizzato, cerca vedere fin lassù in cima, nella luce crepuscolare. Poco vede, ma quel tanto da capire che Gesù è morto lo vede. E vede il gruppo pietoso che conforta Maria, e Giovanni ritto alla sinistra della croce che piange, e Longino ritto a destra, solenne nella sua rispettosa postura.

Si pone in ginocchio, tende le braccia e piange: «Eri Tu! Eri Tu! Non possiamo più avere perdono. Abbiamo chiesto il tuo Sangue su noi. Ed Esso grida al Cielo, e il Cielo ci maledice... Oh! Ma Tu eri la Misericordia!... Io ti dico, io, l'annientato rabbi di Giuda: "Il tuo Sangue su noi, per pietà". Aspergici con Esso! Perché solo Esso può impetrarci perdono...», piange. E poi, più piano, confessa la sua segreta tortura: «Ho il segno richiesto... Ma secoli e secoli di cecità spirituale stanno sulla mia vista interiore, e contro il mio volere di ora si drizza la voce del mio superbo pensiero di ieri... Pietà di me! Luce del mondo, nelle tenebre che non ti hanno compreso fa' scendere un tuo raggio! Sono il vecchio giudeo fedele a ciò che credevo giustizia ed era errore. Adesso sono una landa brulla, senza più alcuno degli antichi alberi della Fede antica, senza alcun seme o stelo della Fede nuova. Sono un arido deserto. Opera Tu il miracolo di far sorgere un fiore che abbia il tuo nome in questo povero cuore di vecchio israelita pervicace. In questo mio povero pensiero, prigioniero delle formule, penetra Tu, Liberatore. Isaia lo dice: "... pagò per i peccatori e prese su Sé i peccati di molti". Oh! anche il mio, Gesù Nazareno...

Si alza. Guarda la croce che si fa sempre più nitida nella luce che rischiara e poi se ne va curvo, invecchiato, annichilito.

E sul Calvario torna il silenzio, appena rotto dal pianto di Maria.

I due ladroni, esausti dalla paura, non parlano più.

Tornano in corsa Nicodemo e Giuseppe, dicendo che hanno il permesso di Pilato. Ma Longino, che non si fida troppo, manda un soldato a cavallo dal Proconsole per sapere come deve fare anche coi due ladroni. Il soldato va e torna al galoppo con l'ordine di consegnare Gesù e di compiere il crucifragio sugli altri, per volere dei giudei.

Longino chiama i quattro boia, che sono vigliaccamente accoccolati sotto la rupe, ancora terrorizzati dell'accaduto, e ordina che i due ladroni siano finiti a colpi di dava. Cosa che avviene senza proteste per Disma, al quale il colpo di dava, sferrato al cuore dopo aver già percosso i ginocchi, spezza a metà fra le labbra, in un rantolo, il nome di Gesù. E con maledizioni orrende da parte dell'altro ladrone. Il loro rantolo è lugubre.

I quattro carnefici vorrebbero anche occuparsi di Gesù, staccandolo dalla croce. Ma Giuseppe e Nicodemo non lo permettono.

Anche Giuseppe si leva il mantello e dice a Giovanni di imitarlo e di tenere le scale mentre loro salgono con leve e tenaglie.

Maria si alza tremante, sorretta dalle donne, e si accosta alla croce.

Intanto i soldati, finito il loro compito, se ne vanno. E Longino, prima di scendere oltre la piazzuola inferiore, si volta dall'alto del suo morello a guardare Maria e il Crocifisso. Poi il rumore degli zoccoli suona sulle pietre e quello delle armi contro le corazze, e si allontana sempre più.

Il palmo sinistro è schiodato. Il braccio cade lungo il Corpo, che ora pende semistaccato. Dicono a Giovanni di salire lui pure, lasciando le scale alle donne.

E Giovanni, montato sulla scala dove prima era Nicodemo, si passa il braccio di Gesù intorno al collo e lo tiene così, tutto abbandonato sul suo òmero, abbracciato dal suo braccio alla vita e tenuto per la punta delle dita per non urtare l'orrendo squarcio della mano sinistra, che è quasi aperta. Quando i piedi sono schiodati, Giovanni fatica non poco a tenere e sostenere il Corpo del suo Maestro fra la croce e il suo corpo.

Maria si pone già ai piedi della croce, seduta con le spalle alla stessa, pronta a ricevere il suo Gesù nel grembo.

Ma schiodare il braccio destro è l'operazione più difficile. Nonostante ogni sforzo di Giovanni, il Corpo pende tutto in avanti e la testa del chiodo sprofonda nella carne. E, poiché non vorrebbero ferirlo di più, i due pietosi faticano molto. Finalmente il chiodo è afferrato dalla tenaglia e estratto piano piano.

Giovanni tiene sempre Gesù per le ascelle, con la testa rovesciata sulla sua spalla, mentre Nicodemo e Giuseppe lo afferrano uno alle cosce, l'altro ai ginocchi, e cautamente scendono così dalle scale.

Giunti a terra, vorrebbero adagiarlo sul lenzuolo che hanno steso sui loro mantelli. Ma Maria lo vuole. Si è aperta il manto, lasciandolo pendere da una parte, e sta con le ginocchia piuttosto aperte per fare cuna al suo Gesù.

Mentre i discepoli girano per darle il Figlio, la testa coronata ricade all'indietro e le braccia pendono verso terra, e struscerebbero al suolo con le mani ferite se la pietà delle pie donne non le tenessero per impedirlo.

Ora è in grembo alla Madre... E sembra uno stanco e grande bambino che dorma tutto raccolto sul seno materno. Maria lo tiene col braccio destro passato dietro le spalle del Figlio e il sinistro passato al disopra dell'addome per sorreggerlo alle anche. La testa è sulla spalla materna. E Lei lo chiama... lo chiama con voce di strazio. Poi se lo stacca dalla spalla e lo carezza con la sinistra, ne raccoglie e stende le mani e, prima di incrociarle sul grembo spento, le bacia, e piange sulle ferite. Poi carezza le guance, specie là dove è il livido e il gonfiore, bacia gli occhi infossati, la bocca rimasta lievemente storta a destra e socchiusa. Vorrebbe ravviargli i capelli, come gli ha ravviato la barba ingrommata di sangue. Ma nel farlo incontra le spine. Si punge per levare quella corona e non vuole farlo che Lei, con l'unica mano che ha libera, e respinge tutti dicendo: «No, no! Io! Io!», e pare abbia fra le dita il capo tenerello di un neonato, tanto va con delicatezza nel farlo. E quando può levare questa torturante corona, si curva a medicare tutti gli sgraffi delle spine con i baci. Con la mano tremante divide i capelli scomposti, li ravvia e piange, e parla piano piano, e asciuga con le dita le lacrime che cadono sulle povere carni gelide e sanguinose, e pensa di pulirle col pianto e col suo velo, che è ancora ai lombi di Gesù. E ne tira a sé una estremità, e con quella si dà a detergere ed asciugare le membra sante. E sempre torna in carezze sul volto, e poi sulle mani, e poi carezza le ginocchia contuse, e poi risale ad asciugare il Corpo, su cui cadono lacrime e lacrime.

È nel fare questo che la sua mano incontra lo squarcio del costato. La piccola mano, coperta dal lino sottile, entra quasi tutta nell'ampia bocca della ferita. Maria si curva per vedere, nella semiluce che si è formata, e vede. Vede il petto aperto e il cuore di suo Figlio. Urla, allora. Sembra che una spada apra a Lei il cuore. Urla, e poi si rovescia sul Figlio e pare morta Lei pure.

La soccorrono, la confortano. Le vogliono levare il Morto divino e, poiché Ella grida: «Dove, dove ti metterò, che sia sicuro e degno di Te?», Giuseppe, tutto curvo in un inchino riverente, la mano aperta appoggiata sul petto, dice: «Confortati, o Donna! Il mio sepolcro è nuovo e degno di un grande. Lo dono a Lui. E questo, Nicodemo, amico, già nel sepolcro ha portato gli aromi, ché egli questo vuole offrire di suo. Ma, te ne prego, poiché la sera si avvicina, lasciaci fare... È Parasceve. Sii buona, o Donna santa!».

Anche Giovanni e le donne pregano in tal senso, e Maria si lascia levare dal grembo la sua Creatura, e si alza, affannosa, mentre lo avvolgono nel lenzuolo, pregando: «Oh! fate piano!».

Nicodemo e Giovanni alle spalle, Giuseppe ai piedi, sollevano la Salma avvolta non solo nel lenzuolo, ma appoggiata anche sui mantelli che fanno da portantina, e si avviano giù per la via.

Maria, sorretta dalla cognata e dalla Maddalena, seguita da Marta, Maria di Zebedeo e Susanna, che hanno raccolto i chiodi, le tenaglie, la corona, la spugna e la canna, scende verso il sepolcro.

Sul Calvario restano le tre croci, di cui quella di centro è nuda e le due altre hanno il loro vivo trofeo che muore.

 

«Ed ora», dice Gesù, «fate bene attenzione. Ti risparmio la descrizione della sepoltura, che è fatta bene dallo scorso anno: 19 febbraio 1944. Userete perciò quella, e P. M. metterà al termine della stessa il lamento di Maria che ho dato a suo tempo: 4 ottobre 1944. Poi metterai quanto vedrai tu di nuovo. Sono parti nuove della Passione e vanno messe a posto molto bene, per non fare confusione o lasciare lacune».

 

610. Angoscia di Maria al Sepolcro e unzione del Corpo di Gesù

 

Dire quello che io provo è inutile. Farei unicamente un'esposizione del mio soffrire, e perciò senza valore rispetto al soffrire che io vedo. Lo descrivo dunque, senza commenti su me.

Assisto alla sepoltura di Nostro Signore.

 

Il piccolo corteo, dopo aver sceso il Calvario, trova alla base dello stesso, scavato nel calcare del monte, il sepolcro di Giuseppe d'Arimatea. In esso entrano i pietosi col Corpo di Gesù.

Vedo il sepolcro fatto così. È un ambiente ricavato nella pietra in fondo ad una ortaglia tutta in fiore. Sembra una grotta, ma si capisce scavata dalla mano dell'uomo. Vi è la camera sepocrale propriamente detta con i suoi loculi (fatti diversi da quelli delle catacombe). Questi sono come fori tondi che penetrano nella pietra come buchi di un alveare, tanto per dare un'idea. Per ora sono tutti vuoti. Si vede l'occhio vuoto di ogni loculo come una macchia nera nel grigiastro della pietra. Poi, precedente a questa camera sepolcrale, vi è come un'anticamera. Al centro della stessa, il tavolo di pietra per l'unzione. Su questo viene posto Gesù nel suo lenzuolo.

Entrano anche Giovanni e Maria. Non di più, perché la camera preparatoria è piccola e, se fossero in più persone, non potrebbero più muoversi. Le altre donne stanno presso la porta, ossia presso l'apertura, perché non vi è porta vera e propria.

I due portatori scoprono Gesù.

Mentre essi preparano, in un angolo, su una specie di mensola, alla luce di due torce, le bende e gli aromi, Maria si curva sul Figlio e piange. E daccapo lo asciuga col velo che è ancora ai lombi di Gesù. È l'unico lavacro che ha il Corpo di Gesù, questo delle lacrime materne, e se sono copiose e abbondanti non servono però che a levare superficialmente e parzialmente polvere, sudore e sangue di quel Corpo torturato.

Maria non si stanca di carezzare quelle membra gelate. Con una delicatezza ancor maggiore che se toccasse quelle di un neonato, Ella prende le povere mani straziate, le stringe fra le sue, ne bacia le dita, le stende, cerca di riunire le slabbrature delle ferite come per medicarle, perché dolgano meno, si appoggia sulle guance quelle mani che non possono più accarezzare, e geme, geme nel suo dolore atroce. Raddrizza e unisce i poveri piedi, che stanno così abbandonati, come mortalmente stanchi di tanto cammino fatto per noi. Ma essi si sono troppo spostati sulla croce, e specie il sinistro sta quasi per piatto come non avesse più caviglia.

Poi torna al Corpo e lo carezza, così freddo e già rigido, e quando vede una nuova volta lo squarcio della lancia che ora, nella posizione supina del Salvatore sulla lastra di pietra, è aperto e beante come una bocca, lasciante vedere meglio ancora la cavità toracica - la punta del cuore appare distintamente fra lo sterno e l'arco costale sinistro, e due centimetri circa sopra di essa vi è l'incisione fatta dalla punta della lancia nel pericardio e nel cardio, lunga un buon centimetro e mezzo, mentre quella esterna al costato destro è di almeno sette - Maria grida di nuovo come sul Calvario. Sembra che la lancia trapassi Lei, tanto Ella si contorce nel suo dolore, portando le mani al cuore suo, trafitto come quello di Gesù. Quanti baci su quella ferita, povera Mamma!

Poi torna al capo riverso e lo raddrizza, poiché è rimasto lievemente piegato indietro e fortemente a destra. Cerca di chiudere le palpebre, che si ostinano a rimanere semichiuse, e la bocca rimasta aperta, contratta, un poco storta a destra. Ravvia i capelli, solo ieri tanto belli e ordinati, ed ora fatti tutto un groviglio appesantito dal sangue. Districa le ciocche più lunghe, le liscia sulle sue dita, le arrotola per ridare ad esse la forma dei dolci capelli del suo Gesù, così morbidi e ricciuti. E geme, geme perché si ricorda di quando era bambino... È il motivo fondamentale del suo dolore: il ricordo dell'infanzia di Gesù, del suo amore per Lui, delle sue cure che temevano anche dell'aria più viva per la Creaturina divina, e il confronto con quanto gli hanno fatto, ora, gli uomini.

Il suo lamento mi fa stare male. Ed il suo gesto quando, gemendo: «Che ti hanno, che ti hanno fatto, Figlio mio?», non potendolo vedere così, nudo, rigido, su una pietra, Ella se lo raccoglie in braccio, passandogli il braccio sotto le spalle e serrandolo sul petto con l'altra mano e ninnandolo, con la stessa mossa della grotta della Natività, mi fa piangere e soffrire come se una mano mi frugasse nel cuore.

 

La terribile angoscia spirituale di Maria

 

La Madre è ritta presso la pietra dell'unzione e carezza, e contempla, e geme, e piange. La luce tremolante delle torce illumina a tratti il suo volto, ed io vedo dei grossi goccioloni di pianto rotolare sulle guance pallidissime di un viso devastato. E odo le parole. Tutte. Ben distinte, per quanto mormorate fra le labbra, vero colloquio di anima materna coll'anima del Figlio. Ricevo l'ordine di scriverle.

«Povero Figlio! Quante ferite!... Come hai sofferto! Guarda che t'hanno fatto!... Come sei freddo, Figlio! Le tue dita sono di gelo. E come sono inerti! Paiono spezzate. Mai, neppure nel sonno più abbandonato dell'infanzia, né in quello pesante della tua fatica di artiere, erano inerti così... E come sono fredde! Povere mani! Dàlle alla tua Mamma, tesoro mio, amore santo, amore mio! Guarda come sono lacerate! Ma guarda, Giovanni, che squarcio! Oh! crudeli! Qui, qui, dalla tua Mamma questa mano ferita. Che te la medichi. Oh! non ti farò male... Userò baci e lacrime, e col fiato e con l'amore te la scalderò. Dammi una carezza, Figlio! Tu sei di ghiaccio, io ardo di febbre. La mia febbre avrà sollievo dal tuo gelo, e il tuo gelo si molcerà alla mia febbre. Una carezza, Figlio! Sono poche ore che non mi carezzi, e mi paiono secoli. Vi furono mesi senza tue carezze, e mi parvero ore perché sempre aspettavo il tuo venire e di ogni giorno facevo un'ora, di ogni ora un minuto, per dirmi che Tu non m'eri lontano da una o più lune, ma da solo pochi dì, da sole poche ore. Perché ora è così lungo il tempo? Ah! strazio inumano! Perché Tu sei morto. Mi ti hanno morto! Non ci sei più sulla Terra! Più! In qualunque posto io getti l'anima per cercare la tua e abbracciarsi ad essa, poiché trovarti, averti, sentirti era la vita della mia carne e del mio spirito, in qualunque posto io ti cerchi con l'onda del mio amore, non ti trovo più, più non ti trovo! Di Te non mi resta che questa spoglia fredda, questa spoglia senz’anima! O anima del mio Gesù, o anima del mio Cristo, o anima del mio Signore, dove sei? Perché avete levata l'anima al Figlio mio, iene crudeli congiunte con Satana? E perché non m'avete seco lui crocifissa? Avete avuto paura di un secondo delitto? (La voce si fa sempre più forte e straziante). E che era uccidere una povera donna, per voi che non avete esitato ad uccidere Dio fatto Carne? Non avete commesso un secondo delitto? E non è questo il più nefando, di lasciare sopravvivere una madre al figlio trucidato?».

La Madre, che con la voce aveva alzato anche il capo, ora torna a curvarsi sul volto spento ed a parlare piano, solo per Lui: «Almeno nella tomba, qui dentro, saremmo stati insieme come insieme saremmo stati nell'agonia sul legno, e insieme nel viaggio oltre vita e incontro alla Vita. Ma, se seguirti non posso nel viaggio oltre la vita, qui ad attenderti posso restare».

Si torna a drizzare e dice forte ai presenti: «Andate tutti. Io resto. Chiudetemi qui con Lui. Lo attendo. Che dite? Che non si può? Perché non si può? Se fossi morta non sarei qui, coricata al suo fianco, in attesa d'essere composta? Sarò al suo fianco, ma in ginocchio. Vi fui quando Egli vagiva, tenero e roseo, in una notte decembrina. Vi sarò ora, in questa notte del mondo che non ha più il Cristo. Oh! vera notte! La Luce non è più!... O gelida notte! L'Amore è morto! Che dici, Nicodemo? Mi contamino? Il suo Sangue non è contaminazione. Non mi contaminai neppure nel generarlo. Ah! come uscisti, Tu, Fiore del mio seno, senza lacerare fibra, ma proprio come fiore di profumato narciso, che sboccia dall'anima del bulbo-matrice e dà fiore anche se l'abbraccio della terra non è stato sulla matrice. Vergine fiorire che in Te ha riscontro, o Figlio venuto da abbraccio celeste e nato fra celesti dilagar di fulgori».

Ora la Madre straziata si torna a curvare sul Figlio, straniandosi da ogni altra cosa che non sia Lui, e mormora piano: «Ma te la ricordi, Figlio, quella sublime veste di splendori che tutto vesti mentre il tuo sorriso nasceva al mondo? Te la ricordi quella beatifica luce che il Padre mandò dai Cieli per avvolgere il mistero del tuo fiorire e per farti trovare meno repellente questo mondo oscuro, a Te che eri Luce e venivi dalla Luce del Padre e dello Spirito Paraclito? Ed ora?... Ora buio e freddo... Quanto freddo! Quanto! Io ne tremo tutta. Più di quella notte di dicembre. Allora c'era la gioia dell'averti a scaldarmi il cuore. E Tu avevi due ad amarti... Ora... Ora sono sola e morente io pure. Ma ti amerò per due: per questi che ti hanno amato tanto poco da abbandonarti nel momento del dolore; ti amerò per quelli che ti hanno odiato, per tutto il mondo ti amerò, o Figlio. Non sentirai il gelo del mondo. No, non lo sentirai. Tu non mi apristi le viscere per nascere, ma per non farti sentire il gelo io sono pronta ad aprirmele e chiuderti nell'abbraccio del seno mio. Tu lo ricordi come questo seno ti amò, piccolo germe palpitante?... È sempre quel seno. Oh! è il mio diritto e il mio dovere di Madre. È il mio desiderio. Non c'è che la Madre che possa averlo, che possa avere per il Figlio un amore grande quanto l'universo».

La voce si è andata elevando e ora, tutta forte, dice: «Andate. Io resto. Tornerete fra tre giorni ed usciremo insieme. Oh! rivedere il mondo appoggiata al tuo braccio, o Figlio mio! Come sarà bello il mondo alla luce del tuo risorto sorriso! Il mondo fremente al passo del suo Signore! La Terra ha tremato quando la morte ti ha svelto l'anima e dal cuore t'è uscito lo spirito. Ma ora tremerà... oh! non più di orrore e spasimo, ma del fremito soave, a me sconosciuto ma che la mia femminilità intuisce, che scuote una vergine quando, dopo un'assenza, sente la pedata dello sposo che viene per le nozze. Più ancora: la Terra fremerà di un fremito santo, come io ne fui scossa, fin nel profondo più fondo, quando ebbi in me il Signore Uno e Trino, e il volere del Padre col fuoco dell'Amore creò il seme da cui Tu sei venuto, o mio Bambino santo, Creatura mia, tutta mia! Tutta! Tutta della Mamma! della Mamma!... Ogni bambino ha padre e madre. Anche il bastardo ha un padre e una madre. Ma Tu hai avuto la Mamma sola a farti la Carne di rosa e giglio, a farti questi ricami di vene, azzurre come i nostri rivi di Galilea, e queste labbra di melograno, e questi capelli che più vaghi non l'hanno le capre biondo-chiomate dei nostri colli, e questi occhi, due piccoli laghi di Paradiso. No, anzi, che son dell'acqua da cui viene l'unico e quadruplice Fiume del Luogo di delizie, e seco porta, nei suoi quattro rami, l'oro, l'onice, il bidellio e l'avorio, e i diamanti, e le palme, e il miele, e le rose, e ricchezze infinite, o Fison, o Gehon, o Tigri, o Eufrate: via agli angeli giubilanti in Dio, via ai re che Te adorano, Essenza conosciuta o sconosciuta, ma vivente, ma presente anche nel cuore più oscuro! Solo la tua Mamma ti ha fatto questo, col suo "sì"... Di musica e di amore ti ho composto, di purezza e ubbidienza ti ho fatto, o Gioia mia! Il tuo Cuore cosa è? La fiamma del mio che si è partita per condensarsi in corona intorno al bacio di Dio alla sua Vergine. Ecco cosa è questo tuo Cuore. Ah!». (L'urlo è straziante, al punto che la Maddalena accorre a soccorrere insieme a Giovanni. Le altre non osano e, piangenti e velate, sogguardano dall'apertura). «Ah! te l'hanno spezzato! Ecco perché sei così freddo e così fredda sono io! Non hai più dentro la fiamma del mio cuore, ed io non posso più continuare a vivere per il riflesso di quella fiamma, che era mia e che ti ho data per farti un cuore. Qui, qui, qui, sul mio petto! Prima che morte m'uccida ti voglio scaldare, cullare ti voglio. Ti cantavo: "Non c'è casa, non c'è cibo, non c'è altro che dolor". O profetiche parole! Dolore, dolore, dolore per Te, per me! Ti cantavo: "Dormi, dormi sul mio cuore". Anche ora: qui, qui, qui...».

E, sedendosi sull'orlo della pietra, se lo raccoglie in grembo, passandosi un braccio del Figlio sulle spalle, appoggiandosi il capo del Figlio sull'òmero e su quel capo piegando il suo, tenendolo stretto al petto, ninnandolo, baciandolo, straziata e straziante.

Nicodemo e Giuseppe si avvicinano, appoggiando ad una specie di sedile, che è all'altra parte della pietra, vasi e bende, e la sindone monda e un catino con acqua, mi pare, e batuffoli di filacce, mi pare.

Maria vede e chiede, forte: «Che fate voi? Che volete? Prepararlo? A che? Lasciatelo in grembo alla sua Mamma. Se riesco a scaldarlo, prima risorge. Se riesco a consolare il Padre e a consolare Lui dell'odio deicida, il Padre perdona prima, e Lui prima torna».

La Dolorosa è quasi delirante.

«No, non ve lo do! L'ho dato una volta, una volta l'ho dato al mondo, e il mondo non lo ha voluto. L'ha ucciso per non volerlo. Ora non lo do più! Che dite? Che lo amate? Già! Ma perché allora non l'avete difeso? Avete atteso, a dirlo che lo amavate, quando non era più che uno che non poteva più udirvi. Che povero amore il vostro! Ma se eravate così paurosi del mondo, al punto di non osare di difendere un innocente, almeno lo dovevate rendere a me, alla Madre, perché difendesse il suo Nato. Lei sapeva chi era e che meritava. Voi!... Voi lo avete avuto a Maestro, ma non avete nulla imparato. Non è vero forse? Mento forse? Ma non vedete che non credete alla sua Risurrezione? Ci credete? No. Perché state là, preparando bende e aromi? Perché lo giudicate un povero morto, oggi gelido, domani corrotto, e lo volete imbalsamare per questo. Lasciate le vostre manteche. Venite ad adorare il Salvatore col cuore puro dei pastori betlemmiti. Guardate: nel suo sonno non è che uno stanco che riposa. Quanto ha faticato nella vita! Sempre più ha faticato! E in queste ultime ore, poi!... Ora riposa. Per me, per la Mamma sua non è che un grande Bambino stanco che dorme. Ben misero il letto e la stanza! Ma anche il suo primo giaciglio non fu più bello, né più allegra la sua prima dimora. I pastori adorarono il Salvatore nel suo sonno di Infante. Voi adorate il Salvatore nel suo sonno di Trionfatore di Satana. E poi, come i pastori, andate a dire al mondo: "Gloria a Dio! Il Peccato è morto! Satana è vinto! Pace sia in Terra e in Cielo fra Dio e l'uomo!". Preparate le vie al suo ritorno. Io vi mando. Io che la Maternità fa Sacerdotessa del rito. Andate. Ho detto che non voglio. Io l'ho lavato col mio pianto. E basta. Il resto non occorre. E non vi pensate di porlo su di Lui. Più facile sarà per Lui il risorgere se libero da quelle funebri, inutili bende. Perché mi guardi così, Giuseppe? E tu perché, Nicodemo? Ma l'orrore di questa giornata ebeti vi ha fatto? Smemorati? Non ricordate? "A questa generazione malvagia e adultera, che cerca un segno, non sarà dato che il segno di Giona... Così il Figlio dell'uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della Terra". Non ricordate? "Il Figlio dell'uomo sta per essere dato in mano agli uomini che l'uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà". Non ricordate? "Distruggete questo Tempio del Dio vero ed in tre giorni Io lo risusciterò". Il Tempio era il suo Corpo, o uomini. Scuoti il capo? Mi compiangi? Folle mi credi? Ma come? Ha risuscitato i morti e non potrà risuscitare Se stesso? Giovanni?».

«Madre!». «Sì, chiamami "madre". Non posso vivere pensando che non sarò chiamata così! Giovanni, tu eri presente quando risuscitò la figlioletta di Giairo e il giovinetto di Naim. Erano ben morti, quelli, vero? Non era solo un pesante sopore? Rispondi».

«Morti erano. La bambina da due ore, il giovinetto da un giorno e mezzo».

«E sorsero al suo comando?».

«E sorsero al suo comando».

«Avete udito? Voi due, avete udito? Ma perché scuotete il capo? Ah! forse volete dire che la vita torna più presto in chi è innocente e giovinetto. Ma il mio Bambino è l'Innocente! Ed è il sempre Giovane. E Dio, mio Figlio!...».

La Madre guarda con occhi di strazio e di follia i due preparatori che, accasciati ma inesorabili, dispongono i rotoli delle bende inzuppate ormai negli aromi. Maria fa due passi. Ha rideposto il Figlio sulla pietra con la delicatezza di chi depone un neonato nella cuna. Fa due passi, si curva ai piedi del letto funebre, dove in ginocchio piange la Maddalena, e l'afferra per una spalla, la scuote, la chiama: «Maria. Rispondi. Costoro pensano che Gesù non possa risorgere perché uomo e morto di ferite. Ma tuo fratello non è più vecchio di Lui?».

«Sì».

«Non era tutto una piaga?».

«Sì».

«Non era già putrido prima di scendere nel sepolcro?».

«Sì».

«E non risorse dopo quattro giorni di asfissia e di putrefazione?».

«Sì».

«E allora?».

Un silenzio grave e lungo. Poi un urlo inumano. Maria vacilla portandosi una mano sul cuore. La sostengono. Ma Lei li respinge. Pare respinga i pietosi. In realtà respinge ciò che Lei sola vede. E urla: «Indietro! Indietro, crudele! Non questa vendetta! Taci! Non ti voglio udire! Taci! Ah! mi morde il cuore!».

«Chi, Madre?».

«O Giovanni! Satana è! Satana che dice: "Non risorgerà. Nessun profeta l'ha detto". O Dio altissimo! Aiutatemi tutti, o voi, spiriti buoni, o voi, uomini pietosi! La mia ragione vacilla! Non ricordo più nulla. Che dicono i profeti? Che dice il salmo? Oh! chi mi ripete i passi che parlano del mio Gesù?».

È la Maddalena che con la sua voce d'organo dice il salmo davidico sulla Passione del Messia.

La Madre piange più forte, sorretta da Giovanni, e il pianto cade sul Figlio morto che ne è tutto bagnato. Maria vede, e lo asciuga, e dice a voce bassa: «Tanto pianto! E quando avevi tanta sete neppure una stilla te ne ho potuto dare. E ora... tutto ti bagno! Sembri un arbusto sotto una pesante rugiada. Qui, che la Mamma ti asciuga, Figlio! Tanto amaro hai gustato! Sul tuo labbro ferito non cada anche l’amaro e il sale del materno pianto!...».

Poi chiama forte: «Maria. Davide non dice... Sai Isaia? Di' le sue parole...».

La Maddalena dice il brano sulla Passione e termina con un singhiozzo: «... consegnò la sua vita alla morte e fu annoverato tra i malfattori, Egli che tolse i peccati del mondo e pregò per i peccatori».

«Oh! Taci! Morte no! Non consegnato alla morte! No! No! Oh! che il vostro non credere, alleandosi alla tentazione di Satana, mi mette il dubbio nel cuore! E dovrei non crederti, o Figlio? Non credere alla tua santa parola?! Oh! dilla all'anima mia! Parla. Dalle sponde lontane, dove sei andato a liberare gli attendenti la tua venuta, getta la tua voce d'anima alla mia anima protesa, alla mia che è qui, tutta aperta a ricevere la tua voce. Dillo a tua Madre che torni! Di': "Al terzo giorno risorgerò". Te ne supplico, Figlio e Dio! Aiutami a proteggere la mia fede. Satana la attorciglia nelle spire per strozzarla. Satana ha levato la sua bocca di serpe dalla carne dell'uomo, perché Tu gli hai strappato questa preda, e ora ha confitto l'uncino dei suoi denti velenosi nella carne del mio cuore e me ne paralizza i palpiti, e la forza, e il calore. Dio! Dio! Dio! Non permettere che io diffidi! Non lasciare che il dubbio mi agghiacci! Non dare libertà a Satana di portarmi a disperare! Figlio! Figlio! Mettimi la mano sul cuore. Caccerà Satana. Mettimela sul capo. Vi riporterà la luce. Santifica con una carezza le mie labbra, perché si fortifichino a dire: "Credo" anche contro tutto un mondo che non crede. Oh! che dolore è non credere! Padre! Molto bisogna perdonare a chi non crede. Perché, quando non si crede più... quando non si crede più... ogni orrore diviene facile. Io te lo dico... io che provo questa tortura. Padre, pietà dei senza fede! Da' loro, Padre santo, da' loro, per questa Ostia consumata e per me, ostia che si consuma ancora, da' la tua Fede ai senza fede!».

Un lungo silenzio.

Nicodemo e Giuseppe fanno un cenno a Giovanni e alla Maddalena.

«Vieni, Madre». È la Maddalena che parla, cercando di allontanare Maria dal Figlio e di dividere le dita di Gesù intrecciate fra quelle di Maria, che le bacia piangendo.

La Mamma si raddrizza. E solenne. Stende un'ultima volta le povere dita esangui, conduce la mano inerte a fianco del Corpo. Poi abbassa le braccia verso terra e, ben dritta, colla testa lievemente riversa, prega e offre. Non si ode parola. Ma si capisce che prega da tutto l'aspetto. È veramente la Sacerdotessa all'altare, la Sacerdotessa nell'attimo dell'offerta. «Offerimus praeclarae majestati tuae de tuis donis, ac datis, hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam... Poi si volge:

«Fate pure. Ma Egli risorgerà. Inutilmente voi diffidate della mia ragione e siete ciechi alla verità che Egli vi disse. Inutilmente tenta Satana di insidiare la mia fede. A redimere il mondo manca anche la tortura data al mio cuore da Satana vinto. La subisco e la offro per i futuri. Addio, Figlio! Addio, mia Creatura! Addio, Bambino mio! Addio... Addio... Santo... Buono... Amatissimo e amabile... Bellezza... Gioia... Fonte di salute... Addio... Sui tuoi occhi... sulle tue labbra... sui tuoi capelli d'oro... sulle tue membra gelide... sul tuo Cuore trafitto... oh! sul tuo Cuore trafitto... il mio bacio... il mio bacio... il mio bacio... Addio... Addio... Signore! Pietà di me!».

 

I due preparatori hanno finito la preparazione delle bende. Vengono alla tavola e denudano Gesù anche del suo velo. Passano una spugna, mi pare, o un batuffolo di lino sulle membra in una molto frettolosa preparazione delle membra goccianti da mille parti. Poi spalmano tutto il Corpo di unguenti. Lo seppelliscono addirittura sotto una crosta di manteca. Prima lo hanno sollevato, nettando anche la tavola di pietra su cui posano la sindone, che pende per oltre la metà dal capo del letto. Lo riadagiano sul petto e spalmano tutto il dorso, le cosce, le gambe. Tutta la parte posteriore. Poi delicatamente lo girano, osservando che non venga asportata la manteca degli aromi, e lo ungono anche dalla parte anteriore. Prima il tronco, poi le membra. Prima i piedi, per ultime le mani, che uniscono sul basso ventre. La mistura degli aromi deve essere appiccicosa come gomma, perché vedo che le mani restano a posto, mentre prima scivolavano sempre per il loro peso di membra morte. I piedi no. Conservano la loro posizione: uno più dritto, l'altro più steso. Per ultimo, il capo. Dopo averlo spalmato accuratamente, di modo che le fattezze scompaiono sotto lo strato di unguento, lo legano con la fascia mentoniera per mantenere chiusa la bocca.

Maria geme più forte. Poi alzano il lato pendente della sindone e la ripiegano sopra a Gesù. Egli scompare sotto la grossa tela della sindone. Non è più che una forma coperta da un telo.

Giuseppe osserva che tutto sia bene a posto e appoggia ancora sul viso un sudano di lino e altri panni, simili a corte e larghe strisce rettangolari, che passano da destra a sinistra, al disopra del Corpo, e tengono a posto la sindone, bene aderente al Corpo. Non è la caratteristica fasciatura che si vede nelle mummie e neppure nella risurrezione di Lazzaro. E un embrione di fasciatura.

Gesù ormai è annullato. Anche la forma si confonde sotto i lini. Sembra un lungo mucchio di tela, più stretto ai vertici e più largo al centro, appoggiato sul grigio della pietra. Maria piange più forte.

 

Dice Gesù:

«E la tortura continuò con assalti periodici sino all'alba della Domenica. Io ho avuto, nella Passione, una sola tentazione. Ma la Madre, la Donna, espiò per la donna, colpevole di ogni male, più e più volte. E Satana sulla Vincitrice infierì con centuplicata ferocia. Maria l'aveva vinto. Su Maria la più atroce tentazione. Tentazione alla carne della Madre. Tentazione al cuore della Madre. Tentazione allo spirito della Madre. Il mondo crede che la Redenzione ebbe fine col mio ultimo anelito. No. La compì la Madre, aggiungendo la sua triplice tortura per redimere la triplice concupiscenza, lottando per tre giorni contro Satana che la voleva portare a negare la mia Parola e non credere nella mia Risurrezione. Maria fu l'unica che continuò a credere. Grande e beata è anche per questa fede.

Hai conosciuto anche questo. Tormento che fa riscontro al tormento del mio Getsemani. Il mondo non capirà questa pagina. Ma "coloro che sono nel mondo senza essere del mondo" la comprenderanno e aumentato amore avranno per la Madre Dolorosa. Per questo l'ho data. Va' in pace con la nostra benedizione».

 

611. La chiusura del Sepolcro e il ritorno al Cenacolo

 

Giuseppe d'Arimatea spegne una delle torce, dà un'ultima occhiata e si avvia all'apertura del sepolcro tenendo accesa e alta la superstite torcia.

Maria si china ancora una volta per baciare il Figlio attraverso le sue coperture. E vorrebbe farlo dominando la sua pena, per contenerla in una forma di rispetto al Cadavere che, già imbalsamato, non le appartiene più. Ma, quando è prossima al Volto velato, non si domina più e si abbatte in una nuova crisi di desolazione.

La sollevano di là a fatica, la allontanano, con ancora maggiore fatica, dal letto funebre. Ricompongono le tele scomposte e, più portandola di peso che sorreggendola, portano via la povera Madre, che si allontana col volto girato all'indietro, per vedere, per vedere il suo Gesù che resta solo nel buio del sepolcro.

Escono nell'ortaglia silenziosa nella luce vespertina. Già la relativa luce, che si è rifatta dopo la tragedia del Golgota, si torna ad incupire per la notte che scende. E là, sotto le ramaglie fitte, per quanto ancora nude di fronde e appena ornate delle bocche bianco-rosa dei meli in boccio, stranamente in ritardo in questo frutteto di Giuseppe, mentre altrove sono già tutti coperti di fiori aperti e anche già fecondati in minuscoli pomi, vi è ancora più penombra che altrove.

Viene fatta scorrere la pesante pietra del sepolcro nella sua cunella. Dei lunghi rami di un rosaio scapigliato, che si rovesciano dall'alto della grotta verso il suolo, paiono bussare a quella porta di pietra e dire: «Perché ti chiudi davanti ad una madre che piange?». E paiono piangere anche loro gocce di sangue coi petali rossi che si sfogliano, colle corolle che si adagiano lungo la pietra scura, coi boccioli serrati che battono contro la inesorabile chiusura. Ma presto altro sangue bagna quella porta sepolcrale e altro pianto.

Maria, fino allora sorretta da Giovanni e abbastanza quieta nel suo singhiozzare, si svincola dall'apostolo e con un grido, che io credo abbia fatto tremare anche le fibre delle piante, si getta contro la porta, si attacca alla sporgenza di essa per respingerla, si scortica le dita e si spezza le unghie senza riuscirvi, e fa leva fin col capo premuto contro questa sporgenza ruvida. E il suo gemito ha del ruggito di una leonessa che si sveni sulla soglia della trappola dove sono chiusi i suoi nati, pietosa e feroce per amore di madre.

Non ha più nulla della mite vergine di Nazaret, della paziente donna fin qui conosciuta. È la madre. Solo e semplicemente la madre, attaccata con tutte le fibre ed i nervi della carne e dell'amore alla sua creatura. È la più vera «padrona» di quella carne che ha generato, l'unica padrona dopo Dio, e non vuole le sia rubata questa sua proprietà. È la «regina» che difende il suo serto: il figlio, il figlio, il figlio.

Tutta la ribellione e le ribellioni che in trentatré anni ogni altra donna avrebbe avuto contro l'ingiustizia del mondo verso la sua creatura, tutte le ferocie sante e lecite che ogni altra madre avrebbe avuto durante quelle ultime ore per ferire e uccidere con le mani e coi denti gli assassini del suo nato, tutte queste cose che Ella per amore del genere umano ha sempre domate, ora si agitano nel suo cuore, bollono nel suo sangue e, mite anche nel suo dolore che la fa pazza, Ella non impreca, Ella non si avventa. Ma solo chiede alla pietra che si apra, che le ceda il passo, perché il suo posto è là dentro, dove Egli è. Ma solo chiede agli uomini, impietosi nella loro pietà, di ubbidirle e di aprire.

Dopo avere percosso e sanguinato con le labbra e con le mani sulla pietra tenace, si volge, si appoggia a braccia aperte, abbrancando ancora i due orli della pietra, e terribile nella sua maestà di Madre dolorosa ordina: «Aprite! Non volete? Ebbene, io qui resto. Dentro no? Qui fuori, allora. Qui è il mio pane e il mio letto. Qui è la mia dimora. Non ho altre case né altro scopo. Voi andate pure. Tornate nel mondo che è uno schifo. Io resto dove non è bramosia e odor di sangue».

«Non puoi, Donna!».

«Non puoi, Madre!».

«Non puoi, Maria, cara!».

E cercano di staccarle le mani dalla pietra, impauriti di quegli occhi, che essi non conoscono ancora con quel bagliore che li fa duri e imperiosi, vitrei, fosforici.

La prepotenza non è dei miti, e gli umili non sanno durare nella superbia... E a Maria subito cade la veemenza del volere e l'impero del comandare. Torna ad avere il suo sguardo mite di colomba torturata, perde l'imponenza dell'atto e si curva da capo con atto di supplica, e congiunge le mani pregando: «Oh! mi lasciate! Per i vostri morti, per quelli che amate fra i vivi, pietà di una povera madre!... Sentite... Sentite il mio cuore. Ha bisogno di pace per perdere questo battito crudele. Esso si è messo a battere così lassù, sul Calvario. Il martello faceva ton, ton, ton... e ogni colpo feriva il mio Bambino... e mi picchiava nel cervello e nel cuore... e la testa mi è piena di quei colpi, e il cuore batte veloce così come era quel ton, ton, ton, sulle mani, sui piedi del mio Gesù, del mio piccolo Gesù... Il mio Bambino! Il mio Bambino!...».

Le torna tutto il tormento, che pareva calmato dopo la sua preghiera al Padre presso la tavola dell'unzione. Piangono tutti.

«Ho bisogno di non sentire urli né urti. E il mondo è pieno di voci e di rumori. Ogni voce mi sembra il "grande grido" che mi ha impietrito il sangue nelle vene, e ogni rumore mi sembra quello del martello sui chiodi. Ho bisogno di non vedere volti d'uomo. E il mondo è pieno di volti... Io sono quasi dodici ore che vedo volti di assassini... Giuda... i carnefici... i sacerdoti... i giudei... Tutti, tutti assassini!... Via! Via... Non voglio più vedere alcuno... In ogni uomo è un lupo e un serpente. Io sento ribrezzo e paura dell'uomo... Lasciatemi qui, sotto questi alberi quieti, su quest'erba fiorita... Fra poco ci saranno le stelle... Esse sono state le sue amiche e le mie amiche sempre... Ieri sera esse hanno fatto compagnia alla nostra solitaria agonia... Esse sanno tante cose... Esse vengono da Dio... Oh! Dio! Dio!...», piange e si inginocchia. «Pace, mio Dio! Non mi resti che Te!».

«Vieni, figlia. Dio ti darà pace. Ma vieni. Domani è il sabato pasquale. Non potremmo venire a portarti cibo...».

«Niente! Niente! Non voglio cibo! Voglio la mia Creatura! Mi sfamo col mio dolore, mi disseto col mio pianto... Qui... Sentite come piange quell'assiolo? Piange con me, e fra poco piangeranno gli usignoli. E domani, nel sole, piangeranno le calandre e i capineri e tutti gli uccelli che Egli amava, e le tortore verranno con me a battere a questa pietra e a dire, e a dire: "Levati, amor mio, e vieni! Amore che stai nel crepaccio della rupe, nel nascondiglio del dirupo, lasciami vedere il tuo viso, lasciami ascoltare la tua voce". Aaaah! che dico! Anche loro, anche loro, i biechi assassini, me lo hanno interpellato con la parola del Cantico! Sì, venite, o figlie di Gerusalemme, a vedere il vostro Re col diadema onde lo incoronò la sua Patria nel giorno del suo sposalizio con la Morte, nel giorno del suo trionfo di Redentore!».

«Guarda, Maria! Sopraggiungono le guardie del Tempio. Vieni via, ché non ti facciano spregio».

«Le guardie? Spregio? No. Sono vili. Vili sono. E se io marciassi su loro, terribile nel mio dolore, esse fuggirebbero come Satana davanti a Dio. Ma io mi ricordo di essere Maria... e non le colpirò come ne avrei diritto. Starò buona... non mi vedranno neppure. E, se mi vedranno e mi chiederanno: "Che vuoi?", dirò loro: "L'elemosina di respirare l'aria imbalsamata che esce da questa fessura". Dirò: "In nome di vostra madre". Tutti hanno una madre... l'ha detto anche il ladrone pietoso...».

«Ma queste sono peggio dei ladroni. Ti insulteranno».

«Oh!... E c'è ancora un insulto che io non conosca, dopo quelli di oggi?».

È la Maddalena che trova la ragione capace di piegare la Dolorosa all'ubbidienza. «Tu sei buona, tu santa sei, e credi, e sei forte. Ma noi che siamo?... Tu lo vedi! I più, fuggiti. I superstiti, pavidi. Il dubbio, che è già in noi, ci piegherebbe. Tu sei la Madre. Non hai solo il dovere e il diritto sul Figlio. Ma il dovere e il diritto su ciò che è del Figlio. Tu devi tornare con noi, fra noi, per raccoglierci, per rassicurarci, per infonderci la tua fede. Tu lo hai detto, dopo il tuo giusto rimprovero alla nostra pavidità e miscredenza: "Più facile sarà a Lui il risorgere se libero da queste inutili bende". Io ti dico: "Se noi riusciremo a riunirci nella fede nella sua Risurrezione, più presto Egli risorgerà. Lo evocheremo col nostro amore...". Madre, Madre del mio Salvatore, torna con noi, tu, amore di Dio, per darci questo tuo amore! Vuoi dunque che si perda di nuovo la povera Maria di Magdala, che Egli ha salvato con tanta pietà?».

«No. Ne avrei rimprovero. Hai ragione. Devo tornare... cercare gli apostoli... i discepoli... i parenti... tutti... Dire... dire: credete. Dire: Egli vi perdona... A chi l'ho già detto?... Ah! All'Iscariota... Bisognerà... sì, bisognerà cercare anche lui... perché è il più grande peccatore...». Maria resta col capo curvo sul petto, trema come per ribrezzo, e poi dice: «Giovanni, lo cercherai. E me lo porterai. Lo devi fare. E io lo devo fare. Padre, anche questo sia fatto per la redenzione dell'Umanità. Andiamo».

Si alza. Escono dall'ortaglia semioscura. Le guardie li guardano uscire senza far motto.

La strada, polverosa e sconvolta dalla fiumana di popolo che l'ha percorsa e percossa con piedi e pietre e randelli, fa una curva intorno al Calvario per giungere sulla via maestra, che è parallela alle mura. E qui ancora più intense sono le tracce dell'avvenuto. Due volte Maria ha un grido e si curva studiando nella mal luce il suolo, perché le pare vedere del sangue e pensa sia del suo Gesù. Ma non sono che brandelli di stoffe lacerate nella mischia della fuga, io credo.

Il torrentello, che corre lungo la via, mormora piano nel grande silenzio che è da per tutto. Sembra che la città sia abbandonata, tanto da essa non viene che silenzio. Ecco il ponticello che conduce alla erta via del Calvario. E, di fronte a questo, ecco la porta Giudiziaria. Prima di scomparire dentro di quella, Maria si volge a guardare la vetta del Calvario... e piange desolatamente. Poi dice: «Andiamo. Ma conducetemi voi. Io non voglio vedere Gerusalemme, le sue vie, i suoi abitanti».

«Si, sì, ma facciamo presto. Stanno per chiudere le porte e, lo vedi?, è rinforzata la guardia ad esse. Roma teme subbugli».

«Ne ha ragione. Gerusalemme è un covo di tigri! È una tribù di assassini! È una turba di predoni. E non solo alle sostanze, ma alle vite tendono le zanne rapaci questi usurpatori. Sono trentadue anni che me la insidiano la vita del mio Bambino... Era un agnellino di latte e rosa, un agnellino d’oro riccio... Appena sapeva dire "Mamma", e fare i primi passetti, e ridere coi suoi pochi dentini fra le labbra di pallido corallo, quando sono venuti per sgozzarlo... Ora dicono che aveva bestemmiato, e violato il sabato, ed eccitato alla rivolta, e mirato al trono, e peccato con donne... Ma allora che aveva fatto? Quali bestemmie poteva avere detto se appena sapeva chiamare la Mamma? Che poteva violare della Legge, se Egli, l'eterno Innocente, era allora anche il piccolo innocente dell'uomo? Che rivolta poteva eccitare se neppure sapeva fare un capriccio? A che trono mirare? Il suo trono sulla Terra e nel Cielo Egli lo aveva, e non ne chiedeva altri. In Cielo aveva il seno del Padre, in Terra il mio seno. Mai ha avuto occhi per il senso, e voi, giovani e belle, lo potete dire. Ma allora, ma allora... Il suo senso era limitato al bisogno del tepore e del nutrimento, e amoreggiava, si, ma colla mia tepida mammella, per posargli sopra la faccina e dormire così, e col tondo capezzolo, dal quale il mio amore fluiva in latte... Oh! mia Creatura!... E ti volevano morto! Questo ti volevano levare: la vita! Il tuo unico tesoro. La Madre al Figlio, il Figlio alla Madre, per renderci i più miseri e desolati dell'Universo. Perché levare al Vivo la vita? Perché arrogarvi il diritto di levare questa cosa che è la vita: bene del fiore e dell'animale, bene dell'uomo? Non vi chiedeva nulla il mio Gesù. Non denaro, non gioielli, non case. Una ne aveva, piccola e santa, e l'aveva lasciata per amore di voi, uomini-iene. Quello che ha il piccolo dell'animale, Egli lo aveva rinunciato per voi, ed era andato povero e solo per il mondo, senza più neppure il letto che gli aveva fatto il Giusto, senza neppure più il pane che gli faceva la Mamma, ed aveva dormito là dove aveva potuto ed aveva mangiato come aveva potuto. Nelle case dei buoni, come ogni figlio d'uomo, o sul giaciglio erboso dei prati, vegliato dalle stelle. Seduto ad una mensa, o dividendo con gli uccelli di Dio i chicchi del grano e il frutto del rovo selvatico. E non vi chiedeva nulla. Ma, anzi, vi dava. Voleva solo la vita per darvi con la sua parola la Vita. E voi, e tu, Gerusalemme, della vita lo avete spogliato. Sei sazia e pasciuta del suo Sangue e della sua Carne? O non ti empie ancora? E vuoi, iena dopo vampiro e avvoltoio, pascerti del suo Cadavere e, non ancora satolla di obbrobri e tormenti, ancora vuoi infierire e godere nello sfregiarne le spoglie e rivedere i suoi spasimi, i suoi tremiti, i suoi singulti, le sue convulsioni, in me, nella Madre dell'Ucciso? Siamo giunti? Perché vi fermate? Che vuole quell'uomo da Giuseppe? Che dice?».

Infatti Giuseppe è stato fermato da uno dei rari passanti e, nel silenzio assoluto della città deserta, si sentono molto bene le loro parole.

«È noto che sei entrato nella casa di Pilato. Profanatore della Legge. Ne renderai conto. La Pasqua t'è interdetta! Sei contaminato».

«Anche tu, Elchia. Mi hai toccato e sono tutto coperto del sangue di Cristo e del suo sudore mortale!».

«Ah! orrore! Via! Via! Quel sangue, via!».

«Non avere paura. Ti ha già abbandonato. E maledetto».

«Ma anche tu, maledetto. E non ti pensare, ora che amoreggi con Pilato, di potere sottrarre il Cadavere. Abbiamo provveduto perché il giùoco cessi».

Nicodemo si è avvicinato lentamente, mentre le donne si sono fermate con Giovanni, addossandosi ad un fondo portale serrato.

«Abbiamo visto», riprende Giuseppe. «Vigliacchi! Avete paura anche di un morto! Ma del mio orto e del mio sepolcro faccio ciò che mi pare».

«Lo vedremo».

«Lo vedremo. Mi appellerò a Pilato».

«Si. Fornica con Roma, ora».

Nicodemo si fa avanti: «Meglio con Roma che col Demonio come voi, deicidi! E del resto, mi dici: come mai rimetti penne? Or ora fuggivi in preda al terrore. Già ti sta passando? Non basta ancora quanto avesti? Non è arsa una tua casa? Trema! Non è finito il castigo, ma anzi viene. Come la Nemesi dei pagani, ti incombe. Né guardie né suggelli vieteranno al Vendicatore di sorgere e colpire».

«Maledetto!». Elchia fugge e va a urtare contro le donne. Comprende e dice un atroce insulto a Maria.

Giovanni non fa parola. Con un balzo di pantera gli si avvinghia e l'atterra e, tenendolo premuto coi ginocchi, le mani intorno al collo, gli dice: «Chiedile perdono o ti strozzo, demonio». E non lo lascia altro che quando l'altro, premuto e mezzo strangolato dalle mani di Giovanni, non arrangola: «Perdono».

Ma il suo grido ha attirato la ronda. «Alto là! Che avviene? Altre sedizioni? Fermi tutti o sarete colpiti. Chi siete?».

«Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, autorizzati dal Proconsole al seppellimento dell'ucciso Nazzareno, di ritorno dal sepolcro con la Madre, il figlio e le parenti e amiche. Costui ha offeso la Madre e fu obbligato a chiedere perdono».

«Quello solo? Dovevate sgozzarlo. Andate. Soldati, arrestate costui. Che altro vogliono questi vampiri? Anche il cuor delle madri? Salve, giudei!».

«Che orrore! Ma non sono più uomini... Giovanni, sii buono con loro. Guarda al ricordo del mio e tuo Gesù. Egli predicava perdono».

«Madre, hai ragione. Ma sono delinquenti e mi levano di ragione. Sono sacrileghi, offendono te. E non lo posso permettere».

«Sono delinquenti, si. E sanno di esserlo. Guarda quanto pochi per le vie. E quei pochi come scantonano furtivi. Dopo il delitto, i delinquenti hanno paura. Vederli fuggire così, entrare nelle case, asserragliarvisi per paura, mi suscita orrore. Li sento tutti colpevoli del Deicidio. Guarda là, Maria, quel vecchio. È già curvo sulla fossa e pure, or che la luce di quella porta che si apre lo illumina, mi pare di averlo visto sfilare accusando il mio Gesù, là, sul Calvario... Lo diceva ladro... Ladro il mio Gesù!... Quel giovane, poco più che un fanciullo, pronunciava sconce bestemmie invocando il Sangue su lui... Oh! infelice! E quell'uomo? Così nerboruto e forte, si sarà astenuto dal colpirlo? Oh! non voglio vedere! Guardate: sui volti che hanno si sovrappone il volto dell'anima e... e non hanno più effigie di uomini, ma di demoni... Tanto erano coraggiosi contro il Legato, il Crocifisso... E ora fuggono, si nascondono, si rinserrano. Hanno paura. Di chi? Di un morto. Per loro non è che un morto, poiché negano che sia Dio. Di che dunque hanno paura? A chi chiudono le porte? Al rimorso. Alla punizione. Non giova. Il rimorso è in voi. E vi seguirà in eterno. E la punizione non è umana. E non servono serrami e bastoni, porte e sbarre contro di essa. Essa scende dal Cielo, da Dio, vendicatore del suo Immolato, e penetra oltre mura e porte, e con la sua fiamma celeste vi marca per il castigo soprannaturale che vi attende. Il mondo verrà al Cristo, al Figliuolo di Dio e mio, verrà a Colui che voi avete trafitto, ma voi sarete in eterno i segnati, i Caini di un Dio, marcati come l'obbrobrio della razza umana. Io che sono nata da voi, io che sono Madre di tutti, devo dire che a me, vostra figlia, voi siete stati più che patrigni e che, nello sterminato numero dei miei figli, voi siete quelli che più mi imponete fatica ad accogliervi, perché siete sozzi del delitto verso la mia Creatura. Né ve ne pentite dicendo: "Eri il Messia. Ti riconosciamo e ti adoriamo". Ecco un'altra ronda romana. L'Amore non è più sulla Terra. La Pace non è più fra gli uomini. E l'Odio e la Guerra si agitano come quelle torce fumose. I dominatori hanno paura della folla scatenata. Sanno per esperienza che, quando quella belva che si chiama uomo ha sentito il sapore del sangue, diviene avida di strage... Ma non temete di questi. Questi non sono leoni né pantere reali. Sono vilissime iene. Si avventano sull'agnello inerme. Ma temono il leone armato di lance e di autorità. Non temete di questi striscianti sciacalli. Il vostro passo ferrato li pone in fuga e il brillare delle vostre lance li fa più miti di conigli. Quelle lance! Una ha aperto il cuore del Figlio mio! Quale fra esse? Vederle mi è freccia al cuore... Eppure vorrei averle tutte fra queste mani che tremano, per vedere quale è quella che ancora ha tracce di sangue, e dire: "È questa! Dammela, o soldato! Dàlla ad una madre in ricordo della tua madre lontana, ed io pregherò per lei e per te". E nessun soldato me la negherebbe. Perché essi, gli uomini di guerra, furono i più buoni davanti all'agonia del Figlio e della Madre. Oh! perché lassù non pensai a questo? Ero come una che ha avuto colpito il capo. Già l'avevo intontito da quei colpi... Oh! quei colpi! Chi mi dà di non sentirli più, qui, nella mia povera testa? La lancia... Come la vorrei!...».

«La possiamo cercare, Maria. Il centurione mi parve molto buono con noi. Credo non me la negherà. Andrò domani».

«Sì, sì, Giovanni. Sono povera. Non ho che poco denaro. Ma me ne spoglio fino all'ultimo picciolo per avere quel ferro... Oh! come ho potuto non chiederlo allora?».

«Maria, cara, nessuno di noi sapeva di quella ferita... Quando la vedesti, i soldati erano lontani».

«È vero... Sono ebete dal dolore. E le vesti? Non ho nulla di suo! Darei il mio sangue per averle...». Maria piange di nuovo desolatamente.

E giunge così nella via dove è il Cenacolo. È tempo, perché è esausta e si trascina proprio come una vecchia cadente. E lo dice.

«Fa' cuore. Siamo giunte, ormai».

«Giunte? Tanto breve la via che stamane mi parve tanto lunga? Stamane? È stato stamane? Non di più? Quante ore o quanti secoli sono passati da quando vi sono entrata ieri sera e da quando ne sono uscita questa mattina? Sono proprio io, la Madre cinquantenne, o una vegliarda secolare, una donna di più tempi, ricca di secoli sulle spalle curvate e sulla testa canuta? Mi pare di avere vissuto tutto il dolore del mondo e che esso sia tutto sulle mie spalle che piegano sotto il suo peso. Croce incorporea, ma così pesante! Di pietra. Pesante forse più ancora di quella del mio Gesù. Perché io porto la mia e la sua col ricordo del suo strazio e con la realtà del mio strazio. Entriamo. Poiché si deve entrare. Ma non è un conforto. È un aumento di dolore. Da questa porta è entrato il Figlio mio per l'ultimo suo pasto. Da questa ne è uscito per andare incontro alla morte. E ha dovuto mettere il suo piede là dove il suo traditore l'aveva messo uscendo per chiamare i catturatori dell'Innocente. Contro quell'uscio ho visto Giuda... Giuda ho visto! E non l'ho maledetto. Ma gli ho parlato da madre straziata. Straziata per il Figlio buono e per il figlio malvagio... Ho visto Giuda! Il Demonio ho visto in lui! Io, che ho sempre tenuto Lucifero sotto il mio calcagno e guardando solo Iddio non ho mai abbassato l'occhio su Satana, ho conosciuto il suo volto guardando il Traditore. Ho parlato col Demonio... Ed esso è fuggito, perché non sopporta la mia voce. L'avrà lasciato ora? In modo che io possa parlare a quel morto e io, la Genitrice, tornare a concepirlo con il Sangue di un Dio per partorirlo alla Grazia? Giovanni, giurami che lo cercherai e che non sarai crudele con lui. Non lo sono io, che pur ne avrei diritto... Oh! Lasciatemi entrare in quella stanza dove il mio Gesù ha preso l'ultimo suo pasto. Dove la voce del mio Bambino ha detto le sue ultime parole in pace!».

«Sì. Anderemo. Ma ora, guarda, vieni qui, dove eravamo ieri. Riposa. Saluta Giuseppe e Nicodemo che si ritirano».

«Li saluto, sì. Oh! li saluto. Li ringrazio. Li benedico!».

«Ma vieni, vieni. Lo farai con più agio».

«No. Qui. Giuseppe... Oh! non ho conosciuto alcuno con questo nome che non mi amasse...».

Maria d'Alfeo dà in uno scoppio di pianto.

«Non piangere... Anche Giuseppe... Era per amore che tuo figlio sbagliava. Voleva darmi umanamente pace... Ma oggi!... Lo hai visto... Oh! tutti i Giuseppe sono buoni con Maria... Giuseppe, io ti dico grazie. E a te, Nicodemo... Il mio cuore si prostra sotto i vostri piedi stanchi per il tanto cammino fatto per Lui... per gli ultimi onori a Lui... Io non ho che il cuore da darvi... e ve lo do, amici leali del Figlio mio... e... e scusate ad una madre trafitta le parole che vi dissi nel sepolcro...».

«Oh! Santa! Tu perdona!», dice Nicodemo.

«Sta' buona, ora. Riposa nella tua Fede. Domani verremo», aggiunge Giuseppe.

«Sì, verremo. Ai tuoi ordini siamo».

«È sabato domani», obietta la padrona di casa.

«Il sabato è morto. Verremo. Addio. Il Signore sia con voi», e se ne vanno.

«Vieni, Maria».

«Sì, Madre, vieni».

«No. Aprite. Me lo avete promesso di farlo dopo i saluti. Aprite questa porta! Non potete chiuderla ad una madre. Ad una madre che cerca di respirare nell'aria l'odore del fiato, del corpo del suo Bambino. Ma non sapete che quel fiato e quel corpo gliel'ho dati io? Io, io che l'ho portato nove mesi, che l'ho partorito, allattato, allevato, curato? Quel fiato è mio! Quell'odore di carne è mio! E il mio, fatto più bello nel mio Gesù. Lasciatemelo sentire ancora una volta».

«Ma sì, cara. Domani. Ora sei stanca. Sei ardente di febbre. Non puoi. Stai male».

«Sì. Male. Ma è perché ho negli occhi la vista del suo Sangue e nel naso l'odore del suo Corpo piagato. Che io veda la tavola dove si appoggiò vivo e sano, che io senta il profumo del suo corpo giovanile. Aprite! Non me lo seppellite una terza volta! Già me lo avete celato sotto gli aromi e le bende, poi me lo avete serrato sotto la pietra. Ora perché, perché negare ad una Madre di ritrovare l'ultimo vestigio di Lui nell'alito che Egli ha lasciato oltre questa porta? Lasciatemi entrare. Cercherò per terra, sulla tavola, sul sedile, le tracce dei suoi piedi, delle sue mani. E le bacerò, le bacerò sino a consumarmi le labbra. Cercherò... cercherò... Forse troverò un capello del suo capo biondo. Un capello che non sia ingrommato di sangue. Ma lo sapete cosa è un capello del figlio per la sua mamma? Tu, Maria di Cleofa, tu Salome, siete madri. E non capite? Giovanni? Giovanni? Ascoltami. Io ti sono Madre. Egli mi ha fatto tale. Egli! Tu mi devi ubbidienza. Apri! Io ti amo, Giovanni. Ti ho sempre amato perché lo amavi. Ti amerò più ancora. Ma apri. Apri, dico! Non vuoi? Non vuoi? Ah! non ho dunque più figlio!? Gesù non mi ricusava mai nulla. Perché mi era figlio. Tu ricusi. Non sei tale. Non capisci il mio dolore... Oh! Giovanni, perdona... perdona... Apri... Non piangere... Apri... Oh! Gesù! Gesù!... Ascoltami... Il tuo spirito operi un miracolo! Apri alla tua povera Mamma quest'uscio che nessuno vuole aprire! Gesù! Gesù!».

Maria bussa con le mani serrate a pugno la porticina ben chiusa. È in un parossismo di strazio. Finché impallidisce e, mormorando: «Oh! mio Gesù! Vengo! Vengo!», si rovescia senza forza fra le braccia delle donne piangenti, che la sorreggono per impedirle di cadere ai piedi di quella porta e la trasportano così nella stanza di fronte.

 

612. La notte del Venerdì Santo. Lamento della Vergine

        Il velo di Niche e la preparazione degli unguenti

 

Maria, soccorsa dalle donne piangenti, rinviene e piange senza altra forza più che questa di piangere e piangere. Pare veramente che la sua vita debba fluire e consumarsi tutta con quel pianto.

Le vogliono dare qualche ristoro. Marta le offre un poco di vino; la padrona di casa vorrebbe prendesse almeno un poco di miele; Maria d'Alfeo, in ginocchio davanti a Lei, le offre una tazza con del latte tiepido, dicendo: «L'ho munto io stessa alla capretta della piccola Rachele» (sarà una figlia di questi che sono in questa casa di Lazzaro, non so se come inquilini o come custodi). Ma Maria non vuole nulla. Piangere. Solo piangere. E chiedere e sentirsi promettere che saranno cercati apostoli e discepoli, che saranno cercate la lancia e le vesti, e che, a giorno fatto, posto che ora proprio non ve la vogliono lasciare andare, la lasceranno entrare nella stanza del Cenacolo.

«Si. Se starai un poco quieta, se riposerai un poco, io ti ci condurrò», dice la cognata. «Noi due entreremo ed in ginocchio io cercherò per te ogni segno di Gesù...», e Maria d'Alfeo ha un singhiozzo. «Ma vedi? Qui hai la coppa e il pane spezzato da Lui, usato da Lui per l'Eucarestia. Quale più santo ricordo? Vedi? Giovanni te li ha portati sin da stamane, perché tu li vedessi questa sera... Povero Giovanni, che è là che piange ed ha paura...».

«Paura? Perché? Vieni, Giovanni». Giovanni esce dall'ombra, perché nella stanza è una sola lucernetta messa sul tavolo presso gli oggetti della Passione, e si inginocchia ai piedi di Maria, che lo carezza e chiede: «Perché hai paura?».

E Giovanni, baciandole le mani e piangendo: «Perché tu stai male. Hai la febbre e l'affanno... E non ti metti quieta. E se duri così morirai come è morto Lui...».

«Oh! fosse vero!».

«No! Madre! Mamma! Oh! è più dolce dire: "Mamma". Come alla mia! Làsciatelo dire... Ma, come io non trovo differenza fra mia madre e te, e anzi ti amo più di lei, perché tu sei la Mamma che Egli mi ha dato e sei la sua Mamma, tu non fare una troppo grande differenza fra il Figlio tuo nato e il figlio che ti è stato dato... E amami un poco come ami Lui... Se fosse Lui che ti dicesse: "Ho paura che tu muoia", risponderesti tu: "Oh! fosse vero"? No. Non lo diresti. Ma anzi ti dorresti di andartene e di lasciarlo in un mondo di lupi, Lui, il tuo Agnello... E di me non te ne accori?... Sono tanto più agnello di Lui. Non per bontà e purezza, ma per stupidità e paura. Se tu mi manchi, il povero Giovanni verrà sbranato dai lupi senza aver saputo dare un belato che parli del suo Maestro... Vuoi che muoia così, senza servirlo? Stupido in morte come in vita? No, vero? E allora, Mamma, cerca di metterti quieta... Per Lui... Oh! non dici che risorge? Sì, lo dici, ed è vero. E allora vuoi che quando Egli risorgerà trovi vuota la casa di te? Perché certo Egli verrà qui... Oh! povero, povero Gesù, se invece del tuo grido d'amore sentisse i nostri di cordoglio, se invece di trovare il tuo seno per posare il Capo martirizzato e glorioso trovasse la chiusura del tuo sepolcro... Vivere devi. Per salutarlo quando Egli tornerà... Non dico "al nostro amore". Noi meritiamo ogni rimprovero per il modo come agimmo. Ma al tuo amore. Oh! che sarà l'incontro? Ed Egli come sarà? Madre della Sapienza, Mamma dell'ignorantissimo Giovanni, tu che tutto sai, dicci come sarà Egli quando apparirà risorto».

«Lazzaro aveva le ferite delle gambe chiuse, ma se ne vedeva il segno. E apparve avvolto in bende piene di marciume», dice Marta.

«Lo dovemmo lavare e lavare...», aggiunge Maria.

«E debole era, e dovemmo ristorarlo per suo ordine», Marta termina.

«Il figlio della vedova di Naim era come sbalordito e pareva un bimbo incapace di camminare e parlare speditamente, tanto che Egli lo rese alla madre perché gli insegnasse a usare di nuovo del bene della vita. E la figlioletta di Giairo Egli stesso la guidò nei primi passi...», dice Giovanni.

«Io penso che il mio Signore ci manderà un angelo a dirci: "Venite con una veste monda". Ed il mio amore l'ha già preparata. È nel palazzo. Io non l'ho potuta filare. Ma l'ho fatta filare dalla mia nutrice, che ora è tranquilla sul mio futuro e non piange più. Io ho preso il lino più prezioso e da Plautina ho avuto la porpora, e Noemi l'ha tessuta nella balza; ed io ho fatto la cintura, la borsa e il talet, ricamandoli di notte per non essere vista. Ho imparato da te, Madre. Non è perfetto. Ma, più delle perle che fanno il suo Nome sulla cintura e sulla borsa, lo rendono bello i diamanti del mio pianto d'amore ed i miei baci. Ogni punto è un palpito di devozione per Lui. E io gli porterò quella. Tu permetti, non è vero?».

«Oh!... Io non pensavo che lo privassero della sua veste... non sono pratica degli usi del mondo e della sua ferocia... Credevo di conoscerla già... (e le lacrime rotolano di nuovo lungo le guance ceree) ma vedo che ancora nulla sapevo... E pensavo: "Avrà la veste della Mamma anche dopo". Gli piaceva tanto! L'aveva voluta Lui così. E me lo aveva detto da molto tempo: "Tu farai una veste così e così. E me la porterai per la Pasqua... Perché Gerusalemme mi deve vedere in porpurea veste di re...". Oh! quella lana, candida più di neve, mentre la filavo diveniva rossa agli occhi di Dio e miei, perché il mio cuore ebbe una nuova ferita da quella parola... Le altre, dopo anni o dopo mesi, si erano, se non chiuse, disseccate dal loro gemere sangue. Ma questa! Ogni giorno, ogni ora mi rigirava la spada nel cuore: "Un giorno di meno! Un'ora di meno! E poi sarà morto!". Oh! Oh!... E il filato sul fuso o sul telaio mi diveniva rosso... E sceso nella tinta, poi, per il mondo... Ma era già rosso...». Maria piange di nuovo.

Cercano sollevarla parlandole della Risurrezione. Chiede Susanna: «Che dici tu? Come sarà, risorto? E come risorgerà?».

E Lei, smarrita, acciecata in quest'ora di martirio redentivo, risponde: «Non so... Più nulla so... Fuorché che Egli è morto!...». Ha un nuovo scoppio di pianto violento e bacia il lino che era ai fianchi del Figlio, e se lo stringe sul cuore e se lo ninna come fosse un bambino...

E tocca i chiodi, le spine, la spugna, e urla: «Queste! Queste cose ha saputo darti la tua Patria! Ferro, spine, aceto e fiele! E insulti, insulti, insulti! E fra tutti i figli d'Israele fu dovuto scegliere un di Cirene per portarti la croce. Quell'uomo mi è sacro come uno sposo. E se ne conoscessi un altro che ha dato soccorso al mio Bambino io gli bacerei i piedi. Ma dunque nessuno ebbe pietà? Uscite! Andate! Anche vedere voi mi è dolore! Perché fra tutti, fra tutti, non avete saputo ottenere nemmeno una tortura meno crudele. Servi inutili e inerti del vostro Re, uscite!». È tremenda nel suo scatto. Ritta in piedi, rigida, pare persino più alta, con gli occhi imperiosi, il braccio teso che accenna alla porta. Comanda come un regina sul trono.

Escono tutti senza reagire per non eccitarla di più e si siedono fuori della porta chiusa, ascoltando il suo gemere ed ogni rumore che Ella possa fare. Ma dopo il rumore del sedile respinto e dei suoi ginocchi che battono al suolo, perché Ella si inginocchia col capo contro la tavola su cui sono gli oggetti della Passione, non sentono altro che il suo pianto senza soste e conforto.

Ella mormora, ma così piano che quelli di fuori non possono udire: «Padre, Padre, perdono! Divento superba e cattiva. Ma Tu lo vedi. È vero ciò che dico. Erano turbe intorno a Lui. E tutta la Palestina è, in queste feste, fra le mura sante... Sante? No. Non più sante... Tali sarebbero rimaste se Egli fosse spirato in esse. Ma Gerusalemme l'ha espulso come il rigurgito che fa nausea. Perciò in Gerusalemme è solo il Delitto... Ebbene, di tutto questo popolo che lo seguiva non se ne poté radunare un pugno che si imponesse, non dico per salvarlo. Doveva morire per redimere. Ma per farlo morire senza tante torture. Sono stati nell'ombra, oppure sono fuggiti... Il mio cuore si rivolta davanti a tanta viltà. Sono la Madre. Per questo perdona al mio peccato di durezza superba...», e piange...

Fuori gli altri sono sulle spine e per molti motivi.

Rientra il padrone di casa, che era uscito a curiosare, e porta notizie tremende. Si dice che molti sono morti nel terremoto, molti sono stati feriti in colluttazioni fra seguaci del Nazzareno e i giudei, che molti sono stati arrestati e vi saranno nuove esecuzioni per rivolte e minacce a Roma, che Pilato ha ordinato l'arresto di tutti i seguaci del Nazareno e dei capi del Sinedrio presenti in città o anche già fuggiti per la Palestina, che Giovanna è morente nel suo palazzo, che Mannaen è stato arrestato da Erode per averlo insolentito in piena Corte come complice del deicidio. Insomma un mucchio di notizie catastrofiche...

Le donne gemono. Non tanto per paura di esse stesse, ma quanto per i loro figli e mariti. Susanna pensa allo sposo, noto fra i seguaci di Gesù in Galilea. Maria di Zebedeo pensa al marito, ospite presso un amico, e al figlio Giacomo di cui, dalla sera avanti, non ha notizia. E Marta singhiozza: «Saranno già andati a Betania! Chi non sapeva chi era Lazzaro per il Maestro?».

«Ma è protetto da Roma, lui», rimbecca Maria Salome.

«Oh! protetto! Chissà, con l'odio che per noi hanno i capi d'Israele, che accuse portano contro di lui a Pilato... Oh! Dio!». Marta si mette le mani fra i capelli e grida: «Le armi! Le armi! La casa ne è piena... e anche il palazzo! Lo so! Stamane, all'aurora, è venuto Levi, il guardiano, e mi ha detto... Ma già lo sai anche tu! E l'hai detto ai giudei sul Calvario... Stolta! Hai messo in mano ai crudeli l'arma per uccidere Lazzaro!...».

«L'ho detto, si. Ho detto il vero senza saperlo. Ma taci, spaventata gallina! Quanto ho detto è la più sicura garanzia per Lazzaro. Si guarderanno bene dall'avventurarsi in ricerche dove sanno essere degli armati! Sono vigliacchi!».

«I giudei sì. Ma i romani no».

«Non temo Roma. È giusta e pacata nelle sue disposizioni».

«Maria ha ragione», dice Giovanni. «Longino mi ha detto: "Spero sarete lasciati tranquilli. Ma, non lo foste, vieni, o manda al Pretorio. Pilato è benigno verso i seguaci del Nazareno. Lo era anche per Lui. Vi difenderemo"».

«Ma se i giudei fanno da loro? Ieri sera erano loro i cattura-tori di Gesù! E, se dicono che noi siamo profanatori, hanno diritto di prenderci. Oh! i miei figli! Quattro ne ho! Dove saranno Giuseppe e Simone? Erano sul Calvario e poi sono scesi quando Giovanna non resse. Per aiutare e difendere le donne. Loro, i pastori, Alfeo... tutti! Oh! li avranno certo già uccisi. Senti che Giovanna è morente? Lo è certo per ferita. Ed essi, prima che potesse la plebe colpire una donna, l'avranno difesa e saranno morti... E Giuda e Giacomo? Il mio piccolo Giuda! Il mio tesoro! E Giacomo, dolce come una fanciulla! Oh, non ho più figli! Come la madre dei fanciulli Maccabei sono!...

Piangono tutte disperatamente. Tutte meno la padrona di casa, che è andata a cercare un nascondiglio per il marito, e Maria Maddalena, che non piange. Ma getta fuoco dagli occhi, tornando la prepotente donna di un tempo. Non parla. Ma dardeggia le abbattute compagne, e il suo occhio le bolla di un epiteto molto chiaro: «Pusillanimi!».

Passa del tempo così... Ogni tanto uno si alza, apre piano l'uscio, sbircia, torna a chiudere.

«Che fa?», chiedono gli altri.

E chi ha guardato risponde: «È sempre in ginocchio. Prega», oppure: «Pare che parli con qualcuno». E anche: «Si è alzata e gestisce andando su e giù per la stanza».

 

Lamento della Vergine.

«Gesù! Gesù! Gesù! Dove sei? Mi senti ancora? La senti la tua povera Mamma che grida, adesso, il tuo Nome dopo averlo tenuto in cuore per tante ore? Il tuo Nome santo e benedetto, che è stato il mio amore, l'amore delle mie labbra che sentivano sapore di miele a dire il tuo Nome, delle mie labbra che ora, invece, a dirlo pare che bevano l'amaro che t'è rimasto sulle labbra, l'amaro dell'atroce mistura. Il tuo Nome, amore del mio cuore che si gonfiava di gioia quando lo diceva, così come si era dilatato per travasare il suo sangue e accoglierti e vestirti di esso quando sei sceso a me dal Cielo, così piccino, così minuscolo che avresti potuto posare nel calice della menta selvatica.

Tu, tanto grande, Tu, il Potente, annichilito in un germe d'uomo per la salute del mondo. Il tuo Nome, dolore del mio cuore, ora che ti hanno strappato alle carezze della tua Mamma per gettarti fra le braccia dei carnefici, che ti hanno torturato sino a farti morire! Ne ho il cuore stritolato da questo tuo Nome, che ho dovuto chiudere dentro per tante ore e che cresceva il suo grido più cresceva il tuo dolore, fino a sbriciolarlo come cosa calpestata dal piede di un gigante. Oh! sì che il mio dolore è gigante e mi schiaccia, mi frantuma e non vi è nulla che lo possa sollevare.

A chi lo dico il tuo Nome? Nulla risponde al mio grido. Anche se io urlassi sino a spezzare la pietra che chiude il tuo sepolcro, Tu non lo udresti, perché sei morto. Non la senti più la tua Mamma! Quante volte non ti ho chiamato, o Figlio, in questi trentaquattro anni! Da quando ho saputo che avrei dovuto esser Madre e che il mio Piccino si sarebbe chiamato "Gesù"! Tu non eri nato ed io, carezzandomi il seno dove Tu crescevi, chiamavo piano: "Gesù!", e mi pareva che Tu ti muovessi per dirmi: "Mamma!". Io ti davo già una voce. Me la sognavo già la tua voce. La udivo prima che fosse. E quando l'ho sentita, esile come quella di un agnellino appena nato, tremare nella notte fredda in cui sei nato, io ho conosciuto l'abisso della gioia... e credevo aver conosciuto l'abisso del dolore, perché era il pianto della mia Creatura che aveva freddo, che era in disagio, che piangeva il suo primo pianto di Redentore, ed io non avevo fuoco e cuna e non potevo soffrire in tua vece, Gesù. Non avevo che il seno per fuoco e guanciale, e il mio amore per adorarti, Figlio mio santo.

Credevo aver conosciuto l'abisso del dolore... Era l'alba di quel dolore, era l'orlo di quel dolore. Ora è il meriggio, ora è il fondo. Questo è l'abisso, questo che tocco ora dopo esservi scesa in questi trentaquattro anni, sospinta da tante cose e prostrata nel fondo orrendo, oggi, della tua croce.

Quando eri piccino, io ti cullavo cantando: "Gesù! Gesù!". Quale armonia più bella e santa di questo Nome, che fa sorridere gli angeli in Cielo? Esso per me era più bello del canto così dolce degli angeli nella notte del tuo Natale. Vi vedevo dentro il Cielo, tutto il Cielo vedevo attraverso quel Nome. Ed ora, a dirlo a Te che sei morto e non mi senti e non rispondi, come Tu non fossi mai stato, io vedo l'Inferno, tutto l'Inferno. Ecco, ora capisco cosa vuol dire esser dannati. È non potere più dire: "Gesù". Orrore! Orrore! Orrore!...

Quanto durerà questo inferno per la tua Mamma? Tu hai detto: "In capo a tre giorni Io riedificherò questo Tempio". È tutt'oggi che mi ripeto queste tue parole per non cadere uccisa, per esser pronta a salutarti al tuo ritorno, a servirti ancora... Ma come potrò saperti morto per tre giorni? Tre giorni nella morte Tu, Tu, Vita mia?

Ma come? Tu che tutto sai, poiché sei la Sapienza infinita, non lo sai lo spasimo della tua Mamma? Non te lo puoi figurare ricordando quando ti ho smarrito a Gerusalemme e Tu mi hai visto fendere la folla, che ti stava intorno, con il volto di una naufraga che tocca il lido dopo tanta lotta con l'onde e la morte, col viso di una che esce da una tortura spossata, svenata, invecchiata, spezzata? E allora ti potevo pensare unicamente smarrito. Potevo illudermi che era solo così. Oggi no. Oggi no. Lo so che sei morto. Non è possibile l'illusione. Ti ho visto uccidere. Ecco, anche se il dolore mi smemorasse, ecco qui il tuo Sangue sul mio velo che mi dice: "È morto! Non ha più sangue! Questo è l'ultimo, sgorgato dal suo Cuore!". Dal suo Cuore! Dal Cuore del mio Bambino! Del Figlio mio! Del mio Gesù! Oh! Dio, Dio pietoso, non mi far ricordare che gli hanno spaccato il Cuore!

Gesù! Non posso stare qui, sola, mentre Tu sei là, solo. Io che non ho amato mai le vie del mondo e le folle, e Tu lo sai, da quando Tu hai lasciato Nazareth ti sono venuta sempre più sovente dietro, per non vivere lontano da Te. Non potevo vivere lontana da Te. Ho affrontato curiosità e schemi, non conto le fatiche perché esse si annullavano nel vederti, pur di vivere dove Tu eri. Ed ora io son qua sola. E Tu sei là solo! Perché non mi hanno lasciata nel tuo sepolcro? Mi sarei seduta presso il tuo gelido letto, tenendoti una mano nelle mie per farti sentire che t'ero vicina... No, per sentire che m’eri vicino. Tu non senti più nulla. Sei morto!

Quante volte ho passato le notti presso la tua cuna, pregando, amando, beandomi di Te! Vuoi che ti dica come dormivi, coi pugnetti chiusi come due bocci di fiore presso il visino santo? Vuoi che ti dica come sorridevi nel sonno e, ricordandoti certo del latte della Mamma, dormendo facevi l'atto di succhiare? Vuoi che ti dica come ti svegliavi e aprivi gli occhietti e ridevi, vedendomi curva sul tuo viso, e tendevi le manine con gioia impaziente per esser preso, e con uno stridetto dolce come il trillo di un capinero reclamavi il tuo cibo? Ah! che ero beata quando ti attaccavi al mio seno e sentivo il tepore liscio della tua gota, la carezza delle tue manine sulla mia mammella!

Non sapevi stare senza la tua Mamma. E ora sei solo! Perdonami, Figlio, d'averti lasciato solo. Di non essermi ribellata per la prima volta nella vita e di aver voluto restare là. Era il mio posto. Mi sarei sentita meno desolata se fossi stata presso il tuo funebre letto, ad accomodarti le fasce come un tempo, a mutarle... Anche se Tu non avessi potuto sorridermi e parlarmi, a me sarebbe parso di averti di nuovo piccino. Ti avrei accolto sul cuore per non farti sentire il freddo della pietra, il duro del marmo. Non ti ho tenuto anche oggi? Il grembo di una madre è sempre capace di accogliere il figlio, anche se è uomo. Il figlio è sempre un bambino per la sua mamma, anche se è un deposto di croce, coperto di piaghe e ferite.

Quante! quante ferite! Quanto dolore! Oh! il mio Gesù, il mio Gesù tanto ferito! Così ferito! Così ucciso! No. No. Signore, no! Non può esser vero! Io sono pazza! Gesù morto? Io deliro. Gesù non può morire! Soffrire, si. Morire, no. Egli è la Vita! Egli è Figlio di Dio. È Dio. Dio non muore.

Non muore? E allora perché si è chiamato Gesù? Che vuol dire "Gesù"? Vuol dire... oh! vuol dire: "Salvatore"! È morto! È morto perché è il Salvatore! Ha dovuto salvare tutti perdendo Se stesso... Non deliro. No. Non sono pazza. No. Lo fossi! Soffrirei meno! Egli è morto. Ecco il suo Sangue. Ecco la sua corona. Ecco i tre chiodi. Con questi, con questi me lo hanno trafitto!

Uomini, guardate con che avete trafitto Dio, il Figlio mio! E vi devo perdonare. E vi devo amare. Perché Egli vi ha perdonati. Perché Egli mi ha detto di amarvi! Mi ha fatto Madre vostra, Madre degli assassini della mia Creatura! Una delle sue ultime parole, lottando contro il rantolo dell'agonia... "Madre, ecco tuo figlio... i tuoi figli!". Anche non fossi Colei che ubbidisce, avrei dovuto ubbidire oggi, perché era il comando di un morente.

Ecco. Ecco, Gesù. Io perdono. Io li amo. Ah! mi si spezza il cuore in questo perdono e in questo amore! Mi senti che li perdono e che li amo? Prego per loro. Ecco, prego per loro... Chiudo gli occhi per non vedere questi oggetti della tua tortura, per poterli perdonare, per poterli amare, per poter pregare per loro. Ogni chiodo serve a crocifiggere una mia volontà di non perdonare, di non amare, di non pregare per i tuoi carnefici.

Devo, voglio pensare di essere presso la tua cuna. Pregavo anche allora per gli uomini. Ma allora era facile. Tu eri vivo ed io, per quanto pensassi crudeli gli uomini, non giungevo mai a pensare che potessero esserlo tanto con Te, che li avevi beneficati oltre misura. Pregavo, convinta che la tua parola li avrebbe fatti più buoni. In cuor mio dicevo loro, guardandoli: "Siete cattivi, malati, ora, fratelli. Ma fra poco Egli parlerà, ma fra poco Egli vincerà in voi Satana. Vi darà la Vita perduta!". La vita perduta! Tu, Tu, Tu l'hai perduta la vita per loro, Gesù mio!

Se, quando eri nelle fasce, io avessi potuto vedere l'orrore di questo giorno, il mio dolce latte si sarebbe mutato in tossico per il dolore! Simeone l'ha detto: "E una spada ti trapasserà il cuore". Una spada? Una selva di spade! Quante ferite ti hanno fatto, Figlio? Quanti gemiti hai avuto? Quanti spasimi? Quante gocce di sangue hai versato? Ebbene, ognuna è una spada in me. Sono una selva di spade. In Te non c'è lembo di pelle che non sia piagato. In me non ce ne è che non sia trafitto. Mi trapassano le carni e penetrano nel cuore.

Quando attendevo la tua nascita, ti preparavo le fasce ed i pannilini filando il lino più morbido della terra. Non ho guardato al prezzo per poter possedere lo stame più liscio. Come eri bello nelle fasce della tua Mamma! Tutti mi dicevano: "È bello il tuo Bambino, Donna!". Eri bello! Dal bianco del lino sporgeva la tua rosea faccina, avevi due occhietti più azzurri del cielo e la testolina pareva avvolta in una nebbia d'oro, tanto i tuoi capellini erano biondi e soffici. Sapevano di fior di mandorlo appena sbocciato. Credevano che io ti profumassi. No. Il mio Tesoro non aveva che il profumo delle fasce lavate dalla sua Mamma, scaldate, baciate dal suo cuore e dal suo labbro. Non ero mai stanca di lavorare per Te...

E ora? Ora non ho più nulla da fare per Te. Da tre anni eri lontano da casa. Ma eri ancora lo scopo dei miei giorni. Pensare a Te. Alle tue vesti. Al tuo cibo: intridere la farina e farne pane, curare le api per darti il miele, vegliare sulle piante perché ti dessero frutta. Come le amavi, le cose che ti portava la tua Mamma! Nessun cibo di ricca mensa, nessuna veste di preziosa stoffa t'erano come queste tessute, cucite, curate, colte dalle mani della tua Mamma. Quando ti raggiungevo, Tu mi guardavi subito le mani, come quando eri piccino ed io e Giuseppe ti davamo i poveri doni per farti sentire che eri il "nostro" Re. Non sei mai stato goloso, Bambino mio; ma era l'amore che cercavi, era questo il tuo cibo, e nelle nostre premure trovavi quello. Anche ora trovavi, cercavi quello, povero Figlio mio così poco amato dal mondo!

Ora più nulla. Tutto è compiuto. Non farà più nulla per Te la tua Mamma. Non hai più bisogno di nulla. Ora sei solo... ed io son sola... Oh! felice Giuseppe che non si è trovato a questo giorno! Io pure non ci fossi più stata! Ma allora Tu non avresti avuto neppure questo conforto di vedere la tua povera Mamma. Saresti stato solo sulla croce come sei solo nel sepolcro. Solo con le tue ferite.

Oh! Dio! Dio, quante ferite ha il Figlio tuo, il Figlio mio! Come le ho potute vedere senza morire, io che tramortivo quando da piccino ti facevi male?

Una volta sei caduto nell'orto di Nazareth e ti sei ferito la fronte. Poche gocce di sangue. Ma io, che m'ero sentita morire vedendo gocciare il tuo sangue nella circoncisione, e Giuseppe dovette sostenermi perché tremavo come una che muore, mi pareva che quella ferita minuscola t'avesse ad uccidere, e più col pianto che coll'acqua e coll'olio l'ho medicata, e non ho avuto bene se non quando non ha dato più sangue. Un'altra volta, imparavi a lavorare, ti feristi con la sega. Una piccola ferita. Ma era come se la sega mi avesse divisa nel mezzo. Non ho avuto requie che quando, sei giorni dopo, ho visto risanata la tua mano.

Ed ora? Ed ora? Ora hai le mani, i piedi, il costato aperto, ora la tua carne cade a brandelli, ora hai la faccia contusa, quella faccia che io non osavo sfiorarti col bacio, e impiagata la fronte e la nuca. E nessuno ti ha dato medicamento e conforto.

Guardami il cuore, o Dio che mi hai percossa nella mia Creatura! Guardalo! Non è piagato come il Corpo del Figlio tuo e mio? I flagelli sono scesi come grandine su me, mentre Egli era colpito. Che è la distanza per l'amore? Io ho patito la tortura di mio Figlio! L'avessi patita io sola! Fossi io sulla pietra sepolcrale! Guardami, o Dio! Non goccia sangue il mio cuore? Ecco il cerchio delle spine. Lo sento. È una fascia che me lo stringe e perfora. Ecco il foro dei chiodi: tre stili infissi nel cuore.

Oh! quei colpi! quei colpi! Come non è crollato il Cielo per quei colpi sacrileghi nelle carni di Dio? E non poter urlare! Non poter lanciarmi e strappare l'arma agli assassini e farne difesa per la mia Creatura già morente. Ma doverli udire, udire... e non far nulla! Un colpo sul chiodo, e il chiodo entra nelle carni vive. Un altro colpo, ed entra più ancora. E un altro, e un altro, e si spezzano le ossa e i nervi, e viene trafitta la carne del mio Bambino e il cuore della sua Mamma!

E quando ti hanno alzato sulla tua croce? Quanto devi aver sofferto, Figlio santo! Vedo ancora lacerarsi la tua mano nella scossa della caduta. Ho il cuore lacerato come essa. Sono contusa, flagellata, punta, colpita, trafitta come Te. Non ero con Te sulla croce. Ma guardala, la tua Mamma! È diversa da Te? No, non c’è differenza di martirio. Anzi, il tuo è finito. Il mio dura ancora. Tu non odi più le accuse bugiarde; io le sento. Tu non odi più le bestemmie orrende. Io le sento ancora. Tu non senti più il morso delle spine e dei chiodi e la sete e la febbre. Io sono piena di punte di fuoco e sono come chi muore di arsione e delirio.

Almeno una goccia d'acqua mi avessero lasciato darti. Il mio pianto, se la ferocia degli uomini negava al Creatore l'acqua da Lui creata. Ti ho dato tanto latte, perché eravamo poveri, Figlio mio, e nella fuga in Egitto avevamo tanto perduto e avevamo dovuto rifarci un tetto, dei mobili e vesti e cibo, né sapevamo quanto l'esilio sarebbe durato, né cosa avremmo trovato tornando al paese. Ti ho dato il latte oltre il solito tempo, perché Tu non sentissi mancanza di cibo. Sinché non fu presa la capretta, la tua capretta fui io, Bambino della tua Mamma. Tu avevi già tanti dentini, e mordevi... Oh! gioia vederti ridere nel giuoco infantile! Tu volevi camminare. Eri tanto sano e forte. Io ti sorreggevo per ore e ore, e non sentivo spezzarsi le reni nello stare curva su Te, che facevi i tuoi passetti e dicevi ad ogni passo: "Mamma, Mamma!". Oh! beatitudine sentirti cantare quel nome!

Lo dicevi anche oggi: "Mamma, Mamma!". Ma la tua Mamma non poteva che vederti morire! Neppure accarezzarti i piedi potevo! I piedi? Ah! non avrei potuto, anche se fossero stati alla portata della mia mano, toccarli, per non accrescerne il tormento. Come dovevano soffrire i tuoi poveri piedi, o mio Gesù! Fossi potuta salire a Te e mettermi fra il legno e il tuo Corpo, e impedire che nelle convulsioni dell'agonia Tu urtassi contro il legno! La sento ancora la tua testa battere nel legno negli ultimi sussulti. E quel suono, quel suono mi fa impazzire. L'ho nella testa... come un martello...

Torna, torna, Figlio caro, Figlio adorato, Figlio santo! Io muoio. Non reggo a questa mia desolazione. Mostrami di nuovo il tuo volto. Chiamami ancora. Io non posso pensarti senza voce, senza sguardo, spoglia fredda e senza vita. Oh! Padre, soccorrimi Tu! Gesù non mi sente! Non è finita la Passione? Non è tutto compiuto? Non bastano questi chiodi, queste spine, questo sangue, questo mio pianto? Ancora dell'altro ci vuole per guarire l'uomo?

Padre, ti nomino gli strumenti del suo dolore ed il mio pianto. Ma questo è il meno. Quello che lo ha fatto morire sovrumanamente straziato è stato il tuo abbandono. Quello che mi fa urlare è il tuo abbandono. Non ti sento più! Dove sei, Padre santo? Ero la Piena di Grazia. L'Angelo l'ha detto: "Ave, Maria, piena di Grazia, il Signore è con te e tu sei benedetta fra tutte le donne". No. Non è vero! Non è vero! Io sono come una maledetta da Te per il suo peccato. Tu non sei più con me. La Grazia si è ritirata come se io fossi una seconda Eva peccatrice.

Ma io ti sono sempre stata fedele. In che t'ho dispiaciuto? Hai fatto di me ciò che t'è parso, e ti ho sempre detto: "Si, Padre. Son pronta". Possono dunque mentire gli angeli? E Anna, che m'ha assicurato che Tu mi avresti dato il tuo angelo nell'ora del dolore? Sono sola. Non ho più grazia agli occhi tuoi, non ho più Te, Grazia, in me. Non ho più angelo. Mentono dunque i santi? In che ti ho dispiaciuto, se essi non mentono ed io ho meritato quest'ora?

E Gesù? In che ha mancato il tuo Agnello puro e mansueto? In che ti abbiamo offeso che, oltre al martirio dato dagli uomini, si debba avere la tortura incalcolabile del tuo abbandono? Lui, Lui poi, che t'era Figlio e che ti chiamava con quella voce che ha fatto rabbrividire la Terra e scuotersi in un singulto di pietà. Come hai potuto lasciarlo solo in tanto tormento?

Povero Cuore di Gesù che ti amava tanto! Dove è il segno della ferita del Cuore? Eccolo. Guarda, Padre, questo segno. Qui è l'impronta della mia mano penetrata nello squarcio della lanciata. Qui... qui... Non pianto, non bacio della sua Mamma, che ha arsi gli occhi e consumate le labbra per il piangere e il baciare, lo cancellano. Questo segno grida e rimprovera. Questo segno, più del sangue di Abele, grida a Te dalla Terra. E Tu, che hai maledetto Caino e ne hai fatto le vendette, non sei intervenuto per il mio Abele, già svenato dai suoi Caini, ed hai permesso l'ultimo spregio! Tu gli hai stritolato il Cuore col tuo abbandono e hai lasciato che un uomo lo mettesse a nudo, perché io lo vedessi e ne fossi stritolata. Ma di me non importa. È di Lui, di Lui che ti chiedo e ti chiamo a rispondere.

Non dovevi... Oh! perdono! Perdono, Padre santo! Perdona ad una Madre che piange la sua Creatura... È morto! È morto il Figlio mio! Morto col Cuore squarciato! Oh! Padre! Padre, pietà! Io ti amo! Noi ti abbiamo amato e Tu ci hai tanto amati. Come hai permesso che fosse ferito il Cuore del nostro Figlio? Oh! Padre!... Padre, pietà di una povera donna! Io bestemmio, Padre! Io serva tua, tuo nulla, oso rimproverarti! Pietà! Sei stato buono. Sei stato buono. La ferita, l'unica ferita che non gli ha fatto male, è questa.

Il tuo abbandono ha servito a farlo morire avanti al tramonto per evitargli altre torture. Sei stato buono. Tutto fai con fine di bontà. Siamo noi creature che non comprendiamo. Sei stato buono. Buono sei stato! Dilla, anima mia, questa parola, per levare il mordente del tuo soffrire al tuo soffrire. Dio è buono e ti ha sempre amata, anima mia. Dalla cuna a quest'ora ti ha sempre amata. Ti ha dato tutta la gioia del Tempo. Tutta. Ti ha dato Lui stesso. È stato buono. Buono. Buono. Grazie, Signore. Che Tu sia benedetto per la tua infinita bontà!

Grazie. Gesù, dico "grazie" anche per Te. Questa almeno non l'hai sentita, Figlio mio! Io sola l'ho sentita nel mio, quando ho visto il tuo Cuore aperto. Ora è nel mio la tua lancia, e fruga, e strazia. Ma meglio così! Tu non la senti.

Ma Gesù, pietà! Un segno da Te! Una carezza, una parola per la tua povera Mamma dal cuore straziato! Un segno, un segno, Gesù, se mi vuoi trovare viva al tuo ritorno!».

 

Un picchio risoluto all'uscio fa sobbalzare tutti. Il padrone di casa fugge coraggiosamente. Maria di Zebedeo vorrebbe che il suo Giovanni lo seguisse e lo spinge verso il cortile. Le altre, meno la Maddalena, si stringono l'una coll'altra gemendo. È Maria di Magdala che va dritta e forte all'uscio e chiede: «Chi bussa?».

Una voce di donna risponde: «Sono Niche. Ho una cosa da dare alla Madre. Aprite! Presto. La ronda è in giro».

Giovanni, che si è svincolato dalla madre ed è corso presso la Maddalena, lavora intorno ai molteplici serrami, tutti ben assicurati questa sera. Apre. Entra Niche con la servente ed un uomo nerboruto che le scorta. Chiudono.

«Ho una cosa...», e piange Niche e non può parlare...

«Che? Che?». Le sono tutti addosso, curiosi.

«Sul Calvario... Ho visto il Salvatore in quello stato... Avevo preparato il velo lombare perché non usasse i cenci dei boia... Ma era tanto sudato, col sangue negli occhi, che ho pensato darglielo perché si asciugasse. Ed Egli lo ha fatto... E mi ha reso il velo. Io non l'ho usato più... Volevo tenerlo per reliquia col suo sudore e il suo sangue. E vedendo l'accanimento dei giudei, dopo poco, con Plautina e le altre romane Lidia e Valeria, insieme, abbiamo deciso di tornare indietro. Per paura che ci levassero questo lino. Le romane son donne virili. Ci hanno messe nel mezzo, io e la servente, e ci hanno protette. È vero che sono contaminazione per Israele... e che toccare Plautina è pericolo. Ma ciò si pensa in tempi di calma. Oggi erano tutti ubbriachi... A casa ho pianto... per ore... Poi è venuto il terremoto e sono svenuta... Rinvenuta, ho voluto baciare quel lino e ho visto... oh!... Vi è sopra la faccia del Redentore!...

«Fa' vedere! Fa' vedere!».

«No. Prima alla Madre. È il suo diritto».

«È tanto sfinita! Non resisterà...»

«Oh! non lo dite! Le sarà di conforto, invece. Avvertitela!».

Giovanni bussa piano all'uscio.

«Chi è?».

«Io, Madre. Fuori è Niche... È venuta nella notte... Ti ha portato un ricordo... un dono... Spera darti conforto con quello».

«Oh! un solo dono mi può confortare! Il sorriso del suo Volto...»

«Madre!». Giovanni l'abbraccia per tema che cada e dice, come confidasse il Nome vero di Dio: «Quello è. Il sorriso del suo Volto, impresso nel lino con cui Niche lo ha asciugato sul Calvario».

«Oh! Padre! Dio altissimo! Figlio santo! Eterno Amore! Siate benedetti! Il segno! Il segno che vi ho chiesto! Fàlla, fàlla entrare!».

Maria si siede perché non si regge più e, mentre Giovanni fa cenno alle donne, che occhieggiano, che Niche passi, Ella si ricompone.

Niche entra e si inginocchia ai suoi piedi con la servente accanto. Giovanni, ritto in piedi, presso Maria, le tiene il braccio dietro le spalle come per sorreggerla. Niche non dice una parola. Ma apre il cofano, estrae il lino, lo spiega. E il Volto di Gesù, il Volto vivo di Gesù, il doloroso e pur sorridente Volto di Gesù, guarda la Madre e le sorride.

Maria ha un grido di amore doloroso e tende le braccia. Le donne le fanno eco dal vano dell'uscio dove si affollano. E la imitano nell'inginocchiarsi davanti al Volto del Salvatore.

Niche non trova una parola. Passa il lino dalle sue alle mani materne e si curva poi a baciarne il lembo. E poi esce a ritroso, senza attendere che Maria rinvenga dalla sua estasi. Se ne va...

È già fuori, nella notte, quando pensano a lei... Non resta che chiudere il portone come era prima.

Maria è di nuovo sola. In un colloquio d’anima con l'effigie del Figlio, perché tutti si ritirano di nuovo.

Altro tempo passa. Poi Marta dice: «Come faremo per gli unguenti? Domani è sabato...».

«E non potremo prendere nulla...», dice Salome.

«E bisognerebbe farlo... Molte libbre di abe e mirra... ma era così mal lavato...».

«Bisognerebbe avere pronto tutto per l'aurora del primo giorno dopo il sabato», osserva Maria d'Alfeo.

«E le guardie? Come faremo?», chiede Susanna.

«Lo diremo a Giuseppe, se non ci lasciano entrare», risponde Marta.

«Non potremo da noi spostare la pietra».

Risponde la Maddalena: «Oh! in cinque dici che non potremo? Siamo robuste tutte... e l'amore fa il resto».

«E poi verrò io con voi», dice Giovanni.

«Tu no proprio. Non voglio perdere anche te, figlio».

«Ma non ci pensare. Basteremo noi».

«Ma intanto... Chi ci dà gli aromi?».

Restano tutte accasciate... Poi Marta dice: «Potevamo chiedere a Niche se era vero di Giovanna... delle sommosse...».

«È vero! Ma ebeti siamo. Potevamo allora prendere anche gli aromi. Isacco era sul suo uscio quando tornammo...».

«In palazzo sono molti vasetti d'essenze, e c’è incenso fino. Vado a prenderli». E Maria Maddalena si alza dal suo posto e si mette il manto.

Marta grida: «Tu non andrai».

«Io andrò».

«Sei folle! Ti prenderanno!»

«Tua sorella ha ragione. Non andare!».

«Oh! che inutili e urlanti femmine che siete! Invero che Gesù aveva una bella schiera di seguaci! Avete già esaurito la vostra riserva di coraggio? A me, invece, più ne uso e più me ne viene».

«Andrò io con lei. Sono un uomo».

«E io sono tua madre e te lo proibisco».

«Sta' buona, Maria Salome, e sta' buono, Giovanni. Vado sola. Non ho paura. So cosa è girare di notte per le vie. L'ho fatto mille volte per il peccato... e dovrei temere ora che vado per servire il Figlio di Dio?».

«Ma oggi la città è in rivolta. Hai sentito l'uomo».

«È un coniglio. E voi con lui. Io vado».

«E se ti trovano i soldati?».

«Dirò: "Sono la figlia di Teofilo, siro, servo fedele di Cesare. E mi lasceranno andare. E poi... L'uomo davanti ad una donna giovane e bella è un trastullo più innocuo di un filo di paglia. Lo so, per mia vergogna...».

«Ma dove vuoi trovare profumi in palazzo se esso è disabitato da anni?».

«Lo credi? Oh! Marta! Non ricordi che Israele vi obbligò a lasciarlo perché era uno dei miei luoghi di ritrovo con gli amanti? In esso io avevo tutto quanto serviva a farli più folli ancora di me. Quando fui salvata dal mio Salvatore, io ho nascosto, in un luogo noto a me sola, gli alabastri e gli incensi che usavo per le mie orge d'amore. Ed ho giurato che unicamente il pianto sul mio peccato e l'adorazione di Gesù santissimo sarebbero state le acque profumate e gli ardenti incensi di Maria pentita. E di quei segni di un culto profano del senso e della carne ne avrei solo usato per santificarli su Lui e dargli unzione. Ora è l'ora. Vado. Restate. E tranquille. Con me viene l'angelo di Dio e nulla di male mi accadrà. Addio. Vi porterò notizie. E a Lei non dite nulla... Le aumentereste l'affanno...».

E Maria di Magdala esce sicura, imponente.

«Madre, questo ti insegni... E ti dica: "Non fare che il mondo dica che tuo figlio è un vile". Domani, anzi oggi, perché già è data la seconda vigilia, io andrò cercando i compagni, come Ella vuole...».

«È sabato... non puoi...», obbietta Salome per trattenerlo.

«"Il sabato è morto", dico io pure con Giuseppe. L'èra nuova è iniziata. Altre leggi, altri sacrifici e cerimonie in essa».

Maria Salome china la testa sui ginocchi e piange senza più protestare.

«Oh! poter sapere di Lazzaro!», geme Maria di Cleofa.

«Se mi lasciate andare lo saprete. Perché i compagni, Simone Cananeo ne ha avuto l'ordine, sono stati condotti, da lui, da Lazzaro. Gesù lo disse, me presente, a Simone».

«Ohimé! Tutti là? Allora tutti perduti!». Maria Cleofa e Salome piangono desolate.

Passa altro tempo fra pianti e attese. Poi torna Maria Maddalena. Trionfante, carica di borse piene di vasetti preziosi.

«Vedete che nulla è accaduto? Ecco qui: oli di ogni genere, e nardo, e olibano, e benzoino. Non c'è la mirra e l'abe... Non volevo amarezze io... Le bevo tutte ora... Ma intanto intrideremo queste, e domani prenderemo... oh! pagando, Isacco darà anche di sabato... Prenderemo mirra e abe».

«Ti hanno vista?».

«Nessuno. Non c'è in giro neppure un pipistrello».

«I soldati?».

«I soldati? Io credo che russino nei loro giacigli».

«Ma le sedizioni... gli arresti...».

«Li ha visti la paura di quell'uomo...».

«Chi è nel palazzo?».

«Ma Levi e la moglie. Tranquilli come pargoli. Gli armati sono fuggiti... ah! ah! bei prodi abbiamo, per mia fede!... Sono fuggiti appena seppero della condanna. Dico il vero: Roma è dura e usa il flagello... Ma con questo si fa temere e servire. Ed ha uomini, non conigli... Oh! sì! Egli diceva: "I miei seguaci conosceranno la mia stessa sorte". Umh! Se molti romani diverranno di Gesù, ciò può essere. Ma se deve avere martiri fra gli israeliti! Resterà solo... Ecco. Questo è il mio sacco. E questo è di Giovanna, che... Si. Non solo vili, ma mentitori siamo. Giovanna non è che accasciata. Lei ed Elisa si sono sentite male sul Golgota. Una è una madre che ebbe morto il figlio, e sentire i rantoli di Gesù la fecero stare male. L'altra è delicata, non usa a tanto cammino e a tanto sole. Ma niente ferite, niente agonie. Piange, come noi, certo. Non di più. Si rammarica di essere stata condotta via. Domani verrà. E manda questi aromi. Quelli che aveva. Con lei era rimasta Valeria, per ordine di Plautina, ed ora se ne è andata con gli schiavi alla casa di Claudia, perché loro hanno molti incensi. Quando verrà, perché anche lei, per grazia del Cielo, non è una lepre sempre tremante, non mettetevi ad urlare come sentiste il gladio alla gola. Su. Alzatevi. Prendiamo dei mortai. Lavoriamo. Piangere non giova. O, almeno, piangete e lavorate. Sarà stemperato col pianto il nostro balsamo. Ed Egli lo sentirà su di Lui... Sentirà l'amore nostro». E si morde le labbra, per non piangere e per dare forza alle altre, veramente disfatte.

Lavorano con lena.

Maria chiama Giovanni.

«Madre, che hai?».

«Questi colpi...».

«Tritano gli incensi...».

«Ah!... Ma... perdonate... Non fate quel rumore... mi sembrano i martelli...».

Infatti i pestelli di bronzo contro il marmo dei mortai fanno proprio un rumore di martelli.

Giovanni lo dice alle donne, e queste escono nel cortile per essere udite meno.

Giovanni torna dalla Madre.

«Come li hanno avuti?».

«È andata Maria di Lazzaro. A casa sua, e da Giovanna... E anche altri ne verranno portati...».

«Non è venuto nessuno?».

«Nessuno dopo Niche».

«Ma guardalo, Giovanni, come è bello anche in quel suo dolore!». Maria si assorbe a mani giunte contro il telo, che ha steso contro un cofano tenendolo fermo con dei pesi.

«Bello, sì, Madre. E ti sorride... Non piangere più... Già qualche ora è passata. Meno da attendere il suo ritorno...», e intanto Giovanni piange...

Maria lo accarezza sulla gota. Ma guarda solo l'effigie del Figlio. Giovanni esce, accecato dal pianto.

Anche la Maddalena, che è tornata a prendere delle anfore, è nelle stesse condizioni. Ma dice all'apostolo: «Non bisogna farsi vedere piangere. Perché, se no, quelle là non sanno più fare nulla. E fare si deve...».

«... e credere si deve», termina Giovanni.

«Si. Credere. Se non si potesse credere, sarebbe la disperazione. Io credo. E tu?».

«Io pure...».

«Lo dici male. Non ami ancora abbastanza. Se amassi con tutto te stesso, non potresti non credere. L'amore è luce e voce. Anche contro le tenebre della negazione e il silenzio della morte dice: "Io credo"».

È splendida la Maddalena, così alta e imponente, imperiosa nella sua confessione di fede! Deve avere il cuore torturato. E i suoi occhi bruciati di pianto lo dicono. Ma l'animo è invitto.

Giovanni la guarda ammirato e mormora: «Tu sei forte!».

«Sempre. Lo fui tanto che seppi sfidare il mondo. Ed ero senza Dio, allora. Ora che ho Lui, sento di sapere sfidare anche l'inferno. Tu, che sei buono, non dovresti essere che più forte di me. Perché la colpa deprime, sai? Più di una consunzione. Ma tu sei innocente... Per questo ti amava tanto...».

«Anche te amava...».

«E io non ero innocente. Ma ero la sua conquista e...».

Bussano al portone con forza.

«Sarà Valeria. Apri».

Giovanni lo fa senza paura, dominato dalla calma di Maria.

È infatti Valeria coi suoi schiavi, che portano la lettiga da cui ella è scesa. Entra salutando latinamente: «Salve».

«La pace sia con te, sorella. Entra», dice Giovanni.

«Posso offrire alla Madre l'omaggio di Plautina? Anche Claudia ha contribuito. Ma se non è dolore per Lei il vedermi».

Giovanni entra da Maria.

«Chi bussa? Pietro? Giuda? Giuseppe?».

«No. È Valeria. Ha portato resine preziose. Te le vorrebbe offrire... se non ti dà pena».

«Devo superare la pena. Egli ha chiamato al suo Regno i figli d'Israele e i pagani. Tutti ha chiamato. Ora... è morto... Ma io sono qui per Lui. E tutti ricevo. Entri».

Valeria entra. Si è levato il mantello oscuro ed è tutta bianca nella sua stola. Si inchina fino a terra. Saluta e parla. «Domina. Tu lo sai chi siamo. Le prime redente dall'oscurantismo pagano. Fango e tenebre eravamo. Tuo Figlio ci ha dato alla e luce. Ora è... è addormentato in pace. Sappiamo i vostri usi. E vogliamo che anche i balsami di Roma siano sparsi sul Trionfatore».

«Dio vi benedica, figlie del mio Signore. E... perdonate se non so dire di più...».

«Non ti sforzare, Domina. Roma è forte. Ma sa anche comprendere il dolore e l'amore. Ti capisce, Madre Dolorosa. Addio».

«La pace sia con te, Valeria! A Plautina, a voi tutte, la mia benedizione».

Valeria si ritira, lasciando i suoi incensi e altre essenze.

«Lo vedi, Madre? Tutto il mondo dà per il Re del Cielo e della Terra».

«Sì», dice Maria. «Tutto il mondo. E la Madre non avrà potuto dargli che il pianto».

Un gallo canta allegro in qualche posto vicino. Giovanni sussulta.

«Che hai, Giovanni?», chiede la Vergine.

«Pensavo a Simon Pietro...».

«Ma non era con te?», chiede la Maddalena che è rientrata nella stanza.

«Sì. In casa di Anna. Poi ho capito che dovevo venire qui. E non l'ho mai più visto».

«Fra poco è l'alba».

«Si. Aprite».

Aprono le impannate, e i volti sembrano ancor più terrei nella luce verdolina dell'alba.

La notte del Venerdì Santo è finita.

 

613. Riflessioni sulla Passione di Gesù e di Maria e sulla Compassione di Giovanni

 

Dice Gesù:

«Tu lo hai visto quanto costi essere Salvatori. Lo hai visto in Me ed in Maria. Le nostre torture le hai tutte conosciute ed hai visto con che generosità, con che eroismo, con che pazienza, con che mitezza, con che costanza, con che fortezza le abbiamo subite per la carità di salvarvi.

Tutti coloro che vogliono, che chiedono al Signore Iddio di fare di essi dei "salvatori", devono ben pensare che Io e Maria siamo il modello e che quelle sono le torture da condividere per salvare. Non saranno la croce, le spine, i chiodi, i flagelli materiali. Saranno altri, di altra forma e natura. Ma ugualmente dolorosi e ugualmente consumanti. Ed è solo consumando il sacrificio fra quei dolori che si può divenire salvatori.

È una missione austera. La più austera di tutte. Quella rispetto alla quale la vita del monaco o della monaca della più severa regola è un fiore rispetto ad un mucchio di spine. Perché questa è non regola di Ordine umano. Ma Regola di un sacerdozio, di una monacazione divina, il cui Fondatore sono Io, Io che consacro e accolgo nella mia Regola, nel mio Ordine, gli eletti ad essa, e impongo loro il mio abito: il Dolore totale, sino al sacrificio.

Tu hai visto le mie sofferenze. Esse sono state volte a riparare le vostre colpe. Niente nel mio Corpo è stato escluso da esse, perché niente nell'uomo è esente da colpe e tutte le parti del vostro io fisico e morale - quell'io che Dio vi ha dato con una perfezione di opera divina e che voi avete avvilito con la colpa del progenitore e con le vostre tendenze al male, con la vostra volontà cattiva - sono strumenti di cui vi servite per compiere il peccato.

Ma Io sono venuto per annullare gli effetti del peccato col mio Sangue e il mio dolore, lavando le vostre singole parti fisiche e morali in essi per mondarle e per renderle forti contro le tendenze colpevoli.

Le mie Mani sono state ferite e imprigionate, dopo essersi stancate a portare la Croce, per riparare a tutti i delitti fatti dalla mano dell'uomo. Da quelli veri e propri di reggere e manovrare un'arma contro un fratello, facendo di voi dei Caini, a quelli di rubare, di scrivere false accuse, di fare atti contro il rispetto del vostro e dell'altrui corpo e di oziare in un'infingardia che è terreno propizio ai vostri vizi. Per le vostre illecite libertà delle mani ho fatto crocifiggere le mie, inchiodandole al legno, privandole d'ogni moto più che lecito e necessario.

I Piedi del vostro Salvatore, dopo essersi affaticati e contusi sulle pietre del mio cammino di Passione, sono stati trafitti, immobilizzati per riparare a tutto il male che voi fate coi piedi, facendo di essi il mezzo per andare ai vostri delitti, furti, fornicazioni. Ho segnato le vie, le piazze, le case, le scale di Gerusalemme, per purificare tutte le vie, le piazze, le scale, le case della Terra da tutto il male che vi era nato sopra e dentro, seminato nei secoli passati e nei secoli avvenire dal vostro mal volere, ubbidiente alle istigazioni di Satana.

Le mie Carni si sono maculate, contuse, lacerate per punire in Me tutto il culto esagerato, l'idolatria che voi date alla carne vostra e di chi amate per capriccio di senso o anche per affetto che in sé non è riprovevole ma che rendete tale amando un genitore, un coniuge, un figlio, un fratello più di quanto non amiate Dio.

No. Sopra ogni amore ed ogni vincolo della Terra vi è, vi deve essere l'amore per il Signore Iddio vostro. Nessuno, nessuno altro affetto deve essere superiore a questo. Amate i vostri in Dio, non sopra a Dio. Amate con tutti voi stessi Dio. Ciò non assorbirà il vostro amore al punto di rendervi indifferenti ai congiunti, ma anzi alimenterà il vostro amore per essi della perfezione attinta da Dio, perché chi ama Dio ha Dio in sé e avendo Dio ha la Perfezione.

Io ho fatto delle mie Carni una piaga per levare alle vostre il veleno del senso, del non pudore, del non rispetto, dell'ambizione e ammirazione per la carne destinata a tornare polvere. Non è col culto alla carne che si porta la carne alla bellezza. È con il distacco da essa che si dà ad essa la Bellezza eterna nel Cielo di Dio.

La mia Testa fu torturata da mille torture: delle percòsse, del sole, delle urla, delle spine, per riparare alle colpe della vostra mente. Superbia, impazienza, insopportabilità, insofferenza pullulano come un fungaio nel vostro cervello. Io ho fatto di esso un organo torturato, chiuso in uno scrigno decorato di sangue, per riparare a tutto ciò che sgorga dal vostro pensiero.

L'unica corona che ho voluto, tu l'hai vista. La corona che solo un pazzo o un suppliziato può portare. Nessuno che sia sano di mente (umanamente parlando) e libero di sé, se la impone. Ma Io ero giudicato pazzo, e pazzo, soprannaturalmente, divinamente pazzo ero, volendo morire per voi che non mi amate o mi amate così poco, volendo morire per vincere il Male in voi sapendo che lo amate più di Dio, ed ero in balia dell'uomo, suo prigioniero, suo condannato. Io, Dio, condannato dall'uomo.

Quante impazienze voi avete per dei nonnulla, quante incompatibilità per delle inezie, quante insoffribilità per dei semplici malesseri! Ma guardate il vostro Salvatore. Meditate cosa doveva essere di eccitante quel pungere continuo in nuovi posti, quell'impigliarsi nelle ciocche dei capelli, quello spostarsi continuo senza dar modo di muovere il capo, di appoggiarlo in nessun modo che non desse tormento! Ma pensate cosa erano per la mia Testa torturata, dolente, febbrile, le urla della folla, le percosse sul capo, il sole cocente! Ma riflettete quale dolore dovevo avere nel mio povero cervello, andato all'agonia del Venerdì già tutto un dolore per lo sforzo subito nella sera del Giovedì, nel mio povero cervello al quale saliva la febbre di tutto il Corpo straziato e delle intossicazioni provocate dalle torture!

E nel Capo gli occhi ebbero la loro, e la sua ebbe la bocca, e la sua il naso, e la sua la lingua. Per riparare ai vostri sguardi così amanti di vedere ciò che è male e così dimentichi di cercare Dio, per riparare alle troppe e troppo bugiarde e sporche e lussuriose parole che dite invece di usare le labbra per pregare, per insegnare, per confortare; ebbero la sua tortura il naso e la lingua per riparare alle vostre golosità e alla vostra sensualità d'olfatto, per cui pure commettete delle imperfezioni che sono terreno a più gravi colpe, e delle colpe con l'avidità di cibi superflui, senza pietà di chi ha fame, di cibi che vi potete permettere molte volte ricorrendo a mezzi illeciti di guadagno.

I miei organi non furono esenti dal soffrire. Non uno di essi. Soffocazioni e tosse per i polmoni contusi dalla barbara flagellazione e resi edematici dalla posizione sulla croce. Affanno e dolore al cuore spostato e reso infermo dalla crudele flagellazione, dal dolore morale che l'aveva preceduta, dalla fatica della salita sotto il grave peso del legno, dall'anemia consecutiva a tutto il sangue che già aveva sparso. Fegato congesto, milza congesta, reni contuse e congeste.

Tu l'hai vista la corona di lividi che stava intorno ai miei reni. I vostri scienziati, per dare una prova alla vostra incredulità rispetto a quella prova del mio patire che è la Sindone, spiegano come il sangue, il sudore cadaverico e l'urea di un corpo sopraffaticato abbiano potuto, mescolandosi agli aromi, produrre quella naturale pittura del mio Corpo estinto e torturato.

Meglio sarebbe credere senza aver bisogno di tante prove per credere. Meglio sarebbe dire: "Ciò è opera di Dio" e benedire Iddio che vi ha concesso di avere la prova irrefragabile della mia Crocifissione e delle precedenti torture!

Ma poiché, ora, non sapete più credere con la semplicità dei bambini, ma avete bisogno di prove scientifiche - povera fede, la vostra, che senza il puntello e il pungolo della scienza non sa star ritta e camminare - sappiate che le contusioni feroci delle mie reni sono state l'agente chimico più potente nel miracolo della Sindone. Le mie reni, quasi frante dai flagelli, non hanno più potuto lavorare. Come quelle degli arsi in una vampa, sono state incapaci di filtrare, e l'urea si è accumulata e sparsa nel mio sangue, nel mio corpo, dando le sofferenze della intossicazione uremica e il reagente che trasudando dal mio Cadavere fissò l'impronta sulla tela. Ma chi è medico fra voi, o chi fra voi è malato di uremia, può capire quali sofferenze dovettero darmi le tossine uremiche, tanto abbondanti da esser capaci di produrre un'impronta indelebile.

La sete. Quale tortura la sete! Eppure lo hai visto. Non ci fu uno, fra tanti, che in quelle ore mi seppe dare una goccia d'acqua. Dalla Cena in poi, Io non ebbi più nessun conforto. E febbre, sole, calore, polvere, dissanguamento, davano tanta sete al vostro Salvatore.

Tu l'hai visto che ho respinto il vino mirrato. Non volevo addolcimenti al mio patire. Quando ci si è offerti vittime, bisogna essere vittime senza transazioni pietose, senza compromessi, senza addolcimenti. Occorre bere il calice così come esso è dato. Gustare l'aceto e il fiele sino in fondo. Non il vino drogato che produce intontimento del dolore.

Oh! la sorte di vittima è ben severa! Ma beato chi la elegge per sua sorte.

Questo il soffrire del tuo Gesù nel suo Corpo innocente. E non ti parlo delle torture dell'affetto per mia Madre e per il suo dolore. Ci voleva quel dolore. Ma per Me è stato lo strazio più crudele. Solo il Padre sa cosa ha sofferto il suo Verbo nello spirito, nel morale, nel fisico! Anche la presenza della Madre, se è stata la cosa più desiderata dal mio cuore che aveva bisogno di avere quel conforto nella solitudine infinita che lo circondava, infinita, solitudine veniente da Dio e dagli uomini, è stata tortura.

Ella doveva esser là, angelo di carne per impedire alla disperazione di assalirmi come l'angelo spirituale l'aveva impedito nel Getsemani, doveva esser là per unire il mio Dolore al suo per la vostra Redenzione, doveva esser là per ricevere l'investitura di Madre del genere umano. Ma vederla morire ad ogni mio fremito è stato il mio più grande dolore. Neppure il tradimento, neppure la cognizione che il mio Sacrificio sarebbe stato inutile per tanti, questi due dolori che poche ore prima mi erano parsi tanto grandi da farmi sudare sangue, erano paragonabili a questo.

Ma tu lo hai visto come è stata grande Maria in quell'ora. Lo strazio non le ha impedito d'esser forte ben più di Giuditta. Questa ha ucciso. Quella si è fatta uccidere attraverso la sua Creatura. E non ha imprecato, e non ha odiato. Ha pregato, ha amato, ha ubbidito. Madre sempre, sino a pensare, fra quelle torture, che il suo Gesù aveva bisogno del suo velo verginale sulle sue carni innocenti per difesa del suo pudore, Ella ha saputo essere nel contempo Figlia del Padre dei Cieli e ubbidire alla sua tremenda volontà di quell'ora. Non ha imprecato, non si è ribellata. Né a Dio, né agli uomini. Ha perdonato a questi. Ha detto "Fiat" a Quello.

Anche dopo l'hai udita: "Padre, io ti amo e Tu ci hai amati"! Se lo ricorda e lo proclama che Dio l'ha amata e gli rinnova il suo atto di amore. In quell'ora! Dopo che il Padre l'ha trafitta e orbata della sua ragione d'essere. Lo ama. Non dice: "Non ti amo più perché Tu m'hai colpita". Lo ama. E non si affligge per il suo dolore. Ma per quello subito dal Figlio. Non urla per il suo cuore spezzato, ma per il mio trafitto. Di questo chiede ragione al Padre, non del suo dolore. Chiede ragione al Padre in nome del loro Figlio.

Ella è ben la Sposa di Dio. Ella è ben Colei che ha concepito per coniugio con Dio. Ella lo sa che contatto umano non ha generato la sua Creatura, ma solo Fuoco sceso dal Cielo a penetrare nel suo seno immacolato e a deporvi il Germe divino, la Carne dell'Uomo-Dio, del Dio-Uomo, del Redentore del mondo. Ella lo sa, e come sposa e madre chiede ragione di quella ferita. Le altre dovevano essere date. Ma questa, quando tutto era stato compiuto, perché?

Povera Mamma! Vi è stato un perché, che il tuo dolore non ti ha permesso di leggere sulla mia ferita. Ed è stato che gli uomini vedessero il Cuore di Dio. Tu lo hai visto, Maria. E non lo dimenticherai mai più.

Ma, lo vedi?, Maria, nonostante non veda in quel momento le soprannaturali ragioni di quella ferita, pensa subito che essa non m'ha fatto male e ne benedice Iddio. Che quella ferita faccia tanto male a Lei, povera Mamma, Ella non se ne cura. Non ha fatto male a Me, e ciò le basta e le serve per benedire Iddio che l'immola.

Chiede unicamente un poco di conforto per non morire. È necessaria alla Chiesa nascente, di cui è stata creata Madre poche ore innanzi. La Chiesa, come un neonato, ha bisogno di cure e di latte materno. Maria lo darà alla Chiesa sorreggendo gli apostoli, parlando ad essi del Salvatore, pregando per essa. Ma come lo potrebbe se spirasse questa sera? La Chiesa, che ha pochi più giorni per rimanere senza il suo Capo fra essa, rimarrebbe orfana del tutto se anche la Madre spirasse. E la sorte dei neonati orfani è sempre precaria.

Dio non delude mai una giusta preghiera e conforta i suoi figli che sperano in Lui. Maria lo prova nel conforto della Veronica. Ella, la povera Mamma, ha stampato negli occhi l'effigie del mio Volto spento. Non può resistere a quella vista. Non è più il suo Gesù quello, invecchiato, enfiato, con gli occhi chiusi che non la guardano, con la bocca contorta che non le parla e sorride. Ma ecco un Volto che è di Gesù vivo. Doloroso, ferito, ma vivo ancora. Ecco il suo sguardo che la guarda, la sua bocca che par dica: "Mamma!". Ecco il suo sorriso che la saluta ancora.

Oh! Maria! Cercalo il tuo Gesù nel tuo dolore. Egli verrà sempre e ti guarderà, ti chiamerà, ti sorriderà. Divideremo il dolore, ma saremo uniti!

Giovanni, o piccolo Giovanni, ha diviso con Maria e con Gesù il dolore. Sii come Giovanni, sempre. Anche in questo. Già te l'ho detto: "Non sarai grande per le contemplazioni e i dettati. Questi sono miei. Ma per il tuo amore. E l'amore più alto è nella compartecipazione al dolore". Questo dà modo di intuire i minimi desideri di Dio e di renderli realtà nonostante tutti gli ostacoli.

Guarda con che viva e delicata sensibilità Giovanni si conduce dalla notte del Giovedì alla notte del Venerdì. E oltre. Ma osserviamolo in quelle ore.

Un attimo di smarrimento. Un'ora di pesantezza. Ma, superato il sonno con l'orgasmo della cattura e l'orgasmo con l'amore, egli viene, trascinandosi seco Pietro, perché il Maestro abbia un conforto vedendo il Capo degli apostoli e il Prediletto fra gli apostoli.

E poi pensa alla Madre, alla quale qualche crudele può urlare l'avvenuta cattura. E va da Lei. Egli non sa che Maria già vive gli strazi del Figlio e che, mentre gli apostoli dormivano, Ella vegliava e pregava, agonizzando col Figlio. Egli non lo sa. E va a Lei e la prepara alla notizia.

E poi fa la spola fra la casa di Caifa e il Pretorio, la casa di Caifa e la reggia d'Erode, e da capo dalla casa di Caifa al Pretorio. E fare ciò quella mattina, traversando la folla ubbriaca di odio, con le vesti che lo accusano per galileo, non è comoda cosa. Ma l'amore lo sostiene ed egli non pensa a sé, ma ai dolori di Gesù e di sua Madre. Potrebbe esser lapidato perché seguace del Nazareno. Non importa. Egli sfida tutto. Gli altri sono fuggiti, stanno nascosti, la prudenza e la paura li conducono. Lui lo conduce l'amore e resta e si mostra. E un puro. L'amore prospera nella purezza.

E se la sua pietà ed il suo buon senso di popolano lo inducono a tenere Maria lontana dalla folla e dal Pretorio - egli non sa che Maria condivide tutte le torture del Figlio, patendole spiritualmente - quando giudica essere l'ora che Gesù ha bisogno della Madre e che non è lecito tenere oltre la Madre separata dal Figlio, egli la conduce a Lui, la sostiene, la difende.

Cosa è quel pugno di persone fedeli: un uomo solo, inerme, giovane, senza autorità, a capo di poche donne, contro tutta una folla imbestialita? Nulla. Un mucchietto di foglie che il vento può disperdere. Una piccola barca su un oceano in tempesta che la può sommergere. Non importa. L'amore è la sua forza e la sua vela. Egli va armato di questo, e con questo protegge la Donna e le donne fino alla fine.

Giovanni ha posseduto l'amore di compassione come nessun altro al mondo, eccettuata mia Madre. Egli è il capostipite degli amorosi di questo amore. È il tuo maestro in questo. Séguilo nell'esempio che ti dà di purezza e carità, e sarai grande.

Va' in pace, ora. Ti benedico».

 

Dice Gesù:

«[...]

E, dato che prevedo le osservazioni dei troppi Tommasi e dei troppi scribi di ora su una frase di questo dettato, che pare in contrasto con il sorso d'acqua offerto da Longino... - oh! come i negatori del soprannaturale, i razionalisti dalla perfezione all'incontrano, godrebbero nel poter trovare una fessura nel magnifico complesso di quest'opera di bontà divina e di sacrificio tuo, piccolo Giovanni, per potere, facendo leva in questa fessura col piccone del loro micidiale razionalismo, far crollare tutto! - per prevenire questi, Io dico e spiego.

Quel povero sorso di acqua - una goccia nell'incendio della febbre e nell'asciuttore delle vene svuotate - preso per amore di un' anima che andava persuasa di amore per portarla alla Verità, preso con somma fatica nell'affanno acuto che mi strozzava il respiro e ostacolava la deglutizione, tanto ero franto dai flagelli atroci, non dette altro ristoro che quello sovrannaturale. Come carne fu un nulla, per non dire un tormento... Fiumi sarebbero occorsi alla mia sete di allora... E non potevo bere per l'affanno del dolore precordiale. E tu sai cosa è questo dolore... Fiumi sarebbero occorsi poi... e non mi furono dati. Né avrei potuto accettarli per la sempre più forte soffocazione. Ma quanto ristoro mi avrebbero dato al Cuore, se mi fossero stati offerti! Era di amore che morivo. Di amore non dato. La pietà è amore. E in Israele non vi fu pietà.

Quando contemplate, voi buoni, o analizzate, voi scettici, quel "sorso", dategli il giusto nome: "pietà", non bevanda. Può dunque dirsi, senza perciò incorrere in menzogne, che "dalla Cena in poi Io non ebbi conforto". In tutto il popolo che mi circondava non ci fu uno che mi desse conforto, posto che il vino drogato non lo volli sorbire. Ebbi aceto e schemi. Ebbi tradimenti e percosse. Questo ebbi. Nulla più.

[...]»

 

614. Il giorno del Sabato Santo

 

L'alba viene avanti stenta, a fatica. E l'aurora tarda stranamente, per quanto non ci siano nuvoli in cielo. Ma sembra che gli astri abbiano perso ogni vigore. E come era pallida la notturna luna, così è pallido il sole che appare. Opachi... Hanno forse pianto anche essi, da avere questo aspetto appannato, come lo hanno gli occhi dei buoni che hanno pianto e piangono per la morte del Signore?

Appena Giovanni comprende che le porte sono riaperte, esce, sordo alle suppliche materne. Le donne si asserragliano in casa, ancora più intimorite ora che anche l'apostolo se ne è dato.

Maria, sempre nella sua stanza, con le mani prosciolte nel grembo, guarda fisso fuori dalla finestra, che si apre su un giardino non vastissimo ma abbastanza ampio e tutto pieno di rose in fiore lungo le alte muraglie e le aiuole capricciose. I ciuffi dei gigli, invece, sono ancora senza lo stelo del futuro fiore: folti, belli, ma solo a foglie. Guarda, guarda, ed io credo non veda niente. Ma solo veda ciò che è nel suo povero cervello stanco: l'agonia del Figlio.

Le donne vanno e vengono. Le si accostano, la carezzano, la pregano di prendere un ristoro... e ogni volta, col loro venire, viene un'ondata di un profumo pesante, composto, sbalordente.

Maria ne ha un brivido ogni volta. Ma non ha altro. Non parole. Non atti. Niente. È esausta. Attende. È solo un'attesa. È. Colei che attende.

Un picchio all'uscio... Le donne corrono ad aprire. Maria si volge sul suo sedile, senza alzarsi, e fissa l'uscio socchiuso.

Entra la Maddalena. «C'è Mannaen... Vorrebbe essere usato per qualche cosa».

«Mannaen... Fàllo entrare. Fu sempre buono. Ma credevo non fosse lui...».

«Chi credevi, Madre?...».

«Dopo... dopo. Fa' passare».

Entra Mannaen. Non è pomposo come di solito. Ha una veste comunissima, di un marrone quasi nero, e un mantello uguale. Nessun gioiello e non la spada. Nulla. Sembra un uomo benestante ma del popolo.

Si curva a salutare, prima con le mani incrociate sul petto, e poi si inginocchia come davanti ad un altare.

«Alzati. E perdona se non rispondo all'inchino. Non posso...».

«Non devi. Non lo permetterei. Chi sono lo sai. Perciò ti prego calcolarmi tuo servo. Hai bisogno di me? Vedo che non hai un uomo d'intorno. So da Nicodemo che tutti sono fuggiti. Non c'era nulla da fare. È vero. Ma almeno dargli il conforto di vederci. Io... io l'ho salutato al Sisto. E poi non ho più potuto, perché... Ma è inutile dirlo. Anche questo fu voluto da Satana. Ora sono libero e vengo a mettermi al tuo servizio. Ordina, Donna».

«Vorrei sapere e far sapere a Lazzaro... Le sorelle sono in pena, e mia cognata e l'altra Maria pure. Vorremmo sapere se Lazzaro, Giacomo, Giuda e l'altro Giacomo sono salvi».

«Giuda? L'Iscariota? Ma lo ha tradito!».

«Giuda, figlio del fratello dello sposo mio».

«Ah! vado», e si alza. Ma nel farlo ha un movimento di dolore.

«Ma sei ferito?».

«Uhm... si. Roba da nulla. Un braccio che duole un poco».

«Per causa nostra, forse? Per questo non c'eri lassù?».

«Sì. Per questo. E solo per questo mi dolgo. Non per la ferita. Il resto di fariseismo, di ebraismo, di satanismo che era in me, perché satanismo è divenuto il culto d'Israele, è tutto uscito con quel sangue. Sono come un pargolo che, dopo la recisione del sacro ombelico, non ha più contatti col sangue materno, e le poche stille che ancora restano nel cordone reciso non vanno in lui, strozzate come sono dal laccio di lino. Ma cadono... Inutili ormai. Il neonato vive col suo cuore e il suo sangue. Così io. Fino ad ora ero ancora non formato del tutto. Ora sono giunto al termine, e vengo, e sono stato dato alla Luce. Ieri sono nato. Mia madre è Gesù di Nazaret. E mi ha partorito quando ha dato l'ultimo grido. So... Perché sono fuggito nella casa di Nicodemo questa notte. Solo vorrei vederlo. Oh! quando andrete al Sepolcro, ditemelo. Verrò... Il suo Volto di Redentore io lo ignoro!».

«Ti guarda, Mannaen. Volgiti».

L'uomo, che era entrato tanto a capo chino e che aveva avuto poi occhi solo per Maria, si volta quasi spaventato e vede il Sudario. Si getta bocconi, adorando...

E piange. Poi si leva. Si inchina a Maria e dice: «Vado».

«Ma è sabato. Lo sai. Già ci accusano di violare la Legge per sua istigazione».

«Pari siamo, perché essi violano la legge dell'Amore. La prima e più grande. Egli lo diceva. Il Signore ti conforti». Esce.

E le ore passano. Come sono lente per chi attende...

Maria si alza e appoggiandosi ai mobili si fa sull'uscio. Cerca di traversare il vasto vestibolo d'ingresso. Ma quando non ha più appoggio vacilla come fosse ebbra. Marta, che vede dal cortile che è oltre l'uscio, aperto all'estremità del vestibolo, accorre.

«Dove vuoi andare?».

«Là dentro. Me lo avete promesso».

«Aspetta Giovanni».

«Basta aspettare. Vedete che sono quieta. Andate, poi che avete fatto chiudere dall'interno, e fate aprire. Io aspetto qui».

Susanna, poiché tutte sono accorse, parte per chiamare il padrone con le chiavi. Intanto Maria si appoggia alla porticina come volesse aprirla con la forza del suo volere. Ecco l'uomo. Pauroso, avvilito, apre e si ritira. E Maria, a braccio di Marta e Maria d'Alfeo, entra nel Cenacolo.

Tutto è ancora come era alla fine della Cena. Il susseguirsi delle cose e l'ordine dato da Gesù hanno impedito manomissioni. Soltanto sono stati riportati i sedili al loro posto. E Maria, che pure non è stata nel Cenacolo, va diritta al posto dove era seduto il suo Gesù. Pare che la guidi una mano. E sembra quasi sonnambula, tanto è irrigidita nello sforzo di andare... Va. Gira intorno al letto sedile, si insinua fra questo e la tavola... resta ritta un momento e poi si abbatte attraverso al tavolo in un nuovo scoppio di pianto. Poi si calma. Si inginocchia e prega con la testa appoggiata all'orlo della tavola. Carezza la tovaglia, il sedile, le stoviglie, l'orlo del grande vassoio dove era l'agnello, il grande coltello usato a scalcare, l'anfora posata davanti a quel posto. Non sa di toccare ciò che ha toccato anche l'Iscariota. Poi resta come inebetita, con la testa appoggiata sulle braccia conserte messe sul tavolo.

Tacciono tutte. Finché la cognata dice: «Vieni, Maria. Temiamo i giudei. Vorresti che entrassero qui?».

«No. No. È luogo santo. Andiamo. Aiutatemi... Avete fatto bene a dirmelo. Vorrei anche un cofano, bello, grande, chiuso. Per chiudervi dentro tutti i miei tesori».

«Domani te lo faccio portare dal palazzo. È il più bello della casa. E robusto e sicuro. Te lo dono con gioia», promette la Maddalena.

Escono. Maria è proprio esausta. Vacilla nel fare i pochi scalini. E, se è meno drammatico il suo dolore, è perché non ha più forza di essere tale. Ma nella sua pacatezza è ancora più tragico.

Rientrano nella stanza di prima. E prima di tornare al suo posto Maria accarezza, come fosse un viso di carne, il santo Volto del Sudano.

Un altro busso al portone. Le donne si affrettano ad uscire e a socchiudere l'uscio. Con la sua voce stanca Maria dice: «Se fossero i discepoli, e specie Simon Pietro e Giuda, che vengano subito a me».

Ma è il pastore Isacco. Entra piangendo dopo qualche minuto e subito si prostra al Sudano e poi alla Madre, e non sa che dire. È Lei che dice: «Grazie. Ti ha visto e ti ho visto. Lo so. Vi guardava finché ha potuto».

Isacco piange ancora più forte. Può parlare solo quando ha finito il suo pianto. «Non volevamo andare via. Ma Gionata ce ne ha pregato. I giudei minacciavano le donne... e dopo non abbiamo più potuto venire. Era... era tutto finito... Dove dovevamo andare allora? Ci siamo sparsi per la campagna e a notte fatta ci siamo riuniti a mezza via fra Gerusalemme e Betlemme. Ci pareva di allontanare la sua Morte andando verso la sua Grotta... Ma poi abbiamo sentito che non era giusto andare là... Era egoismo, e siamo tornati verso la Città... E ci siamo trovati, senza sapere come, a Betania...»

«I miei figli!».

«Lazzaro!».

«Giacomo!».

«Sono tutti là. I campi di Lazzaro all'aurora erano sparsi di vaganti che piangevano... I suoi inutili amici e discepoli... Io... sono andato da Lazzaro e credevo di essere il primo... Invece là erano già i tuoi due figli, donna, e il tuo, insieme ad Andrea, Bartolomeo, Matteo. Li aveva persuasi ad andare là Simone Zelote. E Massimino, uscito per la campagna fin dal primo mattino, ne aveva trovati altri. E Lazzaro li ha soccorsi tutti. E ancora lo sta facendo. Dice che il Maestro gliene aveva dato ordine. E così dice lo Zelote».

«Ma Simone e Giuseppe, gli altri miei figli, dove sono?».

«Non so, donna. Eravamo stati insieme fino al terremoto. Poi... non so più nulla di esatto. Fra le tenebre e i fulmini e i morti risorti e il tremore del suolo e il turbine dell'aria, ho perduto la ragione. Io mi trovai nel Tempio. E ancora mi chiedo come potei essere là dentro, oltre il limite sacro. Pensa che fra me e l'altare dei profumi c'era solo un cubito... Pensa! Io dove pongono i piedi solo i sacerdoti di turno!... E... e ho visto il Santo dei Santi!... Si. Perché il Velo del Santo è lacerato da cima a fondo, come l'avesse strappato il volere di un gigante... Se mi vedevano là dentro, mi lapidavano. Ma nessuno vedeva più. Non ho incontrato che spettri di morti e spettri di viventi. Perché spettri parevamo alla luce dei fulmini, al chiarore degli incendi e col terrore nei volti...».

«Oh! il mio Simone! il mio Giuseppe!».

«E Simon Pietro? E Giuda di Keriot? E Tommaso e Filippo?».

«Non so, Madre... Lazzaro mi ha mandato a vedere, perché gli avevano detto che... che vi avevano uccisi».

«Vai subito, allora, a tranquillizzarlo. Ho già mandato Mannaen. Ma va' tu pure e di'... di' che solo Lui è l'Ucciso. Ed io con Lui. E se vedi degli altri discepoli, portali con te là. Ma l'Iscariota e Simon Pietro li voglio io».

«Madre... perdonaci se di più non abbiamo fatto».

«Tutto perdono... Vai».

Isacco esce. E Marta e Maria, Salome e Maria d'Alfeo lo soffocano di preghiere, di raccomandazioni, di ordini. Susanna piange piano perché nessuno le parla dello sposo. È allora che Salome si ricorda del suo. E piange anche lei.

Silenzio di nuovo. Sino ad un nuovo picchiare al portone.

Posto che la città è quieta, le donne sono meno paurose. Ma, quando dall'uscio socchiuso vedono spuntare il volto glabro di Longino, fuggono tutte come avessero visto un morto nel suo lenzuolo funebre o il Demonio in persona. Il padrone di casa, che per curiosità ciondola nel vestibolo, è il primo a scappare.

Accorre la Maddalena, che era con Maria. Longino, con un involontario sorrisetto canzonatorio sulle labbra, è entrato ed ha chiuso da sé il pesante portone. Non è in divisa. Ma ha una veste grigia e corta sotto un mantello pure oscuro.

Maria Maddalena lo guarda e lui guarda lei. Poi, rimanendo sempre addossato alla porta, Longino chiede: «Posso entrare senza contaminare nessuno? E senza fare terrore a nessuno? Ho visto stamane all'aurora il cittadino Giuseppe e mi ha detto del desiderio della Madre. Chiedo perdono se non giunsi di mio a pensarlo. Ecco la lancia. L'avevo tenuta per ricordo di un... del Santo dei Santi. Oh! questo sì che lo è! Ma è giusto l'abbia la Madre. Per le vesti... è più difficile. Non glielo dite... ma forse sono già state vendute per pochi denari... E diritto dei soldati. Ma cercherò di trovarle…»

«Vieni. Ella è là».

«Ma io sono pagano!».

«Non importa. Glielo vado a dire. Se lo desideri».

«Oh! non... non pensavo di meritarlo».

Maria Maddalena va dalla Vergine. «Madre, Longino è lì fuori... Ti offre la lancia».

«Fàllo passare».

Il padrone di casa, che è sull'uscio, brontola: «Ma è un pagano».

«Sono Madre di tutti, uomo. Come Egli di tutti è il Redentore».

Longino entra e sulla soglia saluta romanamente col gesto, col braccio (si è levato il mantello) e poi con la voce: «Ave, Domina. Un romano ti saluta: Madre dell'umano genere. La vera Madre. Non avrei voluto essere io a... a... a quella cosa. Ma era ordine. Però, se servo a darti quanto desideri, perdono al destino di avermi scelto per quella orrenda cosa. Ecco», e le dà la lancia avvolta in un drappo rosso. Il solo ferro. Non l'asta.

Maria la prende divenendo ancora più pallida. Si annullano persino le labbra nel pallore. Pare che la lancia la sveni. E trema fin con le labbra mentre dice: «Egli ti conduca a Sé. Per la tua bontà».

«Era l'unico Giusto che io abbia incontrato nel vasto impero di Roma. Mi pento di non averlo conosciuto che per le parole dei compagni. Ora... è tardi!».

«No, figlio. Egli ha finito l'evangelizzare. Ma il suo Vangelo resta. Nella sua Chiesa».

«Dove è la sua Chiesa?». Longino è lievemente ironico.

«Qui è. Oggi è percossa e dispersa. Ma domani si riunirà come un albero che ravvia la chioma dopo la tempesta. E, anche non ci fosse più alcuno, io ci sono. E il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio e mio, è tutto scritto nel mio cuore. Non ho che guardarmi il cuore per potervelo ripetere».

«Verrò. Una religione che ha per capo un tale eroe non può essere che divina. Ave, Domina!».

E anche Longino se ne va.

Maria bacia la lancia, dove ancora è il Sangue del Figlio... Né vuole levarlo quel Sangue. Ma lo lascia, «rubino di Dio, sulla lancia crudele», dice...

La giornata, fra schiarite di nuvole e cupezze di temporale, passa così.

Giovanni torna solo quando il sole a perpendicolo dice che è il mezzogiorno.

«Madre. Io non ho trovato nessuno, fuorché... Giuda di Keriot». «Dove è?».

«Oh! Madre! Che orrore! Egli pende da un ulivo, gonfio e nero quasi fosse morto da settimane. Putrido. Orrendo... Su lui gli avvoltoi, i corvi, che so, urlano in risse atroci... È stato il loro clamore che mi ha chiamato in quel senso. Ero sulla via del monte Uliveto, e su un poggio ho visto ruote e ruote di uccellacci neri. Sono andato... Perché? Non lo so. E ho visto. Che orrore!...».

«Che orrore! Dici bene. Ma sopra la Bontà fu la Giustizia. Infatti la Bontà è assente, ora... Ma Pietro! Ma Pietro!... Giovanni, ho la lancia. Ma le vesti... Longino non ne ha parlato».

«Madre, voglio andare al Getsamni. Egli è stato preso senza mantello. Forse è là ancora. Poi andrò a Betania».

«Vai. Per il mantello, vai... Gli altri sono da Lazzaro. Non andare perciò da Lazzaro. Non occorre. Va' e torna qui».

Giovanni parte di corsa. Senza prendere ristoro. Come senza ristoro sta Maria. Le donne hanno mangiato in piedi pane e ulive, sempre lavorando ai loro balsami.

E viene, con Gionata, Giovanna di Cusa. E una maschera dal gran pianto. E appena vede Maria dice: «Mi ha salvata! Mi ha salvata e Lui è morto. Ora non vorrei più essere stata salvata!».

È la Madre Dolorosa che deve consolare questa creatura guarita, ma rimasta di una sensibilità morbosa. E la consola e la fortifica dicendole: «Non lo avresti conosciuto e amato e non lo potresti servire ora. Quanto ci sarà da fare, in futuro! E noi dovremo fare perché, lo vedi... Noi siamo rimaste, e gli uomini sono fuggiti. È sempre la donna la generatrice vera. Nel Bene. Nel Male. Noi genereremo la nuova Fede. Di essa siamo ripiene, deposta in noi dallo Sposo Iddio. Ed essa genereremo alla Terra. Per il bene del mondo. Guardalo come è bello! Come sorride e mendica questo nostro santo lavoro! Giovanna, io ti amo, lo sai. Non piangere più».

«Ma Egli è morto! Si. Lì sopra è ancora simile ad un vivo. Ma ora vivo non è più. Che è il mondo privo di Lui?».

«Egli tornerà. Va'. Prega. Attendi. Più crederai, più presto risorgerà. È la mia forza questo credere... E solo io, Dio e Satana sappiamo quanti assalti sono dati a questa mia fede nella sua Risurrezione».

Anche Giovanna va via, esile e piegata come un giglio troppo saturo d'acqua. Ma, uscita lei, Maria ricade nel tormento.

«A tutti! A tutti devo dare la forza. E a me chi la dà?». E piange, accarezzando il Volto dell'effigie, perché ora si è seduta presso il cofano su cui il Sudario è steso.

Vengono Giuseppe e Nicodemo. Ed evitano alle donne di uscire per comperare mirra e abe, perché ne portano dei sacchetti. Ma la loro forza cede davanti al Viso impresso nel lino e al viso devastato della Madre.

Si siedono in un angolo dopo averla salutata e tacciono. Seri, funebri... Poi vanno. Né Lei ha più forza di parlare. Ma, più scende la sera, precoce per la nuvolaglia afosa, e più diviene una povera creatura straziata. Le ombre della sera sono anche per Lei, come per tutti i dolenti, fonte di maggior dolore.

Anche le altre si fanno più tristi. E specie Salome, Maria d'Alfeo e Susanna. Ma per loro infine viene il ristoro, perché in gruppo giungono Zebedeo, lo sposo di Susanna e Simone e Giuseppe d'Alfeo. I due primi restano nel vestibolo, mentre spiegano che li ha trovati Giovanni mentre passava per il sobborgo di Ofel. I due altri invece sono stati trovati da Isacco erranti per la campagna, incerti se tornare in città o andare dai fratelli, che supponevano a Betania.

Simone dice: «Dove è Maria? La voglio vedere», e preceduto dalla madre entra e bacia la parente straziata.

«Sei solo? Perché non è con te Giuseppe? Perché vi siete lasciati? Ancora in urto fra voi? Non dovete. Vedete? La ragione dell'attrito è morta!». E accenna al Volto del Sudano.

Simone lo guarda e piange. Dice: «Non ci siamo più lasciati. E non ci lasceremo. Si, la ragione dell'attrito è morta. Ma non come tu credi. È morta perché Giuseppe, ora, ha compreso... È lì fuori Giuseppe... e non osa venire...».

«Oh! no. Io non faccio mai paura. E non sono che pietà. Avrei perdonato anche al Traditore. Ma non posso più. Si è ucciso».

E si alza. Cammina curva chiamando: «Giuseppe! Giuseppe! ».

Ma Giuseppe, affogato nel pianto, non risponde.

Ella si fa sulla porta, come era per parlare a Giuda, e sostenendosi allo stipite stende l'altra mano e la posa sulla testa del più anziano e tenace dei nipoti. Lo carezza e dice: «Lascia che io mi appoggi ad un Giuseppe! Tutto era pace e serenità finché avevo quel nome come re nella mia casa. Poi il mio santo mi è morto... E tutto il bene umano della povera Maria è stato morto esso pure. E rimasto il bene soprannaturale del mio Dio e Figlio... Ora sono la Derelitta... Ma se posso essere fra il cerchio delle braccia di un Giuseppe che amo, e tu lo sai se ti amo, io mi sentirò meno derelitta. Mi parrà di tornare indietro. Di poter dire: "Gesù è assente. Ma non morto. È a Cana, a Naim per lavori, ma ora torna...". Vieni, Giuseppe. Entriamo insieme dove Egli ti aspetta per sorriderti. Ci ha lasciato il suo sorriso per dirci che non ha rancore».

Giuseppe entra, tenuto per mano da Lei, e come la vede seduta le si inginocchia davanti con la testa nel grembo e singhiozza: «Perdono! Perdono!».

«Non a me. A Lui lo devi chiedere».

«Non me lo può dare. Sul Calvario ho cercato di attirare il suo sguardo. Tutti ha guardato. Ma non me... Ha ragione... L'ho conosciuto e amato, come Maestro, troppo tardi. Ora è finito».

«Ora incomincia. Tu andrai a Nazaret e dirai: "Io credo". Il tuo credere avrà un valore infinito. Lo amerai con la perfezione degli apostoli futuri, che avranno il merito di amare il Gesù conosciuto solo dallo spirito. Lo farai?».

«Sì! Si! Per riparare. Ma vorrei sentire da Lui una parola. E non la sentirò mai più...».

«Il terzo giorno Egli risorgerà e parlerà a coloro che ama. Tutto il mondo attende la sua Voce».

«Te benedetta che puoi credere...».

«Giuseppe! Giuseppe! Il mio sposo ti era zio. E credette ad una cosa che è ancora più difficile a credere di questa. Ha saputo credere che la povera Maria di Nazaret fosse la Sposa e Madre di Dio. Perché tu, nipote di questo Giusto e portatore del suo nome, non puoi credere che un Dio possa dire alla Morte: "Basta!" e alla Vita: "Torna!"?».

«Io non merito questa fede, perché sono stato cattivo. Ingiusto fui con Lui. Ma tu... tu sei la Madre. Benedicimi. Perdonami... Dammi pace...».

«Sì... Pace... Perdono... Oh! Dio! Una volta ho detto: "Come è difficile essere i 'redentori"'. Ora dico: "Come è difficile essere la Madre del Redentore!". Pietà, mio Dio! Pietà!... Va', Giuseppe. Tua madre ha tanto sofferto in queste ore. Confortala... Io resto qui... Con tutto quanto ho del mio Bambino... E le mie lacrime solitarie ti otterranno la Fede. Addio, nipote mio. Di' a tutti che voglio tacere... pensare... pregare... Sono... Sono una povera donna tenuta sospesa su un abisso da un filo... Il filo è la mia Fede... E la vostra non-fede, perché nessuno sa credere totalmente e santamente, urta continuamente questo mio filo... E non sapete quale fatica mi imponete... Non sapete di aiutare Satana a tormentarmi. Va'...»

E Maria resta sola...

Si inginocchia davanti al Sudario. Bacia la fronte, gli occhi, la bocca del Figlio e dice: «Così! Così! Per avere forza... Devo credere. Devo credere. Per tutti».

La notte è calata. Senza stelle. Buia. Afosa. Maria resta nell'ombra col suo dolore.

Il giorno del Sabato è finito.

 

615. La notte del Sabato Santo

 

Entra guardinga Maria di Alfeo e ascolta. Forse pensa che la Vergine si sia assopita. Si accosta, si curva. E la vede in ginocchio, col volto a terra contro il Sudario. Mormora: «O sventurata! Così è rimasta!».

Deve pensare che si è addormentata o svenuta così. Ma Maria, uscendo dalla sua orazione, dice: «No, pregavo».

«Ma in ginocchio! Al buio! Al freddo! La finestra aperta! Senti? Sei di gelo».

«Ma sto tanto meglio, Maria. Mentre pregavo - e solo l'Eterno sa come ero sfinita dopo avere sostenuto tante fedi che vacillano, illuminato tante menti che neppure la sua morte ha rischiarato - mi è parso di sentire un profumo angelico, una freschezza di Cielo, una carezza d'ala... Un attimo... Non di più. Ma mi è sembrato che, nel mare di mirra che infuriato mi sommerge da tre giorni ormai, si infondesse una stilla di pacificante dolcezza. Mi è sembrato che la volta serrata dei Cieli si socchiudesse e un filo di luminoso amore scendesse sulla Abbandonata. Mi è sembrato che, venendo da lontananze infinite, un murmure incorporeo dicesse: "È realmente terminato". La mia preghiera, sino a quel momento desolata, si è fatta più quieta. Si è tinta della luminosa pace - oh! appena una sfumatura! - della luminosa pace che erano i miei contatti con Dio nell'orazione... Le mie orazioni!... Maria, hai amato molto, tu, il tuo Alfeo quando eri la vergine sposata?».

«Oh! Maria!... Giubilavo all'aurora dicendo: "È passata una notte. Una di meno d'attesa". Giubilavo al tramonto dicendo: "Un altro giorno è finito. Più prossima la mia entrata sotto il suo tetto". E come calava il sole, io cantavo come un'allodola pensando: "Fra poco viene". E quando lo vedevo venire, bello nel volto come il mio Giuda - è per quello che Giuda è il mio prediletto - ma dall'occhio di cervo innamorato come è Giacomo mio, oh! allora io non sapevo più dove ero! E quando mi salutava dicendo: "Dolce sposa!" e io gli potevo dire: "Mio signore", allora io... io credo che, se fossi stata stritolata in quel momento da un pesante carro o colpita da una freccia, non avrei sentito dolore. E dopo!... Quando fui la moglie sua... Ah!...». Maria si perde nell'estasi dei ricordi. Poi chiede: «Ma perché questa domanda?».

«Per spiegarti cosa erano per me le orazioni. Centuplica i tuoi sentimenti, aumentali per mille e mille potenze, e comprenderai cosa è sempre stata per me l'orazione, l'attesa di quell'ora... Già, io credo che, se anche non oravo nella pace della grotta o della stanza mia, ma lavoravo alle opere della donna, l'anima mia orasse senza pausa... Ma quando potevo dire: "Ecco, l'ora di raccogliermi in Dio viene", io avevo il cuore che ardeva palpitando veloce. E quando in Lui mi perdevo... allora... No... Questo non te lo posso spiegare. Quando sarai nella luce di Dio lo comprenderai... Tutto questo da tre giorni era perduto... Ed era ancora più straziante del non avere più Figlio... E Satana lavorava su queste due piaghe sovrapposte della morte della mia Creatura e dell'abbandono di Dio, creando la terza piaga del terrore della non fede. Maria, ti voglio bene e mi sei parente. Lo dirai, poi, ai tuoi figli apostoli, perché sappiano resistere nell'apostolato e trionfare su Satana. Io sono certa che, se io avessi accettato il dubbio, se avessi ceduto alla tentazione di Satana e avessi detto: "Non è possibile che Egli sorga" negando Dio - perché dire ciò era negare Dio con la sua Verità e Potenza - nel nulla sarebbe ricaduta tanta Redenzione. Io, nuova Eva, avrei morso da capo al pomo della superbia e del senso spirituale, e avrei disfatto l'opera del mio Redentore. Gli apostoli continuamente saranno tentati così: dal mondo, dalla carne, dal potere, da Satana. Restino fermi. Contro tutte le torture, e le corporali saranno le più lievi, per non distruggere ciò che Gesù ha fatto».

«Dillo tu, Maria, ai miei figli... Che vuoi che sappia dire la tua povera cognata?! Oh! però! Se fossero venuti! Pazienza, fuggire nella prima ora! Ma poi!».

«Vedi che Lazzaro e Simone avevano ordine di condurli a Betania. Gesù sa tutto...».

«Sì... Ma... Oh! quando li vedrò, li rimprovererò acerbamente. Sono stati dei vili. Che tutti lo fossero! Ma non loro. I miei figli! Non lo perdonerò loro mai...».

«Perdona, perdona... È stato un momento di smarrimento... Non credevano che Egli potesse essere preso. Egli lo aveva detto...».

«Bene apposta che non li perdono. Lo sapevano. Erano perciò già preparati. Quando una cosa si sa, e si crede a chi la dice, niente fa più stupore!».

«Maria, anche a voi ha detto: "Io risorgerò". Eppure... Potessi aprirvi il petto e il capo, sul cuore e sul cervello vedrei scritto: "Non può essere ».

«Ma almeno... Si... E difficile credere... Ma noi siamo rimaste però sul Calvario».

«Per grazia gratuita di Dio. Altrimenti saremmo fuggite noi pure. Longino, lo hai sentito? Ha detto: "orrenda cosa". Ed è un guerriero. Noi, donne, sole con un ragazzo, abbiamo resistito per aiuto diretto di Dio. Non te ne gloriare, perciò. Non è merito nostro».

«E perché non a loro?».

«Perché essi saranno i sacerdoti di domani. Devono perciò sapere. Sapere, per averlo provato, come è facile al fedele di un Credo cadere in abiura. Gesù non vuole dei sacerdoti come quelli che lo sono tanto poco da essere stati i suoi più tenaci nemici...».

«Parli di Gesù come già fosse tornato, tu». «Lo vedi? Tu pure confessi di non credere. Come puoi dunque rimproverare i tuoi figli?».

Maria d'Alfeo non sa che ribattere. Resta a capo chino, muove macchinalmente degli oggetti. Trova la lucernetta ed esce con quella, per tornare dopo con la stessa accesa, che posa al solito posto.

Maria si è seduta di nuovo presso il Sudario disteso. Il Sudario che, alla luce gialla del lume ad olio, alla fiammella tremolante di esso, acquista una particolare vivezza e pare muoversi nella bocca e negli occhi.

«Non prendi niente?», chiede, un poco mortificata, la cognata.

«Un poco d'acqua. Ho sete».

Maria va e torna... con del latte.

«Non insistere. Non posso. Acqua sì. Non ho più acqua in me... Credo non avere più neppure sangue. Ma...».

Bussano al portone. Maria d'Alfeo esce. Un parlottio nel vestibolo e poi Giovanni mette dentro il capo.

«Giovanni. Sei tornato? Ancora nulla?».

«Sì. Simon Pietro... e il mantello di Gesù... insieme... Nel Get-Samni. Il mantello...». Giovanni scivola in ginocchio e dice: «Eccolo... Ma è tutto lacerato e insanguinato. Le impronte delle mani sono di Gesù. Solo Lui le aveva lunghe e sottili così. Ma le lacerazioni sono di denti, si vede netto che è bocca d'uomo questa. Penso sia stato... sia stato Giuda Iscariota, perché presso al posto dove Simon Pietro trovò il mantello era un pezzo della veste gialla di Giuda. È tornato là... dopo... prima di uccidersi. Guarda, Madre».

Maria non ha fatto che carezzare e baciare il pesante mantello rosso del Figlio, ma premuta da Giovanni lo apre e vede le impronte sanguinose, scure sul rosso del Sangue, e le lacerazioni dei denti. Trema e mormora: «Quanto sangue!». Pare che non veda che quello.

«Madre... la terra ne è rossa. Simone, che è corso lassù nelle prime ore del mattino, dice che l'erba era ancor col sangue fresco sulle foglie... Gesù... Io non so... Non mi pareva ferito... Da dove tanto sangue?».

«Dal suo Corpo. Nell'angoscia... Oh! Gesù-Vittima totale! Oh! mio Gesù!». Maria piange così angosciosamente, con un lamento esausto, che le donne si affacciano alla porta e guardano e poi si ritirano. «Questo, questo mentre tutti ti abbandonavano... Che facevate, voi, mentre Egli pativa la sua prima agonia?».

«Dormivamo, Madre...». Giovanni piange.

«Là era Simone? Racconta».

«Ero andato per cercare il mantello. Avevo pensato di chiederlo a Giona e a Marco... Ma sono fuggiti. La casa è chiusa e tutto è in abbandono. Allora sono sceso alle mura, per fare tutta la strada fatta giovedì... Ero così stanco quella sera, e addolorato, che non potevo, ora, ricordare dove Gesù si era levato il mantello. Mi pareva che lo avesse e poi non lo avesse... Sul posto della cattura, nulla... Dove eravamo noi tre, nulla... Sono andato per il sentiero preso dal Maestro... E ho creduto fosse morto anche Simon Pietro, perché l'ho visto là, tutto rannicchiato contro un masso. Ho gridato. Ha alzato la testa... e l'ho creduto pazzo, tanto era cambiato. Ha avuto un urlo e ha cercato fuggire. Ma traballava, acciecato dal piangere fatto, ed io l'ho afferrato. Mi ha detto: "Lasciami. Sono un demonio. L'ho rinnegato. Come Lui diceva... e il gallo ha cantato e Lui mi ha guardato. Sono fuggito... ho corso su e giù per la campagna, e poi mi sono trovato qui. E, vedi? Qui Jeovè mi ha fatto trovare il suo Sangue ad accusarmi. Tutto sangue. Tutto sangue! Sulla roccia, sulla terra, sull'erba. Io l'ho fatto spargere. Come te, come tutti. Ma io quel Sangue l'ho rinnegato". Ma pareva in delirio. Ho cercato di calmarlo e di portarlo via. Ma non voleva. Diceva: "Qui. Qui. A fare la guardia a questo Sangue e al suo mantello. E con le lacrime lo voglio lavare. Quando non ci sarà più sangue sulla stoffa, forse allora tornerò fra i vivi battendomi il petto e dicendo: 'Io ho rinnegato il Signore!"'. Gli ho detto che tu lo volevi. Che mi avevi mandato a cercarlo. Ma non lo voleva credere. Allora gli ho detto che volevi anche Giuda, per perdonarlo, e che soffrivi di non poterlo più fare per il suo suicidio. Allora ha pianto più calmo. Ha voluto sapere. Tutto. E mi ha raccontato che l'erba era ancora col Sangue fresco e che il mantello era tutto malmenato da Giuda, di cui egli aveva trovato un pezzo di veste. L'ho lasciato parlare e parlare, e poi ho detto: "Vieni dalla Madre". Oh! quanto ho dovuto pregare per persuaderlo! E quando mi pareva di essere riuscito a persuaderlo e mi alzavo per venire, egli non voleva più. Solo verso sera è venuto. Ma giunto oltre la porta si è nascosto da capo in un'ortaglia deserta, dicendo: "Non voglio che la gente mi veda. Porto scritto sulla fronte la parola: Rinnegatore di Dio". Ora, a buio fondo, sono riuscito a strascinarlo fin qui».

«Dove è?».

«Dietro a quella porta».

«Fallo entrare».

«Madre...».

«Giovanni...».

«Non lo rimproverare. È pentito».

«Mi conosci così poco ancora? Fallo entrare».

Giovanni esce. Ritorna. Solo. Dice: «Non osa. Prova a chiamarlo tu».

E Maria dolcemente: «Simone di Giona, vieni». Niente. «Simon Pietro, vieni». Niente. «Pietro di Gesù e di Maria, vieni». Uno scoppio aspro di pianto. Ma non entra. Maria si alza. Lascia il mantello sulla tavola e va alla porta.

Pietro è accovacciato lì fuori. Come un cane senza padrone. Piange tanto forte, e tutto in un gomitolo, che non sente il rumore della porta che si apre cigolando né lo struscio dei sandali di Maria. Si accorge che Ella è lì quando Ella si china fino a prendergli una mano, premuta sugli occhi, e lo obbliga ad alzarsi. Entra nella stanza tirandoselo dietro come un bambino. Chiude la porta a maniglia e chiavistello e, curva per il dolore come egli per la vergogna, torna al suo posto.

Pietro le va ai piedi, in ginocchio, e piange senza freno. Maria lo carezza sui capelli brizzolati, sudati dal dolore. Non altro che questa carezza, finché egli è più calmo. Poi, quando infine Pietro dice: «Tu non mi puoi perdonare. Non mi accarezzare dunque. Perché io l'ho rinnegato», Maria dice: «Pietro, tu lo hai rinnegato. È vero. Hai avuto il coraggio di rinnegarlo in pubblico. Il coraggio codardo di farlo. Gli altri... Tutti, meno i pastori, Mannaen, Nicodemo e Giuseppe e Giovanni, hanno avuto la codardia solo. Lo hanno rinnegato tutti: uomini e donne di Israele, meno poche donne... Non nomino i nipoti ed Alfeo di Sara. Essi erano parenti e amici. Ma gli altri!... E neppure hanno avuto il coraggio satanico di mentire per salvarsi, né il coraggio spirituale di pentirsene e piangere, né quello ancor più alto di riconoscere pubblicamente l'errore. Sei un povero uomo. Lo eri, anzi. Finché presumesti di te. Ora sei un uomo. Domani sarai un santo. Ma, anche non fossi qual sei, io ti avrei perdonato lo stesso. Avrei perdonato a Giuda, pure di salvargli lo spirito. Perché il valore di uno spirito, anche di uno solo, merita ogni sforzo per superare ripugnanze e risentimenti, sino ad esserne spezzati. Ricòrdatelo, Pietro. Te lo ripeto: Il valore di un 'anima e tale che, a costo di morirne per lo sforzo di subirla vicino, bisogna tenerla così, fra le braccia, come io tengo la tua testa canuta, se si capisce che, tenendola così, la si può salvare. Così. Come una madre che, dopo il castigo paterno, prende sul cuore il capo del figlio colpevole, e più colle parole del suo cuore straziato che batte, che batte d'amore e dolore, che con le percosse paterne, ravvede ed ottiene. Pietro del mio Figlio, povero Pietro che sei stato, come tutti, in mano di Satana in quest'ora di tenebre, e non te ne sei accorto, e credi di avere fatto tutto da te, vieni, vieni qui, sul cuore della Madre dei figli del mio Figlio. Qui non può Satana farti più male. Qui si calmano le tempeste e in attesa del sole - Gesù mio che risusciterà per dirti: "Pace, Pietro mio - sorge la stella del mattino. Pura, bella, e facente puro e bello tutto ciò che essa bacia, come avviene sulle chiare acque del nostro mare nelle fresche mattine di primavera. Per questo ti ho tanto desiderato. Ai piedi della Croce io ero martirizzata per Lui e per voi e - come non lo hai sentito? - e chiamavo i vostri spiriti così forte che io credo che essi vennero realmente a me. E, chiusi nel mio cuore, anzi, deposti sul mio cuore, come i pani della proposizione, io li ho tenuti sotto il lavacro del suo Sangue e del suo pianto. Io potevo, perché Egli, in Giovanni, mi ha fatta Madre di tutta la sua prole... Quanto ti ho desiderato!... In quella mattina, in quel pomeriggio, e notte e nuovo giorno... Perché tanto hai fatto attendere una madre, povero Pietro ferito e calpestato dal Demonio? Non sai che è compito delle madri ravviare, guarire, perdonare, condurre? Io ti conduco a Lui. Lo vorresti vedere? Vorresti vedere il suo sorriso per persuaderti che ti ama ancora? Si? Oh! allora staccati dal mio povero seno di donna e posa la fronte sulla sua fronte coronata, la tua bocca sulla sua bocca ferita, e bacialo il tuo Signore».

«È morto... Non potrò mai più».

«Pietro. Rispondi a me. Quale credi sia l'ultimo miracolo del tuo Signore?».

«Quello dell'Eucarestia. Anzi, no. Quello del soldato guarito là... là... Oh! non mi fare ricordare!...

«Una donna, fedele, amorosa, forte, lo ha raggiunto sul Calvario e gli ha asciugato il Volto. Ed Egli, per dire quanto può l'amore, ha fissato il suo Volto sul lino. Eccolo, Pietro. Questo ha ottenuto una donna, in ora di tenebre infernali e di corruccio divino. Solo perché amò. Ricòrdatelo questo, Pietro. Per le ore in cui ti sembrerà che il Demonio sia più forte di Dio. Dio era prigioniero degli uomini, già oppresso, condannato, flagellato, già morente... Eppure, poiché anche fra le più dure persecuzioni Dio è sempre Dio e, se sarà colpita l'Idea, intoccabile è Dio che la suscita, ecco che Dio, ai negatori, agli increduli, agli uomini degli stolti "perché", dei colpevoli "non può essere", dei sacrileghi "ciò che io non comprendo non è vero", risponde, senza parole, con questo lino. Guardalo. Un giorno, tu me lo hai detto, tu dicesti ad Andrea: "Il Messia manifestarsi a te? Non può essere vero!", e poi la tua ragione umana dovette piegare alla forza dello spirito, che vedeva il Messia là dove la ragione non lo vedeva. Un'altra volta, sul mare in tempesta, tu chiedesti: "Vengo, Maestro?", e poi, a mezza via, sull'acqua sconvolta, dubitasti dicendo: "L'acqua non mi può reggere" e, col dubbio per zavorra, per poco non affogavi. Solo quando contro la ragione umana prevalse lo spirito che seppe credere, potesti trovare l'aiuto di Dio. Un'altra dicesti: "Se Lazzaro è morto già da quattro giorni, a che siamo venuti? Per morire inutilmente". Perché non potevi, con la tua ragione umana, ammettere altra soluzione. E la tua ragione fu smentita dallo spirito che, indicandoti col risorto la gloria del Risuscitatore, ti mostrò che non inutilmente eravate andati. Un'altra, anzi più altre, dicesti, udendo il tuo Signore parlare di morte, e morte atroce: "Ciò non ti accadrà mai!". E tu vedi che smentita ha avuto la tua ragione. Io attendo, ora, di udire la parola del tuo spirito in quest'ultimo caso...».

«Perdono».

«Non questo. Un'altra parola».

«Credo».

«Un'altra».

«Non so...».

«Amo. Pietro, ama. Sarai perdonato. Crederai. Sarai forte. Sarai il Sacerdote e non il fariseo che opprime e non ha che formalismi e non fede attiva. Guardalo. Osa guardarlo. Tutti lo hanno guardato e venerato. Anche Longino... E tu non sapresti? Hai pure saputo rinnegarlo! Se non lo riconosci ora, attraverso il fuoco del mio materno, amoroso dolore che vi unisce, che vi rappacifica, non potrai più. Egli risorge. Come potrai guardarlo nel suo nuovo fulgore se non sai il suo Volto nel trapasso dal Maestro che conosci al Trionfatore che non conosci? Perché il dolore, tutto il Dolore dei secoli e del mondo, lo ha lavorato con scalpello e mazzuolo in quelle ore che vanno dal vespero del Giovedì all'ora di nona del Venerdì. E hanno mutato il suo Volto. Prima era solo il Maestro e l'Amico. Ora è il Giudice e Re. È salito sul suo seggio per giudicare. E si è cinto il serto. Così resterà. Solo che, dopo la gloriosa Risurrezione, sarà non più l'Uomo Giudice e Re. Ma il Dio Giudice e Re. Guardalo. Guardalo, mentre l'Umanità e il Dolore lo velano, per poterlo guardare quando trionferà nella Divinità sua».

Pietro alza finalmente il capo dal grembo di Maria e guarda Lei, col suo occhio arrossato di pianto in un volto di vecchio bambino, desolato e stupito del male fatto e del tanto bene che trova.

Maria lo forza a guardare il suo Signore. E allora, mentre Pietro, come davanti ad un volto vivo, geme: «Perdono, perdono! Non so come fu. Che fu. Non ero io. Era qualcosa che mi faceva non essere io. Ma io ti amo, Gesù! Ti amo, Maestro mio! Torna! Torna! Non andartene così, senza dirmi che mi hai capito! », Maria ripete l'atto già fatto nella camera sepolcrale. Con le braccia protese, in piedi, pare la sacerdotessa nell'attimo dell'offerta. E come là ha offerto l'Ostia senza macchia, qui offre il peccatore pentito. È ben la Madre dei santi e dei peccatori! E poi alza Pietro. Lo consola ancora. E gli dice: «Ora sono più contenta. Ti so qui. Adesso tu vai. Di là. Con le donne e Giovanni. Avete bisogno di riposo e di cibo. Vai. E sii buono...», come ad un bambino.

E mentre poi, nella casa che, più calma in questa notte seconda dalla sua morte, tende a tornare alle umane abitudini del sonno e del cibo, e mostra l'aspetto stanco e rassegnato delle abitazioni dove i superstiti rinvengono piano dal colpo della morte, Maria sola vuole restare in piedi. Ferma al suo posto. Nella sua attesa. Nella sua preghiera. Sempre. Sempre. Sempre. Per i vivi e per i morti. Per i giusti e i colpevoli. Per il ritorno. Il ritorno. Il ritorno del Figlio.

La cognata ha voluto stare con Lei. Ma ora dorme pesantemente, seduta in un angolo, con la testa riversa contro il muro. Marta e Maria vengono due volte, ma poi, assonnate, si ritirano in una stanza vicina e dopo qualche parola piombano loro pure nel sonno... E più oltre, in una cameretta piccola come un gingillo, dorme Salome con Susanna, mentre, su due stuoie gettate al suolo, dormono rumorosamente Pietro e Giovanni. Il primo con ancora un meccanico singhiozzo sperso nel suo russare. Il secondo con un sorriso di bambino che sogna qualche lieta visione.

La vita riprende i suoi atti e la carne i suoi diritti... Solo la Stella del Mattino splende insonne, col suo amore che veglia presso l'effigie del Figlio.

E la notte del Sabato Santo passa così. Finché il canto del gallo, alla prima schiarita dell'alba, non fa sorgere in piedi con un grido Pietro. E il suo grido spaurito e doloroso sveglia gli altri dormenti.

È finita la tregua per essi. E rincomincia la pena. Mentre per Maria non fa che accrescersi l'ansia dell'attesa.

 

616. Il mattino della Risurrezione. Preghiera di Maria

 

Le donne riprendono i loro lavori agli oli, che nella notte, al fresco del cortile, si sono solidificati in una manteca pesante.

Giovanni e Pietro pensano che è bene mettere a posto il Cenacolo, pulendo le stoviglie, ma poi rimettendo tutto come fosse appena finita la Cena.

«Egli lo ha detto», dice Giovanni.

«Aveva anche detto: "Non dormite"! Aveva detto: "Non essere superbo, Pietro. Non sai che l'ora della prova sta per venire?". E... e ha detto: "Tu mi rinnegherai... "». Pietro piange di nuovo mentre dice con cupo dolore: «e io l'ho rinnegato!».

«Basta, Pietro! Ora sei tornato tu. Basta di questo tormento!».

«Mai, mai basta. Divenissi vecchio come i primi patriarchi, vivessi i settecento o i novecento anni di Adamo e dei suoi primi nipoti, io non cesserò mai di avere questo tormento».

«Non speri nella sua misericordia?».

«Sì. Se non credessi a questo, sarei come l'Iscariota: un disperato. Ma, e anche Lui mi perdona dal seno del Padre dove è tornato, io non mi perdono. Io! Io! Io che ho detto: "Non lo conosco", perché in quel momento era pericoloso conoscerlo, perché ho avuto vergogna d'essergli discepolo, perché ho avuto paura della tortura... Lui andava a morire e io... io ho pensato a salvarmi la vita. E per salvarla l'ho respinto, come una donna in peccato, dopo averlo partorito, respinge il frutto del suo seno, che è pericoloso avere presso, prima che torni il marito ignaro. Peggio di un'adultera sono... peggio di...».

Entra, attirata dalle grida, Maria Maddalena. «Non urlare così. Maria ti sente. È tanto sfinita! Non ha più forza di nulla, e tutto le fa male. I tuoi gridi inutili e scomposti le tornano a dare il tormento di ciò che voi foste...».

«Vedi? Vedi, Giovanni? Una femmina può impormi di tacere. E ha ragione. Perché noi, i maschi sacri al Signore, abbiamo saputo solo mentire o scappare. Le donne sono state brave. Tu, poco più di una donna, tanto sei giovane e puro, hai saputo rimanere. Noi, noi, i forti, i maschi, siamo fuggiti. Oh! che disprezzo deve avere il mondo di me! Dimmelo, dimmelo, donna! Hai ragione! Mettimi il tuo piede sulla bocca che ha mentito. Sulla suola del sandalo c'è forse un poco del suo Sangue. E solo quel Sangue, mescolato al fango della via, può dare un poco di perdono, un poco di pace al rinnegato. Devo pure abituarmi al disprezzo del mondo! Che sono io? Ma ditelo: che sono?».

«Sei una grande superbia», risponde calma la Maddalena. «Dolore? Anche quello. Ma credi pure che, su dieci parti del tuo dolore, cinque, per non offenderti col dire sei, sono del dolore di essere uno che può essere disprezzato. Ma che davvero io ti disprezzerò se continui solo a gemere e a dare in smanie, giusto come fa una femmina stolta! Il fatto è fatto. E non sono i gridi scomposti che lo riparano e annullano. Non fanno che attirare l'attenzione e mendicare una compassione che non si merita. Sii virile nel tuo pentimento. Non strillare. Fai. Io... tu lo sai chi ero... Ma, quando ho capito che ero più sprezzabile di un vomito, non sono andata in convulsioni. Ho fatto. Pubblicamente. Senza indulgere con me e senza chiedere indulgenza. Il mondo mi sprezzava? Aveva ragione. Lo avevo meritato. Il mondo diceva: "Un nuovo capriccio della prostituta" e dava un nome di bestemmia al mio andare a Gesù? Aveva ragione. La mia condotta di prima il mondo la ricordava, ed essa giustificava ogni pensiero. Ebbene? Il mondo si è dovuto persuadere che Maria peccatrice non era più. Ho, coi fatti, persuaso il mondo. Fa' tu altrettanto, e taci».

«Sei severa, Maria», obbietta Giovanni.

«Più con me che cogli altri. Ma lo riconosco. Non ho la mano leggera della Madre. Lei è l'Amore. Io... oh! io! Ho spezzato il mio senso con la sferza del mio volere. E più lo farò. Credi che mi sia perdonata, io, di essere stata la Lussuria? No. Ma non lo dico altro che alla mia persona. E sempre me lo dirò. Consumata morirò in questo segreto rimpianto di essere stata la corruttrice di me stessa, in questo inconsolabile dolore di essermi profanata e di non avere potuto dare a Lui che un cuore calpestato... Vedi... io ho lavorato più di tutte ai balsami... E con più coraggio delle altre io lo scoprirò... Oh! Dio! come sarà ormai! (Maria di Magdala impallidisce solo a pensarlo). E lo coprirò di nuovi balsami, levando quelli che saranno certo tutti corrotti sulle sue piaghe senza numero.... Lo farò, perché le altre sembreranno convolvoli dopo un'acquata... Ma ho dolore di farlo con queste mie mani che hanno dato tante carezze lascive, di accostarmi con questa mia carne macchiata alla sua santità... Vorrei... vorrei avere la mano della Madre Vergine per compiere l'ultima unzione...».

Maria ora piange piano, senza sussulti. Come diversa dalla Maddalena teatrale che sempre ci presentano! È lo stesso pianto senza rumore che aveva il giorno del suo perdono nella casa del Fariseo.

«Tu dici che... le donne avranno paura?», le chiede Pietro.

«Non paura... Ma si turberanno davanti al suo Corpo, certo già corrotto... gonfio... nero. E poi, questo è certo, avranno paura delle guardie».

«Vuoi che venga io? Io con Giovanni?».

«Ah! questo no! Noi si esce tutte. Perché, come fummo tutte lassù, così è giusto che tutte si sia intorno al suo letto di morte. Tu e Giovanni rimanete qui. Lei non può restare sola!...».

«Non viene Lei?».

«Non la lasciamo venire!».

«Lei è convinta che risorga... E tu?».

«Io, dopo Maria, sono quella che più credo. Ho creduto sempre che così potesse essere. Lui lo diceva. E Lui non mente mai... Lui!... Oh! prima lo chiamavo Gesù, Maestro, Salvatore, Signore... Ora, ora lo sento tanto grande che non so, non oso più dargli un nome... Che gli dirò quando lo vedrò?...»

«Ma credi proprio che risorga?..»

«Un altro! Oh! A suon di dirvi che credo e di sentirvi dire che non credete, finirò col non credere più neppure io! Ho creduto e credo. Ho creduto e gli ho da tempo preparato la veste. E per domani, perché domani è il terzo giorno, la porterò qui, pronta...».

«Ma se dici che sarà nero, gonfio, brutto?».

«Brutto mai. Brutto è il peccato. Ma... ma sì! Sarà nero. Ebbene? Lazzaro non era già marcio? Eppure risorse. Ed ebbe la carne risarcita. Ma, ma se lo dico!... Tacete, miscredenti! Anche in me la ragione umana mi dice: "È morto e non sorgerà". Ma il mio spirito, il "suo" spirito, perché io ho avuto un nuovo spirito da Lui, grida, e sembrano squilli di argentee tube: "Sorge! Sorge! Sorge!". Perché mi sbattete come una navicella contro la scogliera del vostro dubitare? Io credo! Credo, mio Signore! Lazzaro ha ubbidito con strazio al Maestro ed è rimasto a Betania... Io, che so chi è Lazzaro di Teofilo, un forte, non un leprotto pavido, posso misurare il suo sacrificio di rimanere nell'ombra e non presso il Maestro. Ma ha ubbidito. Più eroico in questa ubbidienza che se l'avesse strappato con le armi agli armati. Io ho creduto e credo. E qui sto. In attesa come Lei. Ma lasciatemi andare. Il giorno sorge. Appena ci si vedrà a sufficienza, noi andremo al Sepolcro...».

E la Maddalena se ne va, col suo viso bruciato dal pianto, ma sempre forte. Rientra da Maria.

«Che aveva Pietro?».

«Una crisi di nervi. Ma gli è passata».

«Non essere dura, Maria. Soffre».

«Anche io. Ma vedi che non ti ho chiesto neppure una carezza. Lui è stato già medicato da te... E io invece penso che solo tu, Madre mia, hai bisogno di balsamo. Madre mia, santa, amata! Ma fa' cuore... Domani è il terzo giorno. Ci chiuderemo qui dentro noi due: le sue innamorate. Tu, l'Innamorata santa; io, la povera innamorata... Ma come posso lo sono, con tutta me stessa. E lo aspetteremo... Loro, quelli che non credono, li chiuderemo di là, coi loro dubbi. E qui metterò tante rose... Oggi farò portare il cofano... Ora passerò dal palazzo e darò ordine a Levi. Via tutte queste orribili cose! Non le deve vedere il nostro Risorto... Tante rose... E tu ti metterai una veste nuova... Non deve vederti così. Io ti pettinerò, ti laverò questo povero volto che il pianto ha sfigurato. Eterna fanciulla, io ti farò da madre... Avrò, infine, la beatitudine di avere cure materne per una creatura più innocente di un neonato! Cara!», e con la sua esuberanza affettiva la Maddalena si stringe al petto il capo di Maria, che è seduta, la bacia, la carezza, le ravvia le lievi ciocche dei capelli scomposti dietro le orecchie, le asciuga le nuove lacrime che scendono ancora, ancora, sempre, col lino della sua veste...

Entrano le donne con lumi e anfore e vasi dalle ampie bocche. Maria d'Alfeo porta un pesante mortaio.

«Non si può stare fuori. C'è un poco di vento e spegne le lampade», spiega.

Si pongono in un lato. Su un tavolo, stretto ma lungo, pongono tutte le loro cose, e poi dànno un ultimo tocco ai loro balsami, mescendo nel mortaio, su una polvere bianca che estraggono a manciate da un sacchetto, la già pesante manteca delle essenze. Mescolano lavorando di lena e poi empiono un vaso dall'ampia bocca. Lo pongono al suolo. Ripetono con un altro la stessa operazione. Profumi e lacrime cadono sulle resine.

Maria Maddalena dice: «Non era questa l'unzione che speravo poterti preparare». Perché è la Maddalena che, più esperta di tutte, ha sempre regolato e diretto la composizione del profumo, tanto acuto che pensano di aprire la porta e di socchiudere la finestra sul giardino, che appena inalba.

Tutte piangono più forte dopo l'osservazione sommessa della Maddalena.

Hanno finito. Tutti i vasi sono pieni.

Escono con le anfore vuote, il mortaio ormai inutile, e molte lucerne. Ne restano due sole nella stanzetta e tremano, pare singhiozzino anche esse col palpitare della loro luce...

Rientrano le donne e chiudono di nuovo la finestra, perché l'alba è freddina. Si pongono i mantelli e prendono delle ampie sacche in cui collocano i vasi del balsamo.

Maria si alza e cerca il suo mantello. Ma tutte le si affollano intorno persuadendola a non venire.

«Non ti reggi, Maria. Sono due giorni che non prendi cibo. Un poco d'acqua soltanto».

«Sì, Madre. Faremo presto e bene. E torneremo subito».

«Non temere. Lo imbalsameremo come un re. Vedi che balsamo prezioso componemmo! E quanto!...».

«Non trascureremo membro o ferita, e lo metteremo con le nostre mani a posto. Siamo forti e siamo madri. Lo metteremo come un bambino nella cuna. E agli altri non resterà che da chiudere il suo posto».

Ma Maria insiste: «È il mio dovere», dice. «L'ho curato sempre io. Solo, in questi tre anni che fu del mondo, ho ceduto ad altri la cura di Lui quando Egli mi era lontano. Ora che il mondo lo ha respinto e rinnegato, è di nuovo mio. E io torno la sua serva».

Pietro, che con Giovanni si era avvicinato all'uscio, non visto dalle donne, fugge sentendo queste parole. Fugge in qualche angolo nascosto per piangere sul suo peccato. Giovanni resta presso lo stipite. Ma non dice niente. Vorrebbe andare anche lui. Ma fa il sacrificio di rimanere presso la Madre.

Maria Maddalena riconduce Maria al suo sedile. Le si inginocchia davanti, l'abbraccia ai ginocchi alzando verso Lei il suo volto doloroso e innamorato, e le promette: «Egli, col suo Spirito, tutto sa e vede. Ma al suo Corpo, coi baci, io dirò il tuo amore, il tuo desiderio. Io so cosa è l'amore. So che pungolo, che fame è amare. Che nostalgia di esser con chi è l'amore per noi. E questo è anche nei vili amori che sembrano oro, e fango sono. Quando poi la peccatrice può sapere ciò che è l'amore santo per la Misericordia vivente, che gli uomini non hanno saputo amare, allora meglio può comprendere cosa è il tuo amore, Madre. Tu lo sai che io so amare. E tu sai che Egli lo ha detto, in quella sera del mio vero natale, là, sulle rive del nostro lago sereno, che Maria sa molto amare. Ora, questo mio esuberante amore, come acqua che trabocca da un bacino piegato, come roseto in fiore che si rovescia giù da una muraglia, come fiamma che, trovando esca, più si apprende e cresce, si è tutto riversato su Lui, e da Lui-Amore ha tratto nuova potenza... Oh! che la mia potenza d'amare non ha potuto sostituirsi a Lui sulla Croce!... Ma quello che per Lui fare non ho potuto - e patire, e sanguinare, e morire al suo posto, fra gli schemi di tutto il mondo, felice, felice, felice di soffrire al suo posto, e, ne sono certa, arso ne sarebbe stato lo stame della mia povera vita più dall'amore trionfale che dal patibolo infame, e sarebbe dalle ceneri sbocciato il nuovo, candido fiore della nuova vita pura, vergine, ignorante di tutto ciò che non è Dio - tutto questo che non ho potuto fare per Lui, per te lo posso fare ancora..., Madre che amo con tutto il mio cuore. Fidati di me. Io che ho saputo, in casa di Simone il fariseo, così dolcemente accarezzare i suoi piedi santi, ora, con l'anima che sempre più sboccia alla Grazia, saprò ancora più dolcemente accarezzare le sue membra sante, medicare le ferite, imbalsamarle più col mio amore, più col balsamo tratto dal mio cuore spremuto dall'amore e dal dolore, che non coll'unguento. E la morte non intaccherà quelle carni che tanto amore hanno dato e tanto ne ricevono. Fuggirà la Morte. Perché l'Amore è più forte di essa. È invincibile l'Amore. E io, Madre, col tuo perfetto, col mio totale, di amore imbalsamerò il mio Re d'Amore».

Maria bacia quest'appassionata che ha, finalmente, saputo trovare Chi merita tanta passione, e cede al suo pregare.

Le donne escono portando una lucerna. Nella stanza ne resta una sola. Ultima esce la Maddalena, dopo un ultimo bacio alla Madre che resta.

La casa è tutta buia e silenziosa. La strada è ancora oscura e solitaria.

Giovanni chiede: «Non mi volete proprio?».

«No. Puoi servire qui. Addio».

Giovanni torna da Maria. «Non mi hanno voluto...», dice piano.

«Non te ne mortificare. Esse da Gesù. Tu da me. Giovanni, preghiamo un poco insieme. Dove è Pietro?».

«Non so. Per la casa. Ma non lo vedo. È... Lo credevo più forte... Anche io ho pena, ma lui...».

«Lui ha due dolori. Tu uno solo. Vieni. Preghiamo anche per lui».

E Maria dice lentamente il Pater noster. Poi carezza Giovanni: «Va' da Pietro. Non lo lasciare solo. È stato tanto nelle tenebre, in queste ore, che non sopporta neppure la lieve luce del mondo. Sii l'apostolo del tuo fratello smarrito. Inizia da lui la tua predicazione. Sulla tua via, e lunga sarà, troverai sempre dei simili a lui. Col compagno comincia il lavoro...».

«Ma che devo dire?... Io non so... Tutto lo fa piangere...».

«Digli il Suo precetto d'amore. Digli che chi solamente teme non conosce ancora a sufficienza Dio, perché Dio è Amore. E se ti dice: "Io ho peccato", rispondigli che Dio ha tanto amato i peccatori che per essi ha mandato il suo Unigenito. Digli che a tanto amore va con amore risposto. E l'amore dà fiducia nel buonissimo Signore. Questa fiducia non ci fa temere il suo giudizio, perché con essa riconosciamo la Sapienza e Bontà divina, e diciamo: "Io sono una povera creatura. Ma Egli lo sa. E mi dà il Cristo come garanzia di perdono e colonna di sostegno. La mia miseria viene vinta dalla mia unione col Cristo". È nel nome di Gesù che tutto viene perdonato... Vai, Giovanni. Digli questo. Io resto qui, con Gesù mio...», e carezza il Sudario.

Giovanni esce, chiudendo la porta dietro di sé.

Maria si pone in ginocchio come la sera avanti, viso a Viso col velo della Veronica. E prega e parla col Figlio suo. Forte per dare forza agli altri, quando è sola piega sotto la sua schiacciante croce. Eppure ogni tanto, come una fiamma non più oppressa dal moggio, la sua anima si alza verso una speranza che in Lei non può morire. Che anzi cresce col passare delle ore. E dice la sua speranza anche al Padre. La sua speranza e la sua domanda.

 

(Qui Lei può mettere tale e quale è, perché non ha mutamento, la preghiera fatta lo scorso anno, il lamento di quest'alba pasquale, del 21 febbraio 1944).

 

«Gesù, Gesù! Non torni ancora? La tua povera Mamma non resiste più a saperti là morto. Tu l'hai detto e nessuno ti ha capito. Ma io ti ho capito! "Distruggete il Tempio di Dio ed Io lo riedificherò in tre giorni". Questo è l'inizio del terzo giorno. Oh! mio Gesù! Non attendere che sia compiuto per tornare alla vita, alla tua Mamma che ha bisogno di vederti vivo per non morire ricordandoti morto, che ha bisogno di vederti bello, sano, trionfante, per non morire ricordandoti in quello stato come ti ha lasciato!

Oh! Padre! Padre! Rendimi il Figlio mio! Che io lo veda tornato Uomo e non cadavere, Re e non condannato. Dopo, lo so, Egli tornerà a Te, al Cielo. Ma io l'avrò visto guarito da tanto male, l'avrò visto forte dopo tanto languore, l'avrò visto trionfante dopo tanta lotta, l'avrò visto Dio dopo tanta umanità patita per gli uomini. E mi sentirò felice anche perdendo la sua vicinanza. Lo saprò con Te, Padre santo, lo saprò fuori per sempre dal Dolore. Ora invece non posso, non posso dimenticare che è in un sepolcro, che è là ucciso per tanto dolore che gli hanno fatto, che Egli, il mio Figlio-Dio, è accomunato alla sorte degli uomini nel buio di un sepolcro, Egli, il tuo Vivente.

Padre, Padre, ascolta la tua serva. Per quel "sì"... Non ti ho mai chiesto nulla per la mia ubbidienza ai tuoi voleri; era la tua Volontà, e la tua Volontà era la mia; nulla dovevo esigere per il sacrificio della mia a Te, Padre santo. Ma ora, ma ora, per quel "sì" che ho detto all'Angelo messaggero, o Padre, ascoltami!

Egli è fuori dalle torture, perché tutto ha compiuto con l'agonia di tre ore dopo le sevizie del mattino. Ma io sono da tre giorni in questa agonia. Tu lo vedi il mio cuore e ne senti i palpiti. Il nostro Gesù l'ha detto che non cade piuma di uccello che Tu non la veda, che non muore fiore nel campo che Tu non ne consoli l'agonia col tuo sole e la tua rugiada. Oh, Padre, io muoio di questo dolore! Trattami come il passero che rivesti di nuova piuma e il fiore che scaldi e disseti nella tua pietà. Io muoio assiderata dal dolore.

Non ho più sangue nelle vene. Una volta è divenuto tutto latte per nutrire il Figlio tuo e mio; ora è divenuto tutto pianto perché non ho più Figlio. Me l'hanno ucciso, ucciso, Padre, e Tu sai in che modo! Non ho più sangue! L'ho sparso con Lui nella notte del Giovedì, nel Venerdì funesto. Ho freddo come chi è svenato. Non ho più sole, poiché Egli è morto, il Sole mio santo, il Sole mio benedetto, il Sole nato dal mio seno per la gioia della sua Mamma, per la salute del mondo. Non ho più refrigerio, perché non ho più Lui, la più dolce delle fonti per la sua Mamma che beveva la sua parola, che si dissetava della sua presenza. Sono come un fiore in una arena disseccata. Muoio, muoio, Padre santo. E di morire non ne ho spavento, poiché anche Egli è morto. Ma come faranno questi piccoli, il piccolo gregge del Figlio mio, così debole, così pauroso, così volubile, se non c'è chi lo sorregge? Sono nulla, Padre. Ma per i desideri del Figlio mio sono come una schiera d'armati. Difendo, difenderò la sua Dottrina e la sua eredità così come una lupa difende i lupicini. Io, agnella, mi farò lupa per difendere ciò che è del Figlio mio e, perciò, ciò che è tuo.

Tu lo hai visto, Padre. Otto giorni or sono questa città ha spogliato i suoi ulivi, ha spogliato le sue case, ha spogliato i suoi giardini, ha spogliato i suoi abitanti e si è fatta roca per gridare: "Osanna al Figlio di Davide; benedetto Colui che viene nel nome del Signore". E mentre Egli passava sui tappeti di rami, di vesti, di stoffe, di fiori, se lo indicavano i cittadini dicendo: "È Gesù, il Profeta di Nazareth di Galilea. È il Re d'Israele". E mentre ancora non erano appassiti quei rami e la voce era ancor roca da tanto osannare, essi hanno mutato il loro grido in accuse e maledizioni ed in richieste di morte, e dei rami staccati per il trionfo hanno fatto randelli per percuotere il tuo Agnello che conducevano alla morte.

Se tanto hanno fatto mentre Egli era fra loro e parlava loro, e sorrideva loro, e li guardava con quel suo occhio che stempra il cuore, e ne tremano persin le pietre se ne son guardate, e li beneficava e li ammaestrava, che faranno quando Egli sarà tornato a Te?

I suoi discepoli, lo hai visto. Uno lo ha tradito, gli altri sono fuggiti. È bastato che Egli fosse percosso perché fuggissero come pecore vili, e non hanno saputo stargli intorno mentre moriva. Uno solo, il più giovane, è rimasto. Ora viene l'anziano. Ma ha già saputo rinnegare una volta. Quando Gesù non sarà più qui a guardarlo, saprà permanere nella Fede?

Io sono un nulla, ma un po' del mio Figlio è in me, ed il mio amore mette il colmo alla mia manchevolezza e la annulla. Divengo così qualcosa di utile alla causa del tuo Figlio, alla sua Chiesa, che non troverà mai pace e che ha bisogno di mettere radici profonde per non essere divelta dai venti. Io sarò Colei che la cura. Come ortolana solerte veglierò perché cresca forte e diritta nel suo mattino. Poi non mi preoccuperà morire. Ma vivere non posso se resto più a lungo senza Gesù.

Oh! Padre, che hai abbandonato il Figlio per il bene degli uomini ma poi lo hai confortato, perché certo l'hai accolto sul tuo seno dopo la morte, non lasciarmi oltre nell'abbandono. Io lo patisco e lo offro per il bene degli uomini. Ma confortami, ora, Padre. Padre, pietà! Pietà, Figlio mio! Pietà, divino Spirito! Ricòrdati della tua Vergine!».

Dopo, prostrata fino a terra, Maria pare pregare col suo atto oltre che col suo cuore. È proprio una povera cosa abbattuta. Pare quel fiore morto di sete di cui Ella ha parlato. Non avverte neppure lo scuotìo di un breve ma violento terremoto che fa urlare e fuggire il padrone e la padrona di casa, mentre Pietro e Giovanni, pallidi come morti, si trascinano fin sulla soglia della stanza. Ma, vedendola così assorta nel suo orare, dimentica, lontana da tutto quello che non è Dio, si ritirano chiudendo la porta e tornano spauriti nel Cenacolo.

 

617. La Risurrezione

 

Rivedo la letificante e potente Risurrezione di Cristo.

 

Nell'ortaglia è tutto silenzio e brillio di rugiade. Sopra di essa un cielo che si fa di uno zaffiro sempre più chiaro, dopo avere lasciato il suo blu-nero trapunto di stelle che per tutta la notte aveva vegliato sul mondo. L'alba respinge da oriente ad occidente queste zone ancora oscure, come fa l'onda durante un'alta marea che sempre più avanza, coprendo il lido scuro e sostituendo il bigio nero dell'umida rena e della scogliera coll'azzurro dell'acqua marina.

Qualche stellina non vuole ancora morire e occhieggia sempre più debole sotto l'onda di luce bianco verdina dell'alba, di un latteo sfumato di bigio, come le fronde degli ulivi assonnati che fanno corona a quel poggio poco lontano. E poi naufraga sommersa dall'onda dell'alba, come una terra che l'acqua sormonta. E ce ne è una di meno... E poi ancora una di meno... e un'altra, e un'altra. Il cielo perde i suoi greggi di stelle e solo là, sull'estremo occidente, tre, poi due, poi una, restano a riguardare quel prodigio quotidiano che è l'aurora che sorge.

Ed ecco che, quando un filo di rosa mette una linea sulla seta turchese del cielo orientale, un sospiro di vento passa sulle fronde e sulle erbe, e dice: «Destatevi. Il giorno è risorto». Ma non sveglia che le fronde e le erbe, che rabbrividiscono sotto i loro diamanti di rugiada ed hanno un fruscio tenue, arpeggiato di gocce che cadono.

Gli uccelli ancora non si destano fra i rami folti di un altissimo cipresso che pare domini come un signore nel suo regno, né nell'aggrovigliato intreccio di una siepe di allori che fa riparo al vento di tramontano.

Le guardie, annoiate, infreddolite, assonnate, in varie pose vegliano il Sepolcro, la cui porta di pietra è stata rinforzata, al suo orlo, da un grosso strato di calcina, come fosse un contrafforte, sul bianco opaco della quale spiccano i larghi rosoni di cera rossa, impressi con altri, direttamente nella calcina fresca, del sigillo del Tempio.

Le guardie devono avere acceso un fuochetto nella notte, perché vi è della cenere e dei tizzi mal bruciati al suolo, e devono avere giuocato e mangiato, perché sono ancora sparsi resti di cibo e dei piccoli ossi puliti, certo usati per qualche giuoco, uso il nostro domino o il nostro fanciullesco giuoco delle biglie, giocati su una primitiva scacchiera tracciata sul sentiero. Poi si sono stancate ed hanno lasciato tutto in asso, cercando pose più o meno comode per dormire o per vegliare.

Nel cielo, che ora ha, all'oriente, una plaga tutta rosata che sempre più si estende nel cielo sereno, dove peraltro ancora non è raggio di sole, si affaccia, venendo da profondità sconosciute, una meteora splendentissima che scende, palla di fuoco di insostenibile splendore, seguita da una scia rutilante, che forse non è altro che il ricordo del suo fulgore nella nostra retina. Scende velocissima verso la Terra, spargendo una luce così intensa, fantasmagorica, paurosa nella sua bellezza, che la luce rosata dell'aurora se ne annulla, superata da questa incandescenza bianca.

Le guardie alzano il capo stupite, anche perché, con la luce, viene un boato potente, armonico, solenne, che empie di sé tutto il Creato. Viene da profondità paradisiache. È l'alleluia, il gloria angelico, che segue lo Spirito del Cristo che torna nella sua Carne gloriosa.

La meteora si abbatte contro l'inutile serrame del Sepolcro, lo divelle, lo atterra, fulmina di terrore e di fragore le guardie messe a carcerieri del Padrone dell'Universo, dando, col suo tornare sulla Terra, un nuovo terremoto, come lo aveva dato quando dalla Terra era fuggito questo Spirito del Signore. Entra nel buio Sepolcro, che si fa tutto chiaro della sua luce indescrivibile, e mentre questa permane sospesa nell'aria immobile, lo Spirito si rinfonde nel Corpo immoto sotto le funebri bende.

Tutto questo non in un minuto, ma in frazione di minuto, tanto l'apparire, lo scendere, il penetrare e scomparire della Luce di Dio è stato rapido...

Il «Voglio» del divino Spirito alla sua fredda Carne non ha suono. Esso è detto dall'Essenza alla Materia immobile. Ma nessuna parola viene percepita da orecchio umano.

La Carne riceve il comando e ubbidisce ad esso con un fondo respiro...

Null'altro per qualche minuto.

Sotto il sudario e la sindone la Carne gloriosa si ricompone in bellezza eterna, si desta dal sonno di morte, ritorna dal «niente» in cui era, vive dopo essere stata morta. Certo il cuore si desta e dà il primo battito, spinge nelle vene il gelato sangue superstite e subito ne crea la totale misura nelle arterie svuotate, nei polmoni immobili, nel cervello oscurato, e riporta calore, sanità, forza, pensiero.

Un altro attimo, ed ecco un moto repentino sotto la sindone pesante. Così repentino che, dall'attimo in cui Egli certo muove le mani incrociate al momento in cui appare in piedi imponente, splendidissimo nella sua veste di immateriale materia, soprannaturalmente bello e maestoso, con una gravità che lo muta e lo eleva pur lasciandolo Lui, l'occhio fa appena in tempo ad afferrarne i trapassi.

Ed ora lo ammira: così diverso da quanto la mente ricorda, ravviato, senza ferite né sangue, ma solo sfolgorante della luce che scaturisce a fiotti dalle cinque piaghe e si emana da ogni poro della sua epidermide.

Quando muove il primo passo - e nel moto i raggi scaturenti dalle Mani e dai Piedi lo aureolano di lame di luce: dal Capo innimbato di un serto, che è fatto dalle innumeri piccole ferite della corona che non dànno più sangue ma solo fulgore, all'orlo dell'abito quando, aprendo le braccia che ha incrociate sul petto, scopre la zona di luminosità vivissima che trapela dalla veste accendendola di un sole all'altezza del Cuore - allora realmente è la «Luce» che ha preso corpo. Non la povera luce della Terra, non la povera luce degli astri, non la povera luce del sole. Ma la Luce di Dio: tutto il fulgore paradisiaco che si aduna in un solo Essere e gli dona i suoi azzurri inconcepibili per pupille, i suoi fuochi d'oro per capelli, i suoi candori angelici per veste e colorito, e tutto quello che è, di non descrivibile con parola umana, il sopraeminente ardore della Ss. Trinità, che annulla con la sua potenza ardente ogni fuoco del Paradiso, assorbendolo in Sé per generarlo nuovamente ad ogni attimo del Tempo eterno, Cuore del Cielo che attira e diffonde il suo sangue, le non numerabili stille del suo sangue incorporeo: i beati, gli angeli, tutto quanto è il Paradiso: l'amore di Dio, l'amore a Dio, tutto questo è la Luce che è, che forma il Cristo Risorto.

Quando si sposta, venendo verso l'uscita, e l'occhio può vedere oltre il suo fulgore, ecco che due luminosità bellissime, ma simili a stelle rispetto al sole, mi appaiono l'una di qua, l'altra di là della soglia, prostrate nell'adorazione al loro Dio, che passa avvolto nella sua luce, beatificante nel suo sorriso, ed esce, abbandonando la funebre grotta e tornando a calpestare la terra, che si desta di gioia e splende tutta nelle sue rugiade, nei colori delle erbe e dei roseti, nelle infinite corolle dei meli, che si aprono per un prodigio al primo sole che le bacia e al Sole eterno che sotto esse procede.

Le guardie sono là, tramortite... Le forze corrotte dell'uomo non vedono Dio, mentre le forze pure dell'universo - i fiori, le erbe, gli uccelli - ammirano e venerano il Potente che passa in un nimbo di luce sua propria e in un nimbo di luce solare.

Il suo sorriso, lo sguardo che si posa sui fiori, sulle ramaglie, che si alza al cielo sereno, tutto aumenta in bellezza. E più soffici e sfumati di un setoso rosare sono i milioni di petali che fanno una spuma fiorita sul capo del Vincitore. E più vividi sono i diamanti delle rugiade. E più azzurro è il cielo che specchia i suoi Occhi fulgenti, e festoso il sole che pennella di letizia una nuvoletta portata da un vento leggero, che viene a baciare il suo Re con fragranze rapite ai giardini e con carezze di petali setosi.

Gesù alza la Mano e benedice e poi, mentre più forte cantano gli uccelli e profuma il vento, mi scompare alla vista, lasciandomi in una letizia che cancella anche il più lieve ricordo di tristezze e sofferenze e titubanze sul domani...

 

618. Gesù risorto appare alla Madre

 

Maria ora è prostrata col volto a terra. Pare una povera cosa abbattuta. Pare quel fiore morto di sete di cui Ella ha parlato.

La finestra chiusa si apre con un impetuoso sbattimento delle pesanti imposte e, col raggio del primo sole, entra Gesù.

Maria, che s’è scossa al rumore e che alza il capo per vedere che vento abbia aperto le imposte, vede il suo raggiante Figlio: bello, infinitamente più bello di quando ancora non aveva patito, sorridente, vivo, luminoso più del sole, vestito di un bianco che par luce tessuta, e che si avanza verso di Lei.

Ella si raddrizza sui ginocchi e, congiungendo le mani sul petto, in croce, dice con un singhiozzo che è riso e pianto: «Signore, mio Dio». E resta così rapita nel contemplarlo, col viso tutto lavato di lacrime ma fatto sereno, pacificato dal sorriso e dall'estasi.

Ma Egli non la vuole vedere, la sua Mamma, in ginocchio come una serva. E la chiama, tendendole le Mani dalle cui ferita escono raggi che fanno ancor più luminosa la sua Carne gloriosa: «Mamma!».

Ma non è la parola accorata dei colloqui e degli addii avanti la Passione, né il lamento straziato dell'incontro sul Calvario e dell'agonia. È un grido di trionfo, di gioia, di liberazione, di festa, di amore, di gratitudine.

E si curva sulla sua Mamma, che non osa toccarlo, e le mette le sue Mani sotto i gomiti piegati, e la alza in piedi e la stringe al Cuore e la bacia.

Oh! allora Maria comprende che non è una visione, che è il Figlio realmente risorto, che è il suo Gesù, il Figlio che l'ama da Figlio ancora. E con un grido gli si getta al collo e lo abbraccia e lo bacia, ridendo nel pianto. Lo bacia sulla Fronte dove non sono più ferite, sulla Testa non più spettinata e sanguinosa, sugli Occhi fulgidi, sulle Guance risanate, sulla Bocca non più enfiata. E poi gli prende le Mani e ne bacia il dorso e la palma, sulle raggianti ferite, e d'un subito si curva ai suoi Piedi e li scopre da sotto la veste splendente e li bacia. Poi si alza, lo guarda, non osa.

Ma Egli sorride e capisce. Socchiude la veste sul petto e dice: «E questa, Mamma, non la baci questa che t'ha fatto tanto male e che tu sola sei degna di baciare? Baciami sul Cuore, Mamma. Il tuo bacio mi leverà l'ultimo ricordo di tutto quanto è dolore, e mi darà quella gioia che ancora manca alla mia Gioia di Risorto». E prende fra le sue Mani il volto della Madre e ne appoggia le labbra sulle labbra della ferita del Costato, da cui escono fiotti di luce vivissima.

Il viso di Maria è aureolato da quella luce, tuffato come è nel suo raggio. Ella bacia, bacia, mentre Gesù la carezza. Non si stanca di baciare. Pare un assetato che abbia attaccato la bocca alla fonte e ne beva la vita che gli sfuggiva.

Ora Gesù parla.

«Tutto è finito, Mamma. Ora non hai più da piangere per il tuo Figlio. La prova è compiuta. La Redenzione è avvenuta. Mamma, grazie di avermi concepito, allevato, aiutato in vita e in morte.

Ho sentito venire a Me le tue preghiere. Esse sono state la mia forza nel dolore, le mie compagne nel mio viaggio sulla Terra ed oltre la Terra. Esse sono venute meco sulla Croce e nel Limbo. Erano l'incenso che precedeva il Pontefice, che andava a chiamare i suoi servi per portarli nel Tempio che non muore: nel mio Cielo. Esse sono venute meco in Paradiso, precedendo come voce angelica il corteo dei redenti guidati dal Redentore, perché gli angeli fossero pronti a salutare il Vincitore che tornava al suo Regno. Esse sono state udite e viste dal Padre e dallo Spirito, che ne hanno sorriso come del fiore più bello e del canto più dolce nati in Paradiso. Esse sono state conosciute dai Patriarchi e dai nuovi Santi, dai nuovi, primi cittadini della mia Gerusalemme, ed Io ti porto il loro grazie, Mamma, insieme al bacio dei parenti e alla loro benedizione e a quella del tuo sposo d'anima, Giuseppe.

Tutto il Cielo canta il suo osanna a te, Madre mia, Mamma santa! Un osanna che non muore, che non è bugiardo come quello dato a Me pochi giorni or sono.

Ora Io vado al Padre con la mia veste umana. Il Paradiso deve vedere il Vincitore nella sua veste d'Uomo con cui ha vinto il Peccato dell'Uomo. Ma poi verrò ancora. Devo confermare nella Fede chi non crede ancora ed ha bisogno di credere per portare altri a credere, devo fortificare i pusilli che avranno bisogno di tanta fortezza per resistere al mondo.

Poi salirò al Cielo. Ma non ti lascerò sola. Mamma, lo vedi quel velo? Ho, nel mio annichilimento, sprigionato ancora potenza di miracolo per te, per darti quel conforto. Ma per te compio un altro miracolo. Tu mi avrai, nel Sacramento, reale come ero quando mi portavi. Non sarai mai sola. In questi giorni lo sei stata.

Ma alla mia Redenzione occorreva anche questo tuo dolore. Molto va continuamente aggiunto alla Redenzione, perché molto sarà continuamente creato di Peccato. Chiamerò tutti i miei servi a questa compartecipazione redentrice. Tu sei quella che da sola farai più di tutti i santi insieme. Perciò ci voleva anche questo lungo abbandono. Ora non più.

Io non sono più diviso dal Padre. Tu non sarai più divisa dal Figlio. E, avendo il Figlio, hai la Trinità nostra. Cielo vivente, tu porterai sulla Terra la Trinità fra gli uomini e santificherai la Chiesa, tu, Regina del Sacerdozio e Madre dei Cristiani. Poi Io verrò a prenderti. E non sarò più Io in te, ma tu in Me, nel mio Regno, a far più bello il Paradiso.

Ora vado, Mamma. Vado a fare felice l'altra Maria. Poi salgo al Padre. Indi verrò a chi non crede.

Mamma. Il tuo bacio per benedizione. E la mia Pace a te per compagna. Addio».

E Gesù scompare nel sole che scende a fiotti dal cielo mattutino e sereno.

 

619. Le pie donne al Sepolcro

 

Le donne, intanto, uscite dalla casa camminano rasente al muro, ombre nell'ombra. Per qualche tempo tacciono, tutte imbacuccate e paurose di tanto silenzio e solitudine. Poi, rassicurandosi alla vista della calma assoluta che è in città, si riuniscono in gruppo e osano parlare.

«Saranno già aperte le porte?», chiede Susanna.

«Certo. Guarda là il primo ortolano che entra con le verdure. Va al mercato», risponde Salome.

«Ci diranno nulla?», chiede ancora Susanna.

«Chi?», domanda la Maddalena.

«I soldati, alla porta Giudiziaria. Di lì... entrano pochi ed escono meno ancora... Daremo sospetti...».

«E con ciò? Ci guarderanno. Vedranno cinque donne che vanno verso la campagna. Potremmo essere anche persone che, fatta la Pasqua, andiamo ai nostri paesi».

«Però... Per non dare nell'occhio a qualche malintenzionato, perché non usciamo da un'altra porta e poi giriamo rasente alle mura?...».

«Allungheremo la strada».

«Ma saremo più sicure. Prendiamo la porta dell'Acqua...».

«Oh! Salome! Se fossi in te, sceglierei la porta Orientale! Più lungo il giro dovresti fare! Occorre fare presto e tornare presto». È la Maddalena questa così recisa.

«Allora un'altra, ma non quella Giudiziaria. Sii buona...», pregano tutte.

«E va bene. Allora, posto che volete così, passiamo da Giovanna. Si è raccomandata di farglielo sapere. Se fossimo andate dirette, si poteva fare senza. Ma poiché volete fare un giro più lungo, passiamo da lei...».

«Oh! sì. Anche per le guardie messe là... Lei è nota e temuta...».

«Io direi di passare anche da Giuseppe d'Arimatea. È il padrone del luogo».

«Ma sì! Facciamo un corteo, adesso, per non dare nell'occhio! Oh! che pavida sorella che ho! Piuttosto, sai Marta? Facciamo così. Io vado avanti e guardo. Voi venite dietro con Giovanna. Mi metterò in mezzo alla via, se c'è del pericolo, e mi vedrete. E torneremo indietro. Ma vi assicuro che le guardie, davanti a questo - io ci ho pensato (e mostra una borsa piena di monete) - ci lasceranno fare tutto».

«Lo diremo anche a Giovanna. Hai ragione».

«Allora andate, che io vado».

«Vai sola, Maria? Io vengo con te», dice Marta timorosa per la sorella.

«No. Tu va' con Maria d'Alfeo da Giovanna. Salome e Susanna ti aspetteranno presso la porta, dalla parte di fuori delle mura. E poi verrete per la via maestra tutte insieme. Addio».

E Maria Maddalena tronca altri possibili commenti andandosene veloce con la sua borsa di balsami e le sue monete in seno.

Vola, tanto va lesta nella strada che si fa più lieta nel primo rosare dell'aurora. Passa la porta Giudiziaria per fare più presto. Né nessuno la ferma...

Le altre la guardano andare, poi volgono le spalle alla biforcazione di vie dove erano e ne prendono un'altra, stretta e oscura, che poi si apre, in prossimità del Sisto, in una più vasta e aperta in cui sono belle case. Si dividono ancora, Salome e Susanna procedendo per la via, mentre Marta e Maria d'Alfeo bussano al portone ferrato e si mostrano al finestrino (spioncino) che il portinaio socchiude.

Entrano e vanno da Giovanna che, già alzata e tutta vestita di un viola scurissimo che la fa ancora più pallida, manipola anche essa degli oli insieme alla nutrice e ad una servente.

«Siete venute? Dio ve ne compensi. Ma, non foste venute, sarei andata da me... Per trovare conforto... Perché molte cose sono rimaste turbate dopo quel tremendo giorno. E per non sentirmi sola devo andare contro quella pietra e bussare e dire: "Maestro, sono la povera Giovanna... Non mi lasciare sola anche Tu..."». Giovanna piange piano ma con molta desolazione, mentre Ester, la nutrice, fa dei grandi segni indecifrabili dietro le spalle della padrona, intanto che le mette il mantello.

«Io vado, Ester».

«Dio ti conforti!».

Escono dal palazzo per raggiungere le compagne. È in questo momento che avviene il breve e forte terremoto, che getta di nuovo nel panico i gerosolimitani, ancora terrorizzati dagli avvenimenti del Venerdì.

Le tre donne tornano sui loro passi, precipitosamente, e nell'ampio vestibolo, fra le serve e i servi urlanti e invocanti il Signore, stanno paurose di nuove scosse...

La Maddalena, invece, è proprio al limitare del viottolo che porta all'orto dell'Arimatea quando la coglie il boato potente, e pure armonico, di questo segno celeste, mentre, nella luce appena rosata dell'aurora che si avanza nel cielo, dove ancora a occidente resiste una tenace stella, e che fa bionda l'aria fino allora verdolina, si accende una grande luce, che scende come fosse un globo incandescente, splendidissimo, tagliando a zig-zag l'aria quieta.

Maria di Magdala ne è quasi sfiorata e rovesciata al suolo.

Si curva un momento mormorando: «Mio Signore!», e poi si raddrizza come uno stelo dopo il passar del vento e, ancora più ratta, corre verso l'ortaglia. Vi entra veloce, andando, come un uccello inseguito e cercante il nido, verso il sepolcro di roccia. Ma, per quanto vada veloce, non può essere là quando la celeste meteora fa da leva e di fiamma sul sigillo di calcina messo a rinforzo del pesante pietrone, né quando con fragore finale la porta di pietra cade, dando uno scuotio che si unisce a quello del terremoto che, se è breve, è di una violenza tale che atterra le guardie come morte.

Maria, sopraggiungendo, vede questi inutili carcerieri del Trionfatore gettati al suolo come un fascio di spighe falciate. Maria Maddalena non riconnette il terremoto con la Risurrezione. Ma, vedendo quello spettacolo, crede che sia il castigo di Dio sui profanatori del Sepolcro di Gesù, e cade a ginocchio dicendo: «Ahimé! Lo hanno rapito!».

È veramente desolata e piange come una bambina che sia venuta sicura di trovare il padre cercato e trovi invece vuota la dimora. Poi si alza e corre via per andare da Pietro e Giovanni. E, dato che più non pensa che ad avvisare i due, non ricorda di andare incontro alle compagne, di arrestarsi sulla via, ma veloce come una gazzella ripassa per la strada già fatta, supera la porta Giudiziaria e vola per le strade che sono un poco più animate, si abbatte contro il portone della casa ospitale e lo batte e lo scuote furiosamente.

Le apre la padrona. «Dove sono Giovanni e Pietro?», chiede affannosa Maria Maddalena.

«Là», e la donna indica il Cenacolo.

Maria di Magdala entra e, appena è dentro, davanti ai due stupiti dice, e nella voce tenuta bassa per pietà della Madre è più affanno che se avesse urlato, dice: «Hanno portato via il Signore dal Sepolcro! Chissà dove lo hanno messo!», e per la prima volta traballa e vacilla e, per non cadere, si afferra dove può.

«Ma come? Che dici?», chiedono i due.

E lei, con affanno: «Sono andata avanti... per comperare le guardie... perché ci lasciassero fare. Loro sono là come morte... Il Sepolcro è aperto, la pietra per terra... Chi? Chi sarà stato? Oh! venite! Corriamo...».

Pietro e Giovanni si avviano subito. Maria li segue per qualche passo. Poi torna indietro. Afferra la padrona di casa, la scrolla, violenta nel suo previdente amore, e le fischia in volto: «Guardati bene da far passare nessuno da Lei (e accenna la porta della stanza di Maria). Ricòrdati che io sono la tua padrona. Ubbidisci e taci».

E poi la lascia esterrefatta e raggiunge gli apostoli, che a gran passi vanno verso il Sepolcro...

 

...Susanna e Salome, intanto, lasciate le compagne e raggiunte le mura, vengono colte dal terremoto. Impaurite, si rifugiano sotto una pianta e stanno là, combattute fra la smania di andare verso il Sepolcro e quella di scappare presso Giovanna. Ma l'amore vince la paura e vanno verso il Sepolcro.

Entrano ancora sbigottite nell'ortaglia e vedono le guardie tramortite... vedono una grande luce uscire dal Sepolcro aperto. Si aumenta il loro sbigottimento e finisce di farsi completo quando, tenendosi per mano per farsi coraggio a vicenda, si affacciano sulla soglia e, nel buio della grotta sepolcrale, vedono una creatura luminosa e bellissima, dolcemente sorridente, salutarle dal posto dove sta: appoggiata a destra della pietra dell'unzione, che si annulla col suo grigio dietro a tanto incandescente splendore.

Cadono a ginocchi, sbalordite di stupore.

Ma l'angelo dolcemente parla loro: «Non abbiate timore di me. Sono l'angelo del divino Dolore. Sono venuto per bearmi della fine di esso. Più non è il dolore del Cristo, il suo avvilimento nella morte. Gesù di Nazaret, il Crocifisso che voi cercate, è risorto. Non è più qui! Vuoto è il posto dove era deposto. Giubilate con me. Andate. Dite a Pietro e ai discepoli che Egli è risorto e vi precede in Galilea. Là lo vedrete ancora per poco, secondo che ha detto».

Le donne cadono col volto a terra e quando lo alzano fuggono come fossero inseguite da un castigo. Sono terrorizzate e mormorano: «Ora morremo! Abbiamo visto l'angelo del Signore!».

Si calmano un poco in aperta campagna e si consigliano. Che fare? Se dicono ciò che hanno visto, non saranno credute. Se dicono anche di venire di là, possono essere accusate dai giudei di aver ucciso le guardie. No. Non possono dire nulla, né agli amici, né ai nemici...

Pavide, ammutolite, tornano da altra via verso casa. Entrano e si rifugiano nel Cenacolo. Neppure chiedono di vedere Maria... E là pensano che quanto hanno visto non sia che un inganno del Demonio. Umili come sono, giudicano che «non può essere che a loro sia stato concesso di vedere il messo di Dio. È Satana che le ha volute impaurire per allontanarle di là».

Piangono e pregano come due bambine impaurite da un incubo...

 

...Il terzo gruppo, quello di Giovanna, Maria d'Alfeo e Marta, visto che nulla succede di nuovo, si decide ad andare là dove certo le compagne attendono. Escono nelle strade, dove ormai vi è gente impaurita, che commenta il nuovo terremoto e lo ricollega ai fatti del Venerdì e vede anche quello che non c'è.

«Meglio se sono tutti spauriti! Forse lo saranno anche le guardie e non faranno eccezioni», dice Maria d'Alfeo.

E vanno svelte verso le mura. Ma, mentre loro vanno là, all'ortaglia sono già giunti Pietro e Giovanni, seguiti dalla Maddalena.

E Giovanni, più svelto, giunge per primo al Sepolcro. Le guardie non ci sono più. E più non c'è l'angelo. Giovanni si inginocchia, timoroso e dolente, sulla soglia spalancata, e per venerare e per cogliere qualche indizio dalle cose che vede. Ma non vede che ammucchiati per terra i pannilini messi sopra la sindone.

«Non c'è proprio, Simone! Maria ha visto bene. Vieni, entra, guarda».

Pietro, col fiato grosso per il gran correre fatto, entra nel Sepolcro. Aveva detto per via: «Io non oserò accostarmi a quel posto». Ma ora non pensa altro che a scoprire dove può essere il Maestro. E lo chiama anche, come Egli potesse essere nascosto in qualche angolo buio.

L'oscurità, in questa ora mattutina, è ancora forte nel profondo del Sepolcro, a cui dà luce solo la piccola apertura della porta su cui ora fanno ombra Giovanni e la Maddalena... E Pietro stenta a vedere, e deve aiutarsi con le mani a vedere... Tocca, e trema, il tavolo dell'unzione e lo sente vuoto...

«Non c'è, Giovanni! Non c'è!... Oh! vieni anche tu! Io ho tanto pianto che non ci vedo quasi in questa poca luce».

Giovanni si alza in piedi ed entra. E, mentre lo fa, Pietro scopre il sudario posto in un angolo, ben piegato e con dentro la sindone arrotolata con cura.

«Lo hanno proprio rapito. Le guardie erano non per noi, ma per fare questo... E noi l'abbiamo lasciato fare. Coll'andarcene lo abbiamo permesso!...».

«Oh! dove lo avranno messo?».

«Pietro! Pietro! Ora... è proprio finita!».

I due discepoli escono annientati.

«Andiamo, donna. Tu lo dirai alla Madre...».

«Io non vengo via. Sto qui... Qualcuno verrà... Oh! io non vengo... Qui c'è ancora qualcosa di Lui. Aveva ragione la Madre... Respirare l'aria dove Egli fu è l'unico sollievo che ci resta».

«L'unico sollievo... Ora lo vedi tu pure che era fola sperare...», dice Pietro.

Maria neppure risponde. Si accascia al suolo, proprio presso la porta, e piange, mentre gli altri vanno via lentamente.

Poi alza il capo e guarda dentro, e fra le lacrime vede due angeli seduti a capo e a piedi della pietra dell'unzione. È tanto intontita la povera Maria, nella sua più fiera battaglia fra la speranza che muore e la fede che non vuole morire, che li guarda inebetita, senza neppure stupirsene. Non ha più altro che lacrime la forte che a tutto ha resistito da eroina.

«Perché piangi, donna?», chiede uno dei due luminosi fanciulli, perché di adolescenti bellissimi hanno l'aspetto.

«Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove me lo hanno messo».

Maria non ha paura a parlare con loro, non chiede: «Chi siete?». Nulla. Nulla più le fa stupore. Tutto quanto può stupire una creatura ella lo ha già subito. Ora non è che una cosa spezzata che piange senza vigore e ritegno. Il giovinetto angelico guarda il compagno e sorride. E l'altro pure. E in un balenare di letizia angelica ambedue guardano fuori, verso l'ortaglia tutta in fiore per i milioni di corolle che si sono aperte al primo sole sui meli fitti del pometo.

Maria si volta per vedere chi guardano. E vede un Uomo, bellissimo, che non so come non possa riconoscere subito.

Un Uomo che la guarda con pietà e le chiede: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?».

È vero che è un Gesù offuscato dalla sua pietà verso la creatura, che le troppe emozioni hanno sfinita e che potrebbe morire per improvvisa gioia, ma proprio mi chiedo come possa non riconoscerlo.

E Maria fra i singhiozzi: «Mi hanno preso il Signore Gesù! Ero venuta per imbalsamarlo in attesa che sorgesse... Ho tenuto raccolto tutto il mio coraggio e la mia speranza e la mia fede intorno al mio amore... e ora non lo trovo più... Anzi ho messo il mio amore intorno alla fede, alla speranza e al coraggio, per difendere questi dagli uomini... Ma è tutto inutile! Gli uomini hanno rubato il mio Amore e con esso tutto mi hanno levato... O mio signore, se sei tu che lo hai portato via, dimmi dove lo hai messo. Ed io lo prenderò... Non lo dirò a nessuno... Sarà un segreto fra me e te. Guarda: sono la figlia di Teofilo, la sorella di Lazzaro, ma ti sto in ginocchio davanti a supplicarti, come una schiava. Vuoi che ti compri il suo Corpo? Lo farò. Quanto vuoi? Sono ricca. Posso darti tant'oro e gemme per quanto esso pesa. Ma rendimelo. Non ti denuncerò. Vuoi percuotermi? Fallo. A sangue, se vuoi. Se hai un odio per Lui, fallo scontare a me. Ma rendimelo. Oh! non mi fare povera di questa miseria, o mio signore! Pietà di una povera donna!... Per me non vuoi? Per sua Madre, allora. Dimmi! Dimmi dove è il mio Signore Gesù. Sono forte. Lo prenderò fra le braccia e lo porterò come un bambino in salvo. Signore... signore... tu lo vedi... da tre giorni siamo percossi dall'ira di Dio per quello che fu fatto al Figlio di Dio... Non aggiungere Profanazione a Delitto...».

«Maria!». Gesù sfavilla nel chiamarla. Si svela nel suo fulgore trionfante.

«Rabboni!». Il grido di Maria è veramente "il grande grido" che chiude il ciclo della morte. Col primo le tenebre dell'odio fasciarono la Vittima di bende funebri, col secondo le luci dell'amore aumentarono il suo splendore.

E Maria si alza nel grido che empie l'ortaglia, corre ai piedi di Gesù, li vorrebbe baciare.

Gesù la scosta toccandola appena col sommo delle dita presso la fronte: «Non mi toccare! Non sono ancora salito al Padre mio con questa veste. Va' dai miei fratelli e amici, e di' loro che Io salgo al Padre mio e vostro, al Dio mio e vostro. E poi verrò da loro». E Gesù scompare, assorbito da una luce insostenibile.

Maria bacia il suolo dove Egli era e corre verso casa. Entra come un razzo, perché il portone è socchiuso per dare passaggio al padrone che esce per andare alla fonte; apre la porta della stanza di Maria e le si abbandona sul cuore gridando: «E risorto! È risorto!», e piange beata.

E mentre accorrono Pietro e Giovanni, e dal Cenacolo avanzano le spaurite Salome e Susanna e ascoltano il suo racconto, ecco entrare anche, dalla via, Maria d'Alfeo con Marta e Giovanna, che a fiato mozzo dicono di «essere anche loro state là e di avere visto due angeli che si dicevano il Custode dell'Uomo Dio e l'angelo del suo Dolore, e che hanno dato loro l'ordine di dire ai discepoli che Egli era risorto».

E poiché Pietro scrolla il capo, insistono dicendo: «Sì. Hanno detto: "Perché cercate il Vivente fra i morti? Egli non è qui. È risorto, come disse quando ancora era in Galilea. Non ricordate? Disse: 'Il Figlio dell'uomo deve essere dato nelle mani dei peccatori ed essere crocifisso. Ma il terzo giorno risusciterà'».

Pietro scrolla il capo dicendo: «Troppe cose in questi giorni! Ne siete rimaste turbate».

La Maddalena alza il capo dal petto di Maria e dice: «L'ho visto! Gli ho parlato. Mi ha detto che sale al Padre e poi viene. Come era bello!», e piange come non ha mai pianto, ora che non ha più da torturare se stessa per fare forza contro il dubbio sorgente da ogni lato.

Ma Pietro, e anche Giovanni, restano molto dubbiosi. Si guardano, ma il loro occhio dice: «Immaginazione di donne!».

Anche Susanna e Salome osano allora parlare. Ma la stessa inevitabile diversità nei particolari delle guardie che prima ci sono come morte e poi non ci sono, degli angeli che ora sono uno e ora due e che agli apostoli non si sono mostrati, delle due versioni sul venire qui di Gesù o sul precedere i suoi in Galilea, fa sì che il dubbio e, anzi, la persuasione degli apostoli cresca sempre più.

Maria, la Madre beata, tace sorreggendo la Maddalena... Non comprendo il mistero di questo silenzio materno.

Maria d'Alfeo dice a Salome: «Torniamo là noi due. Vediamo se siamo tutte ebbre...». E corrono fuori.

Le altre restano, pacatamente derise dai due apostoli, presso Maria che tace, assorta in un pensiero che tutti interpretano a modo loro, e nessuno comprende ché è estasi.

Tornano le due attempate donne: «È vero! È vero! Noi lo abbiamo visto. Ci ha detto, presso l'orto di Barnaba: "La pace a voi. Non temete. Andate a dire ai miei fratelli che sono risorto e che vadano fra qualche giorno in Galilea. Là staremo ancora insieme". Così ha detto. Maria ha ragione. Bisogna dirlo a quelli di Betania, a Giuseppe, a Nicodemo, ai discepoli più fidi, ai pastori, andare, fare, fare... Oh! è risorto!...», piangono tutte beate.

«Folli siete, donne. Il dolore vi ha turbate. La luce vi è parsa angelo. Il vento voce. Il sole il Cristo. Io non vi critico. Vi capisco, ma non posso che credere che a ciò che io ho visto: il Sepolcro aperto e vuoto, e le guardie fuggite col Cadavere involato».

«Ma se lo dicono le guardie stesse che è risorto! Se la città è in subbuglio e i principi dei Sacerdoti sono folli d'ira, perché le guardie hanno parlato fuggendo esterrefatte! Ora vogliono che dicano diverso e le pagano perciò. Ma già si sa. E se i giudei non credono alla Risurrezione, non vogliono credere, molti altri credono...».

«Uhm! Le donne!...». Pietro alza le spalle e fa per andarsene.

Allora la Madre, che ha sempre sul cuore la Maddalena che piange come un salice sotto un'acquata per la sua troppo grande gioia e che la bacia sui capelli biondi, alza il viso trasfigurato e dice una breve frase: «È realmente risorto. Io l'ho avuto fra le braccia e ne ho baciato le Piaghe». E poi si curva sui capelli dell'appassionata e dice: «Sì, la gioia è ancora più forte del dolore. Ma non è che una briciola di rena di quello che sarà il tuo oceano di gioia eterna. Te beata che sopra la ragione hai fatto parlare lo spirito».

Pietro non osa più negare... e con uno di quei trapassi del Pietro antico, che ora ritorna ad affiorare, dice, e urla, come se dagli altri e non da lui dipendesse il ritardo: «Ma allora, se è così, bisogna farlo sapere agli altri. A quelli dispersi per le campagne... cercare... fare... Su, muovetevi. Se dovesse proprio venire... che ci trovi almeno», e non si accorge che ancora confessa di non credere ciecamente alla sua Risurrezione.

 

620. Considerazioni sulla Risurrezione

 

Dice Gesù:

«Le preghiere ardenti di Maria hanno anticipato di qualche tempo la mia Risurrezione.

Io avevo detto: "Il Figlio dell'uomo sta per essere ucciso, ma il terzo giorno risorgerà". Ero morto alle tre del pomeriggio di venerdì. Sia che calcoliate i giorni come nome, sia li calcoliate come ore, non era l'alba domenicale quella che doveva vedermi sorgere. Come ore, erano unicamente trentotto ore invece di settantadue quelle che il mio Corpo era rimasto senza vita. Come giorni, doveva almeno giungere la sera di questo terzo giorno per dire che ero stato tre giorni nella tomba.

Ma Maria ha anticipato il miracolo. Come quando col suo orare ha schiuso i Cieli con anticipo di qualche anno sull'epoca prefissa, per dare al mondo la sua Salvezza, così ora Ella ottiene l'anticipo di qualche ora per dar conforto al suo cuore morente.

Ed Io, alla prima alba del terzo giorno, sono sceso come sole che scende e del mio fulgore ho sciolto i sigilli umani così inutili davanti alla potenza di un Dio, della mia forza ho fatto leva per ribaltare l'inutilmente vegliata pietra, del mio apparire ho fatto folgore che ha atterrato le tre volte inutili guardie messe a custodia di una Morte che era Vita, che nessuna forza umana poteva impedire d'esser tale.

Ben più potente della vostra corrente elettrica, il mio Spirito è entrato come spada di Fuoco divino a riscaldare le fredde spoglie del mio Cadavere, e al nuovo Adamo lo Spirito di Dio ha alitato la vita, dicendo a Se stesso: "Vivi. Lo voglio".

Io che avevo risuscitato i morti quando non ero che il Figlio dell'uomo, la Vittima designata a portare le colpe del mondo, non dovevo potere risuscitare Me stesso ora che ero il Figlio di Dio, il Primo e l'Ultimo, il Vivente eterno, Colui che ha nelle sue mani le chiavi della Vita e della Morte? Ed il mio Cadavere ha sentito la Vita tornare in Lui.

Guarda: come uomo che si sveglia dopo il sonno dato da una enorme fatica, Io ho un profondo respiro. Né ancora apro gli occhi. Il sangue torna a circolare nelle vene poco rapido ancora, riporta il pensiero alla mente. Ma vengo da tanto lontano! Guarda: come uomo ferito che una potenza miracolosa risana, il sangue torna nelle vene vuote, empie il Cuore, scalda le membra, le ferite si rimarginano, spariscono lividi e piaghe, la forza torna. Ma ero tanto ferito! Ecco, la Forza opera. Io sono guarito. Io sono svegliato. Io sono ritornato alla Vita. Fui morto. Ora vivo! Ora sorgo!

Scuoto i lini di morte, getto l'involucro degli unguenti. Non ho bisogno di essi per apparire Bellezza eterna, eterna Integrità. Io mi rivesto di veste che non è di questa Terra, ma tessuta da Colui che mi è Padre e che tesse la seta dei gigli verginali. Sono vestito di splendore. Mi orno delle mie Piaghe che non gemono più sangue ma sprigionano luce. Quella luce che sarà la gioia di mia Madre e dei beati e il terrore, la vista insostenibile dei maledetti e dei demoni sulla Terra e nell'ultimo giorno.

L'angelo della mia vita d'uomo e l'angelo del mio dolore sono prostrati davanti a Me e adorano la mia Gloria. Ci sono tutti e due i miei angeli. L'uno per bearsi della vista del suo Custodito, che ora non ha più bisogno d'angelica difesa. L'altro, che ha visto le mie lacrime, per vedere il mio sorriso; che ha visto la mia battaglia, per vedere la mia vittoria; che ha visto il mio dolore, per vedere la mia gioia.

Ed esco nell'ortaglia piena di bocci di fiori e di rugiada. E i meli aprono le corolle per fare arco fiorito sul mio capo di Re, e le erbe fanno tappeto di gemme e di corolle al mio piede che torna a calpestare la Terra redenta dopo esser stato innalzato su essa per redimerla. E mi saluta il primo sole, e il vento dolce d'aprile, e la lieve nuvola che passa, rosea come guancia di bambino, e gli uccelli fra le fronde. Sono il loro Dio. Mi adorano.

Passo fra le guardie tramortite, simbolo delle anime in colpa mortale che non sentono il passaggio di Dio.

È Pasqua, Maria! Questo è bene il "Passaggio dell'Angelo di Dio"! Il suo Passaggio da morte a vita. Il suo Passaggio per dare Vita ai credenti nel suo Nome. È Pasqua! È la Pace che passa nel mondo. La Pace non più velata dalla condizione di uomo. Ma libera, completa nella sua tornata efficienza di Dio.

E vado dalla Madre. È ben giusto che ci vada. Lo è stato per i miei angeli. Ben di più lo è per quella che, oltre che mia custode e conforto, mi è stata datrice di vita. Prima ancora di tornare al Padre nella mia veste d'Uomo glorificata, vado dalla Madre. Vado nel fulgore della mia veste paradisiaca e delle mie Gemme vive. Ella mi può toccare, Ella le può baciare, perché Ella è la Pura, la Bella, l'Amata, la Benedetta, la Santa di Dio.

Il nuovo Adamo va all'Eva nuova. Il male è entrato nel mondo per la donna, e dalla Donna fu vinto. Il Frutto della Donna ha disintossicato gli uomini dalla bava di Lucifero. Ora, se essi vogliono, possono esser salvi. Ha salvato la donna rimasta così fragile dopo la ferita mortale.

E dopo che alla Pura, alla quale per diritto di santità e di maternità è giusto vada il Figlio-Dio, mi presento alla donna redenta, alla capostipite, alla rappresentante di tutte le creature femminee che sono venuto a liberare dal morso della lussuria. Perché dica ad esse che si accostino a Me per guarire, che abbiano fede in Me, che credano nella mia Misericordia che comprende e perdona, che per vincere Satana, che fruga loro le carni, guardino la mia Carne ornata dalle cinque ferite.

Non mi faccio toccare da lei. Ella non è la Pura che può toccare, senza contaminarlo, il Figlio che torna al Padre. Molto ha ancora da purificare con la penitenza. Ma il suo amore merita questo premio. Ella ha saputo risorgere per sua volontà dal sepolcro del suo vizio, strozzare Satana che la teneva, sfidare il mondo per amore del suo Salvatore, ha saputo spogliarsi di tutto che non fosse amore, ha saputo non essere più che amore che si consuma per il suo Dio.

E Dio la chiama: "Maria". Odila rispondere: "Rabboni!". Vi è il suo cuore in quel grido. A lei, che l'ha meritato, do l'incarico di esser messaggera della Risurrezione. E ancora una volta sarà un poco schernita come avesse vaneggiato. Ma non le importa nulla, a Maria di Magdala, a Maria di Gesù, del giudizio degli uomini. Mi ha visto risorto, e ciò le dà una gioia che attutisce ogni altro sentimento.

Vedi come amo anche chi fu colpevole, ma volle uscire dalla colpa? Neppure a Giovanni Io mi mostro per primo. Ma alla Maddalena. Giovanni aveva già avuto il grado di figlio da Me. Lo poteva avere perché era puro e poteva essere figlio non solo spirituale, ma anche dante e ricevente, alla e dalla Pura di Dio, quei bisogni e quelle cure che sono connesse alla carne.

Maddalena, la risorta alla Grazia, ha la prima visione della Grazia Risorta.

Quando mi amate sino a vincere tutto per Me, Io vi prendo il capo ed il cuore malato fra le mie mani trafitte e vi alito in volto il mio Potere. E vi salvo, vi salvo, figli che amo. Voi tornate belli, sani, liberi, felici. Voi tornate i figli cari del Signore. Faccio di voi i portatori della mia Bontà fra i poveri uomini, coloro che testimoniate della mia Bontà ad essi per farli persuasi di essa e di Me.

Abbiate, abbiate, abbiate fede in Me. Abbiate amore. Non temete. Vi faccia sicuri del Cuore del vostro Dio tutto quanto ho patito per salvarvi.

 

E tu, piccolo Giovanni, sorridi dopo aver pianto. Il tuo Gesù non soffre più. Non ci sono più né sangue né ferite. Ma luce, luce, luce e gioia e gloria. La mia luce e la mia gioia siano in te sinché verrà l'ora del Cielo».

 

621. Apparizione a Lazzaro

 

Il sole di un sereno mattino d'aprile empie di brillii i boschetti di rose e gelsomini del giardino di Lazzaro. E le siepi di bosso e d'alloro, il ciuffo di un'alta palma che ondeggia lieve al limite di un viale, il foltissimo lauro presso la peschiera, sembrano lavati da una mano misteriosa, tanto la copiosa rugiada notturna ne ha deterse e irrorate le foglie, che ora paiono coperte di uno smalto nuovo tanto sono lucide e nette. Ma la casa tace come fosse piena di morti. Le finestre sono aperte, ma non una voce, non un rumore viene dalle stanze, in penombra perché tutte le tende sono calate.

Nell'interno, oltre il vestibolo nel quale si aprono molte porte tutte aperte - ed è strano vedere senza nessun apparato le sale solitamente usate per i conviti più o meno numerosi - vi è un ampio cortile lastricato e circondato da un portico sparso di sedili. Su questi, e persino seduti sul suolo, su stuoie, o anche sul marmo stesso, sono numerosi discepoli. E fra essi vedo gli apostoli Matteo, Andrea, Bartolomeo, i fratelli Giacomo e Giuda d'Alfeo, Giacomo di Zebedeo e i discepoli pastori con Mannaen, oltre ad altri che non conosco. Non vedo lo Zelote, non Lazzaro, non Massimino.

Infine questo entra con dei servi e distribuisce a tutti del pane con cibi diversi, ossia ulive o formaggio, o miele, e anche latte fresco per chi lo vuole. Ma non c'è voglia di mangiare, per quanto Massimino esorti tutti a farlo. L'accasciamento è profondo. I visi si sono in pochi giorni infossati, fatti terrei sotto il rossore del pianto. Specie gli apostoli e quelli fuggiti fin dalle prime ore mostrano un aspetto avvilito, mentre i pastori con Mannaen sono meno accasciati, anzi, meno vergognosi, e Massimino è solo virilmente addolorato.

Entra quasi di corsa lo Zelote e chiede: «È qui Lazzaro?».

«No, è nella sua stanza. Che vuoi?».

«Sul limite del sentiero, presso la fontana del Sole, è Filippo. Viene dalla piana di Gerico. È sfinito. E non vuole venire avanti, perché... come tutti, si sente peccatore. Ma Lazzaro lo persuaderà».

Si alza Bartolomeo e dice: «Vengo anche io...».

Vanno da Lazzaro che, chiamato, esce con un volto straziato dalla stanza semibuia, dove certo ha pianto e pregato.

Escono tutti e traversano prima il giardino, poi il paese nella parte che si dirige già verso le pendici del monte Uliveto, e poi raggiungono il limite di questo paese dalla parte dove esso termina col terminare del pianoro su cui è costruito, per proseguire unicamente colla via montana che scende e sale a scalinate naturali per le montagne, che degradano verso la pianura a est e salgono verso la città di Gerusalemme a ovest.

Qui è una fontana dal largo bacino, dove certo armenti e uomini si dissetano. Il luogo è in quest'ora solitario e fresco, perché molta ombra di alberi folti è intorno alla cisterna piena di un'acqua pura, che sempre si rinnova scendendo da qualche sorgiva montana e trabocca tenendo umido il suolo.

Filippo è seduto sull'orlo più alto della fonte, a capo basso, spettinato, polveroso, con i sandali rotti che pendono dal piede scorticato.

Lazzaro lo chiama, con pietà: «Filippo, vieni a me! Amiamoci per amor suo. Stiamo uniti nel suo Nome. E amarlo ancora fare questo!».

«Oh! Lazzaro! Lazzaro! Io sono fuggito... e ieri, oltre Gerico, ho saputo che è morto!... Io... io non mi posso perdonare di essere fuggito...».

«Tutti siamo fuggiti. Meno Giovanni che è rimasto a Lui fedele e Simone che ci ha radunati per ordine suo dopo che da vili fuggimmo. E poi... di noi apostoli, nessuno fu fedele», dice Bartolomeo.

«E te lo puoi perdonare?».

«No. Ma penso riparare come posso col non cadere nell'abbattimento sterile. Dobbiamo unirci fra noi. Unirci a Giovanni. Sapere le sue ultime ore. Giovanni lo ha sempre seguito», risponde a Filippo il compagno Bartolomeo.

«E non fare morire la sua Dottrina. Bisogna predicarla al mondo. Tenere viva quella almeno, posto che, troppo pesanti e tardi, non sapemmo provvedere in tempo a salvarlo dai suoi nemici», dice lo Zelote.

«Non potevate salvarlo. Nulla lo poteva salvare. Egli me lo ha detto. Lo ridico un'altra volta», dice sicuro Lazzaro.

«Tu lo sapevi, Lazzaro?», chiede Filippo.

«Lo sapevo. La mia tortura è stata di sapere, dalla sera del sabato, la sua sorte da Lui, e nei particolari, nel sapere come noi avremmo agito...».

«No. Tu no. Tu hai solo ubbidito e sofferto. Noi abbiamo agito da vili. Tu e Simone siete i sacrificati all'ubbidienza», prorompe Bartolomeo.

«Si. All'ubbidienza. Oh! come è pesante fare resistenza all'amore per ubbidienza all'Amato! Vieni, Filippo. Nella mia casa sono quasi tutti i discepoli. Vieni tu pure».

«Mi vergogno di apparire al mondo, ai compagni...».

«Tutti uguali siamo!», geme Bartolomeo.

«Si. Ma io ho un cuore che non si perdona».

«Ciò è orgoglio, Filippo. Vieni. Egli mi ha detto la sera del sabato: "Essi non si perdoneranno. Di' loro che Io li perdono, perché so che non sono loro che agiscono liberamente. Ma è Satana che li travia". Vieni».

Filippo piange più forte, ma cede. E, curvo come fosse divenuto vecchio in pochi giorni, va a fianco di Lazzaro fino al cortile dove tutti lo attendono. E lo sguardo che egli dà ai compagni, e quello che i compagni dànno a lui, è la confessione più chiara del loro accasciamento totale.

Lazzaro lo nota e parla: «Una nuova pecora del gregge di Cristo, intimorita dalla venuta dei lupi e fuggita dopo la cattura del Pastore, è stata raccolta dall'amico di Lui. A questa dispersa, che ha conosciuto l'amarezza dell'essere sola, senza neppure il conforto di piangere lo stesso errore fra i fratelli, io ripeto il suo testamento di amore.

Egli, lo giuro alla presenza dei cori celesti, mi ha detto, con tante altre cose che la vostra umana debolezza presente non può sopportare perché, veramente, sono di una desolazione che mi lacerano da dieci giorni il cuore - e se non sapessi che la mia vita serve al mio Signore, benché così povera e manchevole come è, mi abbandonerei alla ferita di questo dolore di amico e di discepolo che tutto ha perduto, Lui perdendo - mi ha detto: "I miasmi di Gerusalemme corrotta renderanno folli anche i miei discepoli. Essi fuggiranno e verranno da te". Infatti, vedete che tutti siete venuti. Tutti, potrei dire. Perché, meno Simon Pietro e l'Iscariota, tutti siete venuti verso la mia casa e il mio cuore di amico. Ha detto: "Tu le radunerai. Le rincuorerai le mie pecore disperse. Dirai loro che Io le perdono. Ti affido il mio perdono per loro. Non si daranno pace di essere fuggiti. Di' loro di non cadere nel più grande peccato del disperare del mio perdono.

Così ha detto. E io, perdono per Lui vi ho dato. E ne ho avuto rossore di darvi in suo Nome questa cosa così santa, così sua, che è il Perdono, ossia l'Amore perfetto, perché perfettamente ama chi al colpevole perdona. Questo ministero ha confortato la mia aspra ubbidienza... Perché là avrei voluto essere, come Maria e Marta, le mie dolci sorelle. E se Lui fu crocifisso sul Golgota dagli uomini, io qui, ve lo giuro, sono crocifisso dall'ubbidienza, ed è ben straziante martirio. Ma se serve a dargli conforto allo Spirito, se ciò serve a salvargli i suoi discepoli sino al momento in cui Egli li radunerà per perfezionarli nella fede, ecco, io immolo una volta ancora il mio desiderio di andare almeno a venerarne la salma prima che il terzo giorno muoia.

Lo so che dubitate. Non dovete. Io non so le sue parole del banchetto pasquale altro che per quello che voi mi avete detto. Ma più le penso, più alzo uno per uno questi diamanti delle sue verità, e più sento che essi hanno un sicuro riferimento al domani immediato. Egli non può avere detto: "Vado al Padre e poi tornerò" se non avesse veramente a tornare. Non può avere detto: "Quando mi rivedrete sarete pieni di gaudio" se fosse scomparso per sempre. Egli lo ha sempre detto: "Io risusciterò". Voi mi avete detto che disse: "Sui semi gettati in voi sta per cadere una rugiada che li farà tutti germogliare, e poi verrà il Paraclito che li farà divenire alberi potenti". Non disse così? Oh! non fate che ciò avvenga solo per l'ultimo dei suoi discepoli, per il povero Lazzaro che non fu con Lui che raramente! Quando Egli tornerà, fate che trovi germogliati i suoi semi sotto la rugiada del suo Sangue.

In me è tutta una accensione di luce, è tutto un erompere di forze dall'ora tremenda in cui Egli salì sulla Croce. Tutto si illumina, tutto nasce e mette stelo. Non c'è parola che mi resti nel suo povero significato umano. Ma tutto ciò che da Lui o di Lui udii, ecco che ora prende vita, e realmente la mia landa brulla si muta in fertile aiuola dove ogni fiore ha il suo Nome e dove ogni succo trae vita dal suo Cuore benedetto.

Io credo, Cristo! Ma perché questi credano in Te, in ogni tua promessa, nel tuo perdono, in tutto quanto è Te, ecco, ti offro la mia vita. Consumala, ma fa' che la tua Dottrina non muoia! Frantuma il povero Lazzaro. Ma riunisci le membra disperse del nucleo apostolico. Tutto ciò che Tu vuoi, ma in cambio sia viva ed eterna la tua Parola, e ad essa ora e sempre vengano coloro che solo per Te possono avere la vita eterna».

Lazzaro è realmente ispirato. L'amore lo tràsporta ben in alto. Ed è tanto forte il suo trasporto che solleva anche i compagni. Chi lo chiama a destra e chi a sinistra, quasi fosse un confessore, un medico, un padre.

Il cortile della ricca casa di Lazzaro, non so perché, mi fa pensare alle dimore dei patrizi cristiani in tempi di persecuzione e di eroica fede...

È curvo su Giuda d'Alfeo, che non riesce a trovare una ragione per calmare il suo affanno di avere lasciato il Maestro e cugino, quando qualcosa lo fa rialzare di scatto. Si volge intorno e poi dice netto: «Vengo, Signore». La sua parola di pronta adesione di sempre. Ed esce, correndo come dietro a qualcuno che lo chiami e preceda.

Tutti si guardano stupiti. Si interrogano.

«Che ha visto?».

«Ma non c'è nulla!».

«Hai udito una voce tu?».

«Io no».

«E io neppure».

«E allora? Lazzaro è forse malato di nuovo?».

«Forse... Ha sofferto più di noi, e ha tanto dato di forza a noi, vili! Forse ora lo ha preso il delirio».

«Infatti è molto sciupato nel volto».

«E il suo occhio nel parlare ardeva».

«Sarà Gesù che lo ha chiamato al Cielo».

«Infatti Lazzaro gli ha offerto la vita poco fa... Come un fiore lo ha subito colto... Oh! noi miseri! E che faremo ora?».

I commenti sono disparati e dolorosi.

Lazzaro traversa il vestibolo, esce nel giardino, sempre correndo, sorridendo, mormorando, e c'è la sua anima nella sua voce: «Vengo, Signore». Giunge ad un folto di bossi che fanno un recesso verde, noi diremmo un chiosco verde, e cade a ginocchi, col volto al suolo gridando: «Oh! mio Signore!».

Perché Gesù, nella sua bellezza di Risorto, è sul limitare di questo verde recesso e gli sorride... e gli dice: «Tutto è compiuto, Lazzaro. Sono venuto a dirti grazie, amico fedele. Sono venuto a dirti di dire ai fratelli di venire subito alla casa della Cena. Tu - un altro sacrificio, amico, per amor mio - tu resta, per ora, qui... So che ne soffri. Ma so che sei generoso. Maria, tua sorella, è già consolata, perché l'ho vista e mi ha visto».

«Non soffri più, Signore. E questo mi ripaga di ogni sacrificio. Ho... sofferto a saperti nel dolore... e a non esserci...».

«Oh! c'eri! Il tuo spirito era ai piedi della mia croce ed era nel buio del mio sepolcro. Tu mi hai evocato più presto, come tutti quelli che mi hanno totalmente amato, dal profondo dove ero. Ora Io ti ho detto: "Vieni, Lazzaro". Come nel giorno della tua risurrezione. Ma tu da molte ore mi dicevi: "Vieni". Sono venuto. E ti ho chiamato. Per trarti, a mia volta, dal profondo del tuo dolore. Va'. Pace e benedizione a te, Lazzaro! Cresci nell'amore di Me. Tornerò ancora».

Lazzaro è sempre rimasto in ginocchio senza osare un gesto. La maestà del Signore, per quanto temperata d'amore, è tale che paralizza il solito modo di fare di Lazzaro.

Ma Gesù, prima di scomparire in un gorgo di luce che lo assorbe, fa un passo e sfiora con la sua Mano la fronte fedele.

È allora che Lazzaro si desta dal suo stupore beato e si alza e, correndo precipitosamente dai compagni, con una luminosità di gioia negli occhi e una luminosità sulla fronte sfiorata dal Cristo, grida: «È risorto, fratelli! Mi ha chiamato. Sono andato. L'ho visto. Mi ha parlato. Mi ha detto di dirvi di andare subito alla casa della Cena. Andate! Andate! Io resto perché Egli lo vuole. Ma il mio giubilo è completo...».

E Lazzaro piange nella sua gioia, mentre spinge gli apostoli ad andare per primi dove Egli comanda.

«Andate! Andate! Vi vuole! Vi ama! Non temete di Lui... Oh! è più che mai il Signore, la Bontà, l'Amore!».

Anche i discepoli si alzano...

Betania si svuota. Resta Lazzaro col suo grande cuore consolato...

 

622. Apparizione a Giovanna di Cusa

 

In una ricca stanza, dove a mala pena filtra la luce esterna, piange Giovanna tutta abbandonata su un sedile presso il basso letto coperto di splendide coperture. Piange con un braccio appoggiato alla sponda e la fronte sul braccio, tutta scossa dai singhiozzi che le devono rompere il petto. Quando, nell'affanno del piangere, solleva per un momento il viso, cercando aria, si vede una larga macchia d'umido sulla coperta preziosa, ed il suo viso è letteralmente inondato di lacrime. Poi torna a curvarlo sul braccio e torna a vedersi di lei solo il collo sottile e bianchissimo, la massa dei bruni capelli, le spalle e il sommo del tronco molto snelli. Il resto si perde nella penombra che annulla il corpo, fasciato nell'abito viola scuro.

Senza spostare tenda o socchiudere porta, entra Gesù, e senza rumore le va vicino. Le sfiora i capelli con la Mano e chiede in un sussurro: «Perché piangi, Giovanna?»

E Giovanna, che deve credere che sia il suo angelo che l'interroga, e che non vede nulla perché non alza il capo dalla sponda del letto, con un pianto più desolato dice il suo tormento: «Perché non ho più neppure il Sepolcro del Signore per andare a versare il mio pianto e non essere sola...».

«Ma è risorto. Non ne sei felice?».

«Oh! si! Ma tutte lo hanno visto, meno io e Marta. E Marta certo lo vedrà a Betania... perché là è casa amica. La mia... la mia non è più casa amica... Tutto ho perduto con la sua Passione... E il mio Maestro e l'amore dello sposo... e la sua anima... perché non crede... non crede... e mi deride... e mi impone di non venerare neppure la memoria del mio Salvatore... per non rovinare lui... Per lui è più importante l'interesse umano... Io... io... io non so se continuare ad amarlo o ad averne ribrezzo. Non so se ubbidirlo come moglie o disubbidirlo, come l'anima vorrebbe, per il più grande sponsale dello spirito col Cristo a cui resto fedele... Io... io vorrei sapere... E chi mi dà consiglio se Lui non è più raggiungibile dalla povera Giovanna? Oh!... per il mio Signore la Passione è finita!... Ma per me è cominciata il Venerdì, e dura... Oh! che tanto debole sono e non ho forza di portare questa croce!...»

«Ma se Egli ti aiutasse, la vorresti portare per Lui?».

«Oh! si! Purché Egli mi aiuti... Egli sa cosa è portare da solo la croce... Oh! pietà della mia sventura!.. »

«Si. Io lo so cosa è portare da solo la croce. Per questo sono venuto e ti sono al fianco. Giovanna, comprendi Chi è che ti parla? La tua casa non è più amica del Cristo? Perché? Se egli, lo sposo terreno, è come astro coperto da una nube di miasmi umani, tu sei sempre Giovanna di Gesù. Non ti ha lasciata il Maestro. Gesù non lascia mai le anime a Lui sposate. È sempre il Maestro, l'Amico, lo Sposo, anche ora che è il Risorto. Alza il capo, Giovanna. Guardami. In quest'ora di ammaestramento segreto, e più dolce che se ti fossi apparso come alle altre, Io ti dico quale deve essere la tua condotta futura. Quella che dovrà essere di tante tue sorelle. Ama con pazienza e sommissione il turbato sposo. Aumenta la tua dolcezza più egli fermenta in sé amarezza di umane paure. Aumenta la tua luminosità spirituale più egli genera da sé ombre di terreni interessi. Sii fedele per due. E sii forte nel tuo sponsale dello spirito. Quante, in futuro, dovranno scegliere fra il volere di Dio e quello del consorte! Ma saranno grandi quando, sopra l'amore e la maternità, seguiranno Iddio. La tua passione incomincia. Si. Ma tu vedi che ogni passione termina in una risurrezione...».

Giovanna è andata piano piano alzando il capo. I suoi singhiozzi si sono diradati. Ora guarda e vede, e scivola in ginocchio, adorando e mormorando: «Il Signore!».

«Si. Il Signore. Tu vedi che, come con te, con nessuna Io sono stato. Ma Io vedo le necessità particolari e graduo il soccorso da dare alle anime che da Me aspettano aiuto. Sali il tuo calvario di sposa coll'aiuto della mia carezza e di quella del tuo innocente. È entrato con Me in Cielo e mi ha dato la sua carezza per te. Io ti benedico, Giovanna. Abbi fede. Io ti ho salvata. Tu salverai se avrai fede».

Giovanna ora sorride e osa chiedere: «Dai bambini non vai?».

«Li ho baciati all'aurora mentre ancora dormivano nel loro lettino, e mi hanno creduto un angelo del Signore. Gli innocenti li posso baciare quando voglio. Ma non li ho destati per non turbarli troppo. La loro anima conserva il ricordo del mio bacio... e lo trasmetterà, a suo tempo, alla mente. Nulla si perde di quanto è mio. Tu sii sempre una madre per essi. E sempre sii figlia di mia Madre. Non ti staccare mai totalmente da Lei. Ella ti perpetuerà, con soavità materna, ciò che fu la nostra amicizia. E portale i bambini. Ella ha bisogno di bambini per sentirsi meno sola della sua Creatura...».

«Cusa non vorrà...»

«Cusa ti lascerà fare».

«Mi ripudierà, Signore?», è un grido di nuovo strazio.

«È Un astro offuscato. Riportalo alla luce col tuo eroismo di sposa e di cristiana. Addio. Fuorché alla Madre mia, non dire ad altri questa mia venuta. Anche le rivelazioni vanno dette a chi e quando è giusto farlo».

Gesù le sorride sfolgorando, e nel fulgore scompare.

Giovanna si alza, trasognata, combattuta fra la gioia e la pena, fra il timore di aver sognato e la certezza di avere visto. Ma quanto sente in sé la rassicura. Va dai piccoli, che giuocano quieti sulla terrazza superiore, e li bacia.

«Non piangi più, mamma?», chiede timidamente Maria, non più la povera bambina miserella, ma una gracile e gentile fanciullina dalla veste ben curata ed i capellucci ravviati; e Mattia, bruno e snello con la sua esuberanza di maschietto, dice: «Dimmi chi ti fa piangere ed io lo punirò».

Giovanna li raccoglie in un solo abbraccio sul cuore e dice, parlando sulla testolina castana di Maria, sui capelli bruni di Mattia: «Non piango più. Gesù è risorto e ci benedice».

«Oh! allora non sanguina più? Non ha più male?», chiede Maria.

«Stolta! Di' piuttosto: non è più morto! Ora è felice, allora!... Perché essere morti deve essere brutto...», dice Mattia.

«Allora non c'è più da piangere, mamma?», torna a chiedere Maria.

«No. Voi innocenti, no. Cogli angeli giubilate».

«Gli angeli!... Questa notte, non so che vigilia fosse, ho sentito una carezza e mi sono svegliata dicendo: "Mamma!", ma non chiamavo te. Chiamavo la mamma morta, perché quella carezza era più leggera e più dolce delle tue, e ho aperto un momento gli occhi. Ma ho visto solo una grande luce e ho detto: "Il mio angelo mi ha baciata per consolarmi del gran dolore che ho per la morte del Signore"», dice Maria.

«Anche io. Ma io avevo sonno molto e ho detto: "Sei tu?". Pensavo al mio Custode e volevo dirgli: "Va' a baciare Gesù e Giovanna, perché non abbiano più paura", ma non ci sono riuscito. Ho ripreso a dormire e a sognare, e mi pareva di essere in Cielo con te e Maria. Poi è venuto quel terremoto e mi sono svegliato spaventato. Ma Ester mi ha detto: "Non avere paura. È già passato", e io ho dormito ancora».

Giovanna li bacia di nuovo e poi li lascia ai loro giuochi sereni e va alla casa del Cenacolo. Chiede di Maria. Entra da Lei. Chiude l'uscio e dice la sua grande parola: «Io l'ho veduto. A te lo dico. Io sono confortata e felice. Amami, perché Egli lo ha detto che ti devo stare unita».

La Madre risponde: «Te l'ho già detto, che ti amo, nella giornata del sabato. Ieri. Poiché è ieri... E pare tanto lontana, quella giornata di pianto e tenebre, da questa di luce e sorriso!».

«Si... Tu hai già detto, ora ricordo, ciò che Egli ora mi ha ripetuto. Tu hai detto: "Noi donne dovremo fare perché noi siamo rimaste e gli uomini sono fuggiti... È sempre la donna la generatrice...". Oh! Madre, aiutami a generare Cusa! Egli è fuggito dalla Fede!...». Giovanna piange di nuovo.

Maria la prende fra le braccia: «Più forte della fede è l'amore. E la più attiva virtù. Con essa creerai l'anima novella di Cusa. Non temere. Ma io ti aiuterò».

 

623. Apparizione a Giuseppe d'Arimatea, a Nicodemo e a Mannaen

 

Mannaen, insieme ai pastori, va svelto per le pendici che da Betania conducono a Gerusalemme. Una bella strada va diretta in direzione dell'Uliveto. E verso essa piega Mannaen dopo avere lasciato i pastori, che alla spicciolata vogliono entrare in città per andare al Cenacolo.

Poco prima, lo rilevo dai loro discorsi, devono avere incontrato Giovanni, che veniva verso Betania per portare la notizia della Risurrezione e l'ordine di essere tutti in Galilea fra qualche giorno. Si lasciano appunto perché i pastori vogliono ripetere personalmente a Pietro ciò che già hanno detto a Giovanni, ossia che il Signore, apparendo a Lazzaro, ha detto di riunirsi nel Cenacolo.

Mannaen sale per una strada secondaria verso una casa in mezzo ad un uliveto. Una bella casa, che ha intorno una fascia di cedri del Libano, dominanti con le loro moli imponenti i numerosi ulivi del monte. Entra sicuro e al servo accorso dice: «Dove è il tuo padrone?».

«Di là con Giuseppe. È venuto da un poco».

«Digli che ci sono».

Il servo va e torna con Nicodemo e Giuseppe. Le voci dei tre si mescolano in uno stesso grido: «È risorto!».

Si guardano, stupiti di saperlo tutti. Poi Nicodemo prende l'amico e lo trascina in una stanza interna. Giuseppe li segue.

«Hai osato tornare?».

«Si. Egli lo ha detto: "Al Cenacolo". Io lo voglio ben vedere, ora, glorioso, per levarmi il dolore del ricordo di Lui legato e coperto di sozzure come un malvivente colpito dallo sdegno del mondo».

«Oh! noi pure vorremmo vederlo... E per levarci l'orrore del ricordo di Lui suppliziato, delle sue ferite senza numero... Ma Egli si è mostrato solo alle donne», mormora Giuseppe.

«È giusto. Esse sono state fedeli a Lui sempre in questi anni. Noi avevamo paura. La Madre lo ha detto: "Un ben povero amore il vostro, se ha atteso questa ora per mostrarsi!"», obbietta Nicodemo.

«Ma per sfidare Israele, a Lui più contrario che mai, avremmo ben bisogno di vederlo!... Se tu sapessi! Le guardie hanno parlato... Ora i Capi del Sinedrio e i farisei, non ancora convertiti da tanta ira del Cielo, vanno cercando chi può sapere della sua Risurrezione per imprigionarlo. Io ho mandato il piccolo Marziale - un fanciullo sfugge più e meglio - ad avvisare quelli della casa di stare all'erta. Dal Tesoro del Tempio hanno tratto denaro sacro per pagare le guardie, acciò dicano che i discepoli lo hanno rapito e che quanto hanno detto prima, della Risurrezione, non era che bugia per paura della punizione. La città bolle come un paiolo. E c'è chi, dei discepoli, già la lascia per paura... Voglio dire i discepoli che non erano a Betania...»

«Si, avremmo bisogno della sua benedizione per avere coraggio».

«A Lazzaro è apparso... Era quasi l'ora di terza. Lazzaro ci apparve trasfigurato».

«Oh! Lazzaro lo merita! Noi...», dice Giuseppe.

«Si. Noi siamo ancora incrostati di dubbio e di pensiero umano come da una lebbra mal guarita... E non c'è che Lui che può dire: "Io voglio che voi ne siate mondati". Non parlerà dunque più, ora che è risorto, a noi che siamo i meno perfetti?», chiede Nicodemo.

«E non farà più miracoli, per castigo del mondo, ora che è il Risorto da morte e dalle miserie della carne?», domanda di nuovo Giuseppe.

Ma il loro chiedere non può avere che una risposta. La sua. E la sua non viene. I tre restano accasciati.

Poi Mannaen dice: «Ebbene. Io vado al Cenacolo. Se mi uccideranno, Egli assolverà l'anima mia e lo vedrò in Cielo. Se no lo vedrò qui, in Terra. Mannaen è tanto inutile cosa nelle sue schiere che, se cade, lascerà lo stesso vuoto che lascia un fiore colto in un prato gremito di corolle: non si vedrà neppure...», e si alza per andare.

Ma, mentre si volge verso la porta, questa si illumina del divino Risorto, che a palme aperte, in atto di abbraccio, lo ferma dicendo: «Pace a te! A voi pace! Ma rimanete dove siete tu e Nicodemo. Giuseppe può ancora andare, se crede. Ma qui mi avete, e dico la richiesta parola: "Io voglio che siate mondati da quanto di impuro resta nel vostro credere". Domani scenderete in città. Andrete dai fratelli. Questa sera ho da parlare ai soli apostoli. Addio. E Dio sia sempre con voi. Mannaen, grazie. Tu hai creduto più di questi. Grazie, dunque, anche al tuo spirito. A voi grazie della vostra pietà. Fate che si muti in più alta cosa con una vita di intrepida fede».

Gesù scompare dietro una incandescenza abbagliante.

I tre sono beati e smarriti.

«Ma era Lui?», chiede Giuseppe.

«E non hai sentito la sua voce?», risponde Nicodemo.

«La voce... può averla anche uno spirito... Tu, Mannaem, che gli eri tanto vicino, che ti parve?».

«Un vero corpo. Bellissimo. Respirava. Ne sentivo l'alito. E mandava calore. E poi... le Piaghe le ho viste. Parevano aperte allora. Non davano sangue, ma era carne viva. Oh! non dubitate più! Che Egli non vi castighi. Abbiamo visto il Signore. Voglio dire: Gesù tornato glorioso come sua Natura lo vuole! E... ci ama ancora... In verità, se ora Erode mi offrisse il regno, gli direi: "Mi è polvere e sterco il tuo trono e corona. Ciò che io possiedo nulla lo supera. Ho la conoscenza beata del Volto di Dio"».

 

624. Apparizione ai pastori

 

Anche essi vanno lesti sotto gli ulivi, e sono talmente sicuri della sua Risurrezione che parlano con la letizia di bambini felici. Vanno direttamente verso la città.

«Diremo a Pietro di guardarlo bene e di dirci come è bello il suo Volto», dice Elia.

«Oh! io, per quanto possa essere bello, non potrò mai dimenticare come era torturato», mormora Isacco.

«Ma lo hai presente quando è stato alzato con la Croce?», chiede Levi. «E voi altri?».

«Perfettamente, io. Allora la luce era ancora buona. Dopo, coi miei vecchi occhi, non ho visto che ben poco», dice Daniele.

«Io invece l'ho visto finché non parve morto. Ma avrei voluto essere cieco per non vedere», dice Giuseppe.

«Oh! bene. Ora è risorto. Questo deve farci felici», lo consola Giovanni.

«E il pensiero che noi non lo abbiamo lasciato altro che per una carità», aggiunge Gionata.

«Ma il cuore è rimasto lassù. Sempre», mormora Mattia.

«Sempre. Si. Tu che lo hai visto sul Sudario, di': come è? somigliante?», chiede Beniamino.

«Come parlasse», risponde Isacco.

«Lo vedremo quel velo?», chiedono in molti.

«Oh! la Madre lo mostra a tutti. Lo vedrete certo. Ma è triste vista. Meglio sarebbe vedere... Oh! Signore!».

«Servi fedeli. Eccomi. Andate. Vi attendo a giorni in Galilea. Ancora voglio dirvi che vi amo. Giona è beato, cogli altri, in Cielo».

«Signore! Oh! Signore».

«La pace a voi di buona volontà».

Il Risorto si fonde nel raggio del vivo sole del mezzogiorno. Quando essi alzano il capo, Egli non c’è più. Ma c'è la grande gioia di averlo visto come è ora. Glorioso.

Si alzano in piedi, trasfigurati di gioia. Nella loro umiltà non sanno capacitarsi di avere meritato di vederlo e dicono: «A noi! A noi! Come è buono il nostro Signore! Dalla nascita al suo trionfo, sempre umile e buono con i suoi poveri servi!».

«E come era bello!».

«Oh! bello così non fu mai! Che maestà!».

«Sembra più alto ancora e più maturo d'anni».

«È proprio il Re!».

«Oh! lo dicevano il Re pacifico! Ma è anche il Re tremendo per coloro che devono avere timore del suo giudizio!».

«Hai visto che raggi si sprigionavano dal suo Volto?».

«E che balenii nei suoi sguardi!».

«Io non osavo fissarlo. E fissarlo avrei pur voluto, perché penso che forse non mi sarà più concesso di vederlo così altro che in Cielo. E voglio conoscerlo per non averne tremore allora».

«Oh! non dobbiamo temere se rimaniamo quali siamo: suoi servi fedeli. Hai udito: "Ancora voglio dirvi che vi amo. Pace a voi di buona volontà". Oh! non una parola di troppo. Ma in questo poco c'è tutto il consenso sul nostro aver fatto fino ad ora e tutta la più alta promessa per la vita futura. Oh! intoniamo il canto della gioia. Della nostra gioia: "Gloria a Dio nei Cieli altissimi e pace in Terra agli uomini di buona volontà. Veramente il Signore è risorto, come aveva detto per bocca dei profeti e con la sua parola senza difetto. Ha perduto col Sangue tutto quanto il bacio di un uomo aveva in Lui deposto di corrotto; e, mondato come è l'altare, il suo Corpo ha assunto l'inesprimibile bellezza di Dio. Prima di salire ai Cieli si è mostrato ai suoi servi. Alleluia. Andiamo cantando, alleluia!, l'eterna giovinezza di Dio! Andiamo annunciando alle genti che Egli è risorto, alleluia! Il Giusto, il Santo è risorto, alleluia, alleluia! Dal Sepolcro è uscito immortale. E l'uomo giusto con Lui è risorto. Nel peccato come in grotta serrato era il cuore dell'uomo. Egli è morto per dire: 'Sorgete!'. E i dispersi sono sorti, alleluia! Aperte le porte dei Cieli agli eletti ha detto: 'Venite'. Ci conceda per il santo suo Sangue di salire noi pure. Alleluia!"».

Mattia, l'anziano ex-discepolo di Giovanni Battista, va in testa cantando, come un tempo forse aveva cantato Davide davanti al suo popolo per le strade di Giudea. Gli altri lo seguono, facendo coro ad ogni "alleluia" con giubilo santo.

Gionata, che fa parte del gruppo, dice, mentre già Gerusalemme è ai loro piedi dal piccolo colle che essi scendono a passo veloce: «Per la sua nascita ho perso la patria e la casa, e per la sua morte ho perso la nuova casa dove da trent'anni operai da onesto. Ma, anche mi fosse stata levata la vita per Lui, sarei morto in letizia, perché per Lui l'avrei persa. Non ho rancore per colui che è con me ingiusto. Il mio Signore mi ha insegnato col suo morire la perfetta mansuetudine. E non ho pensiero del domani. La mia dimora non è qui. Ma nel Cielo. Vivrò nella povertà a Lui tanto cara e lo servirò fino all'ora del suo chiamarmi... e... si... gli offrirò anche la rinuncia... alla mia padrona... Questa è la spina più dura... Ma, ora che ho visto il dolore del Cristo e la sua gloria, non devo pesare il mio dolore, ma solo sperare la celeste gloria. Andiamo a dire agli apostoli che Gionata è il servo dei servi del Cristo».

 

625. Apparizione ai discepoli di Emmaus

 

Per una strada montuosa due uomini, di media età, vanno lesti volgendo le spalle a Gerusalemme, le cui alture scompaiono sempre più dietro le altre che si susseguono con ondulazioni di cime e di valli continue.

Parlano fra di loro. E il più anziano dice all'altro, che avrà un trentacinque anni al massimo: «Credi che è stato meglio fare così. Io ho famiglia e tu ce l'hai. Il Tempio non scherza. Vuole proprio farla finita. Avrà ragione? Avrà torto? Non lo so. So che in esso è chiaro il pensiero di finirla per sempre con tutto questo».

«Con questo delitto, Simone. Dàgli il nome giusto. Perché almeno delitto lo è».

«Secondo. In noi l'amore fa lievito contro il Sinedrio. Ma forse... chissà!».

«Niente. L'amore illumina. Non porta all'errore».

«Anche il Sinedrio, anche i sacerdoti e i capi amano. Loro amano Jeovè, Colui che tutto Israele ha amato da quando il patto fu stretto fra Dio e i Patriarchi. Allora pure ad essi l'amore è luce e non porta errore!».

«Non è amore per il Signore il loro. Sì. Israele da secoli è in quella Fede. Ma dimmi. Puoi dire che è ancora una fede quella che ci dànno i capi del Tempio, i farisei, gli scribi, i sacerdoti? Tu lo vedi. Con l'oro sacro al Signore - già si sapeva, o almeno si sospettava che ciò avvenisse - con l'oro sacro al Signore essi hanno pagato il Traditore e ora pagano le guardie. Il primo perché tradisse il Cristo, le seconde perché mentano. Oh! Io non so come la Potenza eterna si sia limitata a scardinare le muraglie e a lacerare il Velo! Ti dico che io avrei voluto che sotto le macerie seppellisse i nuovi filistei. Tutti! ».

«Cleofa! Tu saresti tutto vendetta».

«Vendetta sarei. Perché, ammettiamo che Egli fosse solo un profeta, è egli lecito uccidere un innocente? Perché innocente era! Lo hai mai visto fare uno dei delitti di cui fu accusato per ucciderlo?».

«No. Nessuno. Però un errore lo ha fatto».

«Quale, Simone?».

«Quello di non sprigionare potenza dall'alto della sua Croce. Per confermare la nostra fede e per punire gli increduli sacrileghi. Egli doveva raccogliere la sfida e scendere di Croce».

«Ha fatto di più. È risorto».

«Sarà poi vero? Risorto come? Con lo Spirito solo o con lo spirito e la Carne?».

«Ma lo spirito è eterno! Non ha bisogno di risorgere!», esclama Cleofa.

«Lo so anche io. Volevo dire: se è risorto con la sua unica natura di Dio, superiore ad ogni insidia dell'uomo. Perché ora il suo spirito fu insidiato col terrore dall'uomo. Hai sentito, eh? Marco ha detto che nel Getsemani, dove Egli andava a pregare contro un masso, è tutto sangue. E Giovanni, che ha parlato con Marco, gli ha detto: "Non far calpestare quel luogo, perché è sangue sudato dall'Uomo Dio". Se ha sudato sangue prima della tortura, deve ben avere avuto terrore di essa!».

«Nostro povero Maestro!...». Tacciono afflitti.

Li raggiunge Gesù e chiede: «Di chi parlavate? Sentivo nel silenzio le vostre parole a intervalli. Chi fu ucciso?». È un Gesù velato sotto una apparenza modesta di povero viandante frettoloso.

I due non lo ravvisano.

«Sei d'altri luoghi, uomo? Non sostasti in Gerusalemme? La tua veste polverosa ed i sandali così ridotti ci paiono di instancabile pellegrino».

«Lo sono. Vengo da molto lontano...».

«Stanco sarai, allora. E vai lontano?»

«Molto, ancora più di quanto Io ne venga».

«Hai commerci da fare? Mercati?».

«Ho da acquistare un numero sterminato di greggi per il più grande Signore. Tutto il mondo devo girare per scegliere pecore e agnelli, e scendere anche fra greggi selvatiche che pure, quando saranno rese domestiche, saranno migliori di quelle che selvatiche ora non sono».

«Difficile lavoro. E hai proseguito senza sostare in Gerusalemme?».

«Perché lo chiedete?».

«Perché tu solo sembri ignorare quanto in essa è accaduto in questi giorni».

«Che vi è accaduto?».

«Tu vieni da lontano e perciò forse non sai. Ma la tua parlata è pure galilea. Perciò, anche se servo di un re straniero o figlio di galilei espatriati, saprai, se sei circonciso, che da tre anni nella patria nostra era sorto un grande profeta di nome Gesù di Nazaret, potente in opere e in parole davanti a Dio e agli uomini, che andava predicando per tutto il Paese. E si diceva il Messia. Le sue parole e le sue opere erano realmente da Figlio di Dio, come Egli si diceva. Ma solo da Figlio di Dio. Tutto Cielo... Ora tu sai perché... Ma sei circonciso?».

«Primogenito sono e sacro al Signore».

«Allora sai la nostra Religione?».

«Non ne ignoro una sillaba. Conosco i precetti e gli usi. L'halascia, il midrascia e l'aggada mi sono note come gli elementi dell'aria, dell'acqua, del fuoco e della luce, che sono i primi a cui tende l'intelligenza, l'istinto, il bisogno dell'uomo che da poco è nato da seno».

«Orbene, allora tu sai che Israele ebbe promesso il Messia, ma come re potente che avrebbe riunito Israele. Questo invece così non era...».

«Come, dunque?»

«Egli non mirava a terreno potere. Ma di un regno eterno e spirituale si diceva re. Egli non ha riunito, ma anzi ha scisso Israele, perché ora esso è diviso fra coloro che in Lui credono e coloro che malfattore lo dicono. In verità, di re non aveva stoffa, perché voleva solo mitezza e perdono. E come soggiogare e vincere con queste armi?...».

«E allora?».

«E allora i capi dei Sacerdoti e gli Anziani d'Israele lo presero e lo hanno giudicato reo di morte... accusandolo, per verità, di colpe non vere. Sua colpa era essere troppo buono e troppo severo...».

«Come poteva, se era l'uno, essere l'altro?».

«Poteva, perché era troppo severo nel dire le verità ai Capi d'Israele e troppo buono nel non fare su essi miracolo di morte, fulminando i suoi ingiusti nemici».

«Severo come il Battista era?».

«Ecco... non saprei. Duramente rimproverava, specie negli ultimi tempi, scribi e farisei, e minacciava quelli del Tempio come segnati dall'ira di Dio. Ma poi, se uno era peccatore e si pentiva, ed Egli vedeva nel suo cuore vero pentimento, perché il Nazareno leggeva nei cuori meglio che uno scriba nel testo, allora era più dolce di una madre».

«E Roma ha permesso fosse ucciso un innocente?».

«Lo ha condannato Pilato... Ma non voleva e lo diceva "Giusto". Ma di accusarlo a Cesare lo minacciarono ed ebbe paura. Si insomma fu condannato alla croce e vi morì. E questo, insieme al timore dei sinedristi, ci ha molto avviliti. Perché io sono Clofé figlio di Clofé e questo è Simone, ambedue di Emmaus, e parenti, perché io sono lo sposo della sua prima figlia, e discepoli del Profeta eravamo».

«E ora più non lo siete?».

«Noi speravamo che sarebbe Lui che libererebbe Israele e anche che, con un prodigio, confermasse le sue parole. Invece!...»

«Che parole aveva dette?».

«Te lo abbiamo detto: "Io sono venuto al Regno di Davide. Io sono il Re pacifico" e così via. E diceva: "Venite al Regno", ma poi non ci ha dato il regno. E diceva: "Il terzo giorno risorgerò". Ora è il terzo giorno che è morto. Anzi è già compiuto, perché l'ora di nona è già trascorsa, e Lui non è risorto. Delle donne e delle guardie dicono che si, è risorto. Ma noi non lo abbiamo visto. Dicono le guardie, ora, che così hanno detto per giustificare il furto del cadavere fatto dai discepoli del Nazareno. Ma i discepoli!... Noi lo abbiamo tutti lasciato per paura mentre era vivo... e non certo lo abbiamo rapito ora che è morto. E le donne... chi ci crede ad esse? Noi ragionavamo di questo. E volevamo sapere se Egli si è inteso di risorgere solo con lo Spirito tornato divino, o se anche con la Carne. Le donne dicono che gli angeli - perché dicono di avere visto anche gli angeli dopo il terremoto, e può essere, perché già il venerdì sono apparsi i giusti fuori dai sepolcri - dicono che gli angeli hanno detto che Egli è come uno che non è mai morto. E tale infatti alle donne parve di vederlo. Ma però due di noi, due capi, sono andati al Sepolcro. E, se lo hanno visto vuoto, come le donne hanno detto, non hanno visto Lui, né li, né altrove. Ed è una grande desolazione, perché non sappiamo più che pensare!».

«Oh! come siete stolti e duri nel comprendere! e come lenti nel credere alle parole dei profeti! E non era ciò stato detto? L'errore di Israele è questo: dell'avere male interpretato la regalità del Cristo. Per questo Egli non fu creduto. Per questo Egli fu temuto. Per questo ora voi dubitate. In alto, in basso, nel Tempio e nei villaggi, ovunque si pensava ad un re secondo l'umana natura. La ricostruzione del regno d'Israele non era limitata, nel pensiero di Dio, nel tempo, nello spazio e nel mezzo, come fu in voi.

Non nel tempo: ogni regalità, anche la più potente, non è eterna. Ricordate i potenti Faraoni che oppressero gli ebrei ai tempi di Mosè. Quante dinastie non sono finite, e di esse restano mummie senz’anima in fondo ad ipogei secreti! E resta un ricordo, se pur resta quello, del loro potere di un'ora, e anche meno, se misuriamo i loro secoli sul Tempo eterno. Questo Regno è eterno.

Nello spazio. Era detto: regno di Israele. Perché da Israele è venuto il ceppo della razza umana; perché in Israele è, dirò così, il seme di Dio, e perciò, dicendo Israele, volevasi dire: il regno dei creati da Dio. Ma la regalità del Re Messia non è limitata al piccolo spazio della Palestina, ma si estende da settentrione a meridione, da oriente a occidente, dovunque e un essere che nella carne abbia uno spirito, ossia dovunque è un uomo. Come avrebbe potuto uno solo accentrare in sé tutti i popoli fra loro nemici e farne un unico regno senza spargere a fiumi il sangue e tenere tutti soggetti con crudeli oppressioni d'armati? E come allora avrebbe potuto essere il re pacifico di cui parlano i profeti?

Nel mezzo: il mezzo umano, ho detto, è l'oppressione. Il mezzo sovrumano è l'amore. Il primo è sempre limitato, perché i popoli ben si rivoltano all'oppressore. Il secondo è illimitato, perché l'amore è amato o, se amato non è, è deriso. Ma, essendo cosa spirituale, non può mai essere direttamente aggredito. E Dio, l'Infinito, vuole mezzi che come Lui siano. Vuole ciò che finito non è perché eterno è: lo spirito; ciò che è dello spirito; ciò che porta allo Spirito. Questo è stato l'errore: di avere concepito nella mente un'idea messianica sbagliata nei mezzi e nella forma.

Quale è la regalità più alta? Quella di Dio. Non è vero? Or dunque, questo Ammirabile, questo Emmanuele, questo Santo, questo Germe sublime, questo Forte, questo Padre del secolo futuro, questo Principe della pace, questo Dio come Colui dal quale Egli viene, perché tale è detto e tale è il Messia, non avrà una regalità simile a quella di Colui che lo ha generato? Si, che l'avrà. Una regalità tutta spirituale ed eterna, pura da rapine e sangue, ignara di tradimenti e soprusi. La sua Regalità! Quella che la Bontà eterna concede anche ai poveri uomini, per dare onore e gioia al suo Verbo.

Ma non è detto da Davide che questo Re potente ha avuto messa sotto i suoi piedi ogni cosa a fargli da sgabello? Non è detta da Isaia tutta la sua Passione e da Davide numerate, potrebbesi dire, anche le torture? E non è detto che Egli è il Salvatore e Redentore, che col suo olocausto salverà l'uomo peccatore? E non è precisato, e Giona ne è segno, che per tre giorni sarebbe ingoiato dal ventre insaziabile della Terra e poi ne sarebbe espulso come il profeta dalla balena? E non è stato detto da Lui: "Il Tempio mio, ossia il mio Corpo, il terzo dì dopo essere stato distrutto, sarà da Me (ossia da Dio) ricostruito"? E che pensavate? Che per magia Egli rialzasse le mura del Tempio? No. Non le mura. Ma Se stesso. E solo Dio poteva far sorgere Se stesso. Egli ha rialzato il Tempio vero: il suo Corpo di Agnello. Immolato, così come ne ebbe l'ordine e la profezia Mosè, per preparare il "passaggio" da morte a Vita, da schiavitù a libertà, degli uomini figli di Dio e schiavi di Satana.

"Come è risorto?", vi chiedete. Io rispondo: È risorto con la sua vera Carne e col suo divino Spirito che l'abita, come in ogni carne mortale è l'anima abitante regina nel cuore. Così è risorto dopo avere tutto patito per tutto espiare, e riparare all'Offesa primigenia e alle infinite che ogni giorno dall'Umanità vengono compite. È risorto come era detto sotto il velo delle profezie. Venuto al suo tempo, vi ricordo Daniele, al suo tempo fu immolato. E, udite e ricordate, al tempo predetto dopo la sua morte la città deicida sarà distrutta.

Io ve ne consiglio: leggete con l'anima, non con la mente superba, i profeti, dal principio del Libro alle parole del Verbo immolato; ricordate il Precursore che lo indicava Agnello; risovvenitevi quale era il destino del simbolico agnello mosaico. Per quel sangue furono salvati i primogeniti d'Israele. Per questo Sangue saranno salvati i primogeniti di Dio, ossia quelli che con la buona volontà si saranno fatti sacri al Signore. Ricordate e comprendete il messianico salmo di Davide e il messianico profeta Isaia. Ricordate Daniele, riportatevi alla memoria, ma alzando questa dal fango all'azzurro celeste, ogni parola sulla regalità del Santo di Dio, e comprenderete che altro segno più giusto non vi poteva essere dato più forte di questa vittoria sulla Morte, di questa Risurrezione da Se stesso compiuta. Ricordatevi che disforme alla sua misericordia e alla sua missione sarebbe stato il punire dall'alto della Croce coloro che su essa lo avevano messo. Ancora Egli era il Salvatore, anche se era il Crocifisso schernito e inchiodato ad un patibolo! Crocifisse le membra, ma libero lo spirito e il volere. E con questi volle ancora attendere, per dare tempo ai peccatori di credere e di invocare, non con urlo blasfemo, ma con gemito di contrizione, il suo Sangue su loro.

Ora è risorto. Tutto ha compiuto. Glorioso era avanti la sua incarnazione. Tre volte glorioso lo è ora che, dopo essersi annichilito per tanti anni in una carne, ha immolato Se stesso, portando l'Ubbidienza alla perfezione del saper morire sulla croce per compiere la Volontà di Dio. Gloriosissimo, in un con la Carne glorificata, adesso che Egli ascende al Cielo ed entra nella Gloria eterna, iniziando il Regno che Israele non ha compreso. Ad esso Regno Egli, più che mai pressantemente, con l'amore e l'autorità di cui è pieno, chiama le tribù del mondo. Tutti, come videro e previdero i giusti di Israele ed i profeti, tutti i popoli verranno al Salvatore. E non vi saranno più Giudei o Romani, Sciti o Africani, Iberi o Celti, Egizi o Frigi. L'oltre Eufrate si unirà alle sorgenti del Fiume perenne. Gli iperborei a fianco dei numidi verranno al suo Regno, e cadranno razze e idiomi. Costumi e colori di pelle e capelli non avranno più luogo. Ma sarà uno sterminato popolo fulgido e candido, un unico linguaggio, un solo amore. Sarà il Regno di Dio. Il Regno dei Cieli. Monarca eterno: l'Immolato Risorto. Sudditi eterni: i credenti nella sua Fede. Vogliate credere per essere di esso.

Ecco Emmaus, amici. Io vado oltre. Non è concessa sosta al Viandante che tanta strada ha da fare».

«Signore, tu sei istruito più di un rabbi. Se Egli non fosse morto, diremmo che Egli ci ha parlato. Ancora vorremmo udire da te altre e più estese verità. Perché ora, noi pecore senza pastore, turbate dalla bufera dell'odio d'Israele, più non sappiamo comprendere le parole del Libro. Vuoi che veniamo con te? Vedi, ci istruiresti ancora, compiendo l'opera del Maestro che ci fu tolto».

«L'avete avuto per tanto e non vi poté fare completi? Non è questa una sinagoga?».

«Sì. Io sono Cleofa, figlio di Cleofa il sinagogo, morto nella sua gioia di avere conosciuto il Messia».

«E ancora non sei giunto a credere senza nube? Ma non è colpa vostra. Ancora dopo il Sangue manca il Fuoco. E poi crederete, perché comprenderete. Addio».

«O Signore, già la sera si appressa e il sole si curva al suo declino. Stanco sei, e assetato. Entra. Resta con noi. Ci parlerai di Dio mentre divideremo il pane e il sale».

Gesù entra e viene servito, con la solita ospitalità ebraica, di bevande e acque per i piedi stanchi.

Poi si mettono a tavola e i due lo pregano di offrire per loro il cibo.

Gesù si alza tenendo sulle palme il pane e, alzati gli occhi al cielo rosso della sera, rende grazie del cibo e si siede. Spezza il pane e ne dà ai suoi due ospiti. E nel farlo si disvela per quello che Egli è: il Risorto.

Non è il fulgido Risorto apparso agli altri a Lui più cari. Ma è un Gesù pieno di maestà, dalle piaghe ben nette nelle lunghe Mani: rose rosse sull'avorio della pelle. Un Gesù ben vivo nella sua Carne ricomposta. Ma anche ben Dio nella imponenza degli sguardi e di tutto l'aspetto.

I due lo riconoscono e cadono in ginocchio... Ma, quando osano alzare il viso, di Lui non resta che il pane spezzato.

Lo prendono e lo baciano. Ognuno prende il proprio pezzo e se lo mette, come reliquia, avvolto in un lino sul petto.

Piangono dicendo: «Egli era! E non lo conoscemmo. Eppure non sentivi tu arderti il cuore nel petto mentre ci parlava e ci accennava le Scritture?».

«Sì. E ora mi pare di vederle di nuovo. E nella luce che dal Cielo viene. La luce di Dio. E vedo che Egli è il Salvatore».

«Andiamo. Io non sento più stanchezza e fame. Andiamo a dirlo a quelli di Gesù, in Gerusalemme».

«Andiamo. Oh! se il vecchio padre mio avesse potuto godere quest'ora!».

«Ma non lo dire! Egli più di noi ne ha goduto. Senza il velo usato per pietà della nostra debolezza carnale, egli, il giusto Clofé, ha visto col suo spirito il Figlio di Dio rientrare nel Cielo. Andiamo! Andiamo! Giungeremo a notte alta. Ma, se Egli lo vuole, ci darà maniera di passare. Se ha aperto le porte di morte, ben potrà aprire le porte delle mura! Andiamo».

E nel tramonto tutto porpureo vanno solleciti verso Gerusalemme.

 

626. Venuta dei pagani e accenni ad altre apparizioni

 

La casa del Cenacolo è piena di gente. Il vestibolo, il cortile, le stanze, meno il Cenacolo e la stanza dove è Maria Vergine, presentano l'aspetto festoso ed eccitato di un luogo dove molti si ritrovino, dopo del tempo, per una festa. Vi sono gli apostoli, meno Tommaso. Vi sono i pastori. Vi sono le donne fedeli e insieme a Giovanna vi sono Niche, Elisa, Sira, Marcella, Anna. Parlano tutti, a voce bassa, ma con una eccitazione palese e festosa. Tutta la casa è ben serrata, come per paura, ma la paura del di fuori non lede la gioia dell'interno.

Marta va e viene insieme a Marcella e Susanna, preparando per la cena dei «servi del Signore», come lei chiama gli apostoli. Le altre e gli altri si interrogano, si confidano le loro impressioni, gioie, paure... come tanti bambini in attesa di qualcosa che li elettrizza e che li spaura anche un poco.

Gli apostoli vorrebbero apparire i più sicuri. Ma sono i primi a turbarsi se un rumore sembra un busso al portone o se simula una finestra che si spalanca. Anche l'accorrere di Susanna con due lampade a più fiamme, in soccorso di Marta che cerca delle biancherie, fa fare un balzo indietro a Matteo che grida: «Il Signore!». Cosa che fa cadere in ginocchio Pietro che, è palese, si sente più agitato degli altri.

Un battere risoluto al portone fa troncare tutte le parole e rimanere sospesi. Io credo che i cuori battono tutti a gran corsa.

Guardano dallo spiraglio e aprono con un «Oh! » di stupore, vedendo il gruppo inaspettato delle dame romane scortate da Longino e un altro che è, come Longino, vestito di scuro. Anche le dame sono tutte avvolte in mantelli scuri, che le coprono anche sul capo. E si sono levati tutti i gioielli per dare meno nell'occhio.

«Possiamo entrare un momento per dire la nostra gioia alla Madre del Salvatore?», dice la più ossequiata di tutte, Plautina.

«Venite pure. Là è».

Entrano in gruppo insieme a Giovanna e Maria di Magdala, che ho l'impressione le conosca molto bene.

Longino con l'altro romano restano isolati, perché sono guardati un poco di storto, in un angolo del vestibolo.

Le donne salutano con il loro: «Ave, Domina!», e poi si inginocchiano dicendo: «Se prima ammiravamo la Sapienza, ora vogliamo essere figlie del Cristo. E a te lo diciamo. Tu sola puoi vincere la diffidenza ebraica verso di noi. A te verremo per essere istruite finché essi (e accennano agli apostoli fermi in gruppo sull'uscio) ci permetteranno di dirci di Gesù». È Plautina che ha parlato per tutte.

Maria sorride beata e dice: «Chiedo al Signore di mondarmi le labbra come al Profeta per potere degnamente parlare del mio Signore. Siate benedette, primizie di Roma!».

«Anche Longino vorrebbe... e l'astato, che si è sentito un fuoco nel cuore quando... quando si aprì terra e cielo al grido di Dio. Ma se noi poco sappiamo, essi nulla sanno. Se non che, che Egli era il Santo di Dio e che più non vogliono essere dell'Errore».

«Dirai loro di venire agli apostoli».

«Là sono. Ma gli apostoli di essi diffidano».

Maria si alza e va verso i soldati.

Gli apostoli la guardano andare, cercando di intuire il suo pensiero.

«Dio vi conduca alla sua Luce, figli! Venite! Per conoscere i servi del Signore. Questo è Giovanni. E lo conoscete. E questo è Simon Pietro, l'eletto a capo dei fratelli dal Figlio mio e mio Signore. Questo è Giacomo e questo Giuda, cugini del Signore. Questo Simone, e questo Andrea fratello di Pietro. E questo Giacomo, fratello di Giovanni. E costoro Filippo, Bartolomeo e Matteo. Manca Tommaso, ancora lontano. Ma come fosse presente lo nomino. Questi gli eletti a speciale missione. Ma questi, che umili stanno nell'ombra, sono i primi nell'eroismo dell'amore. Da più di sei lustri predicano il Cristo. Né persecuzioni su loro né condanna sull'Innocente hanno leso la loro fede. Pescatori e pastori, e voi patrizi. Ma nel nome di Gesù non ci sono più distinzioni. L'amore nel Cristo tutti uguaglia e affratella. E il mio amore vi chiama figli, anche voi di altra nazione. Anzi io dico che vi ritrovo dopo avervi smarriti, perché, nel momento del dolore, presso il Morente eravate. E non dimentico la tua pietà, Longino. Non le tue parole, soldato. Parevo uccisa. Ma tutto vedevo. Io non ho come darvi ricompensa. E, veramente, per cose sante non c'è moneta. Ma solo amore e preghiera. E questa vi darò, pregando il nostro Signore Gesù di darvi Lui compenso».

«Lo avemmo, Domina. Per questo tutti insieme abbiamo osato venire. Ci riunì un comune impulso. Già la fede ha gettato il suo laccio da cuore a cuore», dice Longino.

Tutti si accostano incuriositi. E c'è chi, vincendo il ritegno e forse il ribrezzo del contatto pagano, dice: «Che aveste?».

«Io una voce, la sua. E diceva: "Vieni a Me"», dice Longino.

«Ed io udii: "Se santo mi credi, credi in Me"», dice l'altro soldato.

«E noi», dice Plautina, «mentre stamattina stavamo parlando di Lui, vedemmo una luce, una luce! Si formò in volto. Oh! di' tu il suo splendore. Era il suo. E ci sorrise così dolcemente che non avemmo più che una volontà, venire a dirvi: "Non ci respingete" ».

Vi è del brusio e dei commenti. Tutti parlano, ripetendo come lo videro.

I dieci apostoli tacciono mortificati. Per rifarsi e non apparire come gli unici rimasti senza il suo saluto, chiedono alle donne ebree se furono senza dono pasquale.

Elisa dice: «Mi ha levato la spada del dolore del mio figlio morto».

E Anna: «Ho sentito la sua promessa sulla eterna salute dei miei».

E Sira: «Io una carezza».

E Marcella: «Io un lampo e la sua Voce che diceva: "Persevera"».

«E tu, Niche?», interrogano perché questa tace.

«Lei ha già avuto», rispondono altri.

«No. Ho visto il suo Volto, e mi ha detto: "Perché sul cuore ti si imprima questo". Come era bello!».

Marta va e viene, tacita e svelta, e tace.

«E tu, sorella? Nulla a te? Tu taci e sorridi. Troppo dolcemente sorridi per non avere la tua gioia», dice la Maddalena.

È vero. Tieni le palpebre calate e muta è la tua lingua, ma è come cantassi una canzone d'amore, tanto il tuo occhio scintilla oltre il velo delle ciglia».

«Oh! parla dunque! Madre, ti ha detto?».

La Madre sorride e tace.

Marta, che è intenta a disporre le stoviglie sulla tavola, vuole tenere calato il velo sul suo felice segreto. Ma la sorella non le dà tregua. Allora Marta, beata, dice arrossendo: «Mi ha dato appuntamento per l'ora della morte e degli sponsali compiuti…» e il viso le si accende in un rossore più vivo e in un riso di anima.

 

627. Apparizione agli apostoli nel Cenacolo

 

Sono raccolti nel Cenacolo. La sera deve essere ben tarda, perché nessun rumore viene più dalla via né dalla casa. Penso che anche quelli che erano venuti prima si siano tutti ritirati o alle proprie case o a dormire, stanchi di tante emozioni.

I dieci invece, dopo avere mangiato dei pesci, di cui ancora qualcuno sussiste su un vassoio posato sulla credenza, stanno parlando sotto la luce di una sola fiammella del lampadario, la più vicina alla tavola. Sono ancora seduti alla stessa. E hanno discorsi spezzati. Quasi dei monologhi, perché pare che ognuno, più che col compagno, parli con se stesso. E gli altri lo lasciano parlare, magari parlando a loro volta di tutt'altra cosa. Però questi discorsi slegati, che mi fanno l'impressione dei raggi di una ruota sfasciata, si sente che appartengono ad un solo argomento che li accentra, anche se così sparsi. E che è Gesù.

«Non vorrei che Lazzaro avesse udito male, e meglio di lui avessero capito le donne...», dice Giuda d'Alfeo.

«A che ora ha detto di averlo visto la romana?», chiede Matteo.

Nessuno gli risponde.

«Domani io vado a Cafarnao», dice Andrea.

«Che meraviglia! Fare sì che esca proprio in quel momento la lettiga di Claudia!», dice Bartolomeo.

«Abbiamo fatto male, Pietro, a venire via subito questa mattina... Fossimo rimasti, lo avremmo visto come la Maddalena», sospira Giovanni.

«Io non capisco come poté essere a Emmaus e in palazzo insieme. E come qui dalla Madre, e dalla Maddalena e da Giovanna insieme...», dice a se stesso Giacomo di Zebedeo.

«Non verrà. Non ho pianto abbastanza per meritarlo... Ha ragione. Io dico che per tre giorni mi fa aspettare per le mie tre negazioni. Ma come, come ho potuto fare quello?».

«Come era trasfigurato Lazzaro! Vi dico: pareva lui un sole. Io penso gli sia successo come a Mosè dopo avere visto Dio. E subito - vero, voi che eravate là? - subito dopo avere offerto la sua vita!», dice lo Zelote.

Nessuno lo ascolta.

Giacomo d'Alfeo si volta da Giovanni e dice: «Come ha detto a quelli di Emmaus? Mi pare che ci abbia scusati, non è vero? Non ha detto che tutto è avvenuto per il nostro errore di israeliti sul modo di capire il suo Regno?».

Giovanni non gli dà nessuna retta e, volgendosi a guardare Filippo, dice... all'aria, perché a Filippo non parla: «A me basta di saperlo risorto. E poi... E poi che il mio amore sia sempre più forte. Visto, eh! È andato, se voi guardate, in proporzione all'amore che avemmo: la Madre, Maria Maddalena, i bambini, mia madre e la tua, e poi Lazzaro e Marta... Quando a Marta? Io dico quando ella intonò il salmo davidico: "Il Signore è mio pastore, non mi mancherà nulla. Egli mi ha posto in luogo di abbondanti pascoli, mi ha condotto ad acque ristoratrici. Ha richiamato a Sé l'anima mia..." Ricordi come ci fece sussultare con quell'inaspettato canto? E quelle parole si riconnettono a quanto ha detto: "Ha richiamato a Sé l'anima mia". Infatti Marta sembra avere ritrovato la sua via... Prima era smarrita, lei, la forte! Forse nel richiamo le ha detto il luogo dove la vuole. È certo anzi, perché, se le ha dato appuntamento, deve sapere dove lei sarà. Che avrà voluto dire dicendo: "sponsali compiuti?"».

Filippo, che lo ha guardato un momento e poi lo ha lasciato monologare, geme: «Io non saprò che dirgli se viene... Io sono fuggito... e sento che fuggirò. Prima per paura degli uomini. Ora per paura di Lui».

«Dicono tutti: "è bellissimo". Può mai essere più bello di quanto già era?», si chiede Bartolomeo.

«Io gli dirò: "Mi hai perdonato senza parola quando ero pubblicano. Perdonami anche ora col tuo silenzio, perché non merita la mia viltà la tua parola"», dice Matteo.

«Longino dice che ha pensato: "Devo chiedergli di guarire o di credere?". Ma ha detto il suo cuore: "Di credere", e allora la Voce ha detto: "Vieni a Me", ed egli ha sentito la volontà di credere e la guarigione insieme. Me lo ha proprio detto così», afferma Giuda d'Alfeo. «Io sono sempre fisso al pensiero di Lazzaro, premiato subito per la sua offerta... L'ho detto io pure: "La mia vita per la tua gloria". Ma non è venuto», sospira lo Zelote.

«Che dici, Simone? Tu che sei colto, dimmi: che gli devo dire per fargli capire che lo amo e chiedo perdono? E tu, Giovanni? Tu hai parlato molto con la Madre. Aiutami. Non è pietà lasciare solo il povero Pietro!».

Giovanni si muove a compassione dell'avvilito compagno e dice: «Ma... ma io gli direi semplicemente: "Ti amo". Nell'amore è compreso anche il desiderio del perdono e il pentimento. Però... non so. Simone, che dici tu?».

E lo Zelote: «Io direi quello che era il grido dei miracoli: "Gesù, pietà di me!". Direi: "Gesù". E basta. Perché è ben più del Figlio di Davide!».

«È ben quello che penso e che mi fa tremare. Oh! io nasconderò il capo... Anche stamane avevo paura di vederlo e...».

«... e poi sei entrato per primo. Ma non temere così. Sembra che tu non lo conosca», lo rincuora Giovanni.

La stanza si illumina vivamente come per un lampo abbagliante. Gli apostoli si celano il viso temendo sia un fulmine. Ma non odono rumore e alzano il capo.

Gesù è in mezzo alla stanza, presso la tavola. Apre le braccia dicendo: «La pace sia con voi».

Nessuno risponde. Chi più pallido, chi più rosso, lo fissano tutti con paura e soggezione. Affascinati e nello stesso tempo vogliosi quasi di fuggire.

Gesù fa un passo avanti, aumentando il suo sorriso. «Ma non temete così! Sono Io. Perché così turbati? Non mi desideravate? Non vi avevo fatto dire che sarei venuto? Non ve lo avevo detto fin dalla sera pasquale?».

Nessuno osa aprire bocca. Pietro piange già e Giovanni già sorride, mentre i due cugini, con gli occhi lustri e un movimento di parola senza suono sulle labbra, sembrano due statue raffiguranti il desiderio.

«Perché nei cuori avete pensieri così in contrasto fra il dubbio e la fede, l'amore e il timore? Perché ancora volete essere carne e non spirito, e con questo solo vedere, comprendere, giudicare, operare? Sotto la vampa del dolore non si è tutto arso il vecchio io, e non è sorto il nuovo io di una vita nuova? Sono Gesù. Il vostro Gesù, risorto come aveva detto. Guardate. Tu che le hai viste le ferite e voi che ignorate la mia tortura. Perché quanto sapete è ben diverso dalla conoscenza esatta che ne ha Giovanni. Vieni, tu per il primo. Sei già tutto mondo. Tanto mondo che mi puoi toccare senza tema. L'amore, l'ubbidienza, la fedeltà già ti avevano fatto mondo. Il mio Sangue, di cui fosti tutto rorido quando mi deponesti dal patibolo, ti ha finito di purificare. Guarda. Sono vere mani e vere ferite. Osserva i miei piedi. Vedi come il segno è quello del chiodo? Sì. Sono proprio Io e non un fantasma. Toccatemi. Gli spettri non hanno corpo. Io ho vera carne sopra un vero scheletro». Posa la Mano sul capo di Giovanni che ha osato andargli vicino: «Senti? È calda e pesante». Gli alita in volto: «E questo è respiro».

«Oh! mio Signore!», Giovanni mormora piano, così...

«Sì. Il vostro Signore. Giovanni, non piangere di timore e di desiderio. Vieni a Me. Sono sempre quello che ti amo. Sediamo, come sempre, alla tavola. Avete nulla più da mangiare? Datemelo, dunque».

Andrea e Matteo, con mosse da sonnambuli, prendono dalle credenze il pane e i pesci e un vassoio con un favo appena sbocconcellato in un angolo.

Gesù offre il cibo e mangia, e dà ad ognuno un poco di quanto mangia. E li guarda. Tanto buono. Ma tanto maestoso che essi ne sono paralizzati.

Osa parlare per primo Giacomo, fratello di Giovanni: «Perché ci guardi così?».

«Perché voglio conoscervi».

«Non ci conosci ancora?».

«Come voi non conoscete Me. Se mi conosceste, sapreste Chi sono e come vi amo, e trovereste le parole per dirmi il vostro tormento. Voi tacete. Come di fronte ad un estraneo potente di cui temete. Poco fa parlavate... Sono quasi quattro giorni che parlate con voi stessi dicendo: "Gli dirò questo...", dicendo allo Spirito mio: "Torna, Signore, che io ti possa dire questo". Ora sono venuto e voi tacete? Tanto mutato sono che più non vi paio Io? O tanto mutati siete da non amarmi più?».

Giovanni, seduto presso al suo Gesù, ha l'atto abituale di posargli la testa sul petto mentre mormora: «Io ti amo, mio Dio», ma si irrigidisce vietandosi questo abbandono per rispetto allo sfolgorante Figlio di Dio. Perché Gesù pare emanare una luce pur essendo di una carne pari alla nostra. Ma Gesù se lo attira sul Cuore, e allora Giovanni apre la diga al suo pianto beato.

Ed è il segnale a tutti di farlo.

Pietro, due posti dopo Giovanni, scivola fra la tavola e il sedile e piange gridando: «Perdono, perdono! Levami da questo inferno in cui sono da tante ore. Dimmi che hai visto il mio errore per quello che fu. Non dello spirito. Ma della carne che mi ha soverchiato il cuore. Dimmelo che hai visto il mio pentimento... Esso durerà fino alla morte. Ma Tu... ma Tu dimmi che come Gesù non ti devo temere... e io, e io... io cercherò di fare così bene da farmi perdonare anche da Dio... e morire... avendo solo un gran purgatorio da fare».

«Vieni qui, Simone di Giona».

«Ho paura».

«Vieni qui. Non essere oltre vile».

«Non lo merito di venirti accosto».

«Vieni qui. Che ti ha detto la Madre? "Se non lo guardi su questo sudario non avrai cuore di guardarlo mai più". O uomo stolto! Quel Volto non ti ha detto col suo sguardo doloroso che ti capivo e che ti perdonavo? Eppure l'ho dato quel lino per conforto, per guida, per assoluzione, per benedizione... Ma che vi ha fatto Satana per accecarvi tanto? Ora Io ti dico: se non mi guardi ora che sulla mia gloria ho ancora steso un velo per adeguarmi alla vostra debolezza, non potrai mai più venire senza paura al tuo Signore. E che ti avverrà allora? Per presunzione peccasti. Vuoi ora tornare a peccare per ostinazione? Vieni, ti dico».

Pietro si trascina sui ginocchi, fra il tavolo e i sedili, con le mani sul volto piangente. Lo ferma Gesù, quando è ai suoi piedi, mettendogli la Mano sul capo. Pietro, con un pianto anche più forte, prende quella Mano e la bacia fra un vero singhiozzare senza freno. Non sa che dire: «Perdono! Perdono!».

Gesù si libera dalla sua stretta e, facendo leva della sua mano sotto il mento dell'apostolo, lo obbliga ad alzare il capo e lo fissa negli occhi arrossati, bruciati, straziati dal pentimento, coi suoi fulgidi Occhi sereni. Pare gli voglia trivellare l'anima. Poi dice: «Andiamo. Levami l'obbrobrio di Giuda. Baciami dove egli baciò. Lava col tuo bacio il segno del tradimento».

Pietro alza il capo, mentre Gesù si china ancora di più, e sfiora la guancia... poi china il capo sulle ginocchia di Gesù e sta così... come un vecchio bambino che ha fatto del male ma che è perdonato.

Gli altri, ora che vedono la bontà del loro Gesù, ritrovano un po' di ardire e si accostano come possono.

Vengono prima i cugini... Vorrebbero dire tanto e non riescono a dire nulla. Gesù li carezza e rincuora col suo sorriso.

Viene Matteo con Andrea. Matteo dicendo: «Come a Cafarnao...», e Andrea: «Io, io... ti amo io».

Viene Bartolomeo gemendo: «Non sapiente fui. Ma stolto. Questo è sapiente», e accenna allo Zelote, al quale Gesù sorride già.

Giacomo di Zebedeo viene e sussurra a Giovanni: «Diglielo tu...»; e Gesù si volge e dice: «Da quattro sere lo hai detto e da tanto Io ti ho compatito».

Filippo, per ultimo, viene tutto curvo. Ma Gesù lo forza ad alzare il capo e gli dice: «Per predicare il Cristo occorre maggior coraggio».

Ora sono tutti intorno a Gesù. Si rinfrancano piano piano. Ritrovano quanto hanno perduto o temuto di avere per sempre perduto. Riaffiora la confidenza, la tranquillità e, per quanto Gesù sia tanto maestoso da tenere in un rispetto nuovo i suoi apostoli, essi trovano finalmente il coraggio di parlare.

È il cugino Giacomo che sospira: «Perché ci hai fatto questo, Signore? Tu lo sapevi che noi non siamo nulla e che ogni cosa da Dio viene. Perché non ci hai dato la forza di essere al tuo fianco?».

Gesù lo guarda e sorride.

«Ora tutto è avvenuto. E nulla più Tu devi patire. Ma non mi chiedere più questa ubbidienza. Sono invecchiato ad ogni ora di un lustro, e le tue sofferenze, che l'amore e Satana ugualmente aumentavano nella mia immaginazione di cinque volte quel che già non fossero, hanno proprio consumato ogni mia forza. Non me ne è rimasta altro che per continuare ad ubbidire, tenendo, come un che affoga con le mani spezzate, la mia forza con la volontà come fossero i denti afferranti una tavola, per non perire... Oh! non chiedere più questo al tuo lebbroso!».

Gesù guarda Simone Zelote e sorride.

«Signore, Tu lo sai quello che voleva il mio cuore. Ma poi non ho più avuto cuore... come me lo avessero strappato i manigoldi che ti hanno preso... e mi è rimasto un buco da cui fuggiva ogni mio pensiero antecedente. Perché hai permesso questo, Signore?», chiede Andrea.

«Io... tu dici il cuore? Io dico che fui uno senza più ragione. Come chi prende un colpo di dava sulla nuca. Quando, a notte fatta, io mi trovai a Gerico... oh! Dio! Dio!... Ma può un uomo perire così? Io credo che così è la possessione. Ora la capisco cosa è questa cosa tremenda!...». Filippo sbarra ancora gli occhi al ricordo del suo soffrire.

«Ha ragione Filippo. Io guardavo indietro. Vecchio sono e non povero di sapienza. E più nulla sapevo di quanto avevo saputo fino a quell'ora. Guardavo Lazzaro, così straziato ma così sicuro, e mi dicevo: "Ma come può essere che egli sappia ancora trovare una ragione ed io nulla più?"», dice Bartolomeo.

«Io pure guardavo Lazzaro. E poiché io so appena ciò che Tu ci hai spiegato, non pensavo al sapere. Ma dicevo: "Almeno nel cuore fossi uguale!"; invece io non avevo che dolore, dolore, dolore. Lazzaro aveva dolore e pace... Perché a lui tanta pace?».

Gesù guarda a turno prima Filippo, poi Bartolomeo, poi Giacomo di Zebedeo. Sorride e tace.

Giuda dice: «Io speravo giungere a vedere ciò che certo Lazzaro vedeva. Per questo gli stavo sempre presso... Il suo viso!... Uno specchio. Un poco prima del terremoto del Venerdì egli era come uno che muore stritolato. E poi divenne di colpo maestoso nel suo dolore. Vi ricordate quando disse: "Il dovere compiuto dà pace"? Noi tutti credemmo fosse solo un rimprovero per noi o un'approvazione per se stesso. Ora penso che lo dicesse per Te. Era un faro nelle nostre tenebre, Lazzaro. Quanto gli hai dato, Signore!».

Gesù sorride e tace.

«Si. La vita. E forse con quella gli hai dato un'anima diversa. Perché, infine, che è lui di diverso da noi? Eppure non è più un uomo. È già qualcosa di più dell'uomo e, per quello che era in passato, avrebbe dovuto essere ancora meno di noi perfetto di spirito. Ma lui si è fatto, e noi... Signore, il mio amore è stato vuoto come certe spighe. Solo pula ho dato», dice Andrea.

E Matteo: «Io nulla posso chiedere. Perché già tanto ho avuto con la mia conversione. Ma sì! Avrei voluto avere ciò che ebbe Lazzaro. Un'anima data da Te. Perché penso anche io come Andrea...»

«Anche Maddalena e Marta furono dei fari. Sarà la razza. Voi non le avete viste. Una era pietà e silenzio. L'altra! Oh! se siamo stati tutti un fascio intorno alla Benedetta, è perché Maria di Magdala ci ha stretti con le fiamme del suo coraggioso amore. Si. Ho detto: la razza. Ma devo dire: l'amore. Ci hanno superati nell'amore. Per questo sono stati quelli che furono», dice Giovanni.

Gesù sorride e tace sempre.

«Ne hanno avuto gran premio però...».

«A loro apparisti».

«A tutti e tre».

«A Maria subito dopo tua Madre...».

È chiaro negli apostoli un rimpianto per queste apparizioni di privilegio.

«Maria ti sa risorto già da tante ore. E noi solo ora ti possiamo vedere...».

«Non più dubbi in loro. In noi, invece, ecco... solo ora sentiamo che nulla è finito. Perché a loro, Signore, se ancora ci ami e non ci ripudi?», chiede Giuda d'Alfeo.

«Sì. Perché alle donne, e specie a Maria? L'hai anche toccata sulla fronte, e lei dice che le pare di portare un serto eterno. E a noi, i tuoi apostoli, nulla...».

Gesù non sorride più. Il suo Volto non è turbato, ma cessa il suo sorriso. Guarda serio Pietro che ha parlato per ultimo, riprendendo ardire man mano che la paura gli passa, e dice: «Avevo dodici apostoli. E li amavo con tutto il mio Cuore. Io li avevo scelti e come una madre ne avevo curato la crescita nella mia Vita. Non avevo segreti per loro. Tutto dicevo, tutto spiegavo, tutto perdonavo. E le umanità, e le sventatezze, e le caparbietà... tutto. E avevo dei discepoli. Dei ricchi e dei poveri discepoli. Avevo donne dal fosco passato o dalla debole costituzione. Ma i prediletti erano gli apostoli.

È venuta la mia ora. Uno mi ha tradito e consegnato ai carnefici. Tre hanno dormito mentre Io sudavo sangue. Tutti, meno due, sono fuggiti per viltà. Uno mi ha rinnegato avendo paura, nonostante avesse l'esempio dell'altro, giovane e fedele. E, quasi non bastasse, fra i dodici ho avuto un suicida disperato e uno che ha dubitato tanto del mio perdono da non credere che a fatica, e per materna parola, alla Misericordia di Dio. Di modo che, se avessi guardato alla mia schiera? se l'avessi guardata con occhio umano, avrei dovuto dire: "Meno Giovanni, fedele per amore, e Simone, fedele all'ubbidienza, Io non ho più apostoli". Questo avrei dovuto dire mentre soffrivo nel recinto del Tempio, nel Pretorio, per le vie e sulla Croce.

Avevo delle donne... E una, la più colpevole in passato, è stata, come Giovanni ha detto, la fiamma che ha saldato le spezzate fibre dei cuori. Quella donna è Maria di Magdala. Tu mi hai rinnegato e sei fuggito. Ella ha sfidato la morte per starmi vicino. Insultata, ha scoperto il suo volto, pronta a ricevere sputi e ceffoni, pensando di assomigliare così di più al suo Re crocifisso. Schernita nel fondo dei cuori per la sua tenace fede nella mia Risurrezione, ha saputo continuare a credere. Straziata, ha agito. Desolata, stamane, ha detto: "Di tutto mi spoglio, ma datemi il mio Maestro". Puoi osare ancora la domanda: "Perché a lei?".

Avevo dei discepoli poveri: dei pastori. Poco li ho avvicina-ti, eppure come seppero confessarmi con la loro fedeltà!

Avevo delle discepole timide, come tutte le donne ebree. Eppure hanno saputo lasciare la casa e venire fra la marea di un popolo che mi bestemmiava, per darmi quel soccorso che i miei apostoli mi avevano negato.

Avevo delle pagane che ammiravano il "filosofo". Per loro ero tale. Ma seppero scendere ad usi ebrei, le potenti romane, per dirmi, nell'ora dell'abbandono di un mondo d'ingrati: "Noi ti siamo amiche".

Avevo il volto coperto di sputi e sangue. Lacrime e sudore gocciavano sulle ferite. Lordure e polvere me lo incrostavano. Di chi la mano che mi deterse? La tua? o la tua? o la tua? Nessuna delle vostre mani. Costui era presso alla Madre. Costui riuniva le pecore sperse. Voi. E se sperse erano le mie pecore, come potevano darmi soccorso? Tu nascondevi il tuo volto per paura del disprezzo del mondo, mentre il tuo Maestro veniva coperto del disprezzo di tutto il mondo, Lui che era innocente.

Avevo sete. Sì. Sappi anche questo. Morivo di sete. Non avevo più che febbre e dolore. Il sangue era già corso nel Getsemani, tratto dal dolore di essere tradito, abbandonato, rinnegato, percosso, sommerso dalle colpe infinite e dal rigore di Dio. Ed era corso nel Pretorio... Chi mi volle dare una stilla per le fauci arse? Una mano d'Israele? No. La pietà di un pagano. La stessa mano che, per decreto eterno, mi aprì il petto per mostrare che il Cuore aveva già una ferita mortale, ed era quella che il non amore, la viltà, il tradimento, vi avevano fatta. Un pagano. Vi ricordo: "Ebbi sete e mi desti da bere". Non uno che mi desse un conforto in tutto Israele. O per impossibilità di farlo, come la Madre e le donne fedeli, o per mala volontà di farlo. E un pagano trovò per lo Sconosciuto la pietà che il mio popolo mi aveva negato. Troverà in Cielo il sorso a Me dato.

In verità vi dico che, se Io ho rifiutato ogni conforto, perché quando si è Vittima non bisogna temperare la sorte, non ho voluto respingere il pagano, nella cui offerta ho sentito il miele di tutto l'amore che dai Gentili mi verrà dato a compenso dell'amarezza che mi dette Israele. Non mi ha levato la sete. Ma lo sconforto, si. Per questo ho preso quel sorso ignorato. Per attirare a Me colui che già verso il Bene piegava. Sia benedetto dal Padre per la sua pietà!

Non parlate più? Perché non chiedete ancora il perché ho così agito? Non osate di chiederlo? Io ve lo dirò. Tutto vi dirò dei perché di quest'ora.

Chi siete voi? I miei continuatori. Si. Lo siete nonostante il vostro smarrimento. Che dovete fare? Convertire il mondo a Cristo. Convertire! È la cosa più delicata e difficile, amici miei. Gli sdegni, i ribrezzi, gli orgogli, gli zeli esagerati sono tutti deleteri alla riuscita. Ma, poiché nulla e nessuno vi avrebbe persuaso alla bontà, alla condiscendenza, alla carità per quelli che sono nelle tenebre, è stato necessario - comprendete? - necessario è stato che voi aveste, una buona volta, frantumato il vostro orgoglio di ebrei, di maschi, di apostoli, per dare luogo solo alla vera sapienza del ministero vostro. Alla mitezza, pazienza, pietà, amore senza borie e ribrezzi.

Voi vedete che tutti vi hanno superato nel credere e nell'agire, fra quelli che voi guardavate con sprezzo o con compatimento orgoglioso. Tutti. E la peccatrice di un giorno. E Lazzaro, intinto di cultura profana, il primo che in mio Nome ha perdonato e guidato. E le donne pagane. E la debole moglie di Cusa. Debole? Invero ella tutti vi supera! Prima martire della mia fede. E i soldati di Roma. E i pastori. E l'erodiano Mannaen. E persino Gamaliele, il rabbino. Non sussultare, Giovanni. Credi tu che il mio Spirito fosse nelle tenebre? Tutti. E questo perché domani, ricordando il vostro errore, non chiudiate il cuore a chi viene alla Croce.

Ve lo dico. E già so che, nonostante lo dica, non lo farete che quando la Forza del Signore vi piegherà come fuscelli al mio Volere, che è quello di avere dei cristiani di tutta la Terra. Ho vinto la Morte. Ma è meno dura del vecchio ebraismo. Ma vi piegherò.

Tu, Pietro, in luogo di stare piangente e avvilito, tu che devi essere la Pietra della mia Chiesa, scolpisciti queste amare verità nel cuore. La mirra è usata per preservare dalla corruzione. Intriditi di mirra, dunque. E quando vorrai chiudere il cuore e la Chiesa ad uno d'altra fede, ricorda che non Israele, non Israele, non Israele, ma Roma mi difese e volle avere pietà. Ricordati che non tu, ma una peccatrice seppe stare ai piedi della Croce e meritò di vedermi per prima. E per non essere degno di biasimo sii imitatore del tuo Dio. Apri il cuore e la Chiesa dicendo: "Io, il povero Pietro, non posso sprezzare, perché se sprezzerò sarò sprezzato da Dio ed il mio errore tornerà vivo agli occhi suoi". Guai se non ti avessi spezzato così! Non un pastore ma un lupo saresti divenuto».

Gesù si alza. Maestosissimo.

«Figli miei. Ancora vi parlerò nel tempo che fra voi resterò. Ma per intanto vi assolvo e perdono. Dopo la prova che, se fu avvilente e crudele, è stata anche salutare e necessaria, venga in voi la pace del perdono. E, con essa in cuore, tornate i miei amici fedeli e forti. Il Padre mi ha mandato nel mondo. Io mando voi nel mondo a continuare la mia evangelizzazione. Miserie di ogni sorta verranno a voi chiedendo sollievo. Siate buoni pensando alla miseria vostra quando rimaneste senza il vostro Gesù. Siate illuminati. Nelle tenebre non è lecito vedere. Siate mondi per dare mondezza. Siate amore per amare. Poi verrà Colui che è Luce, Purificazione e Amore. Ma intanto, per prepararvi a questo ministero, Io vi comunico lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi. A chi li riterrete saranno ritenuti. L'esperienza vostra vi faccia giusti per giudicare. Lo Spirito Santo vi faccia santi per santificare. Il sincero volere di superare il vostro mancamento vi faccia eroici per la vita che vi aspetta. Quanto ancora è da dire ve lo dirò quando l'assente sarà venuto. Pregate per lui. Rimanete con la mia pace e senza orgasmo di dubbio sul mio amore».

E Gesù scompare così come era entrato, lasciando fra Giovanni e Pietro un posto vuoto. Scompare in un bagliore che fa chiudere gli occhi tanto è forte.

E, quando gli occhi abbacinati si riaprono, trovano solo che la pace di Gesù è rimasta, fiamma che brucia e che medica e che consuma le amarezze del passato in un unico desiderio: di servire.

 

628. Il ritorno di Tommaso e la sua incredulità

 

I dieci sono nel cortile della casa del Cenacolo. Parlano fra loro e poi pregano. E poi tornano a parlare.

Dice Simone Zelote: «Sono veramente afflitto della sparizione di Tommaso. Non so più dove cercarlo».

«Ed io neppure», dice Giovanni.

«Dai parenti non c’è. E non è stato visto da nessuno. Che lo abbiano preso?».

«Se così fosse, il Maestro non avrebbe detto: "Dirò il resto quando ci sarà l'assente"».

«È vero. Io però voglio ancora andare a Betania. Forse si aggira per quelle montagne senza osare di mostrarsi».

«Vai, vai, Simone. Tu ci hai tutti riuniti e... salvati col riunirci, perché ci hai portati da Lazzaro. Avete sentito che parole ebbe il Signore per lui? Ha detto: "il primo che in mio Nome ha perdonato e guidato". Perché non lo mette al posto dell'Iscanota?», chiede Matteo.

«Perché non vorrà dare al perfetto amico il posto del Traditore», risponde Filippo.

«Ho sentito poco fa, quando ho fatto un giro per i mercati e ho parlato a venditori di pesce, che... - si, mi posso fidare di loro - che quelli del Tempio non sanno che fare del corpo di Giuda. Non so chi fu... ma questa mattina all'alba i guardiani del Tempio hanno trovato dentro al sacro recinto il suo corpo putrido, con ancora la fune al collo. Io penso siano stati dei pagani a staccarlo e a gettarlo là dentro chissà come», dice Pietro.

«A me invece hanno detto ieri sera alla fonte, ho sentito dire, anzi, che da ieri sera hanno frombolato le viscere del Traditore fin contro la casa di Anna. Pagani, certo. Perché nessun ebreo avrebbe toccato, dopo più di cinque giorni, quel corpo. Chissà come era putrido!», dice Giacomo d'Alfeo.

«Oh! un orrore fin dal sabato!». Giovanni impallidisce al ricordo.

«Ma come finì in quel posto? Era suo?».

«E chi ha mai saputo niente di esatto da Giuda di Keriot? Vi ricordate come era chiuso, complicato...».

«Puoi dire: bugiardo, Bartolomeo. Mai era sincero. Per tre anni fu con noi, e noi, che tutto avevamo in comune, davanti a lui eravamo come davanti all'alto muro di un fortezza».

«Di una fortezza? Oh! Simone! Di' di un labirinto!», esclama Giuda d'Alfeo.

«Oh! sentite! Non parliamo di lui! Mi pare di averlo a evocare e che debba venire a darci disturbo. Io vorrei cancellare il suo ricordo da me e da ogni cuore. Ebreo o gentile che sia. Ebreo, per non arrossire di avere partorito dalla nostra razza questo mostro. Gentile, perché fra loro non ci sia chi ci può dire un giorno: "Fu uno di Israele il suo Traditore". Io sono un ragazzo. E non dovrei parlare davanti a voi per primo. Sono l'ultimo e tu, Pietro, sei il primo. E qui c'è lo Zelote e Bartolomeo, istruiti, e ci sono i fratelli del Signore. Ma, ecco, io vorrei presto mettere uno al dodicesimo posto, uno che santo fosse, perché, finché vedrò quel posto vuoto nel gruppo nostro, io vedrò la bocca dell'inferno coi suoi fetori fra noi. E ho paura che ci travii...».

«Ma no, Giovanni! Sei rimasto impressionato dalla bruttezza del suo delitto e del suo corpo appeso...».

«No, no. Anche la Madre ha detto: "Ho visto Satana vedendo Giuda di Keriot". Oh! facciamo presto a cercare un santo da mettere a quel posto!».

«Senti, io non scelgo nessuno. Se Lui, che era Dio, ha scelto un Iscariota, che sceglierà mai il povero Pietro?».

«Eppure dovrai bene...».

«No, caro. Io non scelgo nulla. Lo chiederò al Signore. Basta di peccati fatti da Pietro!».

«Tante cose dobbiamo chiedere. L'altra sera siamo rimasti come ebeti. Ma dobbiamo farci insegnare. Perché... Come faremo a capire se una cosa è peccato proprio? O se non lo è? Vedi come il Signore parla diverso da noi sui pagani. Vedi come scusa più una viltà e un rinnegamento di quanto non scusi il dubbio sul possibile suo perdono... Oh! io ho paura di fare male», dice sconsolato Giacomo d'Alfeo.

«Veramente ci ha tanto parlato. Eppure mi pare di sapere niente. Sono ebete da una settimana», confessa sconsolato l'altro Giacomo.

«Io pure».

«Io pure».

«E anche io».

Sono tutti nelle stesse condizioni e, stupiti, si guardano l'un l'altro. Ricorrono alla ormai abituale soluzione: «Andremo da Lazzaro», dicono. «Forze là troveremo il Signore e... Lazzaro ci aiuterà».

Bussano al portone. Tacciono tutti ascoltando. E hanno un «oh! » di stupore vedendo entrare nel vestibolo Elia insieme a Tommaso. Un Tommaso così stranito che non pare più lui.

I compagni gli si affollano intorno gridando il loro giubilo: «Lo sai che è risorto e che è venuto? E aspetta te per tornare!».

«Sì. Me lo ha detto anche Elia. Ma non ci credo. Io credo a ciò che vedo. E vedo che per noi è finita. Vedo che siamo tutti dispersi. Vedo che non c’è più neppure un sepolcro noto dove piangerlo. Vedo che il Sinedrio si vuole disfare, e del complice di cui decreta il seppellimento, come fosse un animale sozzo, ai piedi dell'ulivo dove si è impiccato, e dei seguaci del Nazareno. Io sono stato fermato nel venerdì, alle porte, e mi hanno detto: "Anche tu eri uno dei suoi? È morto, ormai. Torna a battere l'oro". E sono scappato...».

«Ma dove? Ti abbiamo cercato da per tutto!».

«Dove? Sono andato verso la casa di mia sorella a Rama. Poi non ho osato entrare perché... per non essere rimproverato da una donna. Allora ho vagato per le montagne giudee e ieri sono finito a Betlemme, nella sua grotta. Quanto ho pianto... Mi sono addormentato fra le macerie e li mi ha trovato Elia, che era venuto... non so perché».

«Perché? Ma perché nelle ore di gioia o di dolore troppo grande si va dove più si sente Dio. Io molte volte, in questi anni, ero andato là, di notte, come un ladro, per sentirmi carezzare l'anima dal ricordo del suo vagito. E poi scappavo al primo sole per non essere lapidato. Ma ero già consolato. Ora sono andato là per dire a quel luogo: "Io sono felice" e per prendere quanto posso di esso. Abbiamo deciso così. Noi vogliamo predicare la sua Fede. Ma ce ne darà forza un pezzo di quel muro, un pugno di quella terra, una scheggia di quei pali. Non siamo santi tanto da osare di prendere la terra del Calvario...».

«Hai ragione, Elia. Lo dovremo fare noi pure. E lo faremo. Ma Tommaso?...».

«Tommaso dormiva e piangeva. Gli ho detto: "Svegliati e non piangere più. È risorto". Non mi voleva credere. Ma tanto ho insistito che l'ho persuaso. Eccolo. Ora è fra voi ed io mi ritiro. Raggiungo i compagni diretti in Galilea. La pace a voi». Elia se ne va.

«Tommaso, è risorto. Io te lo dico. Fu con noi. Mangiò. Parlò. Ci benedisse. Ci perdonò. Ci ha dato potestà di perdonare. Oh! perché non sei venuto prima?».

Tommaso non si scuote dal suo abbattimento. Crolla il capo, testardo. «Io non credo. Avete visto un fantasma. Siete tutti folli. Le donne per le prime. Un uomo morto, da sé non risorge».

«Un uomo no. Ma Egli è Dio. Non lo credi?».

«Si. Lo credo che è Dio. Ma, appunto perché lo credo, penso e dico che, per quanto sia tanto buono, non può esserlo al punto di venire fra chi lo ha così poco amato. E dico che, per quanto sia tanto umile, deve averne basta di avvilirsi nella nostra carnaccia. No. Sarà, certo lo è, trionfante in Cielo e, forse, apparirà come spirito. Dico: forse. Non meritiamo neppure questo! Ma risorto in carne e ossa, no. Non lo credo».

«Ma se lo abbiamo baciato, visto mangiare, udito la voce, sentito la sua mano, visto le ferite!».

«Niente. Io non credo. Non posso credere. Dovrei vedere per credere. Se non vedo nelle sue mani il foro dei chiodi e non vi metto dentro il dito, se non tocco le ferite dei piedi e se non metto la mano dove la lancia ha aperto il costato, io non credo. Non sono un bambino o una donna. Io voglio l'evidenza. Quello che la mia ragione non può accettare lo rifiuto. E io non posso accettare questa vostra parola».

«Ma Tommaso! Ti pare che ti si voglia ingannare?».

«No, poverini. Anzi! Beati voi che siete tanto buoni da volermi portare ad avere la pace che siete riusciti a darvi con questa vostra illusione. Ma... io non credo alla sua Risurrezione».

«Non temi di essere punito da Lui? Sente e vede tutto, sai?».

«Chiedo che mi persuada. Ho una ragione, e l'uso. Lui, Padrone della ragione umana, raddrizzi la mia se è deviata».

«Ma la ragione, Lui lo diceva, è libera».

«Ragion di più perché io non la faccia schiava di una suggestione collettiva. Io vi voglio bene e voglio bene al Signore. Lo servirò come posso e starò con voi per aiutarvi a servirlo. Predicherò la sua dottrina. Ma non posso credere altro che vedendo». E Tommaso, cocciuto, non intende altro che se stesso.

Gli parlano di tutti quelli che lo hanno visto, e come lo hanno visto. Lo consigliano a parlare con la Madre. Ma lui crolla il capo, seduto su un sedile di pietra, più pietra lui del sedile. Testardo come un bambino, ripete: «Crederò se vedrò...

La grande parola degli infelici che negano ciò che è tanto dolce e santo credere ammettendo che Dio può tutto.

 

629. Apparizione agli apostoli con Tommaso

        Discorso sulla dignità del sacerdozio e sui sacerdoti futuri

 

Gli apostoli sono raccolti nel Cenacolo. Intorno alla tavola dove fu consumata la Pasqua. Però, per rispetto, il posto centrale, quello di Gesù, è stato lasciato vuoto.

Anche gli apostoli, ora che non c’è più chi li accentra e distribuisce per volere proprio e per elezione d'amore, si sono messi diversamente. Pietro è ancora al suo posto. Ma al posto di Giovanni è ora Giuda Taddeo. Poi viene il più anziano degli apostoli, che non so ancora chi sia, poi Giacomo, fratello di Giovanni, quasi all'angolo del tavolo dalla parte destra, secondo me che guardo. Vicino a Giacomo, ma sul lato corto del tavolo, è seduto Giovanni. Dopo Pietro, invece, viene Matteo e, dopo questo, Tommaso, poi uno di cui non so il nome, poi Andrea, poi Giacomo fratello di Giuda Taddeo e un altro, che non conosco di nome, dagli altri lati. Il lato lungo di fronte a Pietro è vuoto, essendo gli apostoli più vicini sui sedili di quanto non fossero per Pasqua.

Le finestre sono sprangate e le porte pure. Il lume, acceso con due soli becchi, sparge una luce tenue sulla sola tavola. Il resto del vasto stanzone è nella penombra.

Giovanni, che ha alle spalle una credenza, ha l'incarico di porgere ai compagni ciò che desiderano del loro parco cibo, composto di pesce, che è sulla tavola, pane, miele e formaggini freschi. È nel girarsi di nuovo verso il tavolo, per dare al fratello il formaggio che egli ha richiesto, che Giovanni vede il Signore. Gesù è apparso in maniera molto curiosa. La parete dietro le spalle dei commensali, tutta di un pezzo meno che nell'angolo della porticina, si è illuminata al centro, ad un'altezza di un metro circa dal suolo, di una luce tenue e fosforica come è quella che emanano certi quadretti che sono luminosi solo nel buio della notte. La luce, alta quasi due metri, ha forma ovale, come fosse una nicchia. Nella luminosità, come avanzasse da dietro veli di nebbia luminosa, emerge sempre più netto Gesù.

Non so se riesco a spiegarmi bene. Pare che il suo Corpo fluisca attraverso lo spessore della parete. Questa non si apre. Resta compatta, ma il Corpo passa ugualmente. La luce pare la prima emanazione del suo Corpo, l'annuncio del suo avvicinarsi. Il Corpo dapprima è a lievi linee di luce, così come io vedo in Cielo il Padre e gli angeli santi: immateriale. Poi si materializza sempre più, prendendo in tutto l'aspetto di un corpo reale. Del suo divino Corpo glorificato.

Io ho messo molto a descrivere, ma la cosa è avvenuta in pochi secondi.

Gesù è vestito di bianco, come quando risorse e apparve alla Madre. Bellissimo, amoroso e sorridente. Sta con le braccia lungo i lati del Corpo, un poco staccate da esso, con le Mani verso terra e dalla palma volta verso gli apostoli. Le due Piaghe delle Mani paiono due stelle di diamanti, da cui escono due raggi vivissimi. Non vedo i Piedi, coperti dalla veste, né il Costato. Ma dalla stoffa del suo abito non terreno trapela luce, là dove essa cela le divine Ferite. In principio sembra che Gesù non sia che Corpo di candore lunare, poi, quando si è concretizzato, apparendo fuori dell'alone di luce, ha i colori naturali dei suoi capelli, occhi, pelle. È Gesù, insomma, Gesù-Uomo-Dio, ma fatto più solenne ora che è risorto.

Giovanni lo vede quando Egli è già così. Nessun altro si era accorto dell'apparizione. Giovanni scatta in piedi lasciando cadere sulla tavola il piatto delle formaggelle tonde e, appoggiando le mani all'orlo della tavola, si piega un poco verso questa e obliquamente, come per calamita che lo attiri verso se stessa, e getta un «Oh! » sommesso e pur intenso.

Gli altri, che avevano alzato il capo dai loro piatti al cadere rumoroso del piatto delle formaggelle e allo scatto di Giovanni e l'avevano guardato stupiti, vedendo la sua posa estatica seguono il suo sguardo. Torcono il capo o si girano su se stessi, a seconda di come si trovano rispetto al Maestro, e vedono Gesù. Si alzano tutti in piedi, commossi e beati, e corrono a Lui, che accentuando il sorriso avanza verso loro, camminando, ora, sul suolo come tutti i mortali.

Gesù, che prima fissava unicamente Giovanni, e credo che questi si sia voltato attratto da quello sguardo che l'accarezzava, guarda tutti e dice: «Pace a voi».

Tutti ora gli sono intorno, chi in ginocchio ai suoi piedi, e fra questi sono Pietro e Giovanni - anzi Giovanni bacia un lembo della veste e se la posa sul viso come per esserne carezzato - chi più indietro, in piedi, ma molto curvo in atto di ossequio.

Pietro, per fare più presto ad arrivare, ha fatto un vero salto al disopra del sedile, scavalcandolo, senza attendere che Matteo, uscendo per primo, lasciasse libero il posto. Bisogna ricordare che i sedili servivano a due persone per volta.

L'unico che resta un poco lontano, impacciato, è Tommaso. Si è inginocchiato presso la tavola. Ma non osa venire avanti e pare, anzi, tenti nascondersi dietro all'angolo di essa.

Gesù, dando le sue Mani a baciare - gli apostoli gliele cercano con bramosia santa e amorosa - gira lo sguardo sulle teste chine come cercasse l'undecimo. Ma lo ha visto dal primo momento e fa così solo per dare tempo a Tommaso di rinfrancarsi e venire. Vedendo che l'incredulo, vergognoso del suo non credere, non osa farlo, lo chiama: «Tommaso. Vieni qui».

Tommaso alza il capo, confuso, quasi piangente, ma non osa venire. Abbassa di nuovo il capo. Gesù fa qualche passo nella sua direzione e torna a dire: «Vieni qui, Tommaso».

La voce di Gesù è più imperiosa della prima volta. Tommaso si alza riluttante e confuso e va verso Gesù.

«Ecco colui che non crede se non vede!», esclama Gesù. Ma nella sua voce è un sorriso di perdono. Tommaso lo sente, osa guardare Gesù e vede che sorride proprio, allora prende coraggio e va più in fretta.

«Vieni qui, ben vicino. Guarda. Metti un dito, se non ti basta guardare, nelle ferite del tuo Maestro». Gesù ha porto le Mani e poi si è aperto la veste sul petto scoprendo lo squarcio del Costato.

Ora la luce non emana più dalle Ferite. Non emana più da quando, uscendo dal suo alone di luce lunare, si è messo a camminare come Uomo mortale, e le Ferite appaiono nella loro cruenta realtà: due fori irregolari, di cui il sinistro va fino al pollice, che trapassano un polso e un palmo alla sua base, e un lungo taglio, che nel lato superiore è lievemente ad accento circonflesso, al Costato.

Tommaso trema, guarda e non tocca. Muove le labbra, ma non riesce a parlare chiaramente.

«Dammi la tua mano, Tommaso», dice Gesù con tanta dolcezza. E prende con la sua destra la mano destra dell'apostolo e ne afferra l'indice e lo conduce nello squarcio della sua Mano sinistra, ve lo ficca ben dentro, per fargli sentire che il palmo è trapassato, e poi dalla Mano lo porta al Costato. Anzi, afferra ora le quattro dita di Tommaso, alla loro base, al metacarpo, e pone queste quattro grosse dita nello squarcio del Petto, facendole entrare, non limitandosi ad appoggiarle all'orlo, e ve le tiene guardando fisso Tommaso.

Uno sguardo severo e pur dolce, mentre continua: «... Metti qua il tuo dito, poni le dita e anche la mano, se vuoi, nel mio Costato, e non essere incredulo ma fedele». Questo dice mentre fa quanto ho detto prima.

Tommaso - pare che la vicinanza del Cuore divino, che egli quasi tocca, gli abbia comunicato coraggio - riesce finalmente a parlare e a spiccicare le parole, e dice, cadendo a ginocchio con le braccia alzate e uno scoppio di pianto di pentimento: «Signore mio e Dio mio!». Non sa dire altro.

Gesù lo perdona. Gli pone la destra sul capo e risponde: «Tommaso, Tommaso! Ora credi perché hai veduto... Ma beati coloro che crederanno in Me senza aver visto! Quale premio dovrò dare loro se devo premiare voi, la cui fede è stata soccorsa dalla forza del vedere?...».

Poi Gesù pone il braccio sulla spalla di Giovanni, prendendo Pietro per mano, e si accosta al tavolo. Siede al suo posto. Ora sono seduti come la sera di Pasqua. Però Gesù vuole che Tommaso si sieda dopo Giovanni.

«Mangiate, amici», dice Gesù.

Ma nessuno ha più fame. La gioia li sazia. La gioia del contemplare.

Allora Gesù prende le sparse formaggelle, le riunisce sul piatto, le taglia, le distribuisce e il primo pezzo lo dà proprio a Tommaso, posandolo su un pezzo di pane e passandolo dietro le spalle di Giovanni; mesce dalle anfore il vino nel calice e lo passa ai suoi amici: questa volta è Pietro il primo servito. Poi si fa dare dei favi di miele, li spezza e ne dà per primo un pezzo a Giovanni, con un sorriso che è più dolce del filante e biondo miele. E di questo, per rincuorarli, ne mangia Lui pure. Non gusta che il miele.

Giovanni, con la mossa solita, appoggia il suo capo contro la spalla di Gesù, e Gesù se lo attira sul Cuore e parla tenendolo così.

«Non dovete turbarvi, amici, quando Io vi appaio. Sono sempre il vostro Maestro, che ha condiviso con voi cibo e sonno e che vi ha eletti perché vi ha amati. Anche ora vi amo». Gesù appoggia molto su queste ultime parole.

«Voi», prosegue, «siete stati meco nelle prove... Sarete meco anche nella gloria. Non abbassate il capo. La sera della domenica, quando venni a voi per la prima volta dopo la mia Risurrezione, Io vi ho infuso lo Spirito Santo... anche a te che non eri presente venga lo Spirito... Non sapete che l'infusione dello Spirito è come un battesimo di fuoco, poiché lo Spirito è Amore e l'amore annulla le colpe? Il vostro peccato, perciò, di diserzione mentre Io morivo vi è condonato».

Nel dire questo, Gesù bacia sulla testa Giovanni, che non disertò, e Giovanni lacrima di gioia.

«Vi ho dato la potestà di rimettere i peccati. Ma non si può dare ciò che non si possiede. Voi dovete dunque esser certi che questa potestà Io la posseggo perfetta e la uso per voi, che dovete esser mondi al sommo per mondare chi verrà a voi, sporco di peccato. Come potrebbe uno giudicare e mondare se fosse meritevole di condanna e fosse immondezza di suo? Come potrebbe uno giudicare un altro se fosse con i travi nel suo occhio e i pesi infernali nel suo cuore? Come potrebbe dire: "Io ti assolvo nel nome di Dio" se, per i suoi peccati, non avesse Dio con sé?

Amici, pensate alla vostra dignità di sacerdoti. Prima Io ero fra gli uomini per giudicare e perdonare. Ora Io me ne vado al Padre. Torno al mio Regno. Non mi è levata facoltà di giudizio. Anzi essa è tutta nelle mie mani, poiché il Padre a Me l'ha deferita. Ma tremendo giudizio. Poiché avverrà quando non sarà più possibile all'uomo di farsi perdonare con anni di espiazione sulla Terra. Ogni creatura verrà a Me con il suo spirito quando lascerà per morte materiale la carne come spoglia inutile. Ed Io la giudicherò per una prima volta. Poi l'Umanità tornerà con la sua veste di carne, ripresa per comando celeste, per esser separata in due parti. Gli agnelli col Pastore, i capri selvatici col loro Torturatore. Ma quanti sarebbero gli uomini che sarebbero col loro Pastore se dopo il lavacro del Battesimo non avessero più chi perdona in Nome mio? Ecco perché Io creo i sacerdoti. Per salvare i salvati dal mio Sangue. Il mio Sangue salva. Ma gli uomini continuano a cadere nella morte. A ricadere nella Morte. Occorre che chi ne ha potestà li lavi continuamente in Esso, settanta e settanta volte sette, perché della Morte non siano preda. Voi e i vostri successori lo farete. Per questo vi assolvo da tutti i vostri peccati. Perché avete bisogno di vedere, e la colpa accieca perché leva allo spirito la Luce che è Dio. Perché avete bisogno di comprendere, e la colpa inebetisce perché leva allo spirito l'Intelligenza che è Dio. Perché avete ministero di purificare, e la colpa insozza perché leva allo spirito la Purezza che è Dio.

Gran ministero il vostro di giudicare e assolvere in Nome mio! Quando consacrerete per voi il Pane e il Vino e ne farete il Corpo e il Sangue mio, farete una grande, soprannaturalmente grande e sublime cosa. Per compierla degnamente dovrete esser puri, poiché toccherete Colui che è il Puro e vi nutrirete della Carne di un Dio. Puri di cuore, di mente, di membra e di lingua dovrete essere, perché col cuore dovrete amare l'Eucarestia, e non dovranno esser mescolati a questo amore celeste profani amori che sarebbero sacrilegio. Puri di mente, perché dovrete credere e comprendere questo mistero d'amore, e l'impurità di pensiero uccide la Fede e l'Intelletto. Resta la scienza del mondo, ma muore in voi la Sapienza di Dio. Puri di membra dovrete essere, perché nel vostro seno scenderà il Verbo così come scese nel seno di Maria per opera dell'Amore.

Avete l'esempio vivente di come deve essere un seno che accoglie il Verbo che si fa Carne. L'esempio è la Donna senza colpa d'origine e senza colpa individuale che mi ha portato. Osservate come è pura la vetta d'Ermon ancor fasciata nel velo della neve invernale. Dall'Oliveto essa pare un cumulo di gigli sfogliati o di spuma marina che si elevi come un'offerta contro l'altro candore delle nuvole, portate dal vento d'aprile per i campi azzurri del cielo. Osservate un giglio che apra ora la bocca della sua corolla ad un riso di profumo. Eppure, l'una e l'altra purezza sono men vive di quella del Seno che mi fu materno. Polvere portata dai venti è caduta sulle nevi del monte e sulla seta del fiore. L'occhio umano non la percepisce, tanto essa è leggera. Ma essa c'è, e corrompe il candore. Più ancora, guardate la perla più pura che venga strappata al mare, alla conchiglia natia, per adornare lo scettro di un re. È perfetta nella sua iridescenza compatta che ignora il contatto profanatore di ogni carne, formatasi come si è nell'incavo madreperlaceo dell'ostrica, isolata nello zaffiro fluido delle profondità marine. Eppure è men pura del Seno che mi ebbe. A' suo centro è il granello di rena: un corpuscolo minutissimo, ma sempre terrestre. In Colei che è la Perla del Mare non esiste granello di peccato, neppur di fomite al peccato. Perla nata nell'Oceano della Trinità per portare sulla Terra la Seconda Persona, Ella è compatta intorno al suo fulcro, che non è seme di terrena concupiscenza ma scintilla dell'Amore eterno. Scintilla che, trovando in Lei rispondenza, ha generato i vortici della divina Meteora che ora a Sé chiama e attira i figli di Dio: Io, il Cristo, Stella del Mattino. Questa Purezza inviolata Io vi do a esempio.

Ma quando poi, come vendemmiatori ad un tino, voi tuffate le mani nel mare del mio Sangue e ne attingete di che mondarele stole corrotte dei miseri che peccarono, siate, oltre che puri, perfetti per non macchiarvi di un peccato maggiore, anzi, di più peccati, spargendo e toccando con sacrilegio il Sangue di un Dio o mancando a carità e giustizia, negandolo o dandolo con un rigore che non è del Cristo - che fu buono coi malvagi per attirarli al suo Cuore e tre volte buono coi deboli per confortarli alla fiducia - usando questo rigore tre volte indegnamente, perché contro la mia Volontà, la mia Dottrina e la Giustizia. Come esser rigorosi con gli agnelli quando si è pastori idoli?

O miei diletti, amici che Io mando per le vie del mondo per continuare l'opera che Io ho iniziata e che sarà proseguita finché il Tempo sarà, ricordate queste mie parole. Ve le dico perché le diciate a coloro che voi consacrerete al ministero nel quale Io vi ho consacrati.

Io vedo... Guardo nei secoli... Il tempo e le turbe infinite degli uomini che saranno mi sono tutti davanti... Vedo... stragi e guerre, paci bugiarde e orrende carneficine, odio e ladrocinio, senso e orgoglio. Ogni tanto un'oasi di verde: un periodo di ritorno alla Croce. Come obelisco che segna un'onda pura fra le aride arene del deserto, la mia Croce sarà alzata con amore, dopo che il veleno del male avrà reso malati di rabbia gli uomini, e intorno ad essa, piantate sui bordi delle acque salutari, fioriranno le palme di un periodo di pace e bene nel mondo. Gli spiriti, come cervi e gazzelle, come rondini e colombi, accorreranno a quel riposante, fresco, nutriente rifugio, per guarire dai loro dolori e sperare nuovamente. Ed esso rinserrerà i suoi rami come una cupola per proteggere da tempeste e solleoni, e terrà lontano serpenti e fiere col Segno che mette in fuga il Male. Così, finché gli uomini vorranno.

Io vedo... Uomini e uomini... donne, vecchi, bambini, guerrieri, studiosi, dottori, contadini... Tutti vengono e passano col loro peso di speranze e di dolori. E molti vedo che vacillano, perché il dolore è troppo e la speranza è scivolata dalla soma per prima, dalla soma troppo grave, e si è sbriciolata al suolo... E molti vedo che cadono ai bordi della via perché altri più forti li sospingono, più forti o più fortunati nel peso che è lieve. E molti vedo che, sentendosi abbandonati da chi passa, calpestati anche, che sentendosi morire, giungono ad odiare e a maledire.

Poveri figli! Fra tutti questi, percossi dalla vita, che passano o cadono, il mio Amore ha, intenzionalmente, sparso i samaritani pietosi, i medici buoni, le luci nella notte, le voci nel silenzio, perché i deboli che cadono trovino un aiuto, rivedano la Luce, riodano la Voce che dice: "Spera. Non sei solo. Su te è Dio. Con te è Gesù". Ho messo, intenzionalmente, queste carità operanti, perché i miei poveri figli non mi morissero nello spirito, perdendo la dimora paterna, e continuassero a credere in Me-Carità vedendo nei miei ministri il mio riflesso.

Ma, o dolore che mi fai sanguinare la Ferita del Cuore come quando fu aperta sul Golgota! Ma che vedono i miei Occhi divini? Non ci sono forse sacerdoti fra le turbe infinite che passano? Per questo sanguina il mio Cuore? Sono vuoti i seminari? Il mio divino invito non suona più, dunque, nei cuori? Il cuore dell'uomo non è più capace di udirlo? No. Nei secoli vi saranno seminari e in essi leviti. Da essi usciranno sacerdoti, perché nell'ora dell'adolescenza il mio invito avrà suonato con voce celeste in molti cuori ed essi l'avranno seguito. Ma altre, altre, altre voci saranno poi venute con la giovinezza e la maturità, e la mia Voce sarà rimasta soverchiata in quei cuori. La mia Voce che parla nei secoli ai suoi ministri perché essi siano sempre quello che voi ora siete: gli apostoli alla scuola di Cristo. La veste è rimasta. Ma il sacerdote è morto. In troppi, nei secoli, accadrà questo fatto. Ombre inutili e scure, non saranno una leva che alza, una corda che tira, una fonte che disseta, un grano che sfama, un cuore che è guanciale, una luce nelle tenebre, una voce che ripete ciò che il Maestro gli dice. Ma saranno, per la povera umanità, un peso di scandalo, un peso di morte, un parassita, una putrefazione... Orrore! I Giuda più grandi del futuro Io li avrò ancora e sempre nei miei sacerdoti!

Amici, Io sono nella gloria e pure Io piango. Ho pietà di queste turbe infinite, greggi senza pastori con troppo rari pastori. Una pietà infinita! Ebbene, Io lo giuro per la mia Divinità, Io darò loro il pane, l'acqua, la luce, la voce che gli eletti a quest'opere non vogliono dare. Ripeterò nei secoli il miracolo dei pani e dei pesci. Con pochi, spregevoli pesciolini, e con dei tozzi scarsi di pane - anime umili e laiche - Io darò da mangiare a molti, e ne saranno saziati, e ve ne sarà per i futuri, perché "ho compassione di questo popolo" e non voglio che perisca.

Benedetti coloro che meriteranno d'esser tali. Non benedetti perché sono tali. Ma perché l'avranno meritato col loro amore e sacrificio! E benedettissimi quei sacerdoti che sapranno rimanere apostoli: pane, acqua, luce, voce, riposo e medicina dei miei poveri figli. Di luce speciale splenderanno in Cielo. Io ve lo giuro, Io che sono la Verità.

Alziamoci, amici, e venite meco, ché Io vi insegni ancora a pregare. L'orazione è quella che alimenta le forze dell'apostolo, perché lo fonde con Dio».

E qui Gesù si alza e va verso la scaletta.

 

Ma, quando è alla sua base, si volge e mi guarda. Oh! Padre! Mi guarda! Pensa a me! Cerca la sua piccola «voce» e la gioia d'esser coi suoi amici non lo smemora di me! Mi guarda, al disopra delle teste dei discepoli, e mi sorride. Alza la mano benedicendomi e dice: «La pace sia con te».

E la visione finisce.

 

630. Gli apostoli mandati al Getsemani

        Meditazioni sulla preghiera del "Padre nostro"

 

Gli apostoli si mettono i loro mantelli e chiedono: «Dove andiamo, Signore?».

Il loro parlare non è più così famigliare come lo era avanti la Passione. Se fosse lecito dirlo, direi che essi parlano con l'anima inginocchiata. Più che la positura del loro corpo, che sta sempre un poco inchinato in ossequio davanti al Risorto, più del loro ritegno nel toccarlo, più della loro gioia tremebonda quando Egli li tocca, carezza, o bacia, o rivolge in particolare la parola, è tutto il loro aspetto, un "che" che non si può descrivere ma che è così palese, quello che dice come, ancor più della loro umanità, è il loro spirito quello che non può tornare quale era nei suoi rapporti col Maestro, e informa del suo nuovo sentire ogni atto dell'uomo.

Prima era "il Maestro". Maestro che la loro fede credeva Dio. Ma che era sempre, ai loro sensi, uomo. Ora è "il Signore". E Dio. Non c'è più bisogno di fare atti di fede per crederlo. L'evidenza ha abolito questo bisogno. Egli è Dio. È il Signore al quale il Signore ha detto: «Siedi alla mia destra», e lo ha proclamato con la parola e col prodigio della Risurrezione. Dio come il Padre. Ed è il Dio che essi hanno abbandonato per paura, dopo aver da Lui tanto avuto...

Lo guardano sempre con quello sguardo di venerazione reverenziale col quale un vero credente guarda l'Ostia raggiante in mezzo ad un ostensorio, o guarda il Corpo di Cristo elevato dal sacerdote nel Sacrificio quotidiano. Nel loro sguardo, che vuole vedere l'amato aspetto, ancor più bello che in passato, è anche l'espressione di chi non osa vedere, di chi non osa soffermarsi a guardare... L'amore li spinge ad affissarsi su quel loro Amato, il timore fa abbassare subito le palpebre e il capo come se un fulgore li avesse abbacinati.

Infatti, per quanto Gesù, il risorto Gesù, sia proprio Lui, non è più Lui nello stesso tempo. A guardarlo bene, è diverso. Uguali i tratti del volto, il colore degli occhi e capelli, la statura, le mani, i piedi, eppure è diverso. Uguale la voce e gli atti, eppure è diverso. È vero corpo, tanto che intercetta anche ora la luce del sole morente, che entra con estremo raggio nella stanza dalla finestra aperta. Getta dietro a Sé l'ombra della sua alta persona. Eppure è diverso. Non si è fatto superbo né distante, eppure è diverso.

Una maestà nuova, perenne, si è diffusa là dove tanto regnava l'umile, dimesso aspetto, talora tanto dimesso da parere affranto, dell'instancabile Maestro. Scomparsa l'emaciazione degli ultimi tempi, annullata quell'impronta di stanchezza fisica e morale che lo invecchiava, perduto quello sguardo afflitto, supplice, che chiedeva senza parlare: «Perché mi resping-te? Accoglietemi...», il Cristo Risorto sembra persino più alto o robusto, libero da ogni gravame, sicuro, vittorioso, maestoso, divino. Neppure quando si faceva potente nei potenti miracoli, o imponente nei momenti salienti del suo magistero, era quale è ora che è risorto e glorificato. Non emana luce. No. Non emana luce come nella trasfigurazione e come nelle prime delle apparizioni dopo la Risurrezione. Eppure sembra luminoso. È veramente il Corpo di Dio con la bellezza dei corpi glorificati. E attrae e intimorisce insieme.

Forse sono anche quelle ferite, così visibili, sulle mani e sui piedi, quelle che incutono questo rispetto profondo. Non so. So che gli apostoli, nonostante che Gesù sia con essi dolce tanto e cerchi di creare nuovamente l'atmosfera di un tempo, sono diversi. Così insistenti e ciarlieri prima, ora poco parlano e, se Egli non risponde, non insistono. Se Egli sorride loro, o a un di loro, essi mutano colore e non osano rispondere con un sorriso al suo sorriso. Se Egli, come fa ora, tende la mano a prendere il suo manto bianco - è sempre vestito di una veste di un bianco splendente più di candidissimo raso da quando è il Risorto. - nessuno di loro accorre, come facevano prima, contendendosi la gioia e l'onore di aiutarlo. Sembra che abbiano paura a toccare le sue vesti e le sue membra. E deve Lui dire, come fa ora: «Vieni, Giovanni. Aiuta il tuo Maestro. Queste ferite sono vere ferite... e le mani ferite non sono agili come prima...».

Giovanni ubbidisce, aiutando Gesù nell'accomodarsi l'ampio mantello, e pare che vesta un Pontefice tanto lo fa con mosse accorte e assorte, badando di non sfiorargli le Mani su cui rosseggiano le stigmate. Ma, per quanto faccia attenzione, urta la sinistra di Gesù e grida come fosse lui l'urtato, e appunta gli occhi sul dorso di quella Mano, temendo di vederne gocciare ancor sangue. È così viva quella atroce ferita!

Gesù gli posa la destra sul capo dicendo: «Avesti più coraggio quando mi ricevesti staccato dalla Croce. E allora gocciava ancora del sangue, tanto che ne fosti rosso anche sui capelli. Nuova rugiada della notte sul nuovo amatore. Mi avevi colto come grappolo dal ceppo... Perché piangi? Io ti ho dato la mia rugiada di Martire. Tu sul mio Capo spargesti la tua rugiada di pietà. Ma allora potevi piangere... Non ora. E tu perché piangi, Simon Pietro? Tu non mi hai urtato nella Mano. Tu non mi hai visto morto...».

«Ah! mio Dio! È per questo che io piango! Per il mio peccato».

«Ti ho perdonato, Simone di Giona».

«Ma io non mi perdono. No. Nulla farà terminare il pianto mio. Neppure il tuo perdono».

«Ma la mia gloria, sì».

«Tu glorioso, io peccatore».

«Tu glorioso, dopo esser stato il mio pescatore. Pesca grande, abbondante, miracolosa farai, Pietro. E poi Io ti dirò: "Vieni al banchetto eterno". E non piangerai più. Ma tutti avete le lacrime nelle pupille. E tu, Giacomo, mio fratello, stai là gettato in quell'angolo come avessi perduto ogni bene. Perché?».

«Perché io speravo che... Tu le senti, dunque, le Ferite? Le senti ancora? Io speravo che tutto il dolore per Te fosse annullato, che cancellato fosse ogni segno. Anche per noi. Per noi peccatori. Quelle Piaghe!... Che dolore vederle!».

«Sì. Perché non le hai cancellate? A Lazzaro non rimasero segni... Sono una... un rimprovero quelle Piaghe! Gridano con voce tremenda! Sono più folgoranti e paurose dei fulmini del Sinai», dice Bartolomeo.

«Gridano la nostra viltà. Perché noi fuggimmo mentre le ricevevi...», dice Filippo.

«E più si guardano e più la coscienza rimprovera e rinfaccia viltà, stoltezza, incredulità», dice Tommaso.

 «Per la nostra pace e quella di questo popolo peccatore, poiché sei morto e risorto per il perdono del mondo, cancella quelle accuse al mondo, o Signore!», prega Andrea.

«Esse sono la Salute del mondo. In esse è la Salute. Le ha aperte il mondo che odia, ma l'Amore ne ha fatto Medicina e Luce. Per esse fu inchiodata la Colpa. Per esse furono sospesi e sorretti tutti i peccati degli uomini perché il fuoco dell'Amore li consumasse sul vero Altare. Quando l'Altissimo prescrisse a Mosè l'arca e l'altare del profumo, non li volle forati da anelli per essere elevati e portati dove voleva il Signore? Io pure forato. Sono più di arca e altare. Sono ben più di arca e d'altare. Ho bruciato il profumo della mia carità per Dio e per il prossimo, e ho portato il peso di tutte le iniquità del mondo. E il mondo deve ricordare questo. Per ricordare cosa esso è costato a un Dio. Per ricordare come lo ha amato un Dio. Per ricordare cosa producono le colpe. Per ricordare che non vi è che in Uno la salvezza: in Colui che hanno trafitto. Se il mondo non vedesse rosseggiare le mie Piaghe, in verità presto dimenticherebbe che per le sue colpe un Dio si è immolato, dimenticherebbe che sono veramente morto nel più atroce dei tormenti, dimenticherebbe quale è il balsamo per le sue ferite. Qui è il balsamo. Venite e baciate. Ogni bacio è un aumento di purificazione e di grazia per voi. In verità vi dico che purificazione e grazia non sono sufficienti mai, perché il mondo consuma ciò che il Cielo infonde, e occorre compensare col Cielo e i suoi tesori le rovine del mondo. Io sono il Cielo. Tutto il Cielo è in Me, e i celesti tesori fluiscono dalle aperte Piaghe».

Porge le Mani al bacio dei suoi apostoli. E le deve premere Lui, quelle Mani ferite, sulle bocche avide e timorose, perché il timore di accrescere il suo dolore trattiene quelle labbra dal premersi su quelle Ferite.

«Non è questo ciò che dà dolore, anche se dà rigidezza. Il dolore è un altro!...».

«Quale, Signore?», chiede Giacomo d'Alfeo.

«Di esser morto per troppi inutilmente... Ma andiamo. Andate avanti, anzi. Al Getsemani andiamo... E che? Avete paura?».

«Non per noi, Signore... E che i grandi di Gerusalemme ti odiano più di prima».

«Non temete. Né per voi. Dio vi protegge. Né per Me. Sono finite per Me le costrizioni dell'Umanità. Io vado da mia Madre e poi vi raggiungerò. Abbiamo da cancellare molte cose orrende del recente passato di colpa e di odio. E lo faremo coll'amore, con il contrario di ciò che fu colpa... Vedete? Il vostro bacio cancella e tempera dolore e conseguenza dei chiodi nelle carni vive. Così, ciò che faremo cancellerà i segni orrendi e santificherà i luoghi che le colpe hanno profanato. Perché non vi siano di troppo dolore al vederli...».

«Anche al Tempio andiamo?». Il timore più spaventato è sul volto di tutti.

«No. Lo santificherei con la mia Presenza. E non può. Poteva esserlo. Non lo ha voluto. Non c'è più redenzione per esso. E un cadavere che rapidamente si decompone. Lasciamolo ai suoi morti. Che compiano il suo seppellimento. In verità i leoni e gli avvoltoi sbraneranno sepolcro e cadavere, e non resterà neppur lo scheletro del Gran Morto che non volle la Vita».

Gesù sale la scaletta ed esce. Gli altri, in silenzio, lo imitano. Ma, quando pongono piede nel corridoio che fa da atrio, Gesù non c'è più. La casa è silenziosa e sembra deserta. Tutte le porte chiuse.

Giovanni accenna l'uscio che è di fronte al Cenacolo e dice: «Maria è là. Sta sempre là. Come in un'estasi continua. Il suo volto splende di luce ineffabile. È la gioia che irradia dal suo Cuore. Ieri mi diceva: "Pensa, Giovanni, quanta felicità si è sparsa per tutti i regni di Dio". Le ho chiesto: "Quali regni?". Pensavo che Ella sapesse qualche meravigliosa rivelazione sul regno del Figlio suo, vincitore anche della morte. Mi ha risposto: "Nel Paradiso, nel Purgatorio, nel Limbo. Perdono ai purganti. Salita al Cielo di tutti i giusti e i perdonati. Il Paradiso popolato di beati. Dio glorificato in essi. I nostri avi e parenti lassù, nel giubilo. E ancora felicità al regno che è la Terra, dove ora splende il segno e si è aperta la fonte che vince Satana e cancella la Colpa e le colpe. Non più solo pace agli uomini di buona volontà. Ma anche redenzione e rielezione al grado di figli di Dio. Io vedo le turbe, oh! quante!, scendere a questa Fonte e tuffarvisi ed uscire rinnovate, belle, in veste di nozze, in veste regale. Le nozze delle anime con la Grazia, la regalità d'esser figli del Padre e fratelli di Gesù"».

Sono usciti, parlando, nella via e si allontanano mentre la sera cala.

La via non è molto frequentata, specie in quest'ora in cui la gente si raccoglie intorno alle tavole per la cena. Gerusalemme, dopo il fiume di gente che l'ha innondata per la Pasqua e che l'ha abbandonata passate le feste, così tragiche quest'anno, sembra ancor più vuota di quanto non sia solitamente. E Tommaso lo nota e lo fa notare.

«Così è. Gli stranieri, terrorizzati, l'hanno abbandonata precipitosamente dopo il Venerdì, e chi ancora aveva resistito alla gran paura di quel giorno è fuggito al secondo terremoto, a quello che certo avvenne quando il Signore uscì dal Sepolcro. E quelli che non erano gentili anche sono fuggiti. Molti, lo so di sicuro, non hanno neppure consumato l'agnello e dovranno tornare per la Pasqua supplementare. E anche cittadini di questo luogo sono fuggiti o si sono allontanati, chi per portare via i loro morti, periti nel terremoto del Parasceve, chi per paura dell'ira di Dio. L'esempio è stato forte», dice lo Zelote.

«E bene fu. I fulmini, le pietre su tutti i peccatori!», impreca Bartolomeo.

«Non dire! Non dire! Noi più di tutti li meritiamo i celesti castighi. Noi pure peccatori... Vi ricordate in questo luogo?... Quanto tempo fa? Dieci? Dieci sere... o dieci anni, o dieci ore? Così lontano e così vicino mi pare il mio peccato, quelle ore, quella sera... che non so mai... Balordo sono! Eravamo così sicuri, bellicosi, eroici! E poi? E poi? Ah!...», e Pietro si batte la mano sulla fronte e indica, poiché sono già alla piazzetta: «Ecco. E lì io avevo già paura!».

«Ma basta! Basta, Simone! Egli ti ha perdonato. E, prima di Lui, Maria. Basta! Tu ti torturi», dice Giovanni.

«Oh! fosse! Tu, tu Giovanni sorreggimi sempre, sai? Sempre! È perché tu sai guidare che Egli ti ha dato sua Madre. È giusto. Ma io, verme vile e bugiardo, ho più bisogno di Maria di esser guidato. Perché io ho le scaglie alle pupille e non vedo...».

«Veramente ti verranno se così fai. Ti brucerai proprio le pupille, e non ci sarà il Signore a guarirtele...», gli dice ancora Giovanni abbracciandolo alle spalle per consolarlo.

«Mi basterebbe veder bene con l'anima. E poi... gli occhi non contano».

«Ma contano a molti!! Come faranno i malati, ora? Hai visto quella donna, ieri, come era disperata!», dice Andrea.

«Già...». Si guardano in volto a vicenda, e poi tutti insieme confessano: «E nessuno di noi si è sentito meritevole di imporle le mani...». L'umiltà, causata dal ricordo dei loro comportamenti, li schiaccia.

Ma Tommaso dice a Giovanni: «Tu però potevi farlo. Tu non sei fuggito, tu non hai rinnegato, tu non hai avuto incredulità...»

«Ho anche io il mio peccato. Ed è ancora contro l'amore come il vostro. Io, presso l'arco della casa di Giosuè, ho preso per il collo Elchia e strangolato lo avrei, perché insolentiva la Madre. E ho odiato e maledetto Giuda di Keriot!», dice Giovanni.

«Taci! Non dire quel nome. È di un demonio, e ho l'impressione che non sia ancor nell'inferno e qui si aggiri, intorno a noi, per farci peccare ancora», dice con vero terrore Pietro.

«Oh! egli è ben nell'inferno! Ma anche fosse qui il suo potere, ora, è finito. Tutto aveva per essere angelo, e fu il demonio, e Gesù ha vinto il demonio», dice Andrea.

«Bene... Ma è meglio non nominarlo. Ho paura, io. Ora so quanto sono debole. Riguardo a te, Giovanni, non ti sentir colpevole. Tutti malediranno l'uomo che tradì il Maestro!».

«Giusto è il farlo», dice il Taddeo, il quale fu sempre di un pensiero per l'Iscariota.

«No. Maria mi ha detto che basta su lui il giudizio di Dio e che in noi deve essere un solo sentimento: di riconoscenza per non essere stati noi i traditori. E se Lei non maledice, Lei, la Madre che vide le torture del Figlio, noi dobbiamo farlo? Dimentichiamo...»

«È da stolti!», esclama suo fratello Giacomo.

«Eppure è la parola del Maestro per i peccati di Giuda...». Giovanni tace e sospira.

«Che? Ve ne sono altri? Tu sai... Parla!».

«Io ho promesso di cercare di dimenticare e mi sforzo di farlo. Riguardo ad Elchia... ho trascorso... Ma in quella giornata ognun di noi aveva il suo angelo e il suo demonio a lato, e non sempre ascoltammo l'angelo di luce...».

Dice lo Zelote: «Lo sai che Nahum è storpiato e suo figlio è rimasto schiacciato da un muro, o da un pezzo di monte? Sì. Il giorno della morte. Fu trovato più tardi. Oh! molto più tardi, quando già puzzava. Lo scopri uno che veniva ai mercati. E Nahum era con altri suoi pari e non so che gli prese, se un masso o se un colpo. So che è come spezzato e non capisce neppure. Pare una bestia, sbava e mugola, e ieri con l'unica mano sana prese per la gola il suo... padrone che era andato da lui, e gridava, gridava: "Per te! Per te!". Se non correvano i servi...».

«Come lo sai, Simone?», chiedono allo Zelote.

«Ho visto Giuseppe ieri», risponde questi laconicamente.

«Io penso che il Maestro tarda a venire. E sono in pensiero», dice Giacomo d'Alfeo.

«Torniamo indietro...», propone Matteo.

«O fermiamoci qui al ponticello», dice Bartolomeo.

Si fermano. Ma Giacomo di Zebedeo e l'altro Giacomo, Andrea e Tommaso, tornano indietro e, pensierosi, guardano a terra, guardano le case. Andrea appunta, impallidendo, il dito verso il muro di una casa dove spicca, sul bianco della calcina, una macchia rosso-bruna, e dice: «È sangue! Sangue del Maestro, forse? Perdeva già sangue qui? Oh! ditemi!».

«E che vuoi che ti diciamo noi, se nessuno di noi lo seguì?», dice con sconforto Giacomo di Alfeo.

«Ma mio fratello, e soprattutto Giovanni, lo seguirono...».

«Non subito. Non subito. Mi ha detto Giovanni che lo seguirono dalla casa di Malachia in poi. Qui non c'era nessuno. Nessuno di noi...», dice Giacomo di Zebedeo.

Guardano ipnotizzati la larga macchia scura sul muro bianco, a poca distanza dal suolo, e Tommaso osserva: «Neppure la pioggia l'ha lavata. Neppure la grandine, che è caduta così forte in questi giorni, l'ha scrostata... Se sapessi che è sangue suo lo scrosterei io quel muro...».

«Chiediamolo a quelli della casa. Forse sapranno...», consiglia Matteo che li ha raggiunti.

«No, sai? Potrebbero riconoscerci per suoi apostoli, potrebbero essere nemici del Cristo e...», risponde Tommaso.

«E noi siamo ancora dei vili...», termina Giacomo d'Alfeo con un gran sospiro.

Piano piano tutti si sono accostati a quel muro e guardano... Passa una donna, una ritardataria che torna dalla fonte con le brocche goccianti d'acqua fresca. Li osserva. Posa le brocche a terra e li interpella.

«Guardate quella macchia sul muro? Siete discepoli del Maestro? Mi parete tali, anche se siete sparuti nel volto e... anche se non vi ho visti dietro al Signore quando passò di qui, preso per essere condotto a morte. Questo mi fa incerta, perché un discepolo che segue il Maestro nelle ore buone, e se ne tiene di essergli discepolo, e ha sguardi severi per quelli che non sono come lui pronti a lasciare tutto per seguire il Maestro, deve anche essere dietro al Maestro nelle ore cattive. Dovrebbe almeno farlo. E io non vi ho visti. No. Non vi ho visti. E se non vi ho visti segno è che io, donna di Sidone, sono stata dietro a Colui che i suoi discepoli israeliti non seguirono. Ma io ho avuto un beneficio da Lui. Voi... Forse voi non vi aveva mai beneficati? Mi fa strano, perché beneficava gentili e samaritani, peccatori e anche ladroni, dando loro la vita eterna, se più non poteva dare quella della carne. Non vi amava, forse? Allora segno è che eravate peggio di aspidi e di iene immonde, benché, in verità, credo che Egli amasse anche le vipere e gli sciacalli, non perché siano tali, ma perché creati dal Padre suo. Quello è sangue. Si. È sangue. Sangue di una donna della riva del grande mare. Una volta erano terre filistee, e spregiati ancora un poco ne sono dagli ebrei quegli abitanti. Eppure lei seppe difendere il Maestro sino a che il marito l'uccise battendola là con tanta forza, dopo averla picchiata, che le si aprì la testa, e il cervello e il sangue schizzarono sul muro della sua casa dove ora piangono gli orfani. Ma ella aveva avuto un beneficio. Il Maestro le aveva sanato il marito, immondo di orrenda malattia. Ed ella amava il Maestro, perciò. Ha amato sino a morire per Lui. Lo ha preceduto nel seno di Abramo, dite voi. Anche Annalia lo ha preceduto, e avrebbe saputo morire così anche lei se la morte non l'avesse colta prima. E anche una madre, più su, ha lavato col sangue la via, col sangue del ventre aperto dal figlio brutale, per difendere il Maestro. E una vecchia morì di dolore, vedendo passare ferito e percosso Colui che aveva reso occhi al figlio suo. E un vecchio, un mendicante, morì perché drizzò la sua persona a difesa ed ebbe nella testa la pietra destinata alla testa del vostro Signore. Perché voi lo credevate tale, non è vero? I prodi di un re muoiono intorno allo stesso. Nessuno di voi è morto, però. Eravate lontani da quelli che lo percuotevano. Ah! no! Uno è morto. Si è fatto morto. Ma non per dolore. Non per difendere il Maestro. Prima lo ha venduto, poi lo ha indicato con un bacio, poi si è ucciso. Non aveva più altro da fare. Non poteva più crescere in nequizia. Era perfetto. Come Belzebù. Il mondo lo avrebbe lapidato per levarlo dalla Terra. Oh! io credo che questa pietosa, che morì per impedire percosse al Martire, io credo che la vecchia Anna, che morì per il dolore di vederlo in quel modo, e il vecchio mendicante e la madre di Samuele e la vergine che è morta e io, che non so salire al Tempio perché ho pena degli agnelli e delle tortore che sono immolati, io credo che avremmo avuto coraggio di lapidarlo e non avremmo fremuto vedendolo lacerato dalle nostre pietre... Lui lo sapeva, e ha risparmiato al mondo la fatica di ucciderlo, a noi ha risparmiato di farci carnefici per vendicare l'Innocente...».

Li guarda con sprezzo. Il suo sprezzo si è fatto sempre più palese man mano che ha parlato. I suoi occhi, grandi e neri, hanno la durezza dell'occhio di un rapace, mentre guardano il gruppo che non sa, che non può reagire... Fischia fra i denti l'ultima parola: «Bastardi!», e raccoglie le sue brocche e se ne va, contenta di aver sputato il suo sdegno sui discepoli che hanno abbandonato il Maestro...

Questi sono annichiliti. Stanno a capo chino, le braccia pendenti, sfibrati... La verità li schiaccia. Meditano sulle conseguenze della loro viltà... Tacciono... Non osano guardarsi a vicenda. Persino Giovanni e lo Zelote, i due che sono innocenti di questa colpa, stanno come gli altri, forse per il dolore di vedere così mortificati i compagni e per l'impossibilità di medicare la ferita provocata dalle sincere parole della donna...

La strada è ormai in penombra. La luna, agli ultimi suoi giorni, si leva tardi e perciò il crepuscolo si incupisce sveltamente. Il silenzio è assoluto. Non un rumore né una voce umana. E nel silenzio il gorgoglio del Cedron regna solo. Cosicché, quando la voce di Gesù risuona, li fa sobbalzare come fosse un suono di spavento, mentre è così dolce mentre dice: «Che fate in questo luogo? Io vi attendevo fra gli ulivi... A che state a contemplare delle cose morte quando vi attende la Vita? Venite con Me». Gesù pare venga dal Getsemani verso di loro. Si ferma al loro fianco.

Guarda quella macchia, su cui sono ancora fissati gli sguardi atterriti degli apostoli, e dice: «Quella donna è già nella pace. E ha dimenticato il dolore. Inattiva sui figli? No. Doppiamente attiva. E li santificherà perché non chiede che questo a Dio».

Si incammina. Lo seguono. In silenzio.

Ma Gesù si volge e dice: «Perché vi chiedete nel cuore: "E perché non chiede conversione per il marito? Non è santa, se lo odia...". Non lo odia. Ha perdonato sin da quando egli la uccideva. Ma, anima entrata nel Regno della Luce, vede con sapienza e giustizia. Ed ella vede che non c’è conversione e perdono per il marito. Volge allora la sua preghiera su chi ne può avere del bene. Non è mio sangue, no. Eppure ne ho perduto tanto anche su questa via... Ma i passi dei nemici lo hanno sparso, mescolato alla polvere e alle lordure, e la pioggia lo ha portato disciolto giù fra gli strati della polvere. Ma ce ne è tanto, visibile ancora... Perché ne è fluito tanto che passi e acqua non potranno cancellarlo facilmente. Vi andremo insieme, e vedrete il mio Sangue sparso per voi...».

«Dove? Dove vuole andare? Al luogo del suo pianto? Al Pretorio?», si chiedono.

E Giovanni dice: «Ma Claudia è ripartita due giorni dopo il sabato e, si dice, sdegnata, paurosa persino di stare presso al consorte... Me lo ha detto l'astato. Claudia separa la sua responsabilità da quella del consorte. Perché ella lo aveva avvertito di non perseguitare il Giusto, essendo meglio essere perseguitati dagli uomini che dall'Altissimo, del quale il Maestro era Messia. E non c'è Plautina, e non Lidia. Hanno seguito Claudia a Cesarea. E Valeria è andata con Giovanna a Bétèr. Se ci fossero state loro, potevamo entrare. Ma ora... non so... Manca anche Longino, che Claudia volle a sua scorta...», dice Giovanni.

«Sarà al luogo dove tu vedesti l'erba bagnata di sangue...».

Gesù, che è avanti, si volta e dice: «Al Golgota. Là vi è tanto del mio Sangue che la polvere è simile a duro minerale ferroso. E c'è chi vi ha preceduti...».

«Ma è luogo immondo!», grida Bartolomeo.

Gesù ha un sorriso di compatimento e risponde: «Ogni luogo di Gerusalemme è immondo dopo l'atroce peccato, eppure voi non ne avete altro disagio a starvi fuor che quello della paura della folla...».

«Vi sono morti sempre i ladroni...»

«Io vi sono morto. E per sempre l'ho santificato. In verità vi dico che, sino alla fine dei secoli, non vi sarà luogo più santo di quello, e trarranno le folle di tutta la Terra e di tutte le epoche a baciare quella polvere. E già vi è chi vi ha preceduti. Senza temere gli schemi e le vendette, senza temere di contaminarsi. Eppure chi vi ha preceduti aveva doppia ragione di temere di questo».

«Chi è, Signore?», chiede Giovanni, al quale Pietro stuzzica col gomito il fianco perché chieda.

«Maria di Lazzaro! Come ha raccolto i fiori calpestati dai miei piedi mentre entravo, avanti la Pasqua, nella sua casa, ricordo di letizia che ha distribuito alle compagne, così ora ha saputo salire al Calvario e con le sue mani scavare la terra, dura del mio Sangue, e scendere col suo carico e deporlo in grembo a mia Madre. Non ha temuto. Ed era conosciuta come "la Peccatrice" e come "la discepola". Né chi ha accolto in grembo quel terriccio del luogo del Teschio ha creduto di contaminarsi. Tutto ha annullato il mio Sangue, e santa è la zolla dove Esso è caduto. Domani, avanti sesta, voi salirete al Golgota. Io vi raggiungerò... Ma chi vuol vedere il mio Sangue, eccolo». Addita la spalletta del ponticello. «Qui la mia bocca percosse e sangue ne uscì... Non aveva detto che parole sante la mia bocca, e parole d'amore. Perché allora fu percossa, né ci fu chi la medicò con un bacio?...».

Entrano nel Getsemani. Ma Gesù deve prima aprire un serrame che ora preclude l'accesso all'orto degli Ulivi. Un serrame nuovo. Una staccionata robusta, a punte acute, alta, serrata da una robusta e nuovissima serratura. Gesù ha la chiave, tanto nuova da essere splendente come acciaio, e apre la serratura al lume del ramo ardente che Filippo ha acceso per vedere, essendo ormai notte affatto.

«Non c'era... Perché?...», bisbigliano fra loro osservando la cinta che isola il Getsemani. «Certo Lazzaro non ha voluto qui più nessuno. Guarda là. Pietre e mattoni e calcina. Ora è legno, poi sarà muro...».

Gesù dice: «Venite. Non vi occupate di cose morte, vi dico... Ecco. Qui eravate... E qui fui circondato e preso, e di là voi fuggiste... Se c'era questa cinta allora... Avrebbe impedito la vostra pronta fuga. Ma come poteva pensare Lazzaro, che ardeva di seguirmi mentre voi ardeste di fuggire, che voi sareste fuggiti? Vi faccio soffrire? Prima ho sofferto Io. E voglio cancellare quel dolore. Baciami, Pietro...».

«No, Signore! No! L'atto di Giuda, qui, alla stessa ora, no, no, no!».

«Baciami. Ho bisogno che voi facciate con amore sincero il gesto insincero di Giuda. Dopo sarete felici. Saremo più felici. Io e voi. Vieni, Pietro. Bacia».

Pietro non bacia soltanto. Lava di lacrime la guancia del Signore e si ritira coprendosi il viso e sedendosi al suolo per piangere. Uno dopo l'altro, gli altri lo baciano sullo stesso posto. Chi più, chi meno, hanno le lacrime sul volto...

«E ora andiamo. Tutti insieme. Vi ho separati da Me quella sera dopo avervi fortificati col mio Corpo, e per poche ore. Ma subito cadeste. Ricordate sempre quanto foste deboli, e che senza l'aiuto di Dio non potreste stare nella giustizia un'ora. Ecco. Qui dissi di vegliare a quelli che si credevano i più forti, forti tanto da chiedere di bere al mio calice e da proclamare chi, anche a costo di morire, non mi avrebbero rinnegato. E li lasciai, avvertendoli di orare... Li lasciai ed essi dormirono. Ricordatevelo e insegnatelo che chi viene lasciato da Gesù, se non mantiene contatto d'orazione con Lui, cade in sopore e può esser preso. Se Io non vi avessi destato, in verità potevate esser anche uccisi nel sonno e comparire al giudizio di Dio pesanti di umanità. Venite ancora... Ecco! Abbassa il ramo, Filippo. Ecco! Chi vuole vedere del mio Sangue, guardi. Qui, nell'angoscia più grande, simile ad un che muore, sudai sangue. Guardate... Tanto che ne è dura la terra e ancor rosse le erbe, perché la pioggia non valse a sciogliere i grumi seccati fra steli e corolle. Ecco! E lì mi sono addossato e qui si librò l'angelo del Signore per confortarmi nella mia volontà di fare la Volontà di Dio. Perché, ricordatelo, se sempre voleste fare la Volontà di Dio, là dove la creatura non può persistere viene Dio col suo angelo a sorreggere l'eroe spossato. Quando sarete nelle angosce, non abbiate il timore di cadere in viltà o in abiura se persistete nel volere ciò che Dio vuole. Dio farà di voi dei giganti di eroismo se rimanete fedeli al suo volere. Ricordatelo! Ricordatelo! Ve lo dissi un tempo che dopo la tentazione nel deserto fui sovvenuto dagli angeli. Ora sappiate che anche qui, dopo l'estrema tentazione, fui da un angelo sovvenuto. E così sarà di voi e di tutti quelli che saranno i miei fedeli. Perché, in verità vi dico, ciò che Io ho avuto, di aiuti, voi pure avrete. Io stesso ve lo otterrei se il Padre già non fosse, nella sua amorosa giustizia, a concedervelo. Solo il dolore sarà sempre inferiore al mio... Sedete. Si alza ad oriente la luna. Ci farà luce. Non credo che questa notte dormirete, benché siate ancora così e solamente ancora uomini. No. Non dormirete, perché è entrato in voi un agente che prima non avevate. È il rimorso. Una tortura, è vero. Ma serve a passare a stadi più alti, sia nel bene che nel male. In Giuda di Keriot, essendosi egli allontanato da Dio, produsse la disperazione e la dannazione. In voi, che non siete mai usciti dalla vicinanza di Dio - Io ve lo assicuro, perché non era in voi la volontà e l'avvertenza piena di ciò che facevate - esso produrrà un pentimento fiducioso, che vi porterà a sapienza e giustizia. State dove siete. Io mi traggo in là quanto un tirar di sasso, in attesa dell'alba».

«Oh! non ci lasciare, Signore! Tu lo hai detto ciò che noi siamo, lontani da Te!», supplica Andrea stando in ginocchio, a mani tese, come chiedesse un obolo di pietà.

«Avete il rimorso. E un buon amico nei buoni».

«Non ti allontanare, Signore! Ci avevi detto che avremmo pregato insieme...», supplica il Taddeo che non osa più i gesti di parente verso il Risorto e sta con l'alta persona un poco curva in avanti in venerazione.

«E non è il meditare l'orazione più attiva? E non vi ho fatto contemplare e meditare e dato tema a meditare da quando vi raggiunsi sulla via, muovendovi il cuore con veri atti di santi sentimenti? Questa è l'orazione, o uomini: il mettersi in contatto con l'Eterno e con le cose che servono a condurre lo spirito molt'oltre la Terra, e dalla meditazione delle perfezioni di Dio e della miseria dell'uomo, dell'io, suscitare atti di volontà amorosa o riparatrice, adoratrice sempre, anche se è volontà che sorge da una meditazione su una colpa e un castigo. Male e bene servono al fine ultimo, se si sanno usare. L'ho detto molte volte. Il peccato è insanabile rovina soltanto se non è seguito da pentimento e riparazione. In caso contrario, con la contrizione del cuore si fa salda calcina a tener compatte le fondamenta della santità, le cui pietre sono le buone risoluzioni. Potreste tener unite le pietre senza calcina? Senza la sostanza in apparenza brutta e vile, ma senza la quale le pietre polite, i lucidi marmi non starebbero uniti a formar l'edificio?».

Gesù fa per andarsene.

Giovanni, al quale il fratello e l'altro Giacomo insieme a Pietro e Bartolomeo hanno parlato sottovoce, si alza e lo segue dicendo: «Gesù, mio Dio. Noi speravamo di dire con Te l'orazione al Padre tuo. La tua orazione. Ci sentiamo poco perdonati se Tu non ci concedi di dirla con Te. Noi sentiamo di averne tanto bisogno...».

«Dove due sono uniti in preghiera, là sono Io in mezzo a loro. Dite allora fra voi l'orazione e Io sarò fra voi».

«Ah! Tu non ci giudichi più degni di orare con Te!», grida Pietro col volto nascosto fra le erbe, non tutte monde del Sangue divino, e un grande pianto.

Giacomo d'Alfeo esclama: «Noi siamo infelici, frat... Signore». Si riprende tosto, dicendo "Signore" in luogo di "fratello".

E Gesù lo guarda e dice: «Perché non mi dici fratello, tu, del mio sangue? Fratello a tutti gli uomini, a te lo sono doppiamente, triplicemente, come figlio d'Adamo, come figlio di Davide, come figlio di Dio. Termina la tua parola».

«Fratello, mio Signore, noi siamo infelici e stolti, Tu lo sai, e più stolti ci fa l'avvilimento in cui siamo. Come possiamo dire con l'anima la tua orazione se non ne sappiamo il significato?».

«Quante volte, come a fanciulli minorenni, Io ve l'ho spiegato! Ma più duri di cervice che il più distratto degli scolari di un pedagogo, voi non avete ritenuto la mia parola!».

«È vero! Ma ora la nostra mente è confitta sulla nostra tortura di non averti capito... Oh! nulla abbiamo capito! Io lo confesso per tutti! E ancora non ti comprendiamo bene, o Signore. Ma, te ne prego, l'indulgenza per il nostro male traila dallo stesso male che ci fa ottusi. Tu eri spirato e il grande rabbi urlò la verità dell'ottusità di Israele, là, ai piedi della tua Croce. E Tu, Dio onnipresente, liberato Spirito di Dio dalla carcere della Carne, hai sentito quelle parole: "Secoli e secoli di cecità spirituale stanno sulla vista interiore", e ti ha pregato: "In questo pensiero, prigioniero delle formule, penetra Tu, Liberatore". O mio adoràto e adorabile Gesù, che ci hai salvati dalla Colpa di origine prendendo su Te i nostri peccati e consumandoli nell'ardore del tuo amore perfetto, prendi, consuma anche l'intelletto nostro di ostinati israeliti, dacci una mente nuova, vergine come quella di un infante uscito ora da un seno, smemoraci per riempirci della tua sola sapienza. Tante cose del passato sono morte in quel giorno orrendo. Morte con Te. Ma, ora che sei risorto, fa' che nasca in noi un nuovo pensiero. Creaci un cuore e una mente nuova, Signor mio, e noi ti capiremo», prega Giovanni.

«Non sta a Me questo compito, ma a Colui di cui vi ho parlato nell'ultima Cena. Ogni mia parola si perde nell'abisso del vostro pensiero, in tutto o in parte, o resta serrata e chiusa nel suo spirito. Solo il Paraclito, quando sarà venuto, estrarrà dal vostro abisso le mie parole e ve le aprirà per farvi comprendere lo spirito di esse».

«Ma Tu ce lo hai infuso», obbietta lo Zelote.

«Ma Tu hai detto che, quando Tu fossi andato al Padre, Egli, lo Spirito di Verità, sarebbe venuto», obbietta, insieme allo Zelote, Matteo.

«Ditemi: quando un bambino nasce ha l'anima infusa?».

«Certo che l'ha!», rispondono tutti.

«Ma quest'anima ha la Grazia di Dio?».

«No. La Colpa d'origine è su essa e la priva della Grazia».

«E l'anima e la Grazia di dove vengono?».

«Da Dio!».

«Perché allora Dio non dà addirittura un' anima in grazia alla creatura?».

«Perché Adamo fu punito, e noi in lui. Ma, ora che Tu sei divenuto il Redentore, così sarà».

«No. Così non sarà. Gli uomini nasceranno sempre impuri nella loro anima, che Dio ha creata e che l'eredità d'Adamo ha maculata. Ma, per un rito che vi spiegherò un'altra volta, l'anima infusa nell'uomo sarà vivificata della Grazia e lo Spirito del Signore ne prenderà possesso. Voi però, battezzati con l'acqua da Giovanni, sarete battezzati col fuoco della Potenza di Dio. E allora veramente lo Spirito di Dio sarà in voi. E sarà il Maestro che gli uomini non possono perseguitare né scacciare, e che nell'intimo vi dirà lo spirito delle mie parole e molte altre istruzioni. Io ve l'ho infuso perché soltanto per i miei meriti ogni cosa può aversi ed esser valida. Aversi Dio, e aver validità la parola di un delegato di Dio. Ma ancor non è in voi, come Maestro, lo Spirito di Verità».

«Ebbene, così sia. A suo tempo verrà. Ma intanto facci sentire il tuo perdono. Suci Maestro, o mio Signore. Ancora, ancora, poiché Tu lo hai detto che bisogna perdonare settanta volte sette», insiste Giovanni e termina - è il più fidente e amoroso sempre - osando prendere fra le sue la Mano sinistra di Gesù, pendente lungo la persona, e sulla quale la luna pare rendere ancor più grande lo squarcio del chiodo: «Tu che sei la Luce eterna, non permettere che i tuoi servi restino nelle tenebre», e bacia le dita lievemente, sulla punta, queste dita rimaste un poco piegate, proprio come sono quelle di chi fu ferito ed è guarito ma i nervi ne restano lievemente contratti.

«Venite. Saliamo più in alto e diremo insieme l'orazione», concede Gesù lasciando la sua mano in quelle di Giovanni, mentre già cammina verso il limite più alto del Getsemani, verso la via alta che, per il campo dei Galilei, va a Betania.

Anche qui si vede che le opere di delimitazione volute da Lazzaro sono in corso. Anzi qui, più lontano dalla casa del guardiano dell'uliveto, già è alzato un muro liscio e alto, che segue la siepe e il sentiero a curve che erano il limite del Getsemani.

Gerusalemme, in basso, esce lentamente dalle tenebre anche nelle parti a ponente, poiché la luna è ora allo zenit e imbianca tutte le cose col suo falcetto sottile, lucente come una fiamma diamantata posata sul cupo del firmamento, sul quale palpitano le corolle luminose di un numero incalcolabile di stelle, delle così inverosimili stelle dei cieli d'oriente.

Gesù apre le braccia nella sua consueta posizione di preghiera e intona: «Padre nostro che sei nei Cieli». Si interrompe e commenta: «Che Padre sia, ve ne ha dato prova l'avervi perdonato. Voi, più di tutti tenuti a perfezione, voi, così beneficati e così, come voi dite, inetti alla missione, quale Signore, che non vi fosse Padre, non vi avrebbe puniti? Io non vi ho punito. Il Padre non vi ha punito. Perché ciò che fa il Padre, il Figlio fa; perché ciò che fa il Figlio, il Padre fa, essendo Noi una sola Divinità unita nell'Amore. Io sono nel Padre, e il Padre è con Me. Il Verbo è sempre presso Dio, il quale è senza principio. E il Verbo è da prima di tutte le cose, da sempre, da un'eternità che ha nome sempre, da un presente eterno presso Dio, ed è Dio come Dio, essendo il Verbo del Pensiero divino.

Quando dunque me ne sarò andato, pregando così il Padre nostro, mio e vostro, onde fratelli siamo, Io primogenito, voi minori, vogliate vedere sempre anche Me nel Padre mio e vostro. Vogliate vedere il Verbo che vi fu "il Maestro" e vi amo sino alla morte e oltre la morte, lasciandovi Se stesso in cibo e bevanda perché voi foste in Me ed Io in voi sinché dura l'esilio, e poi Io e voi nel Regno per il quale vi ho insegnato a pregare: "Venga il Regno tuo" dopo che abbiate invocato che le vostre opere santifichino il Nome del Signore dandogli gloria in Terra e in Cielo. Si. Non sarebbe il Regno per voi in Cielo, il Regno per quelli che crederanno come voi, se prima non aveste voluto il Regno di Dio in voi con la pratica reale della Legge di Dio e della mia parola, che è il perfezionamento della Legge, avendo dato, nel tempo della Grazia, la Legge degli eletti, ossia quella di coloro che sono oltre le costituzioni civili, morali, religiose del tempo mosaico, già nella Legge spirituale del tempo di Cristo.

Voi lo vedete cosa è aver la vicinanza di Dio, ma non Dio in voi; cosa è aver la parola di Dio, ma non la pratica reale di quella parola. Ogni misfatto si è compiuto per questo aver Dio vicino, ma non nel cuore; per questo avere la conoscenza della parola, ma non l'ubbidienza ad essa. Tutto! Tutto per questo. L'ottusità e la delinquenza, il deicidio, il tradimento, le torture, la morte dell'Innocente e del suo Caino, tutto è venuto per questo. Eppure, chi come Giuda fu amato da Me? Ma non ebbe Me-Dio nel suo cuore. Ed è il dannato deicida, l'infinitamente colpevole come israelita e come discepolo, come suicida e come deicida, oltre che per i suoi sette vizi capitali e ogni altra sua colpa.

Regno di Dio in voi ora si può con più facilità aversi, perché Io ve l'ho ottenuto con la mia morte. Io vi ho ricomprati col mio dolore. Ricordatevelo. E nessuno calpesti la Grazia, perché essa è costata la vita ed il Sangue di un Dio. Sia dunque il Regno di Dio in voi, uomini, per la Grazia; sia sulla Terra, per la Chiesa, sia nel Cielo, per il popolo dei beati che, avendo vissuto con Dio in cuore, uniti al Corpo di cui Cristo è il Capo, uniti alla Vite di cui ogni cristiano è tralcio, meritano di riposare nel Regno di Colui per il quale tutte le cose sono state fatte: Io che vi parlo e che ho dato Me stesso alla Volontà paterna perché tutto potesse essere compiuto. Onde Io posso insegnarvi, senza ipocrisia, che va detto: "Sia fatta la tua volontà in Terra come in Cielo". Come Io abbia fatto la volontà del Padre mio, persino le zolle, le erbe, i fiori, le pietre di Palestina, e le mie carni ferite, e tutto un popolo possono dirlo.

Fate come Io ho fatto. Sino all'estremo. Sino alla morte di croce se Dio lo vorrà. Perché, ricordatevelo, Io l'ho fatto, e non c'è discepolo che valga misericordia più di Me. Eppure Io ho consumato il più grande dolore. Eppure Io ho ubbidito con perpetue rinunce. Voi sapete. Più ancor comprenderete in futuro, quando assomiglierete a Me bevendo un sorso al mio calice... Datevi questo pensiero costante: "Per la sua ubbidienza al Padre, Egli ci ha salvati". E, se volete essere salvatori, fate ciò che Io ho fatto. Vi sarà chi conoscerà anche la croce, chi la tortura dei tiranni e chi la tortura dell'amore, dell'esilio dai Cieli ai quali tenderà sino all'età più tarda prima di salirvi. Ebbene, in ogni cosa sia fatto ciò che Dio vuole. Pensate che supplizio di morte o supplizio di vita, mentre vorreste morire per venire ove Io sono, sono uguali, se fatti con ilare ubbidienza, agli occhi di Dio. Sono la sua Volontà. Perciò santi sono.

"Dacci il pane nostro quotidiano". Giorno per giorno, ora per ora. È fede. È amore. È ubbidienza. È umiltà. È speranza questo chiedere il pane di un giorno e accettarlo come è. Oggi dolce, domani amaro, molto, poco, con spezie o con cenere. Sempre quale è giusto. Lo dà Dio che è Padre. È dunque buono. Un'altra volta vi dirò dell'altro Pane, che salutare sarebbe di voler mangiare ogni giorno, e di pregare il Padre di mantenerlo. Perché guai a quel giorno e a quei luoghi dove venisse a mancare per volere d'uomini! Ora gli uomini voi vedete quanto sono potenti nelle opere loro di tenebre. Pregate il Padre che Egli difenda il suo Pane e ve lo dia. Tanto più lo dia, più le tenebre vorranno soffocare la Luce e la Vita, come in Parasceve fecero. La seconda Parasceve sarebbe senza risurrezione. Ricordatelo tutti. Se il Verbo non potrà più essere ucciso, ancor uccisa potrebbe essere la sua dottrina e spenta la libertà e la volontà, in troppi, di amarlo. Ma allora anche Vita e Luce sarebbero finite per gli uomini. E guai a quel giorno! Vi sia di esempio il Tempio. Ricordate: ho detto "è il grande Cadavere".

"Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".

Peccatori tutti, siate dolci ai peccatori. Ricordate le mie parole: "A che guardi la pagliuzza del fratello se prima non levi la trave dal tuo occhio?". Quello Spirito che vi ho infuso, quell'ordine che vi ho dato vi dànno facoltà di rimettere, in nome di Dio, i peccati del prossimo. Ma come potrete farlo se a voi non ve li rimette Dio? Parlerò altra volta di ciò. Per ora vi dico: perdonate a chi vi offende per esser perdonati e per avere diritto di assolvere o condannare. Chi è senza peccato può farlo con piena giustizia. Chi non perdona, ed è in colpa e finge scandalo, è un ipocrita e l'Inferno lo attende. Perché, se ancora sarà misericordia ai pupilli, severo sarà il verdetto per i tutori dei pupilli, colpevoli di colpe uguali o maggiori, pur avendo la pienezza dello Spirito a loro aiuto.

"Non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male". Ecco l'umiltà, pietra basilare della perfezione. In verità vi dico di benedire chi vi umilia, perché vi dà il necessario per il vostro celeste trono.

No. La tentazione non è rovina, se l'uomo umilmente sta presso il Padre e gli chiede di non permettere che Satana, il mondo e la carne trionfino su lui. Le corone dei beati sono ornate delle gemme delle tentazioni vinte. Non cercatele. Ma non siate vili quando esse vengono. Umili, e perciò forti, gridate al Padre mio e vostro: "Liberaci dal male", e vincerete il male. E santificherete veramente il Nome di Dio con le vostre azioni, come ho detto in principio, perché ogni uomo vedendovi dirà: "Dio è, perché essi da dèi vivono, tanto perfetta è la loro condotta", e a Dio verranno, moltiplicando i cittadini del Regno di Dio.

Inginocchiatevi, che Io vi benedica e la mia benedizione vi apra la mente a meditare».

Si prostrano al suolo ed Egli li benedice, e scompare come fosse assorbito dal raggio lunare.

Dopo un poco gli apostoli alzano la testa, stupiti di non sentire altre parole, e vedono che Gesù è sparito... Si riabbattono col volto al suolo nel tremore, vecchio di secoli, di ogni israelita che abbia la percezione di essere stato a contatto con Dio quale è in Cielo.

 

631. Gli apostoli mandati sul Golgota e il loro ritorno al Cenacolo

 

Gerusalemme già arde nel sole meridiano. Un archivolto ombroso è refrigerio alla vista, abbacinata dal sole che percuote i muri bianchi delle case e arroventa il suolo delle strade. E il bianco incandescente dei muri e lo scuro degli archivolti fanno di Gerusalemme una bizzarra pittura in bianco e nero, una vicenda di luci violente e di penombre - che, a contrasto dalla luce violenta, sembrano tenebra - vicenda tormentosa come un'ossessione, perché leva la facoltà di vedere o per troppa luce o per troppa penombra. Si procede a occhi semichiusi, cercando di correre nelle zone di luce e calore, rallentando sotto gli archivolti, dove è necessario andare lenti perché il contrasto fra le luci e le tenebre fa sì che anche ad occhi aperti nulla si veda.

Così procedono gli apostoli in una città che l'ora meridiana fa deserta. E sudano e si asciugano il volto e il collo col copricapo, e sbuffano...

Ma, quando devono uscire dalla città, cessa per loro il ristoro degli archivolti. La strada, che rasenta le mura e che si perde verso nord e verso sud come un nastro abbacinante di polvere incandescente, dà l'impressione di un terreno di fornace. Se ne alza un calore di forno, un calore che asciuga i polmoni. Il torrentello che è oltre le mura ha un filo d'acqua al centro di un greto di sassi, che il sole fa bianchi come tanti teschi calcinati. Gli apostoli si precipitano a quel filo d'acqua e ne bevono. Vi immergono il copricapo, se lo mettono gocciante in testa dopo essersi lavato il volto. Vi sguazzano dentro, in quel filo d'acqua, coi piedi che si sono scalzati. Ma sì! È un refrigerio molto meschino. L'acqua è calda come fosse versata da un paiolo appeso su una fiamma. Ed essi lo dicono: «È calda e poca. Sa di fango e di borit. Quando è così poca, trattiene il sapore dei bucati fatti all'alba».

Intraprendono la salita del Golgota. Dell'arso Golgota sul quale il sole ardente ha seccato quel poco d'erba che pareva una peluria rara sul monte giallastro un quindici giorni prima. Ora solo i rigidi e rarissimi ciuffetti di piante spinose, tutte aculei e niente foglie, drizzano qua e là le loro dita da scheletri dissotterrati, di un verde che è giallo per la polvere del monte, proprio simili ad ossa appena tratte da terra. Sì. Sembrano proprio mazzetti di ossa calcinate piantati nel suolo. Ve ne è uno che, dopo un due palmi di bastone diritto, ha un gomito improvviso che termina in cinque stecchi dopo una specie di paletta. Sembra proprio una mano scheletrita, tesa ad afferrare chi passa e a trattenerlo in quel luogo d'incubo.

«Volete fare la via lunga o la corta?», chiede Giovanni che è l'unico che abbia già asceso quel monte.

«La più corta! La più corta! Facciamo presto! Qui si muore di calore!», dicono tutti meno lo Zelote e Giacomo d'Alfeo.

«Andiamo!».

Le pietre della strada selciata sono roventi come piastre tratte da un fuoco.

«Ma non si può andare avanti qui! Non si può!», dicono dopo pochi metri.

«Eppure il Signore è salito sin là, dove è quel cespuglio di pruni, ed era già ferito e aveva la croce addosso», fa osservare Giovanni, che piange da quando è sul Calvario.

Proseguono. Ma poi si buttano a terra sfiniti, boccheggianti. I copricapi, bagnati nel rio, sono già asciugati dal sole; in cambio le vesti si chiazzano di sudore.

«Troppo ripida e troppo ardente!», soffia Bartolomeo.

«Sì. Troppo!», conferma Matteo che è congestionato.

«Per il sole è tutto uguale. Ma per la salita prendiamo quella via. È più lunga ma meno faticosa. Anche Longino la prese per poter fare che il Signore salisse. Vedete dove è quella pietra un po' scura? Lì è caduto il Signore e lo credemmo morto, noi che guardavamo da là, a settentrione, là, vedete?, dove è quell'incavo prima che la costa si alzi ripida. Non si muoveva più. Oh! il grido della Madre! Mi risuona qui! Non lo dimenticherò mai quel grido! Non ne dimenticherò uno dei suoi gemiti... Ah! vi sono cose che fanno vegliardi in un'ora e dànno la misura del dolore del mondo... Su, venite! Meno di voi ha sostato il nostro Martire Signore!», incita Giovanni.

Si alzano sbalorditi e lo seguono sino all'intersecazione della via selciata col sentiero a spirale, e piegano per questo. Si. È meno ripido. Ma quanto al sole! E ancor più forte ne è il calore, dato che la costa, che esso sentiero costeggia, riverbera i suoi fuochi sui viandanti già bruciati dal sole.

«Ma perché farci salire qui a quest'ora?! Non poteva farci venire all'alba, appena c'era luce, per vedere dove si posavano i piedi? Tanto! Eravamo fuor dalle mura e potevamo venire senza attendere l'apertura delle porte». Si lamentano e brontolano fra loro.

Uomini, ancora e sempre uomini, adesso, dopo la tragedia del Venerdì Santo, che è tragedia della loro umanità orgogliosa e vile, più ancora di tragedia del Cristo, sempre eroe e vittorioso anche nel morire; uomini come prima, quando si inebbriavano dei gridi di osanna delle folle e gongolavano pensando alle feste e ai banchetti sontuosi in casa di Lazzaro... Sordi, ciechi, ottusi a tutti i segni e avvertimenti di prossima tempesta.

Giacomo d'Alfeo e lo Zelote tacciono piangendo. Anche Andrea non si lamenta più dopo le ultime parole di Giovanni. E anche ora parla Giovanni, ricordando, e nel ricordare è un ammonire fraterno, un esortare a non lagnarsi... Dice: «È l'ora in cui Egli è salito qui. E camminava già da molto. Oh! potrei dire che, da quando uscì dal Cenacolo, non ebbe più attimo di riposo! Ed era ben caldo quel giorno! C'era l'afa del prossimo temporale... Ed Egli ardeva di febbre. Niche dice che ebbe l'impressione di toccare un fuoco quando gli posò sul volto il lino. Deve essere per qui il luogo dove Egli incontrò le donne... Noi, dal lato opposto, non vedemmo l'incontro. Ma, da come mi dissero Niche e le altre... Su. Andiamo! Pensate che le romane, use alla lettiga, percorsero a piedi questa via stando al sole dal mattino, dall'ora di terza, quando fu condannato. Oh! precedettero tutti, esse, le pagane, mandando schiavi ad avvertire le altre che si erano assentate per qualche motivo...».

Procedono... Un martirio di fuoco quella via! Barcollano persino. Pietro dice: «Se Egli non opera miracolo, cadremo per colpo di sole».

«Si. Ho il cuore che mi scoppia nella gola», conferma Matteo.

Bartolomeo non parla più. Pare ubriaco. Giovanni lo prende per un gomito e lo sorregge come faceva con la Madre nel Venerdì cruento. E conforta: «Fra poco è un poco d'ombra. Là dove condussi la Madre. Riposeremo là».

Vanno. Sempre più lenti... Eccoli contro il masso dove era Maria. E Giovanni lo dice. Infatti vi è un poco d'ombra. Ma l'aria è immota e rovente.

«Ci fosse almeno un gambo d'anaci, una foglia di menta, un filo d'erba! Ho la bocca simile a pergamena messa presso una fiamma. Ma nulla! Nulla!», geme Tommaso che ha persino le vene turgide al collo e alla fronte.

«Darei quanto mi resta di vita per una stilla d'acqua», dice Giacomo di Zebedeo.

Giuda Taddeo ha un alto scoppio di pianto e grida: «Povero fratello mio, quanto soffristi! Ha detto... ha detto, lo ricordate?, che moriva di sete! Oh! ora comprendo! Non avevo compreso l'estensione di quelle parole! Moriva di sete! E non ci fu chi gli dette, mentre poteva bere ancora, un sorso d'acqua! E aveva la febbre, Egli, oltre il sole!».

«Giovanna gli aveva portato un ristoro...», dice Andrea.

«Non poteva più bere, ormai! Non poteva più parlare... Quando si incontrò con la Madre, là, a dieci passi da noi, non poté che dire: "Mamma!" e non poté darle un bacio, neppur da lontano, nonostante che Simone di Cirene lo liberasse dalla croce. Aveva le labbra dure dalle ferite, arse... Oh! io vedevo bene, da oltre la fila dei legionari! Perché io non passai qui. Avrei preso io la sua croce, se mi avessero lasciato passare! Ma temevano di me... e della folla che ci voleva lapidare... Non poteva parlare... non bere... non baciare... Non poteva quasi più guardare coi suoi occhi dolorosi fra le croste del sangue che scendeva dalla fronte!... Aveva una lacerazione nella veste, al ginocchio, e si vedeva il ginocchio aperto, sanguinante... Aveva le mani gonfie e ferite... Aveva ferito il mento e una guancia... La croce aveva fatto una piaga sulla spalla già aperta dalle battiture... Aveva ferita la cintura dalle funi... Aveva i capelli goccianti del sangue tratto dalle spine... Aveva...».

«Taci! Taci! Non ti si può udire! Taci! Te ne prego e te ne comando!», urla Pietro che pare alla tortura.

«Non mi si può udire! Non mi potete udire! Ma io l'ho dovuto vedere e sentire nei suoi spasimi! E la Madre? E la Madre, allora?».

Curvano il capo singhiozzando e riprendono ad andare, ad andare... Per loro non si lamentano più. Ma piangono ormai tutti sui dolori di Cristo.

Eccoli in cima. Alla prima piazzuola: una lastra di fuoco. Il riverbero è tale che pare che la terra tremoli, per quel fenomeno del sole sulle sabbie accese dei deserti.

«Venite. Saliamo di qua. Qui ci fece passare il centurione. Anche io. Mi credette figlio di Maria. Le donne erano là. E lì i pastori. E lì i giudei...». Giovanni indica i luoghi e termina: «Ma la folla era giù, giù, copriva la china sino a valle, sino alla strada. Era sulle mura. Era sulle terrazze presso le mura. Era fin al limite del vedere. Ho visto ciò quando il sole cominciò a velarsi. Prima era come ora, e non potevo vedere...».

Infatti Gerusalemme pare un miraggio tremolante là in basso. L'eccesso di luce le fa da velo a chi la vuol vedere. E Giovanni dice: «In altre ore - Maria di Lazzaro lo ha detto, ma non sapevo quando e perché c'era venuta - si vedono i resti neri delle case incenerite dai fulmini. Le case dei più colpevoli... di molti, almeno fra essi... Ecco! Qui (Giovanni misura i passi, ricostruisce la scena) qui era Longino e qui Maria e io. E qui era la croce del ladrone pentito e là l'altra. E qui furono giuocate le vesti. E lì la Madre cadde quando Egli fu morto... e da qui lo vidi colpire al Cuore (Giovanni diventa pallido come un morto) perché qui era la sua Croce», e si inginocchia al suolo, adorando col volto fra la terra visibilmente scavata per un tratto fatto così: ossia per quanto era di sanguinoso lungo l'ombra del braccio trasverso della croce e intorno al tronco verticale della stessa.

Deve aver fatto un duro lavoro la Maddalena a scavare così tanta terra e per una profondità di almeno un buon palmo, in un terra così dura, mista a sassi e detriti, che ne fanno come una crosta compatta! Sono tutti gettati al suolo a baciare quella polvere, che ora si bagna di lacrime...

Ma Giovanni si alza per il primo e, amorosamente spietato, rievoca ogni episodio... Non sente più il sole... Nessuno lo sente più... Parla, e di quando Gesù respinse il vino mirrato, e di quando si denudò e cinse il velo materno, e di quando apparve così duramente flagellato e ferito, e di quando si stese sulla croce e urlò per il primo chiodo, e poi più, perché non soffrisse troppo la Madre, e quando gli lacerarono il polso e slogarono il braccio per tirarlo sino al punto giusto, e poi quando, tutto inchiodato, venne rivoltata la croce per ribadire i chiodi e il peso di essa gravò sul Martire di cui si sentì l'ansito, e poi la croce tornata a rivoltare e innalzata mentre la strascinano, e piombata giù nel buco e rincalzata, e il Corpo che cade giù, lacerando le mani, e la corona che si sposta e lacera il capo, e le parole al Padre dei Cieli, le parole che chiedono perdono per i crocifissori, e che danno perdono al ladrone pentito, e le parole alla Madre e a Giovanni, e la venuta di Giuseppe e Nicodemo, così apertamente eroi nello sfidare tutto un mondo, e il coraggio di Maria di Magdala, e il grido d'angoscia al Padre che lo abbandona, e la sete, e l'aceto col fiele, e l'estrema agonia e il fievole invocare la Mamma, e le parole di Lei, con l'anima già sulle soglie della vita per lo strazio, lo strazio... e la rassegnazione e l'abbandono a Dio, e, orrenda, l'ultima convulsione e il grido che fece tremare il mondo, e il grido di Maria quando lo vide morto...

«Taci! Taci! Taci!», urla Pietro e pare trapassato lui dalla lancia. Anche gli altri pregano: «Taci! Taci...»

«Non ho più nulla da dire. Il sacrificio era finito. La sepoltura... strazio nostro e non suo. Non ha valore in essa altro che il dolore della Madre. Il nostro strazio! Merita forse compassione? Diamola a Lui, in luogo di chiedere pietà per noi. Troppo e sempre noi fuggimmo il dolore, le fatiche, gli abbandoni, lasciando tutto ciò a Lui, a Lui solo. In verità fummo discepoli indegni, che lo amammo per la gioia di essere amati, per l'orgoglio di essere grandi nel suo regno, ma che non lo sapemmo amare nel dolore... Ora non più. Qui. Qui dobbiamo giurare, è un altare questo, ed è alto, in faccia al Cielo e alla Terra, che non sarà più così. Ora a Lui la gioia, a noi la croce. Giuriamolo. Solo così daremo pace alle anime nostre. Qui è morto Gesù di Nazaret, il Messia, il Signore, per essere Salvatore e Redentore. Qui muoia l'uomo che noi siamo e risorga il discepolo vero. Sorgete! Giuriamo nel Nome santo di Gesù Cristo di voler abbracciare la sua dottrina sino al saper morire per la redenzione del mondo». Giovanni pare un serafino. Nel gestire gli è caduto il copricapo, e il capo biondo splende al sole. È salito su dei detriti gettati da un lato, forse i puntelli delle croci dei ladroni, e ha involontariamente preso la posa a braccia aperte che ha sovente Gesù nel suo ammaestrare, e specie la posa che aveva sulla croce.

Gli altri lo guardano, così bello, così ardente, così giovane, il più giovane di tutti, e così maturo spiritualmente. Il Calvario lo ha fatto di età perfetta... Lo guardano e gridano: «Lo giuriamo!».

«Preghiamo, allora, perché il Padre convalidi il nostro giuramento: "Padre nostro che sei nei Cieli..."»

Il coro delle undici voci si fa sicuro, sempre più sicuro man mano che procede. E Pietro si batte il petto mentre dice: «rimetti a noi i nostri debiti», e tutti si inginocchiano quando dicono l'ultima supplica: «liberaci dal male». Restano così curvi al suolo, meditando...

Gesù è fra loro. Non ho visto quando e da dove è apparso. Si direbbe dalla parte del monte che è inaccessibile. Splende d'amore nella gran luce meridiana e dice: «Chi permane in Me non avrà danno dal Maligno. In verità vi dico che coloro che saranno uniti a Me nel servire l'Altissimo Creatore, il cui desiderio è la salvezza di ogni uomo, potranno scacciare i demoni, rendere innocui rettili e veleni, passare fra le fiere e le fiamme senza averne danno, sinché Dio vuole che restino sulla Terra a servirlo».

«Quando sei venuto, Signore?», dicono chinando il capo ma rimanendo in ginocchio.

«Mi ha chiamato il vostro giuramento. E ora, ora che i piedi dei miei apostoli hanno calcato queste zolle, scendete rapidi alla città, al Cenacolo. A sera partiranno le donne di Galilea con mia Madre. Tu e Giovanni andrete con esse. Ci ritroveremo tutti uniti, in Galilea, sul Tabor», dice allo Zelote e a Giovanni.

«Quando, Signore?».

«Giovanni lo saprà e ve lo dirà».

«Ci lasci, Signore? Non ci benedici? Abbiamo tanto bisogno della tua benedizione».

«Qui e al Cenacolo ve la darò. Prostratevi!».

Li benedice e il fulgore del sole lo avvolge come nella Trasfigurazione, solo che qui lo nasconde. Gesù non c’è più.

Essi alzano il capo. Più nulla: sole e terra arsa...

«Alziamoci e andiamo! Se ne è andato!», dicono con tristezza.

«Sempre più breve il suo stare fra noi!».

«Ma oggi pareva più contento di ieri sera. Non ti è parso, fratello?», chiede il Taddeo a Giacomo d'Alfeo.

«Lo ha fatto contento il nostro giuramento. Benedetto te, Giovanni, che ce lo hai fatto fare!», dice Pietro abbracciando Giovanni.

«Io speravo che Egli parlasse della sua Passione! Perché ci ha fatti venire qui per non dire nulla, poi?», dice Tommaso.

«Lo chiederemo a Lui questa sera», dice Andrea.

«Sì. Ma ora andiamo. Lunga è la via e vogliamo stare un poco con Maria prima che Ella se ne vada», dice Giacomo d'Alfeo.

«Un'altra dolcezza che finisce!», sospira il Taddeo.

«Orfani rimaniamo! Come faremo?».

Si volgono a Giovanni e allo Zelote e, con una punta di invidia nella voce, dicono: «Voi, almeno, andate con la Madre! E restate con Lei, sempre».

Giovanni fa un atto come per dire: «Così è». Ma essi, che non hanno invidia malevola ma buona, confessano subito: «È giusto, però. Perché tu eri qui con Lei e tu hai rinunciato ad esservi per ubbidienza. Noi...»

Incominciano a scendere. Ma, messo piede sulla seconda piazzuola, la più bassa, vedono una donna che vi accede sotto al sole dalla via ripida e che li squadra senza parlare, dirigendosi sicura alla piazzuola più alta.

«Già qualcuno viene qui! Non è Maria soltanto che viene. Ma che fa? Piange, cercando al suolo. Che sia una che ha perduto qualcosa, quel giorno?», si chiedono. Potrebbe essere, infatti, perché non si vede chi è. Il volto della donna è velatissimo.

Tommaso alza il suo robusto vocione: «Donna! Che hai perduto?».

«Nulla. Cerco il posto della croce del Signore. Ho un fratello morente e non c'è più il Maestro buono sulla Terra...», piange nel suo velo. «Gli uomini lo hanno scacciato!».

«È risorto, donna. C'è per sempre».

«Lo so che c'è per sempre. Perché è Dio, e Dio non perisce. Ma non è più fra noi. Un mondo non lo ha voluto ed Egli se ne è andato. Un mondo lo ha rinnegato, persino i suoi discepoli lo hanno abbandonato come fosse un ladrone, ed Egli ha abbandonato il mondo. E io vengo a cercare un poco del suo Sangue. Io ho fede che questo lo guarirà il mio fratello. Più dell'imposizione delle mani dei suoi discepoli, perché non credo più che essi possano fare prodigi dopo che furono infedeli».

«Il Signore fu qui poco fa, donna. Egli è risorto in anima e corpo ed è ancora fra noi. Il profumo della sua benedizione è ancora su noi. Guarda, qui Egli posava i suoi piedi or è poco», dice Giovanni.

«No. Io cerco una stilla del suo Sangue. Io non ero qui e non so il luogo...», curva, cerca al suolo.

Giovanni le dice: «Questo era il punto della sua croce. Io c'ero».

«C'eri? Come amico o come crocifissore? Si dice che uno solo dei suoi discepoli prediletti fosse sotto la sua croce e pochi altri discepoli fedeli con lui, qui presso. Ma non vorrei parlare con un suo crocifissore».

«Non lo sono, donna. Guarda, qui dove era la croce è ancor terra rossa di sangue, nonostante l'abbiano scavata. Tanto era il sangue che perse che penetrò fondo. Tieni. E la tua fede abbia premio». Giovanni ha scavato con le dita nel foro dove era la croce e ne ha estratto del terriccio rossastro, che la donna raccoglie in un piccolo lino, ringraziando e andandosene lesta col suo tesoro.

«Hai fatto bene a non rivelare chi siamo».

«Perché non hai detto chi eri?», dicono gli apostoli. Come sempre, il pensiero umano è contrastante.

Giovanni li guarda e non parla. Si avvia per primo giù per la ripida strada selciata. O se più facile è scendere che salire, feroce è ancora il sole e, quando sono giù, ai piedi del Golgota, sono proprio assetati. Ma delle pecore sono nel rio e dei pastori con esse, usciti certo da qualche stabbio vicino per il pascolo avanti sera. L'acqua è torbida, impossibile a bersi.

La sete è tale che Bartolomeo si rivolge a un pastore dicendo: «Hai un sorso d'acqua nella tua fiasca?».

L'uomo li guarda. Severo. E tace.

«Un poco di latte, allora. Le mammelle delle tue bestie sono turgide. Lo pagheremo. Avremmo voluto liquido gelato, ma basta bere».

«Non ho acqua né latte per quelli che hanno abbandonato il loro Maestro. Vi riconosco, sapete? Vi ho visti e ascoltati a Betsur un giorno. Tu, proprio tu, che chiedi... Ma non vi vidi quando incontrai quelli che portarono giù l'Ucciso. Questo solo c'era. Non ci fu acqua per Lui, mi dissero quelli che furono sul monte. Neppure per voi c'è acqua». Fischia al suo cane, raduna le pecore e va verso nord, dove hanno inizio delle elevazioni coperte di ulivi e sparse d'erba.

Gli apostoli, accasciati, valicano il ponte ed entrano in città.

Camminano rasente ai muri, il copricapo molto sugli occhi, un poco curvi. Perché ora le vie si tornano a rianimare di pedoni, essendo passato il gran caldo delle prime ore del pomeriggio.

Ma tutta la città è da traversare, prima di arrivare alla casa del Cenacolo, e troppi sono quelli che conoscono gli apostoli perché il loro passare possa avvenire senza incidenti. E presto avviene che una risata sferzante li raggiunga mentre uno scriba (credevo proprio di non averne più a vedere, e ne ero felice) grida alla gente, che è numerosa in quello stretto crocicchio dove chioccola una fonte: «Eccoli! Guardate! Ecco i resti dell'esercito del gran re! I prodi imbelli. I discepoli del seduttore. Sprezzo e derisione su loro. E la compassione che si ha per i folli!».

È l'inizio di una ridda di schemi.

Chi grida: «Dove eravate mentre Egli aveva la sua pena?»; e chi: «Persuasi ora che Egli era un falso profeta?»; e chi: «Invano lo avete trafugato e nascosto! Spenta è l'idea. Il Nazareno è morto. Il Galileo è stato fulminato da Jeové. E voi con Lui»; e chi con falsa pietà: «Ma lasciateli stare. Essi se ne sono avveduti e pentiti, troppo tardi, ma sempre in tempo per fuggire all'ora buona!»; e chi arringa il popolo minuto, per lo più composto di donne che paiono propense a parteggiare per gli apostoli, dicendo: «Voi, che dubitate ancora della giustizia nostra, vi serva di luce l'atto dei più fidi seguaci del Nazareno. Se Egli fosse stato Dio, li avrebbe fortificati. Se essi lo avessero conosciuto per il vero Messia, non sarebbero fuggiti, pensando che forza umana non poteva trionfare sul Cristo. Invece Egli è morto al cospetto del popolo. E invano è stato trafugato il cadavere dopo aver assalito le guardie che si erano addormentate. Chiedetelo alle guardie, se così non fu. Egli è morto, e dispersa è la sua gente, e grande è agli occhi dell'Altissimo colui che libera il suolo santo di Gerusalemme dalle ultime vestigie di Lui. Anatema sui seguaci del Nazareno! Mano alle pietre, o popolo santo, e si lapidino costoro fuor dalle mura».

È troppo per l'ancor troppo malfermo coraggio degli apostoli! Si sono già alquanto arretrati verso le mura per non fomentare la sommossa con una imprudente sfida agli accusatori. Ma ora, più che prudenza, è paura che vince. E volgono le spalle, salvandosi con la fuga in direzione della porta. Giacomo d'Alfeo e Giacomo di Zebedeo, con Giovanni, Pietro e lo Zelote, sono quelli che, più calmi e padroni di se stessi, seguono i compagni senza correre. E qualche pietra li raggiunge prima che escano dalla porta, e soprattutto li colpiscono molte lordure.

Le guardie, che escono dal loro posto, fanno sì che oltre le mura non siano inseguiti. Ma essi corrono, corrono e si rifugiano nel pometo di Giuseppe, là dove era il Sepolcro.

Il posto è quieto, silenzioso, dolce è la luce sotto le piante, che in quei giorni hanno messo foglia ancor rada, ma così smeraldina da fare un velo di color soave sotto i fusti robusti. Si gettano a terra per farsi passare il gran batticuore. In fondo all'ortaglia un uomo zappa e rincalza delle verdure, aiutato da un giovinetto, e non si accorge di loro, che si sono nascosti dietro una siepe, altro che quando, dopo aver scrutato il cielo e aver detto forte: «Vieni, Giuseppe, e porta l'asino per attaccarlo al bindolo», si dirige verso di loro, là dove, nascosto in un ciuffo di rovi che l'ombreggiano, è un rustico pozzo.

«Che fate? Chi siete? Che volete nell'orto di Giuseppe d'Arimatea? E tu, stolto, perché lasci aperto il cancello che Giuseppe vuol chiuso, ora che ce lo ha messo? Non sai che non vuole nessuno qui, dove fu deposto il Signore?».

Dico il vero dicendo che, nella pena di assistere alla deposizione di Gesù e nello stupore della Risurrezione, non avevo mai notato se l'orto oltre alla cinta di una muraglia verde di bossi e rovi avesse o meno un cancello, ma infatti penso sia messo da poco, perché è tutt'affatto nuovo e sostenuto da due piloni quadri dall'intonaco senza segno di vecchiaia. Anche Giuseppe, come Lazzaro, ha messo serrame ai luoghi santificati da Gesù.

Giovanni si alza da terra, insieme allo Zelote e a Giacomo d'Alfeo, e dice senza paura: «Siamo gli apostoli del Signore. Io Giovanni, questo Simone amico di Giuseppe, e questo Giacomo, fratello del Signore. Il Signore ci aveva chiamati al Golgota e siamo andati. Ci ha dato ordine di andare alla casa dove è la Madre, e la folla ci ha inseguiti. Siamo entrati qui, attendendo la sera...».

«Ma tu sei ferito? E anche tu! e tu! Venite, ché vi soccorra. Avete sete? Siete affannati. Tu, presto, attingi. La prima acqua è pura, mentre poi i secchi la fanno melmosa. E da' da bere, e poi lava di quelle lattughe fresche e ungile con l'olio che abbiamo per fasciare gli innesti. Non ho altro da darvi. Non ho casa qui. Ma, se attendete, vi condurrò con me...».

«No. No. Dobbiamo andare dal Signore. Dio ti compensi». Bevono e si lasciano medicare. Sono tutti feriti al capo. Mirano bene i giudei!

«Va' sulla via tu e guarda, senza parere, se c'è qualche spia», ordina l'ortolano al ragazzo.

«Alcuno, padre. La via è nuda», dice questo tornando.

«Va' a sbirciare verso la porta e torna svelto».

Coglie degli steli d'anaci e li offre, scusandosi di non aver che legumi, insalata e quegli anaci, posto che i pomi appena han perduto il fiore.

Torna il ragazzo. «Nessuno, padre. La via oltre la porta è vuota».

«Andiamo, allora. Attacca il ciuco al carretto e gettavi sopra le erbe della rimonditura. Sembreremo uomini di ritorno dai campi. Venite con me. Allungherete la strada... Ma è meglio delle sassate».

«In città dovremo entrare sempre...».

«Sì. Ma entreremo da un'altra parte, per vicoli scuri. Venite sicuri».

Chiude con la grande chiave il robusto cancello, fa montare i più vecchi sul carro, dà zappe e rastrelli agli altri, carica di un fascio di potature Tommaso e di una balla di erba Giovanni, e va sicuro, costeggiando le mura verso sud.

«Ma la tua casa... Qui è deserto».

«La casa è di là, dall'altro lato, e non fugge. La donna aspetterà. Prima servo i servi del Signore». Li guarda... «Eh! Tutti si falla! Ho avuto paura anche io! E tutti siamo odiati per il Nome di Lui. Anche Giuseppe. Ma che fa? Dio è con noi. La gente!... Odia e ama. Ama e odia. E poi! Ciò che fa oggi dimentica domani. Già... Se non ci fossero le iene! Ma sono esse che eccitano la gente. Sono pieni di furore perché è risorto. Oh! se si facesse vedere su un pinnacolo del Tempio, per fare il popolo sicuro che è risorto. Perché non lo fa? Io credo. Ma non tutti sanno credere. Ed essi pagano forte chi dice al popolo che Egli è stato trafugato da voi, già corrotto, e seppellito o arso in una grotta di Giosafat».

Sono ormai al lato sud della città, nella valle di Innon.

«Ecco. Là è la porta di Sion. Sapete da lì andare alla casa? È un passo».

«Sappiamo. Dio sia teco per la tua bontà».

«Per me siete sempre i santi del Maestro. Uomini siete e uomo sono. Egli solo è più che Uomo e poté non tremare. So capire e compatire. E dico che voi, deboli oggi, sarete forti domani. La pace a voi».

Li sbarazza delle erbe e degli arnesi agricoli e torna indietro, mentre essi entrano in città svelti come lepri e sgattaiolano per delle viette periferiche verso la casa del Cenacolo.

Ma le traversie di quel giorno non sono ancora finite. Un gruppo di legionari, diretti alla taverna vicina, li incrocia, e uno li osserva e indica agli altri. E ridono tutti. E, quando quei poveri malmenati discepoli sono costretti a passare loro davanti, uno dei militi addossati alla porta li apostrofa: «Euèh! Non vi ha lapidati il Calvario e gli uomini vi hanno colpiti? Per Giove! Io credevo voi più coraggiosi! E che non temeste nulla, posto che avevate avuto coraggio di salire lassù. Non vi hanno rimproverato le pietre del monte di esser vili? E tanto ardire aveste di salirvi? Sempre ho visto i colpevoli fuggire dai luoghi che ricordano la colpa. La Nemesi li insegue. Ma forse voi vi ha trascinati lassù per farvi tremare d'orrore, oggi, poiché non voleste tremare di pietà, allora».

Una donna, forse la padrona della taverna, si fa sulla porta e ride. Ha una faccia da ribalda che fa paura, e stride forte: «Donne ebree, guardate ciò che spremono i vostri grembi! Dei vili spergiuri, che escon dalle tane quando è finito il pericolo. Ventre romano non concepisce che eroi. Venite, voi, a bere alla grandezza di Roma. Vino eletto e belle fanciulle...», si allontana seguita dai soldati nel suo antro scuro.

Una ebrea guarda - qualche donna è con le anfore sulla via, dove si sente già il mormorio della fonte presso la casa del Cenacolo - e ha compassione. È una donna anziana. Dice alle compagne: «Hanno sbagliato... Ma tutto un popolo sbagliò». Va dagli apostoli e li saluta: «La pace a voi. Noi non dimentichiamo... Diteci soltanto. È proprio risorto il Maestro?».

«È risorto. Lo giuriamo».

«E allora non temete. Egli è Dio, e Dio vincerà. Pace a voi, fratelli. E dite al Signore che perdoni a questo popolo».

«E voi pregate perché il popolo a noi perdoni e dimentichi lo scandalo che abbiamo dato. Donne, a voi, io Simon Pietro chiedo perdono». Pietro piange...

«Siamo madri e sorelle e spose, uomo. E il tuo peccato è quello dei nostri figli, fratelli e sposi. A tutti usi pietà il Signore».

Li hanno accompagnati alla casa, queste pietose, e bussano esse stesse alla porta serrata. E Gesù apre la porta, empiendo il vano oscuro della sua glorificata persona, e dice: «La pace a voi per la vostra pietà».

Le donne sono impietrite dallo stupore. Restano così sinché la porta si rinchiude sugli apostoli e sul Signore. Allora rinvengono.

«Lo hai visto? Era Lui. Bello! Più di prima. E vivo! Non già un fantasma! Un vero uomo. La voce! Il sorriso! Muoveva le mani. Hai visto come erano rosse le ferite? No, gli guardavo il petto respirare proprio come a un vivo. Oh! non ci vengano a dire che non è vero! Andiamo! Andiamo a dirlo alle case! No. Bussiamo qui per vederlo ancora. Che dici mai? È il Figlio di Dio, risorto. Già molto è che a noi, povere donne, si sia mostrato! E con la Madre sua e le discepole e gli apostoli. No. Sì...». Vincono quelle che sono prudenti. Il gruppo si allontana.

Gesù intanto è entrato coi suoi apostoli nel Cenacolo. Li osserva. Sorride. Essi si sono levati i copricapi, messi come bende, prima di entrare in casa, e li hanno rimessi come il loro uso impone. Le lividure non si vedono perciò. Si siedono stanchi e silenziosi, più addolorati che stanchi.

«Avete tardato», dice Gesù con dolcezza.

Silenzio.

«Non mi dite nulla? Parlate! Sono sempre Gesù. Già è caduto il vostro ardire di oggi?».

«Oh! Maestro! Signore!», grida Pietro cadendo a ginocchi ai piedi di Gesù. «Non è caduto l'ardire. Ma ci annichila il constatare il danno che abbiamo fatto alla tua Fede. Stritolati siamo!».

«Muore l'orgoglio, nasce l'umiltà. Sorge il conoscimento, cresce l'amore. Non temete. Voi state diventando apostoli ora. Questo Io volevo».

«Ma noi non potremo più fare nulla! Il popolo, e ha ragione, ci deride! Noi abbiamo distrutto la tua opera. Distrutto la tua Chiesa!». Sono tutti angosciati. Gridano, gesticolano...

Gesù è di una calma solenne. Dice, aiutando le parole col gesto: «Pace! Pace! Neppur l'inferno distruggerà la mia Chiesa. Non sarà il vacillar di una pietra, non ancora bene saldata, quella che farà perire l'edificio. Pace! Pace! Voi farete. E bene farete, poiché ora vi conoscete umilmente per quel che siete, poiché ora siete sapienti di una grande sapienza: quella di sapere che ogni atto ha ripercussioni ben vaste, talora incancellabili, e che chi è in alto - ricordate ciò che ho detto del lume che va posto in alto perché sia visto, ma appunto perché da tutti è visto deve aver fiamma pura - e che chi è in alto ha il dovere, più di chi non è in alto, di essere perfetto. Vedete, figli miei? Ciò che passa inosservato o scusabile, se fatto da un fedele, non passa inosservato, e severo è il giudizio del popolo, se fatto da un sacerdote. Ma il vostro futuro cancellerà il vostro passato. Io non vi ho detto parola al Golgota, ma ho lasciato che il mondo parlasse. Io vi conforto. Su, non piangete. Rifocillatevi, ora, e lasciate che Io vi guarisca. Così». Sfiora lievemente le teste ferite. Poi dice: «Però è bene che voi vi allontaniate di qua. Per questo ho detto: "Andate al Tabor; in preghiera". Potrete stare nei paesi vicini e salire ogni aurora in mia attesa».

«Signore, il mondo non crede che Tu sia risorto», dice sottovoce il Taddeo.

«Persuaderò il mondo. Vi aiuterò a vincere il mondo. Voi siatemi fedeli. Non chiedo di più. E benedite chi vi umilia, perché vi santifica».

Spezza il pane, fa le parti, offre e distribuisce: «Ecco il mio viatico a voi che andate. Là ho già preparato il cibo per i miei pellegrini. Fate anche questo, in futuro, con quelli fra voi che partiranno. Siate paterni a tutti i fedeli. Tutto ciò che Io faccio, o vi faccio fare, fatelo voi pure. Anche il viaggio al Calvario, meditando e facendo meditare sulla via dolorosa, fatelo in futuro. Contemplate! Contemplate il mio dolore. Perché è per quello, non per la presente gloria, che vi ho salvati. Di là è Lazzaro con le sorelle. Sono venute a salutare la Madre. Andate voi pure, perché mia Madre parte fra poco col carro di Lazzaro. La pace a voi». Si alza ed esce rapidamente.

«Signore! Signore!», grida Andrea.

«Che vuoi, fratello?», lo interroga Pietro.

«Volevo chiedergli tante cose. Dirgli di chi chiede guarigioni... Non so! Quando è fra noi non sappiamo dire più nulla!», e corre via a cercare il Signore.

«È vero! Siamo come smemorati!», convengono tutti.

«Eppure è tanto buono con noi. Ci ha detto "figli" con una dolcezza tale che mi ha aperto il cuore!», esclama Giacomo d'Alfeo.

«Ma è così Dio, ora! Tremo quando m'è vicino come fossi presso il Santo dei santi», dice il Taddeo.

Torna Andrea: «Non c'è più. Lo spazio, il tempo e le mura gli sono soggetti».

«È Dio! È Dio!», dicono tutti restando venerabondi...

 

632. Apparizioni a varie persone in luoghi diversi

 

I. Alla madre di Annalia

Elisa, la madre di Annalia, piange sconsolatamente nella sua casa, chiusa in una stanzetta dove è un lettino senza coperture, forse quello di Annalia. Tiene il capo abbandonato sulle braccia, a loro volta abbandonate, tese sul lettuccio come per abbracciarlo tutto. Il corpo grava sui ginocchi in posa di languore. Di vigoroso non c'è che il suo pianto.

Poca luce entra dalla finestra aperta. Il giorno da poco è risorto. Ma una luce viva si fa quando entra Gesù. Dico: entra, per dire che è nella stanza mentre prima non c’era. E dirò sempre così per significare il suo apparire in un luogo chiuso, senza stare a ripetermi come Egli si scopra da dietro ad una grande luminosità che ricorda quella della Trasfigurazione, da dietro un fuoco bianco - mi si permetta il paragone - che pare liquefare muri e porte per permettere a Gesù di entrare col suo vero, respirante, solido Corpo glorificato: un fuoco, una luminosità che su Lui si rinchiude e lo nasconde quando se ne va. Però, dopo, piglia l'aspetto bellissimo di Risorto, ma Uomo, proprio Uomo, di una bellezza centuplicata rispetto a quella che già aveva prima della Passione. È Lui, ma è il Lui glorioso, Re.

«Perché piangi, Elisa?».

Non so come la donna non riconosca la Voce inconfondibile. Forse il dolore l'intontisce. Risponde come se parlasse a un parente che forse l'ha raggiunta dopo la morte di Annalia.

«Hai sentito ieri sera quegli uomini? Egli non era nulla. Potere magico, ma non divino. Ed io che mi rassegnavo alla morte di mia figlia pensandola amata da un Dio, in pace... Me lo aveva detto!...», piange ancor più forte.

«Ma lo videro risorto in molti. Solo Dio da Se stesso può risuscitarsi».

«L'ho detto anche io a quelli di ieri. Lo hai sentito. Ho combattuto le loro parole. Perché le loro parole erano la morte della mia speranza, della mia pace. Ma essi - hai sentito? - essi hanno detto: "Tutta commedia dei suoi seguaci per non confessarsi folli. Esso è morto e ben morto, e putrido, l'hanno trafugato e distrutto, dicendo che è risorto". Hanno detto così... E che per questo l'Altissimo ha mandato il secondo terremoto, per fare loro sentire la sua ira per la loro sacrilega menzogna. Oh! non ho più conforto!».

«Ma se tu vedessi il Signore risorto, coi tuoi occhi, e lo palpassi con le tue mani, crederesti?».

«Non ne sono degna... Ma certo che crederei! Mi basterebbe vederlo. Non oserei toccare le sue Carni perché, se così fosse, sarebbero carni divine, e una donna non può avvicinarsi al Santo dei Santi».

«Alza il capo, Elisa, e guarda Chi ti è davanti!».

La donna alza la testa canuta, il viso sfigurato dal pianto, e vede... Cade ancor più ribassata sui calcagni, si sfrega gli occhi, apre la bocca su un grido che vuol salire ma che lo stupore strozza in gola.

«Sono Io. Il Signore. Tocca la mia Mano. Baciala. Mi hai sacrificato la figlia. Lo meriti. E ritrova, su questa Mano, il bacio spirituale della tua creatura. È in Cielo. È beata. Dirai questo ai discepoli e questo giorno».

La donna è così affascinata che non osa il gesto, ed è Gesù stesso che le preme sulle labbra la punta delle sue dita.

«Oh! sei proprio risorto!!! Felice! Felice sono! Te benedetto che mi hai consolata!».

Si curva per baciargli i piedi e lo fa, e resta così. La luce soprannaturale fascia nel suo splendore il Cristo, e la stanza è vuota di Lui. Ma la madre ha il cuore pieno di incrollabile certezza.

II. A Maria di Simone a Keriot, con Anna madre di Joanna e il vecchio Anania

 

La casa di Anna, madre di Joanna. La casa di campagna dove Gesù, accompagnato dalla madre di Giuda, operò il miracolo di guarire Anna. Anche qui una stanza e una giacente sul letto. Una che è irriconoscibile, tanto è sfigurata da un'angoscia mortale. Il viso è consumato. La febbre lo divora accendendo i pomelli sporgenti, tanto le gote sono incavate. Gli occhi, in un cerchio nero, rossi di febbre e di pianto, sono socchiusi sotto le palpebre gonfie. Là dove non è rossore di febbre, è giallore intenso, verdastro, come per bile sparsa nel sangue. Le braccia scarne, le mani affilate, sono abbandonate sulle coperture che un ansito affrettato solleva.

Presso la malata, che altra non è che la madre di Giuda, è Anna, la madre di Joanna. Essa asciuga lacrime e sudore, agita un ventaglio di palma, muta le pezze bagnate in un aceto aromani, le carezza i capelli disciolti, divenuti in poco tempo più bianchi che neri, sparsi sul guanciale e incollati dal sudore sulle orecchie fatte trasparenti. E piange anche Anna, dicendo parole di conforto: «Non così, Maria! Non così! Basta! Egli... egli ha peccato. Ma tu, tu lo sai come il Signore Gesù...».

«Taci! Quel Nome... a me... detto a me... si profana... Sono la madre... del Caino... di Dio! Ah!». Il pianto quieto si muta in sfinito, lacerante singhiozzo. Si sente affogare, si abbranca al collo dell'amica, che la soccorre nel vomito bilioso che le esce dalla bocca.

«Pace! Pace, Maria! Non così! Oh! che dirti per persuaderti che Egli, il Signore, ti ama? Te lo ripeto! Te lo giuro sulle cose a me più sante: il mio Salvatore e la mia creatura. Egli me lo ha detto quando tu me lo portasti. Egli ha avuto per te parole e previdenze di amore infinito. Tu sei innocente. Egli ti ama. Sono certa, certa sono che darebbe Se stesso un'altra volta per darti pace, povera madre martire».

«Madre del Caino di Dio! Senti? Quel vento, là, fuori... Lo dice... Va per il mondo la voce... la voce del vento, e dice: "Maria di Simone, madre di Giuda, colui che tradì il Maestro e lo consegnò ai suoi crocifissori". Senti? Tutto lo dice... Il rio, là fuori... Le tortore... le pecore... Tutta la Terra grida che io sono... No, non voglio guarire. Morire voglio!... Dio è giusto e non colpirà me nell'altra vita. Ma qui, no. Il mondo non perdona... non distingue... Folle divengo perché il mondo urla...: "Sei la madre di Giuda!"». Ricade esausta sui guanciali. Anna la ricompone ed esce per portare via i panni sporcati...

Maria, ad occhi chiusi, esangue dopo lo sforzo fatto, geme: «La madre di Giuda! di Giuda! di Giuda!». Ansa, poi riprende: «Ma cosa è Giuda? Cosa ho partorito? Cosa è Giuda? Cosa ho...».

Gesù è nella stanza, che un tremulo lume rischiara perché troppo poca ancora è la luce del giorno per illuminare la stanza vasta, nella quale il letto è nel fondo, molto lontano dall'unica finestra. Chiama dolcemente: «Maria! Maria di Simone!».

La donna è quasi delirante e non dà peso alla voce. E assente, rapita nei gorghi del suo dolore, e ripete le idee che ossessionano il suo cervello, monotonamente, come il tic tac di un pendolo: «La madre di Giuda! Cosa ho partorito? Il mondo urla: "La madre di Giuda"...»

Gesù ha due lacrime nell'angolo degli occhi dolcissimi. Mi stupiscono molto. Non pensavo che Gesù potesse piangere ancora dopo che è risorto... Si curva. Il letto è così basso, per Lui così alto! Pone la Mano sulla fronte febbrile, respingendo le pezze umide d'aceto, e dice: «Un'infelice. Questo e non altro. Se il mondo urla, Dio copre l'urlo del mondo dicendoti: "Abbi pace, perché Io ti amo". Guardami, povera mamma! Raccogli il tuo spirito smarrito e mettilo nelle mie mani. Sono Gesù!...»

Maria di Simone apre gli occhi come uscendo da un incubo e vede il Signore, sente la sua Mano sulla sua fronte, porta le mani tremanti al viso e geme: «Non mi maledire! Se avessi saputo cosa generavo, mi sarei strappate le viscere per impedire che egli nascesse».

«E avresti peccato. Maria! oh! Maria! Non uscire dalla tua giustizia per la colpa di un altro. Le madri che hanno fatto il loro compito non devono tenersi responsabili del peccato dei figli. Tu lo hai fatto il tuo dovere, Maria. Dammi le tue povere mani. Sii quieta, povera mamma».

«Sono la madre di Giuda. Immonda sono come tutto ciò che quel demonio toccò. Madre di un demonio! Non mi toccare». Si dibatte per sfuggire alle Mani divine che la vogliono tenere. Le due lacrime di Gesù le cadono sul volto tornato acceso di febbre.

«Io ti ho purificata, Maria. Il mio pianto di pietà è su te. Su nessuno ho pianto da quando ho consumato il mio dolore. Ma su te piango con tutta la mia amorosa pietà». È riuscito a prenderle le mani e si siede, sì, proprio si siede sull'orlo del lettuccio, tenendo quelle mani tremanti fra le sue.

La pietà amorosa dei suoi fulgidi occhi accarezza, fascia, medica l'infelice, che si calma piangendo tacitamente e mormorando: «Non m'hai rancore?».

«Ho amore. Sono venuto per questo. Abbi pace».

«Tu perdoni! Ma il mondo! Tua Madre! Mi odierà».

«Ella pensa a te come a una sorella. Il mondo è crudele. È vero. Ma mia Madre è la Madre dell'Amore, ed è buonà. Tu non puoi andare per il mondo, ma Ella verrà a te quando tutto sarà in pace. Il tempo pacifica...».

«Fammi morire, se mi ami...».

«Ancora un poco. Tuo figlio non seppe darmi nulla. Tu dammi un tempo del tuo soffrire. Sarà breve».

«Mio figlio ti ha dato troppo... L'orrore infinito ti ha dato».

«E tu il dolore infinito. L'orrore è passato. Non serve più. Il tuo dolore serve. Si unisce a queste mie piaghe, e le lacrime tue e il Sangue mio lavano il mondo. Tutto il dolore si unisce per lavare il mondo. Le tue lacrime sono fra il mio Sangue e il pianto di mia Madre, e intorno intorno è tutto il dolore dei santi che soffriranno per il Cristo e per gli uomini, per amor mio e degli uomini. Povera Maria!». La adagia dolcemente, le incrocia le mani, la guarda calmarsi...

Rientra Anna e resta sbalordita sulla soglia.

Gesù, che si è rialzato, la guarda dicendo: «Hai ubbidito al mio desiderio. Per gli ubbidienti è pace. La tua anima mi ha compreso. Vivi nella mia pace».

Riabbassa gli occhi su Maria di Simone, che lo guarda fra un fluire di lacrime più calme, e le sorride ancora. Le dice ancora: «Poni tutte le tue speranze nel Signore. Egli ti darà tutte le sue consolazioni». La benedice e fa per andarsene.

Maria di Simone ha un grido appassionato: «Si dice che mio figlio ti ha tradito con un bacio! È vero, Signore? Se si, lascia che io lo lavi baciandoti le Mani. Non posso fare altro! Altro non posso fare per cancellare... per cancellare...». Il dolore la riprende più forte.

Gesù, oh! Gesù non le dà le Mani da baciare, quelle Mani sulle quali la larga manica della veste candida ricade sino a metà del metacarpo nascondendo le ferite, ma le prende il capo fra le mani e si curva a sfiorare con le labbra divine la fronte bruciante dell'infelicissima fra tutte le donne, e le dice nel rialzarsi: «Le mie lacrime e il mio bacio! Nessuno ha avuto tanto da Me. Sta' dunque nella pace che fra Me e te non c'è che amore». La benedice e, traversata la stanza sveltamente, esce dietro ad Anna, che non ha osato venire avanti, né parlare, ma che lacrima di emozione.

Quando però sono nel corridoio che conduce alla porta di casa, Anna osa parlare, fare la domanda che le è nel cuore: «La mia Joanna?».

«Da quindici giorni gode nel Cielo. Non l'ho detto là, perché troppo è il contrasto fra tua figlia e suo figlio».

«È vero! Grande strazio! Io credo ne muoia».

«No. Non subito».

«Ora avrà più pace. Tu l'hai consolata. Tu! Tu che più di tutti...».

«Io che più di tutti la compiango. Io sono la divina Compassione. Io sono l'Amore. Io te lo dico, donna: sol che Giuda mi avesse gettato uno sguardo di pentimento, Io gli avrei ottenuto il perdono di Dio...».

Che tristezza sul volto di Gesù! La donna ne è colpita. Parole e silenzi combattono sulle sue labbra, ma è donna, e la curiosità la vince. Chiede: «Ma è stata una... un... Si, voglio dire: quel disgraziato peccò all'improvviso, o...».

«Da mesi peccava e nessuna mia parola, nessun atto mio valse a fermarlo, tanto era forte la sua volontà di peccare. Ma non dire questo a lei...».

«Non dirò!... Signore! Che ora quando Anania, fuggito senza neppure ultimare la Pasqua da Gerusalemme, la notte stessa del Parasceve, è ntrò qui urlando: "Tuo figlio ha tradito il Maestro e lo ha consegnato ai suoi nemici! Con un bacio lo ha tradito. E io ho visto il Maestro percosso e sputacchiato, flagellato, coronato di spine, caricato della croce, crocifisso e morto per opera di tuo figlio. E il nome nostro è urlato con trionfo osceno dai nemici del Maestro, e sono narrate le gesta di tuo figlio che, per meno del prezzo che costa un agnello, ha venduto il Messia, e con il tradimento di un bacio lo ha indicato alle guardie!". Maria cadde a terra, nera di colpo, e il medico dice che si è sparso il suo fiele e crepato il suo fegato, e tutto il sangue ne è corrotto. E... il mondo è cattivo. Ella ha ragione... Ho dovuto trasportarla qui, perché venivano presso la casa in Keriot a gridare: "Tuo figlio deicida e suicida! Impiccato si è! E Belzebù ha preso la sua anima e persino il corpo è venuto a prendersi Satana". È vero questo orrendo prodigio?».

«No, donna. Egli fu trovato morto, appeso ad un ulivo...».

«Ah! E gridavano: "Cristo è risorto ed è Dio. Tuo figlio ha tradito Dio. Sei la madre del traditore di Dio. Sei la madre di Giuda". Di notte, con Anania e un servo fedele, l'unico che mi è rimasto perché nessuno ha voluto stare presso di lei... l'ho portata qui. Ma quei gridi Maria li sente nel vento, nel rumore della terra, in tutto».

«Povera madre! È orrendo, si».

«Ma quel demonio non ha pensato a questo, Signore?».

«Era una delle ragioni che usavo a trattenerlo. Ma non è valso. Giuda giunse a odiare Dio non avendo mai amato di vero amore padre e madre né alcun altro suo prossimo».

«È vero!».

«Addio, donna. La mia benedizione ti conforti a sopportare gli schemi del mondo per la tua pietà per Maria. Bacia la mia Mano. A te la posso mostrare. A lei avrebbe fatto troppo male vedere questo». Getta indietro la manica scoprendo il polso trafitto.

Anna ha un gemito mentre sfiora appena con le labbra la punta delle dita.

Il umore di una porta che si apre e un grido soffocato: «Il Signore!». Un uomo vecchiotto si prostra e resta così.

«Anania, buono è il Signore. È venuto a confortare la tua parente, a confortare noi pure», dice Anna per confortare anche il vecchiotto nella sua troppo grande emozione.

Ma l'uomo non osa far movimento. Piange dicendo: «Siamo di un sangue orrendo. Non posso guardare il Signore».

Gesù va a lui. Lo tocca sul capo dicendo le stesse parole già dette a Maria di Simone: «I parenti che hanno fatto il loro dovere non devono tenersi responsabili del peccato del parente. Fa' cuore, uomo! Dio è giusto. La pace a te e a questa casa. Io sono venuto e tu andrai dove ti mando. Per la Pasqua supplementare i discepoli saranno a Betania. Andrai da loro e dirai che il dodicesimo giorno dalla sua morte tu vedesti il Signore a Keriot, vivo e vero, in Carne ed Anima e Divinità. Ti crederanno perché già molto sono stato con loro. Ma li confermerà nella fede sulla mia Natura divina sapermi in ogni luogo nello stesso giorno. E prima ancora, oggi stesso, andrai a Keriot chiedendo al sinagogo di raccogliere il popolo, e dirai alla presenza di tutti che Io sono venuto qui e che si ricordino le mie parole del commiato. Certo ti diranno: "Perché non è venuto da noi?". Risponderai così: "Il Signore mi ha detto di dirvi che, se aveste fatto ciò che Egli vi aveva detto di fare verso la madre incolpevole, Egli si sarebbe mostrato. Avete mancato all'amore, e il Signore non si è mostrato per questo". Lo farai?».

«È difficile questo, Signore! Difficile a farsi! Ci tengono tutti per dei lebbrosi di cuore... Non mi ascolterà il sinagogo, e non mi lascerà parlare il popolo. Forse mi percuoterà... Pure lo farò, poiché Tu lo vuoi». Il vecchiotto non alza il capo. Parla stando curvo in profonda prostrazione.

«Guardami, Anania!».

 L'uomo alza un volto tremebondo di venerazione.

Gesù è fulgido e bello come sul Tabor... La luce lo copre nascondendo il suo aspetto e il suo sorriso... E vuoto di Lui resta il corridoio, senza che nessuna porta si sia mossa a dargli varco.

I due adorano, adorano ancora, fatti tutta adorazione dalla manifestazione divina.

III. Ai bambini di Jutta con la mamma Sara

 

Il frutteto della casa di Sara. I bambini che giuocano sotto gli alberi fronzuti. Il più piccolo che si rotola sull'erba presso un filare folto di pampini, gli altri più grandi che si rincorrono con gridi di rondini in festa, giuocando a nascondersi dietro le siepi e le viti e a scoprirsi a vicenda.

Gesù, eccolo là apparire presso il piccino al quale ha dato il nome. Oh! santa semplicità degli innocenti! Jesai non si stupisce vedendolo là, all'improvviso, ma gli tende le braccine per essere preso in braccio, e Gesù lo prende: la massima naturalezza è nell'atto di entrambi. Sopraggiungono correndo gli altri e - ancora una volta beata semplicità dei fanciulli! - e senza stupore si avvicinano a Lui, felici. Sembra che nulla sia mutato per loro. Forse non sanno. Ma, dopo la carezza di Gesù ad ognuno, Maria, la più grandicella e assennata, dice: «Allora non soffri più, Signore, ora che sei risorto? Ho avuto tanto dolore!...»

«Non soffro più. Vi sono venuto a benedire prima di salire al Padre mio e vostro, nel Cielo. Ma anche di là vi benedirò sempre, se sarete sempre buoni. Direte a quelli che mi amano che ho lasciato a voi la mia benedizione, oggi. Ricordate questo giorno».

«Non vieni in casa? C'è la mamma. A noi non crederanno», dice ancora Maria.

Ma suo fratello non chiede. Grida: «Mamma, mamma. Il Signore è qui!...», e correndo verso la casa ripete quel grido.

Sara accorre, si affaccia... in tempo per vedere Gesù, bellissimo sul limite del frutteto, annullarsi nella luce che lo assorbe...

«Il Signore! Ma perché non chiamarmi prima?...», dice Sara appena può dire parola. «Ma quando? da dove è venuto? Era solo? Stolti che siete!».

«Lo abbiamo trovato qui. Un minuto prima non c'era... Dalla strada non è venuto e neppure dall'orto. E aveva in braccio Jesai... E ci ha detto di essere venuto a benedirci e a darci la benedizione per quelli che lo amano a Jutta e di ricordare questo giorno. E ora va in Cielo. Ma ci vorrà bene se saremo buoni. Come era bello! Aveva le mani ferite. Ma non gli fanno più male. Anche i piedi erano feriti. Li ho visti fra l'erba. Quel fiore lì toccava proprio la ferita di un piede. Lo colgo io...», parlano tutti insieme, accesi di emozione. Sudano persino nell'orgasmo di dire.

Sara li carezza mormorando: «Dio è grande! Andiamo. Venite. Andiamo a dirlo a tutti. Parlate voi, innocenti. Voi potete parlare di Dio».

IV. Al giovinetto Jaia, a Pella

 

Il giovinetto lavora con ardore intorno a un carretto. Lo sta caricando di verdure colte in un'ortaglia vicina. L'asinello batte lo zoccolo sul suolo duro della via campestre.

Nel volgersi per prendere un canestro di lattughe vede Gesù che gli sorride. Lascia cadere il cesto a terra e si inginocchia sfregandosi gli occhi, incredulo di ciò che vede, e mormora: «Altissimo, non trarmi in illusione! Non permettere, Signore, che io sia ingannato da Satana con falsi aspetti seduttori. Egli è ben morto, il mio Signore! E sepolto fu e or dicono che fu trafugato il cadavere. Pietà, Signore altissimo! Mostrami la verità».

«Io sono la Verità, Jaia. Io sono la Luce del mondo. Guardami. Vedimi. Ti ho reso la vista per questo, perché tu potessi testimoniare della mia potenza e della mia Risurrezione».

«Oh! È proprio il Signore! Tu sei! Sì! Tu sei Gesù!». Si trascina sui ginocchi per baciargli i piedi.

«Dirai che mi hai visto e parlato e che sono ben vivo. Dirai che mi hai visto oggi. La pace a te e la mia benedizione».

Jaia resta solo. Felice. Dimentica carretto e verdure. Inutilmente l'asino batte irrequieto la via e raglia protestando per l'attesa... Jaia è estatico.

Una donna esce dalla casa presso l'ortaglia e lo vede là, pallido di emozione con un volto assente. Grida: «Jaia! Che hai? Che ti è accaduto?». Accorre, lo scrolla. Lo riporta sulla terra...

«Il Signore! Ho visto il Signore risorto. Gli ho baciato i piedi e visto le piaghe. Essi hanno mentito. Era proprio Dio ed è risorto. Io avevo paura che fosse un inganno. Ma è Lui! È Lui!».

La donna trema per un brivido d'emozione e mormora: «Ne sei proprio sicuro?».

«Tu sei buona, donna. Per amor di Lui ci hai preso per servi, me e la madre mia. Non volere non credere!...»

«Se tu sei sicuro, credo. Ma era proprio carne? Era caldo? Respirava? Parlava? Proprio una voce aveva, o ti è parso?».

«Sicuro sono. Era carne tiepida di vivo, era voce vera, era respiro. Bello come Dio, ma Uomo, come me e te. Andiamo, andiamo a dirlo a quelli che soffrono o dubitano».

V. A Giovanni di Nobe

 

Il vecchio è solo nella sua casa. Ma è sereno. Aggiusta una specie di sedia che si è schiodata da un lato, e sorride chissà a che sogno.

Un bussare all'uscio. Il vecchio, senza lasciare il suo lavoro, dice: «Avanti. Che volete, voi che venite? Ancora di quelli? Sono vecchio per cambiare! Anche se tutto il mondo mi urlasse: "È morto", io dico: "È vivo". Anche dovessi morire per dirlo. Avanti, dunque!».

Si rialza per andare alla porta, per vedere chi è che bussa senza entrare. Ma, quando è là presso, essa si apre e Gesù entra.

«Oh! Oh! Oh! Il mio Signore! Vivo! Ho creduto! Ed Egli viene a premiare la mia fede! Benedetto! Io non ho dubitato. Nel mio dolore ho detto: "Se mi ha mandato l'agnello per il banchetto di letizia, segno è che in questo giorno risorgerà". Allora ho capito tutto. Quando Tu sei morto e la terra si è scossa, io ho capito ciò che ancor non avevo capito. E sono sembrato folle, a Nobe, perché, tramontato il sole del dì dopo il sabato, ho preparato il banchetto andando ad invitare dei mendichi e dicendo: "È risorto l'Amico nostro!". Già si diceva che non era vero. Si diceva che ti avevano rubato, la notte. Ma io non ho creduto, perché da quando sei morto ho capito che morivi per risorgere, e che questo era il segno di Giona».

Gesù lo lascia parlare sorridendo. Poi chiede: «Ed ora vuoi ancora morire, o vuoi rimanere per testimoniare la mia gloria?».

«Ciò che Tu vuoi, Signore!».

«No. Ciò che tu vuoi».

Il vecchione pensa. Poi decide: «Sarebbe bello uscire dal mondo, dove Tu non sei più come prima. Ma rinuncio alla pace del Cielo per dire agli increduli: "Io l'ho veduto! "»

Gesù gli posa la mano sul capo benedicendolo e aggiungendo: «Ma presto sarà anche la pace, e tu verrai a Me col grado di confessore del Cristo».

E se ne va. Qui, forse per pietà del vecchio annoso, non ha dato al suo apparire e sparire forma meravigliosa, ma ha fatto in tutto come fosse il Gesù di un tempo, che entrava e usciva da una casa, umanamente.

VI. A Mattia, il solitario presso Jabes Galaad

 

Lavora il vecchio intorno alle sue verdure e monologa: «Tutte ricchezze che ho per Lui. E Lui non le gusterà mai più. Inutilmente ho lavorato. Io credo che Egli era il Figlio di Dio, che è morto ed è risorto. Ma non è più il Maestro che si asside alla mensa del povero o del ricco e spartisce con uguale amore, forse, certo anzi, con più amore il cibo col povero che col ricco. Ora è il Signore Risorto. È risorto per confermare nella fede noi suoi fedeli. E quelli dicono che non è vero. Che nessuno è mai risorto da sé. Nessuno. No. Nessun uomo. Ma Lui sì. Perché Lui è Dio».

Batte le mani a scacciare i suoi colombi, che scendono a rapire semi nella terra di fresco vangata e seminata, e dice: «Inutile ormai che voi prolifichiate! Egli non gusterà più della vostra prole! E voi, inutili api? Per chi fate il miele? Avevo sperato almeno una volta di averlo con me, ora che sono meno misero. Tutto ha prosperato qui, dopo la sua venuta... Ah! ma con quei denari, che mai ho toccato, io voglio andare a Nazaret, da sua Madre, dirle: "Fammi tuo servo, ma lasciami qui dove sei, perché tu sei ancora Lui"...» Si asciuga una lacrima col dorso della mano...

«Mattia, hai un pane per un pellegrino?».

Mattia alza il capo ma, così a ginocchi come è, non vede chi parla dietro l'alta siepe che cinge la sua piccola proprietà, sperduta in quella solitudine verde che è questo luogo d'oltre Giordano. Ma risponde: «Chiunque tu sia, vieni, in nome del Signore Gesù». E si alza in piedi per aprire la chiudenda.

Si trova di fronte Gesù e resta con la mano sul chiavistello, senza poter fare più gesto.

«Non mi vuoi per ospite, Mattia? Lo hai fatto una volta. Ti rammaricavi di non poterlo più fare. Sono qui e non mi apri?», sorride Gesù...

«Oh! Signore... io... io... non sono degno che il mio Signore entri qui... Io...».

Gesù passa la mano sopra la chiudenda e fa agire il catenaccio dicendo: «Il Signore entra dove vuole, Mattia». Entra, si inoltra nell'umile ortaglia, va alla casa, sulla soglia dice: «Sacrifica dunque i figli dei tuoi colombi. Leva dalla terra le tue verdure, e il miele alle tue api. Spezzeremo insieme il pane e non sarà stato inutile il tuo lavoro, vano il tuo desiderio. E caro ti sarà questo luogo, senza che tu vada là dove presto sarà silenzio e abbandono. Io sono dovunque, Mattia. Chi mi ama è con Me, sempre. I miei discepoli saranno a Gerusalemme. Là sorgerà la mia Chiesa. Fa' di esservi per la Pasqua supplementare».

«Perdonami, Signore. Ma non ho saputo resistere in quel luogo e sono fuggito. Ero giunto là a nona del giorno avanti Parasceve, e il giorno dopo... Oh! sono fuggito per non vederti morire. Per questo solo, Signore».

«Lo so. E so che sei tornato, uno dei primi, per piangere sul mio sepolcro. Ma esso era già vuoto di Me. So tutto. Ecco, Io mi siedo qui e riposo. Ho sempre riposato qui... E gli angeli lo sanno».

L'uomo si dà da fare, ma sembra si muova in una chiesa tanto si muove con gesti riverenti. Ogni tanto si asciuga una lacrima che vuol mescolarsi al suo sorriso, mentre va e viene per prendere i colombi, ucciderli, prepararli, e attizzare la fiamma, e cogliere e sciacquare le verdure, e disporre in un piatto i fichi primaticci, e apparecchiare sulla povera tavola con le stoviglie migliori. Ma, quando tutto è pronto, come può sedere a mangiare? Vuole servire e gli pare già molto, non vuole di più. Ma Gesù, che ha offerto e benedetto, gli offre metà del piccione, che ha tagliato mettendo la carne su un pezzo di focaccia che ha intinto nel sugo.

«Oh! come a un prediletto!», dice l'uomo e mangia, piangendo di gioia e di emozione, senza levare gli occhi da Gesù che mangia... che beve, che gusta le verdure, le frutta, il miele, che gli offre il suo calice dopo avere sorbito un sorso di vino. Prima aveva bevuto sempre acqua.

Il pasto è finito.

«Sono ben vivo. Lo vedi. E tu sei ben felice. Ricordati che dodici giorni fa Io morivo per volere degli uomini. Ma che nullo è il volere degli uomini quando ad esso non consente il volere di Dio. Anzi, il contrario volere degli uomini strumento servile diviene del Volere eterno. Addio, Mattia. Poiché ho detto che meco sarà chi mi dette da bere quando ero il Pellegrino sul quale ancora era lecito ogni dubbio, così Io ti dico: tu avrai parte nel mio Regno celeste».

«Ma ora ti perdo, o Signore!».

«In ogni pellegrino vedi Me; in ogni mendico, Me; in ogni infermo, Me; in ogni bisognoso di pane, acqua e vesti, Me. Io sono in ognuno che soffre, e ciò che è fatto a chi soffre, a Me è fatto».

Apre le braccia benedicendo e scompare.

VII. Ad Abramo di Engaddi, che gli muore tra le braccia

 

La piazza di Engaddi: tempio ipòstilo di palme fruscianti. La fontana: specchio al cielo d'aprile. I colombi: murmure basso di organo. Il vecchio Abramo la traversa con gli arnesi del lavoro sulle spalle. Ancor più vecchio, ma sereno come chi ha trovato ristoro dopo molta tempesta. Traversa anche il resto della città, va alle vigne presso le fonti. Le belle vigne ubertose, già piene di promesse di raccolto dovizioso. Vi entra, si dà a sarchiare, a potare, a legare. Ogni tanto si rialza, si appoggia alla zappa, pensa. Si liscia la barba patriarcale, sospira, scrolla il capo in un interno discorso.

Un uomo molto ammantellato sale la strada verso le fonti e le vigne. Dico: un uomo. Ma è Gesù, perché la veste è quella e quello è l'incesso. Ma per il vecchio è: un uomo. E l'Uomo interpella Abramo dicendo: «Posso sostare qui?».

«Sacra è l'ospitalità. Non l'ho mai ricusata ad alcuno. Vieni. Entra. Ti sia dolce il riposo all'ombra delle mie viti. Vuoi latte? Pane? E da ciò che possiedo, qui».

«E Io che ti posso dare? Non ho nulla».

«Colui che è il Messia mi ha dato tutto, per tutti gli uomini. E per quanto io dia, nulla do rispetto a quel che Egli mi ha dato».

«Lo sai che lo hanno crocifisso?».

«So che è risorto. Sei tu un crocifissore? Io non posso odiare perché Egli non vuole odio. Ma, potessi, ti odierei se tu lo fossi».

«Non sono un suo crocifissore. Sta' in pace. Tu dunque sai tutto di Lui».

«Tutto. Ed Eliseo... E mio figlio, sai? Eliseo non è più tornato da Gerusalemme, dicendo: "Congedami, padre, perché io lascio ogni bene per predicare il Signore. Andrò a Cafarnao, a cercare di Giovanni, e mi unirò ai discepoli fedeli"».

«Tuo figlio ti ha dunque lasciato? Così vecchio e solo?».

«È il mio gaudio sognato questo che tu chiami abbandono. Non mi aveva fatto orbo di lui la lebbra? E chi me lo ha reso? Il Messia. E lo perdo forse perché egli predica il Signore? Ma no! Lo ritrovo anche nella vita eterna. Ma tu parli in un modo che mi dai sospetto. Sei un emissario del Tempio? Vieni a perseguitare chi crede nel Risorto? Colpisci! Non fuggo. Non imito i tre saggi del tempo lontano. Io resto. Perché, se cado per Lui, lo raggiungo in Cielo e si compie la mia preghiera dell'anno avanti questo».

«È vero. Tu hai detto allora: "Ho aspettato ansiosamente il Signore ed Egli a me si è rivolto"».

«Come lo sai? Sei uno dei suoi discepoli? Eri qui con Lui quando lo pregai? Oh! se tale sei, aiutami a fargli giungere il mio grido, perché Egli lo ricordi». Si prostra credendo di parlare a un apostolo.

«Sono Io, Abramo di Engaddi, e ti dico: "Vieni"». Gli apre le braccia, Gesù, manifestandosi, e lo invita a precipitarsi in esse, ad abbandonarsi sul suo Cuore.

Entra in quel momento nella vigna un fanciullo, seguito da un giovinetto, chiamando: «Padre! Padre! Eccoci a darti aiuto».

Ma il trillante grido del fanciullo è soverchiato dal grido possente del vecchio, un vero grido di liberazione: «Ecco! Io vengo!». E si getta Abramo fra le braccia di Gesù, gridando ancora: «Gesù, Messia santo! Nelle tue mani raccomando lo spirito mio!»

Morte beata! Morte che invidio! Sul Cuore di Cristo, nella pace serena della campagna fiorente nell'aprile...

Gesù depone con calma il vecchio sull'erba fiorita che ondeggia alla brezza, al piede di un filare, e dice ai fanciulli rimasti stupiti e spaventati, prossimi al pianto: «Non piangete. È morto nel Signore. Beati coloro che muoiono in Lui! Andate, fanciulli, ad avvisare quelli di Engaddi che il loro sinagogo ha visto il Risorto ed ha avuto da Lui esaudita la sua preghiera. Non piangete! Non piangete!». Li accarezza guidandoli all'uscita. Poi torna presso l'estinto e gli ravvia barba e capelli, gli abbassa le palpebre rimaste socchiuse, gli compone le membra e gli stende sopra il mantello che Abramo si era levato per lavorare.

Resta sinché sente delle voci sulla via. Allora si raddrizza. Splendido... Quelli che accorrono lo vedono. Gridano. Aumentano la loro corsa per raggiungere Gesù. Ma Egli si invola ai loro sguardi nel fulgore di un raggio più vivo del sole.

VIII. A Elia, l'esseno del Carit

 

La solitudine aspra dell'aspra montagna dove scorre nel fondo il Carit. Elia che prega, ancor più scarno e barbuto, vestito di una ruvida veste di lana né bigia né marrone, che lo fa simile ai massi che lo circondano.

Sente un suono come di vento di tuono. Alza il capo. Gesù è apparso su un masso sospeso in bilico sul precipizio nel cui fondo scorre il torrente.

«Il Maestro!». Si getta al suolo anche col volto.

«Io, Elia. Non hai sentito il terremoto di Parasceve?».

«L'ho sentito e sono sceso a Gerico e da Niche. Non ho trovato nessuno di quelli che ti amano. Ho chiesto di Te. Mi hanno percosso. Poi ho sentito un'altra volta tremare la terra, ma più leggermente, e sono tornato qui, in penitenza, pensando che si è aperta la diga dell'ira celeste».

«Della Misericordia divina. Io sono morto e risorto. Guarda le mie piaghe. Raggiungi sul Tabor i servi del Signore e di' loro che Io ti ho mandato».

Lo benedice e scompare.

IX. A Dorca e al suo bambino, nel castello di Cesarea di Filippo

 

Il bambino di Dorca, sostenuto dalla madre, fa i primi passi sul bastione della fortezza. E Dorca, curva come è, non vede apparire il Signore. Ma quando, avendo lasciato un poco libero il fanciullino, lo vede darsi a camminare sicuro e svelto verso l'angolo del bastione, si rialza per correre acciò egli non caschi e forse perisca passando fra le merlature o passaggi fatti ad arte per le armi di offesa. E, nel farlo, vede Gesù che si raccoglie sul cuore l'infante e lo bacia. La donna non osa fare un gesto. Ma grida, forte. Un grido che fa alzare il capo a quelli delle corti e sporgere volti dalle finestre: «Il Signore! Il Signore! Il Messia è qui! È veramente risorto». Ma, prima che la gente possa accorrere, Gesù è già scomparso.

«Sei pazza! Sognavi! Uno scherzo di luce ti ha fatto vedere un fantasma».

«Oh! era ben vivo! Guardate mio figlio come guarda là e come ha nelle mani una mela bella come il suo piccolo volto. La rode coi dentini e ride. Io non ho mele...».

«Nessuno ha mele mature di questi giorni, e fresche così...», dicono rimanendo scossi.

«Interroghiamo Tobia», dicono alcune donne.

«E che volete fare? Sa appena chiamare "mamma"!», deridono degli uomini.

Ma le donne si curvano sul fanciullino e dicono: «Chi ti ha dato la mela?».

E la bocca, che quasi non sa dire le più elementari parole, dice sicura, tutta in un ridere di dentini minuti e di gengive ancor vuote: «Gesù».

«Oh!». «Eh! lo chiamate Jesai! Sa dire il suo nome».

«Gesù tu, o Gesù il Signore? Quale Signore? Dove lo hai visto?», incalzano le donne.

«Lì, il Signore. Gesù il Signore».

«Dove è? Dove è andato?».

«Là», indica il cielo pieno di sole e ride felice, e morde la sua mela.

E mentre gli uomini se ne vanno scrollando il capo, Dorca dice alle donne: «Era bello. Pareva vestito di luce. E aveva sulle mani il segno dei chiodi, rosso come una gemma in tanto candore. Ho visto bene perché teneva il bambino così», e fa l'atto di Gesù.

Accorre l'intendente, si fa ripetere la storia, pensa, conclude: «Il salmo lo dice: "Sulla bocca dei fanciulli e dei lattanti hai posta la lode perfetta". E perché no la verità? Essi sono innocenti. E noi... Ricordiamo questo giorno... Ma no! Io vado nel paese dei discepoli. Vado a vedere se là è il Rabbi... Eppure... Era morto... Mah!...».

E su questo «mah! », che finisce di concludersi internamente, l'intendente se ne va, mentre le donne, esaltate, continuano a far domande al piccino, che ride e ripete: «Gesù, là. E poi là. Gesù Signore», e indica il luogo dove era Gesù, poi il sole nel quale lo vide sparire, felice, felice.

X. Alle persone raccolte nella sinagoga di Cedes

 

La gente di Cedes è raccolta nella sinagoga e discute col vecchio Mattia, il sinagogo, sugli ultimi avvenimenti. La sinagoga è piuttosto semibuia, perché le porte sono chiuse e le tende calate sulle finestre, tende pesanti che il vento d'aprile smuove appena.

Un lampo illumina la stanza. Sembra un lampo, ma è la luce che precede Gesù. E Gesù si manifesta allo stupore dei molti. Apre le braccia e ben visibili appaiono le ferite alle mani e ai piedi, perché si mostra sull'ultimo dei tre gradini che conducono ad una porta chiusa. Dice: «Io sono risorto. Vi ricordo la disputa fra Me e gli scribi. Alla generazione malvagia ho dato il segno che avevo promesso. Quello di Giona. A chi mi ama e mi è fedele do la mia benedizione». Nulla più. È scomparso.

«Ma era Lui! Da dove? Eppure era vivo! Lo aveva detto! Ecco! Ora capisco. Il segno di Giona: tre giorni nelle viscere della Terra e poi la risurrezione...».

Brusio di commenti...

XI. Ad un gruppo di rabbi a Giscala

 

Un gruppo velenoso di rabbi, che cercano di persuadere alle loro richieste alcuni uomini che titubano. Vorrebbero ottenere che questi andassero da Gamaliele, che si è chiuso nella sua casa e non vuole vedere nessuno.

Dicono questi uomini: «Vi diciamo che non è qui. Non sappiamo dove è. È venuto. Ha consultato dei rotoli. È partito. Non ha detto una parola. Faceva paura, tanto era stravolto e invecchiato», ribattono gli altri.

Con mal garbo i rabbi volgono le spalle a questi che parlano e se ne vanno dicendo: «Anche Gamaliele è pazzo come Simone! Non è vero che il Galileo è risorto! Non è vero. Non è vero! Non è vero che è Dio. Non è vero. Nulla è vero. Noi soli siamo nel vero». Lo stesso affanno col quale dicono che non è vero mostra la loro paura che vero sia, il bisogno di rassicurarsi.

Hanno costeggiato il muro della casa e sono verso la tomba di Illele. Sempre latrando le loro negazioni, alzano il volto... e fuggono con un grido. Il Gesù buonissimo coi buoni è là, terribile di potenza, a braccia aperte come sulla croce... Le piaghe alle mani rosseggiano come ancora gocciassero sangue. Non dice una parola. Ma i suoi sguardi fulminano.

I rabbi fuggono, cadono, si rialzano, si feriscono contro piante e sassi, folli, resi folli di paura. Sono simili a omicidi ricondotti alla presenza della vittima.

XII. A Gioacchino e Maria, a Bozra

 

«Maria! Maria! Gioacchino e Maria! Venite fuori».

I due, che sono in una stanza quieta, illuminata da un lume, una intenta a cucire, l'altro a far conti, alzano il capo, si guardano... Gioacchino, sbiancando di paura, sussurra: «La voce del Rabbi! Viene dall'altra vita...». La donna si stringe spaurita all'uomo. Ma l'appello si ripete e i due, tenendosi stretti per farsi coraggio a vicenda, osano uscire, andare in direzione della voce.

Nel giardino, che illumina il falcetto di una luna novella, splende, in una luce più forte di molte lune, Gesù. La luce lo circonda e lo fa Dio. Il sorriso dolcissimo e lo sguardo amorevole lo fanno Uomo: «Andate a dire a quei di Bozra che mi avete visto vivo e reale. E ditelo al Tabor, tu, Gioacchino, a quelli là convenuti». Li benedice. Scompare.

«Ma era Lui! Non era un sogno! Io... Domani vado in Galilea. Ha detto al Tabor, vero?...».

XIII. A Maria di Giacobbe, ad Efraim

 

La donna sta intridendo della farina per fare del pane. Si volta sentendosi chiamare e vede Gesù. Volto a terra, mani a terra, muta di adorazione, un poco spaventata.

Gesù parla: «Dirai a tutti che mi hai visto e che ti ho parlato. Il Signore non è soggetto al sepolcro. Sono risorto al terzo giorno come avevo predetto. Perseverate, voi che state nella mia via, e non vi lasciate sedurre dalle parole di quelli che mi hanno crocifisso. La mia pace a te».

XIV. A Sintica, ad Antiochia

 

Sintica sta preparando una sacca da viaggio. È sera, perché arde un lume piccolo, tremulo, dalla luce molto relativa, posato su una tavola presso la donna intenta a ripiegare delle vesti.

La stanza si illumina vivamente e Sintica alza il capo, stupita, a vedere cosa succede, donde viene quella luce così chiara in quella stanza tutta chiusa. Ma, prima che veda, Gesù la previene: «Sono Io. Non temere. Mi sono mostrato a molti per confermarli nella fede. Anche a te mi mostro, discepola ubbidiente e fedele. Sono risorto. Vedi? Non ho più dolore. Perché piangi?».

La donna, davanti alla bellezza del Glorificato, non trova le parole... Gesù le sorride per incoraggiarla e soggiunge: «Sono lo stesso Gesù che ti ha accolta sulla via presso Cesarea. Sapesti parlare allora che eri tanto timorosa e che ti ero lo Sconosciuto. Ed ora non sai dirmi una parola?».

«O Signore! Io stavo partendo... Per levarmi dal cuore tanta inquietudine e dolore».

«Perché dolore? Non ti hanno detto che ero risorto?».

«Hanno detto e contraddetto. Ma delle loro contraddizioni non mi sono turbata. Io sapevo che Tu non potevi corromperti in un sepolcro. Ho pianto sul tuo martirio. Ho creduto, prima ancora che me la dicessero, alla tua risurrezione. E ho continuato a credere quando sono venuti altri a dire che non era vero. Ma volevo venire in Galilea. Pensavo: a Lui non posso fare più del male. Egli ora è più Dio che Uomo. Non so se so dir bene...».

«Capisco il tuo pensiero».

«E dicevo: lo adorerò, e vedrò Maria. Pensavo che Tu non rimarresti molto fra noi e affrettavo la partenza. Dicevo: quando sarà tornato al Padre, come diceva, sua Madre sarà un poco triste nella sua gioia. Perché e un anima, ma è anche una madre... E io cercherò di consolarla, ora che è sola... Superba ero!».

«No. Eri pietosa. Dirò a mia Madre il tuo pensiero. Ma non venire là. Resta dove sei e continua a lavorare per Me. Ora più di prima. I tuoi fratelli, i discepoli, hanno bisogno del lavoro di tutti per poter propagare la mia dottrina. Mi hai visto. Maria è affidata a Giovanni. Ogni tua pena cada. Potrai fortificare il tuo spirito nella certezza di avermi visto e con la potenza della mia benedizione».

Sintica ha una grande voglia di baciarlo. Ma non osa. Gesù le dice: «Vieni». E lei osa strascinarsi a ginocchi presso Gesù e fa l'atto di baciargli i piedi. Ma vede le due piaghe e non osa. Prende il lembo della veste e la bacia piangendo. E mormora: «Cosa ti hanno fatto!». Poi ha una domanda: «È Giovanni Felice?».

«È felice. Non ricorda più altro che l'amore e vive in esso. La pace a te, Sintica». Scompare.

La donna resta nell'atto adorante, in ginocchio, il volto alzato, le mani un poco tese, delle lacrime sul volto, un sorriso sulla bocca...

XV. Al levita Zaccaria

 

È in una piccola stanza. Pensieroso, sta seduto, col capo reclino su una mano, Zaccaria, il levita.

«Non essere dubbioso. Non accogliere le voci che turbano. Io sono la Verità e la Vita. Guardami. Toccami».

Il giovane, che ha alzato il viso alle prime parole e ha visto Gesù, ed è scivolato in ginocchio, grida: «Perdonami, Signore. Io ho peccato. Ho accolto in me il dubbio sulla tua verità».

«Più di te, colpevoli coloro che cercano di sedurre il tuo spirito. Non cedere alle loro tentazioni. Sono corpo vivo e reale. Senti il peso e il calore, la consistenza e la forza della mia Mano». Lo prende per un avambraccio e lo alza con forza dicendo: «Sorgi e cammina nelle vie del Signore. Fuori dal dubbio e dalla paura. E te beato se saprai perseverare sino alla fine».

Lo benedice e scompare.

Il giovane, dopo qualche attimo di sbalordita meraviglia, si precipita fuori dalla stanza gridando: «Madre! Padre! Ho visto il Maestro. Non è vero ciò che dicono gli altri! Non ero folle. Non vogliate persistere a credere alla menzogna, ma benedite con me l'Altissimo che ha avuto pietà del suo servo. Io parto. Vado in Galilea. Troverò qualcuno dei discepoli. Vado a dire loro che credano. Che Egli è proprio risorto».

Non prende sacca con cibo né vesti. Si ammanta e corre via, senza dare tempo ai genitori di rinvenire dal loro stupore e potere intervenire per trattenerlo.

XVI. Ad una donna della piana di Saron, che ottiene la guarigione del figlio malato

 

Una via litoranea. Forse quella che unisce Cesarea a Joppe, o un'altra. Non so. So che vedo campagne nell'interno e mare all'esterno, azzurro vivo dopo la linea giallastra della riva. La strada è certo un'arteria romana. La sua pavimentazione lo testimonia.

Una donna piangente va per essa nelle prime ore di un sereno mattino. L'aurora è da poco sorta. La donna deve essere stanchissima, perché ogni tanto si ferma sedendosi su una pietra miliare o sulla via. Poi si rialza e procede, come se qualcosa la spronasse ad andare, nonostante la grande stanchezza.

Gesù, un viandante ammantellato, gli si pone al fianco. La donna non lo guarda. Procede assorbita nel suo dolore. Gesù la interroga: «Perché piangi, donna? Da dove vieni? E dove vai così tutta sola?».

«Vengo da Gerusalemme e torno a casa mia».

«Lontano?».

«A mezza via tra Joppe e Cesarea».

«A piedi?».

«Nella valle, prima di Modin, dei ladroni mi hanno preso l'asino e quanto era su esso».

«Sei stata imprudente ad andar sola. Non usa venire soli per la Pasqua».

«Non ero venuta per la Pasqua. Ero rimasta a casa, perché ho, spero di averlo ancora, un bambino malato. Mio marito era andato con gli altri. Io l'ho lasciato andare avanti e quattro giorni dopo sono andata io. Perché ho detto: "Certo Egli è a Gerusalemme per la Pasqua. Lo cercherò". Avevo un poco paura. Ma ho detto: "Non faccio nulla di male. Dio vede. Io credo. E so che è buono. Non mi respingerà, perché..."» Si arresta come impaurita e getta uno sguardo fugace sull'uomo che le cammina vicino, così tutto coperto che appena se ne vedono gli occhi, gli inconfondibili occhi di Gesù.

«Perché taci? Hai paura di Me? Credi tu che Io sia nemico di Colui che tu cercavi? Perché tu cercavi il Maestro di Nazaret, per chiedergli che venisse nella tua casa a guarire il fanciullo mentre tuo marito era assente...».

«Vedo che sei profeta. Così è. Ma, quando sono arrivata in città, il Maestro era morto». Il pianto la soffoca.

«È risorto. Non lo credi?».

«Lo so. Lo credo. Ma io... Ma io... Per qualche giorno ho sperato di vederlo anche io... Si dice che si è mostrato ad alcuni. E ho tardato a partire... ogni giorno uno spasimo, perché... è tanto malato il mio bambino... Il mio cuore diviso... Andare per consolarlo nella morte... Rimanere per cercare il Maestro... Non pretendevo che venisse alla mia casa. Ma che mi promettesse guarigione».

«E avresti creduto? Pensi che da lontano...».

«Credo. Oh! se mi avesse detto: "Va' in pace. Tuo figlio guarirà", io non avrei dubitato. Ma non lo merito, perché...», piange premendosi il velo sulla bocca come per impedirle di parlare.

«Perché tuo marito è uno degli accusatori e carnefici di Gesù Cristo. Ma Gesù Cristo è il Messia. È Dio. E Dio è giusto, donna. Non punisce un innocente per il colpevole. Non tortura una madre perché un padre è peccatore. Gesù Cristo è Misericordia viva...».

«Oh! tu sei forse un suo apostolo? Tu forse sai dove è Egli? Tu... Forse Egli ti ha mandato a me per dirmi questo. Ha sentito, ha visto il mio dolore, la mia fede, e mi ti manda così come l'Altissimo mandò l'arcangelo Raffaele a Tobiolo. Dimmelo se così è, ed io, benché stanca fino alla febbre, rivolgerò indietro i miei passi per cercare il Signore».

«Non sono un apostolo. Ma a Gerusalemme sono rimasti ancora gli apostoli per molti giorni dopo la sua Risurrezione...».

«È vero. Potevo chiedere a loro».

«Così. Essi continuano il Maestro».

«Non credevo potessero fare miracoli».

«Li hanno fatti ancora...».

«Ma ora... Mi hanno detto che solo uno è rimasto fedele, e non credevo...».

«Sì. Tuo marito ti ha detto così, schernendoti nel suo delirio di falso trionfatore. Ma Io ti dico che l'uomo può peccare, perché solo Dio è perfetto. E può pentirsi. E, se si pente, la sua fortezza cresce, e Dio gli aumenta le sue grazie per la sua contrizione. Non perdonò forse a Davide il Signore altissimo?».

«Ma chi sei? Ma chi sei, che parli così dolce e sapiente, se apostolo non sei? Un angelo, forse? L'angelo del mio bambino. Egli è forse spirato e tu sei venuto a prepararmi...

Gesù lascia cadere il manto, e dal capo e dal volto, e passando dall'aspetto dimesso di un comune pellegrino all'imponenza sua di Dio-Uomo, risorto da morte, dice con dolce solennità: «Sono Io. Il Messia invano crocifisso... Sono la Risurrezione e la Vita. Vai, o donna. Tuo figlio vive, perché Io ho premiato la tua fede. Tuo figlio è guarito. Perché, se il Rabbi di Nazaret ha finito la sua missione, l'Emanuele continua la sua sino alla fine dei secoli per tutti coloro che hanno fede, speranza e carità nel Dio uno e trino, di cui il Verbo incarnato è una Persona, che per divino amore ha lasciato il Cielo per venire a insegnare, a patire e morire per dare agli uomini la Vita. Va' in pace, donna. E sii forte nella fede, perché il tempo è venuto che in una famiglia lo sposo sarà contro la sposa, il padre contro ai figli e questi a quello, per odio o per amore per Me. Ma beati quelli che persecuzione non strapperà dalla mia Via».

La benedice e scompare.

XVII. A dei pastori sul Grande Ermon

 

Un gruppo di greggi e di pastori. Sono a sosta su delle pendici dai pascoli splendidi. E parlano degli avvenimenti di Gerusalemme. E sono afflitti, dicendo l'uno all'altro: «Non avremo più sulla Terra l'Amico dei pastori», e rievocano i molti incontri fatti or qua or là con Lui... «Incontri», dice un vecchio, «che non faremo mai più».

Gesù appare come mettesse piede in quel luogo da dietro un bosco intricato, dove i fusti alti sono abbracciati da macchioni bassi che celano la vista del sentiero. Non lo riconoscono nell'uomo solitario e mormorano vedendolo così avvolto in vesti candide: «Chi è? Un esseno? Qui? Un ricco fariseo?». Sono perplessi.

Gesù interroga: «Perché dite che non incontrerete più il Signore? Perché Colui di cui parlate è il Signore».

«Lo sappiamo. Ma tu non sai ciò che gli hanno fatto? Ora c'è chi dice che è risorto e chi no. Ma, anche che sia risorto, come noi preferiamo credere, ora se ne sarà andato. Come può più amare e rimanere framezzo ad un popolo che lo ha crocifisso? E noi che lo amavamo, anche se non tutti lo avevamo conosciuto, siamo tristi di averlo perduto».

«C'è un modo di averlo ancora. Egli lo insegnava».

«Oh, sì! Facendo ciò che Egli insegnava. Allora si ha il Regno dei Cieli e si è con Lui. Ma prima si deve vivere e poi morire. Ed Egli non è più fra noi per confortarci». Scrollano il capo.

«Figliuoli miei, coloro che vivono ciò che Egli ha insegnato, tenendo nel cuore il suo insegnamento, è come se avessero Gesù nel cuore. Perché Parola e Dottrina sono una cosa sola. Egli non era un Maestro che insegnasse cose che non fossero quale Egli era. Perciò, chi fa ciò che Egli ha detto, ha Gesù vivente in lui e non gli è diviso».

«Dici bene. Ma siamo poveri uomini e... vogliamo vedere anche con gli occhi per sentire bene la gioia... Io non l'ho visto mai, e mio figlio neppure, e non Giacobbe, quello. E non Melchia, quello. E non Giacomo, quello. E non Saul. Vedi, solo fra noi, quanti non lo hanno visto? Sempre lo cercavamo, e quando si arrivava Egli era partito».

«Non eravate a Gerusalemme quel giorno?».

«Oh! c'eravamo! Ma, quando abbiamo saputo cosa volevano fargli, siamo fuggiti come pazzi sui monti, tornando in città dopo il sabato. Non siamo colpevoli del Sangue di Lui, perché non eravamo nella città. Ma facemmo male ad essere vili. Lo avremmo visto, almeno, e salutato. Certo Egli ci avrebbe benedetti per il nostro saluto... Ma proprio non abbiamo avuto coraggio di guardarlo fra i tormenti...».

«Egli vi benedice ora. Guardate Colui del quale desiderate conoscere il Volto».

Si manifesta, splendidamente divino sul verde del prato. Davanti al loro stupore, che li getta a terra ma che anche inchioda le loro pupille sul Volto divino, Egli dispare in un fulgore di luce.

XVIII. Al bambino che era cieco nato, a Sidone

 

Il fanciullo giuoca tutto solo sotto un folto pergolato. Si sente chiamare e si trova di fronte Gesù. Gli chiede, ben poco timoroso: «Ma Tu sei il Rabbi che mi ha dato gli occhi?», e figge i suoi limpidi occhi di fanciullo, di un azzurro uguale a quelli di Gesù, negli sfavillanti occhi divini.

«Sono Io, fanciullo. Tu non hai paura di Me?». Lo carezza sul capo.

«Paura no. Ma io e la mamma abbiamo molto pianto quando il padre è tornato prima del tempo e ci ha detto che era fuggito perché avevano presso il Rabbi per farlo morire. Non ha fatto la Pasqua e deve partire di nuovo per farla. Ma non sei morto, allora?».

«Sono morto. Guarda le ferite. Morto sulla croce. Ma sono risorto. Dirai a tuo padre di trattenersi qualche tempo a Gerusalemme dopo la seconda Pasqua e di stare nei pressi dell'Uliveto, a Betfage. Là troverà chi gli dirà cosa fare».

«Mio padre pensava di cercarti. Per i Tabernacoli non ti poté parlare. Voleva dirti che ti vuol bene per gli occhi che mi hai dato. Ma non poté farlo, né allora né ora...».

«Lo farà con la fede in Me. Addio, fanciullo. La pace a te e alla tua famiglia».

XIX. Ai contadini di Giocana

 

Nei campi di Giocana sotto il bacio della luna. Silenzio assoluto. Le povere dimore dei contadini, in una afosa notte che obbliga a tenere aperta almeno una porta per non morir di caldo nelle stanze basse, dove sono accatastati troppi corpi rispetto alla capienza del luogo.

Gesù entra in uno stanzone. Pare che sia la stessa luna che allunghi il suo raggio per fargli un tappeto regale sul suolo di terra battuta. Si curva su un dormente, che sta bocconi nel sonno pesante della fatica. Lo chiama. Passa a un altro e a un altro. Tutti chiama, quei suoi fedeli e poveri amici. Passa lieve e svelto come un angelo in volo. Entra in altri covili... Poi va ad attenderli fuori, presso un gruppo di piante. I contadini, mezzo assonnati, escono dalle loro stamberghe. Due, tre, uno solo, cinque insieme, alcune donne. Sono stupiti di essere stati tutti chiamati così da una voce nota, che ha detto a tutti le stesse parole: «Venite al pometo».

Vanno là, finendo di infilarsi le povere vesti gli uomini, o di puntarsi le trecce le donne, e parlano piano.

«A me è parsa la voce di Gesù di Nazaret».

«Forse il suo spirito. Lo hanno ucciso. Avete sentito?».

«Io non posso crederlo. Egli era Dio».

«Eppure Gioele lo vide passare sotto la croce anche...».

«A me hanno detto ieri, mentre aspettavo che il fattore trattasse i suoi mercati, che sono passati da Jezrael i discepoli e hanno detto che è risorto proprio».

«Taci! Sai cosa dice il padrone. È la flagellazione per chi dice questo».

«La morte, forse. Ma non sarebbe meglio, piuttosto di soffrire così?».

«E ora non c'è più Lui!».

«Sono anche più cattivi, ora che sono riusciti a ucciderlo».

«Sono cattivi perché è risorto».

Parlano piano, mentre vanno verso il punto che è stato detto loro.

«Il Signore!», grida una donna cadendo per la prima in ginocchio.

«Il suo fantasma!», gridano altri e qualcuno ha paura.

«Sono Io. Non temete. Non gridate. Venite avanti. Sono proprio Io. Sono venuto a raffermare la vostra fede, che so insidiata dagli altri. Vedete? Il mio Corpo fa ombra perché è vero corpo. Non sognate, no. La mia è vera voce. Sono lo stesso Gesù che spezzava con voi il pane e vi dava amore. Anche ora vi do amore. Vi manderò i miei discepoli. E sarò ancora Io, perché essi vi daranno ciò che Io vi davo e ciò che ho dato loro per poter comunicarmi a quelli che credono in Me. Sopportate la vostra croce come Io ho sopportato la mia. Siate pazienti. Perdonate. Vi diranno come sono morto. Imitatemi. La via del dolore è la via del Cielo. Seguitela con pace e avrete il Regno mio. Non c'è altra via fuor di quella della rassegnazione alla volontà di Dio, della generosità, della carità verso tutti. Ce ne fosse stata un'altra, Io ve la avrei indicata. Sono passato Io per questa, perché è la via giusta. Siate fedeli alla Legge del Sinai, che è immutabile nei suoi dieci comandi, e alla mia Dottrina. Verranno quelli che vi istruiranno perché non siate abbandonati alle mene dei malvagi. Io vi benedico. Ricordate sempre che vi ho amato e che sono venuto fra voi prima e dopo della mia glorificazione. In verità vi dico che molti avrebbero desiderio di vedermi ora, e non mi vedranno. Molti grandi. Ma mi mostro a coloro che amo e che mi amano».

Un uomo osa dire: «Allora... il Regno dei Cieli c'è proprio? Tu eri veramente il Messia? Essi ci suggestionano...»

«Non ascoltate le parole loro. Ricordate le mie e accogliete quelle dei miei discepoli a voi noti. Sono parole di verità. E chi le accoglie e pratica, ancorché qui sia servo o schiavo, sarà cittadino e coerede del Regno mio». Li benedice aprendo le braccia e scompare.

«Oh! io... Non temo più nulla io!».

«E io neppure. Hai sentito? Anche per noi c'è un posto!».

«Bisogna essere buoni!».

«Perdonare!».

«Pazientare! ».

«Saper resistere».

«Cercare i discepoli».

«Da noi, poveri servi, è venuto».

«Lo diremo ai suoi apostoli».

«Se lo sapesse Giocana!

«E Doras!».

«Ci ucciderebbero perché non si parlasse».

«Ma noi taceremo. Solo ai servi del Signore lo diremo».

«Michea, tu non devi andare con quel carico a Sefori? Perché non vai a Nazaret a dire...».

«A chi?».

«Alla Madre. Agli apostoli. Forse saranno con Lei...».

Si allontanano bisbigliando i loro progetti.

XX. A Daniel, parente del fariseo Elchia, con il sinedrista Simone

 

Elchia, il fariseo, sta discutendo con altri suoi pari cosa fare del sinedrista Simone che, impazzito il venerdì santo, parla e dice troppe cose. Le proposte sono diverse. Chi dice di isolarlo in qualche luogo deserto, dove le sue grida non possono essere sentite altro che da un servo fedelissimo e del loro stesso pensiero; chi, più benigno, confida che, essendo un malore passeggero, basterebbe lasciarlo lì dove è.

Elchia risponde: «L'ho portato qui non sapendo dove altro portarlo. Ma voi sapete che dubito forte del mio parente Daniel...».

Altri, più malvagi ancora di Elchia, dicono: «Vuole fuggire, andare per mare. Perché non accontentarlo?».

«Perché è incapace di atti ordinati. Solo in mare, perirebbe, e nessun di noi è capace di condurre una barca».

«E poi! Anche fosse! Che avverrebbe nel luogo di sbarco, con quello che egli dice? Lasciate scegliere a lui la via... Alla presenza di tutti, anche del tuo parente, fa' che egli dica la sua volontà, e come egli vuole si faccia».

Viene approvata questa proposta, ed Elchia, chiamando un servo, ordina sia condotto Simone e chiamato Daniel. Vengono l'uno e l'altro e, se Daniel ha l'aspetto di uomo che si sente a disagio presso certa gente, l'altro ha proprio l'aspetto di un mentecatto.

«Sentici, Simone. Tu dici che noi ti teniamo prigione perché vogliamo ucciderti...».

«Dovete. Perché tale è il comando».

«Tu deliri, Simone. Taci e ascolta. Dove ti pare che guariresti?».

«In mare. In mare. In mezzo al mare. Dove non è nessuna voce. Dove non è nessun sepolcro. Perché i sepolcri si aprono ed escono i morti e mia madre dice...».

«Taci! Ascolta. Noi ti amiamo. Come una carne nostra. Vuoi proprio andare là?».

«Certo che voglio. Perché qui i sepolcri si aprono e mia madre...»

«Andrai là. Ti condurremo al mare, ti daremo una barca e tu...».

«Ma è un omicidio il vostro! Egli è folle! Non può andar solo!», grida l'onesto Daniel.

«Dio non violenta la volontà dell'uomo. Potremmo noi fare ciò che non fa Dio?».

«Ma è folle! Non ha più volontà. È più stolto di un neonato! Non potete!...». «Taci tu. Sei un agricoltore e non altro. Noi sappiamo... Domani partiremo per il mare. Sta' lieto, Simone. Per il mare, capisci?».

«Ah! non sentirò più le voci della Terra! Non più le voci... Ah!», un grido lungo, uno spasimo di agitazione, un chiudersi d'occhi e d'orecchie. E un altro grido, quello di Daniel, che scappa via terrorizzato.

«Ma che è? Che avviene? Fermate quel pazzo e quello stolto! Stiamo forse perdendo tutti il senno?», urla Elchia.

Ma colui che Elchia chiama "lo stolto", ossia il suo parente Daniel, dopo aver corso qualche metro, si prostra al suolo, mentre l'altro invece schiuma, là dove è, in una convulsione paurosa, e urla, urla: «Fatelo tacere! Non è morto e grida, grida, grida! Più di mia madre, più di mio padre, più che non facesse sul Golgota! Là, là, non vedete là?». Accenna a dove è Daniel, placido, sorridente, col volto levato dopo esser stato col volto al suolo.

Elchia lo raggiunge e lo scrolla rudemente, furente, senza occuparsi di Simone che si rotola a terra e spuma e ha urli bestiali fra il cerchio esterrefatto degli altri.

Elchia apostrofa Daniel: «Visionario fannullone, vuoi dirmi che fai?».

«Lasciami. Ora ti conosco. E da te mi allontano. Ho visto, benigno a me, tremendo a voi, Colui che mi volete fare credere morto. Io me ne vado. Più che il denaro e ogni ricchezza, tutelo l'anima mia. Addio, maledetto! E, se puoi, fa' di meritare il perdono di Dio».

«Ma dove vai? Dove? Io non voglio!».

«Hai diritto di tenermi prigioniero? Chi te lo ha dato? Ti abbandono ciò che ami e seguo ciò che amo. Addio», gli volge le spalle e se ne va, rapido come lo traesse una forza sovrumana, giù per la china verde di ulivi e frutteti.

Elchia, e non lui solo, è livido. L'ira li strozza tutti. Elchia minaccia vendetta sul parente, su tutti quelli che «con le loro frenesie», dice, asseriscono che il Galileo è vivente. Vuol dire, vuol dire...

Uno, non so chi sia, dice: «Faremo, faremo, ma non potremo chiudere tutte le bocche, e le pupille, che parlano perché vedono. Siamo vinti! Il delitto è su noi. Ora viene l'espiazione...», e si batte il petto, preso da un'angoscia che lo fa simile ad uno che salga gli scalini di un patibolo. «La vendetta di Jeové», dice ancora, ed è tutto il terrore millenario d'Israele che affiora nella sua voce.

Intanto, ferito, spumante, pauroso, Simone strepita con gridi da dannato: «Patricida, m'ha detto! Fatelo tacere! Tacere! Patricida! La stessa parola di mia madre! I morti hanno dunque tutti le stesse parole?!...»

XXI. Ad una donna galilea, che ottiene la risurrezione del marito morto

 

La luna, quasi al suo tramonto, sta per nascondere il suo arco ancor sottile di luna novella dietro la gobba di un monte. E la sua luce è dunque molto relativa, e fra poco non sarà più sull'ampia campagna.

Eppure un viandante è sulla via solitaria. Una vietta, un viottolo fra i campi, più che altro. Cammina tenendo sospeso per un anello un rudimentale fanaletto, di quelli che, vecchi come il mondo, io credo, generalmente usano i carrettieri per farsi luce nella notte. Questo, non essendo il vetro cosa comune - anzi credo sia sconosciuto affatto, perché non mi è mai capitato di vederne in nessuna casa né come bicchiere, né come vaso, né come riparo alle finestre - ha per riparo alla fiamma qualcosa che può esser tanto mica come pergamena. La luce ne filtra debole tanto da servire appena a rischiarare un piccolo spazio intorno al lume. Però, come la luna si nasconde del tutto, la luce del povero fanale pare crescere di vigore e mettere un ballonzolante punto chiaro sul nero della campagna.

Il viandante cammina, cammina...

Il cielo ha un principio di alba all'estremo orizzonte. Ma tanto tenue che, per ora, non illumina nulla, e il povero lumino serve ancora.

Presso un ponticello è in attesa, o in riposo, un altro viandante, tutto avvolto nel mantello. Quello del fanale, diretto a quel ponte, si arresta dubitoso. È incerto se passare di là o tornare indietro, dove il greto di un torrentello ha larghe pietre che possono servire da passaggio fra la poca acqua del fondo.

Quello seduto sulla rustica sponda, fatta di un tronco con ancor sopra la corteccia bianco-verde, alza il capo osservando quello che si è fermato. Si alza in piedi e dice: «Non temere di Me. Vieni avanti. Sono un buon compagno, non un ladrone».

È Gesù. Lo riconosco alla voce più che all'aspetto, che è velato dal crepuscolo fondo, che il lume non serve a rompere sin là dove è Gesù. Ma la persona, ferma, dubita ancora.

«Vieni, donna. Non temere. Andremo insieme, anzi, per qualche tratto, e sarà bene per te».

La donna, ora so che è una donna, viene avanti, vinta dalla dolcezza della voce o da una forza arcana, e scrolla il capo avanzando e mormorando: «Non c'è più bene per me».

Ora procedono fianco a fianco per il viottolo largo tanto da permettere solo il passaggio di due pedoni. L'alba che avanza mostra, a un lato della via, una rigida foresta in miniatura di grani maturi in attesa della falce. Sull'altro lato i grani, già segati, sono stesi in covoni sul campo spogliato della sua gloria di messi mature.

«Maledetti!», dice sottovoce la donna gettando uno sguardo sui covoni giacenti.

Gesù tace.

Il giorno avanza. La donna spegne il povero lume e, per farlo, scopre il viso devastato dal pianto. E alza il volto a guardare ad oriente, dove una riga giallo-rosa annuncia il levarsi del sole. Agita il pugno verso oriente e dice ancora: «E maledetto te!».

«Il giorno? Dio lo ha fatto. Come ha fatto il grano. Sono benefici di Dio. Non vanno maledetti...», dice dolcemente Gesù.

«E io li maledico. Maledico il sole e le messi. E ne ho ragione».

«Non ti sono stati buoni per tanti anni? Non ti ha maturato, il primo, il pane quotidiano, l'uva che si muta in vino, le verdure e le frutta dell'orto, e fatti crescere i pascoli per nutrire pecore e agnelli, del cui latte e carne ti cibasti e del cui vello ti tessi le vesti? E il grano non ha dato pane a te, ai tuoi figli, al tuo padre e alla tua madre, al tuo sposo?».

Un gran scoppio di pianto e un grido: «Non ho più sposo! Essi me lo hanno ucciso! Era andato ad opera, perché abbiamo sette figli e non ci bastava il poco che avevamo di nostro a sfamare dieci persone. E ieri, a sera, è venuto dicendo: "Sono stanco e balordo", e si gettò sul lettuccio ardendo di febbre. Io e sua madre lo soccorremmo come si poteva, pensando di chiamare oggi il medico della città... Ma dopo il gallicinio mi è morto. Lo ha ucciso il sole. In città vado, sì. A prendere quanto occorre. Ad avvisare i fratelli penserò nel ritorno. Ho lasciato la madre a vegliare suo figlio e i miei figli... e io sono partita per quel che c'è da fare... E non devo maledire il sole ardente e i grani?».

Così contenuta come era prima, tanto che non avrei pensato fosse una donna, e una afflitta soprattutto, ora ha rotto le dighe al suo dolore, ed esso trabocca forte. Dice tutto quello che non ha detto nella sua casa «per non destare i fanciulli dormenti nella stanza vicina», tutto quello che le pesava tanto sul cuore da darle il senso che fosse per scoppiare. Ricordi d'amore, sgomento del futuro, spasimi di vedova, passano confusi come detriti di rapina sull'onda gonfia di un fiume in piena...

Gesù la lascia parlare. Perché Gesù sa compatire il dolore, lo lascia sfogare, perché la creatura ne abbia sollievo e la stanchezza stessa, che succede all'irruenza del dolore, la renda capace di intendere chi la consola. Allora dice dolcemente: «A Naim e a Nazaret, e nei luoghi fra questo e quello, sono i discepoli del Rabbi di Nazaret. Va' da loro...».

«E che vuoi che facciano? Se Egli ci fosse ancora... Ma essi? Non sono santi essi! Mio marito era a Gerusalemme quel giorno. E sa... Oh! no! Sapeva! Non sa più nulla! È morto!».

«Che fece tuo marito quel giorno?».

«Quando il clamore della via lo destò, corse sulla terrazza della casa dove era coi suoi fratelli e vide passare il Rabbi, che veniva condotto al Pretorio, e con altri galilei lo seguì finché fu morto. Lo presero, lui e gli altri, a sassate, quando li scoprirono per galilei, là sul monte, e li respinsero più in basso. Ma furono là sinché non fu tutto compiuto. Poi... se ne vennero via... E ora è morto lui. Oh! almeno sapessi se per la sua pietà al Rabbi egli è in pace!».

Gesù non risponde a questo desiderio. Ma dice: «Avrà allora visto che dei discepoli erano sul Golgota. Forseché tutti i galilei furono come tuo marito?».

«Oh! no. Molti, e anche di Nazaret, lo insolentirono. Si sa. Vergogna!».

«E allora, se molti anche di Nazaret non ebbero amore per il loro Gesù, eppure Egli li ha perdonati, e molti si santificheranno in futuro, perché tu vuoi giudicare tutti ad un modo i discepoli di Cristo? Vuoi essere più severa di Dio, tu? Dio molto concede a chi perdona...».

«Non c’è più il Rabbi buono! Non c'è più! E mio marito è morto».

«Il Rabbi ha dato ai suoi discepoli il potere di fare ciò che Egli faceva».

«Voglio crederlo. Ma solo Lui vinceva la morte. Solo Lui!».

«E non si legge che Elia rendesse lo spirito al figlio della vedova di Sarepta? In verità ti dico che Elia era un grande profeta, ma che i servi del Salvatore, che è morto e risuscitato perché era il Figlio del Dio vero incarnatosi per redimere gli uomini, hanno ancora più grande potere, perché Egli sulla Croce li ha perdonati dei loro peccati per i primi, conoscendo per divina sapienza il vero dolore dei loro spiriti contriti, li ha santificati dopo la risurrezione con un nuovo perdono, ed ha loro infuso lo Spirito Santo perché potessero rappresentarmi degnamente e con la parola e con le azioni, acciò il mondo non rimanesse desolato dopo la mia dipartita da esso».

La donna arretra vivamente, sbalordita. Getta indietro il velo per guardare bene il suo compagno. Non lo riconosce, però. Crede di aver capito male. Non osa però più parlare...

«Hai paura di Me? Prima mi credesti un ladrone pronto a carpirti i denari che hai in seno, utili a comperare quanto è necessario per la sepoltura. E avesti paura. Ora hai paura di sapermi Gesù? E non è Gesù Colui che dà e non prende? Colui che salva e non rovina? Torna indietro, donna. Io sono la Risurrezione e la Vita. Non sono necessari il sudario e gli aromi per colui che non è morto, che non è più morto, perché Io sono Colui che vince la morte e premia chi ha fede. Va'! Va' alla tua casa! Tuo marito vive. Non una fede in Me resta senza premio». Fa l'atto di benedirla e andarsene.

La donna esce dal suo impietrimento. Non chiede, non dubita... Nulla. Cade a ginocchi, adorando. E poi, finalmente, apre la bocca e, frugandosi in seno, trae una borsa, piccola, una borsa smunta di povera gente alla quale la miseria interdice solenni onoranze ai suoi morti, e dice, offrendo la borsa: «Non ho altro... Altro per dirti la riconoscenza, per onorarti, per...».

«Non ho più bisogno di denaro, donna. Lo porterai ai miei apostoli».

«Oh! sì. Vi andrò col marito mio... Ma cosa allora darti, mio Signore? Cosa? Tu, apparire a me... questo miracolo... e io non riconoscerti... e io così inquieta... sì, ingiusta persino con le cose...».

«Sì. E non pensavi che esse sono perché Io sono, e che tutto buono è ciò che Dio fece. Se il sole non fosse stato, se i grani non fossero stati, non avresti avuto la grazia attuale».

«Ma quanto dolore però!...». La donna lacrima nel ricordarlo.

Gesù sorride e mostra le sue mani dicendo: «Questa è una parte minima del mio dolore. E l'ho consumato tutto, senza lagnarmene, per il bene vostro».

La donna si curva al suolo per confessare: «È vero. Perdona il mio lamento».

Gesù dispare nella sua luce e quando ella alza il volto si vede sola. Sorge in piedi, gira lo sguardo. Nulla può costituire un ostacolo a vedere, perché ormai è luminoso il giorno e non ci sono che campi di messi intorno. La donna dice a se stessa: «Eppure non ho sognato!». Forse la tenta il demonio per farla dubitare, perché ha un attimo d'incertezza mentre soppesa la borsa fra le mani. Ma poi vince la fede, e volge le spalle al luogo dove era diretta, tornando sui suoi passi, rapida come se il vento la portasse senza farle fare fatica, il volto irradiato di una gioia più grande che umana tanto è pacifica. Ripete ogni tanto: «Come è buono il Signore! Egli è veramente Dio! Egli è Dio. Sia benedetto l'Altissimo e Colui che Egli ha mandato». Non sa dire altro. E questa sua litania si mesce ora ai canti degli uccelli. La donna è assorta in essa tanto da non sentire i saluti di alcuni mietitori, che la vedono passare e le chiedono da dove viene a quell'ora...

Uno la raggiunge e le dice: «Marco sta meglio? Sei andata per il medico?».

«Marco è morto a gallicinio ed è risorto. Perché il Messia del Signore ha fatto questo», risponde essa andando sempre sveltamente.

«Il dolore l'ha resa folle!», mormora l'uomo e crolla il capo raggiungendo i compagni che hanno incominciato a falciare i grani.

I campi si popolano sempre più. Ma la curiosità vince molti, che si decidono a seguire la donna che accelera sempre più il passo.

Va, va. Ecco una poverissima casetta, bassa, solitaria, spersa nella campagna. Vi si dirige, stringendosi le mani sul cuore.

Vi entra. Ma, appena vi ha posto piede, una vecchia le si getta fra le braccia gridando: «Oh! figlia mia, che grazia del Signore! Fa' cuore, figlia, perché ciò che devo dirti è così grande, così felice, che...».

«Lo so, madre. Marco non è più morto. Dove è?».

«Tu sai... E come?».

«Ho incontrato il Signore. Non l'ho riconosciuto, ma Egli mi ha parlato e, quando gli è piaciuto, mi ha detto: "Tuo marito vive". Ma qui... quando?».

«Avevo aperto la finestra allora e guardavo il primo raggio di sole sul fico. Sì, proprio così. Il primo raggio toccò allora il fico contro la stanza.... quando ho sentito un sospiro forte, come d'un che si sveglia. Mi sono voltata spaventata e ho visto Marco sedersi e gettare indietro il lenzuolo che gli avevo gettato sul volto e guardare in alto con un viso, un viso... Poi mi ha guardato e ha detto: "Madre! Io sono guarito!". Io... Poco mancò non morissi io, ed egli mi soccorse, e capì che era stato morto. Non ricorda nulla. Dice che si ricorda sino a quando lo mettemmo a letto e poi nulla più sino al momento che vide un angelo, una specie d'angelo che aveva il viso del Rabbi di Nazaret e che gli disse: "Sorgi!". E sorse. Proprio all'ora che il sole sorgeva tutto».

«All'ora che a me ha detto: "Tuo marito vive". Oh! madre, che grazia! Come ci ha amato Dio!».

Quelli che sopraggiungono le trovano abbracciate, in pianto. E credono che Marco sia morto e che la moglie abbia, in uno sprazzo di lucidità, compresa la sventura. Ma Marco, che sente le voci, appare, sereno, con un bambino fra le braccia e gli altri attaccati alla tunica, e dice forte: «Eccomi. Benediciamo il Signore!».

I sopraggiunti lo assediano di domande e, come sempre nelle cose umane, sorge la contraddizione. Chi crede ad una vera risurrezione e chi, i più, dicono che egli era solo caduto in torpore ma morto non era. Chi ammette che Cristo sia apparso a Rachele e chi dice che son tùtte fole, perché «Egli è morto», dicono alcuni, e altri: «Egli è risorto, ma è tanto sdegnato, deve esserlo, che non fa più miracoli al suo popolo assassino».

«Dite ciò che vi pare», dice l'uomo perdendo la pazienza, «e ditelo dove vi pare. Basta che non lo diciate qui dove il Signore Gesù mi ha risorto. E andatevene, o infelici! E voglia il Cielo aprirvi la cervice a credere. Ma ora andatevene e lasciateci in pace».

Li spinge fuori e chiude la porta. Si stringe al cuore la moglie e la madre e dice: «Nazaret non è lontana. Io vado là a proclamare il miracolo».

«Così vuole il Signore, Marco. Porteremo questi denari ai suoi discepoli. Andiamo a benedire il Signore. Così come stiamo. Siamo poveri, ma Egli pure lo era, e i suoi apostoli non ci sprezzeranno».

Si dà da fare ad allacciare i sandaletti ai bambini, mentre la madre getta qualche provvista in una borsa e chiude porte e impannate, e Marco va non so a che fare. Escono quando sono pronti e vanno svelti, i più piccoli in braccio, gli altri lieti e un poco sbalorditi intorno, verso est, verso Nazaret, si capisce. Forse questo luogo è ancora nella piana di Esdrelon, ma in un punto diverso da quello dei poderi di Giocana.

 

633. Apparizione sulle rive del lago e conferimento del mandato a Pietro

 

Una notte calma e afosa. Non tira un respiro di vento. Le stelle, larghe e palpitanti, gremiscono il cielo sereno. Il lago, calmo e immobile tanto da parere una vastissima vasca al riparo dei venti, riflette sulla sua superficie la gloria di quel cielo palpitante d'astri. Le piante lungo le rive sono un blocco senza fremiti. Così calmo il lago che il suo fiotto sulla riva si riduce ad un fruscio lievissimo. Qualche barca al largo, appena visibile come forma vagante, che talora mette una stellina a poca distanza dall'onda col suo lumino legato all'albero della vela a rischiarare l'interno del piccolo scafo. Non so quale punto del lago sia. Direi in quello più meridionale, là dove il lago si appresta a ritornar fiume. Alla periferia di Tarichea, direi, non perché io veda la città, che un ammasso d'alberi mi nasconde, protendendosi nel lago a fare un piccolo promontorio collinoso, ma perché così giudico dalle stelline dei lumi delle barche, che si allontanano verso nord staccandosi dalle sponde del lago. Dico periferia perché un mucchietto di casupole, che son tanto poche da non poter costituire neppure un villaggio, sono riunite lì, ai piedi del piccolo promontorio. Case povere, quasi sul lido, certo di pescatori. Delle barche in secco sulla piccola spiaggia; altre, già pronte a navigare, presso riva, nell'acqua, e così ferme da parer confitte al suolo, anziché galleggianti.

Da una casupola Pietro sporge il capo. La luce tremolante di un fuoco acceso nella cucina fumosa illumina da tergo la figura atticciata dell'apostolo, facendola risaltare come un disegno. Guarda il cielo, guarda il lago... Viene avanti sino al limite del lido. Poi - è con una tunica corta e a piedi scalzi - entra nell'acqua sino a mezza coscia e carezza il bordo di una barca, protendendo il braccio muscoloso. Lo raggiungono i figli di Zebedeo.

«Bella notte».

«Fra poco ci sarà la luna».

«Sera di pesca».

«Coi remi però».

«Non c’è vento».

«Che si fa?».

Parlano adagio, a frasi staccate, come uomini usi alla pesca e alle manovre delle vele e delle reti, che richiedono attenzione e perciò poche parole.

«Sarebbe bene andare. Venderemmo parte della pesca».

Vengono a raggiungerli sulla riva Andrea, Tommaso e Bartolomeo.

«Che calda questa notte!», esclama Bartolomeo.

«Farà tempesta? Vi ricordate quella notte?», chiede Tommaso.

«Oh! no! Calmeria, nebbie forse, ma non tempesta. Io... Io vado a pescare. Chi viene con me?».

«Veniamo tutti. Forse si starà meglio là in mezzo», dice Tommaso che suda, e aggiunge: «Occorreva alla donna quel fuoco, ma è come fossimo stati alle terme calde...».

«Vado a dirlo a Simone. È tutto solo là», dice Giovanni.

Pietro già prepara la barca insieme ad Andrea e Giacomo.

«Andiamo sino a casa? Una sorpresa per mia madre...», chiede Giacomo.

«No. Non so se posso far venire Marziam. Prima di... della... Sì, insomma! Prima di andare a Gerusalemme - si era ancora ad Efraim - il Signore mi disse di voler fare la seconda Pasqua con Marziam. Ma poi non mi ha detto altro...».

«A me pare che abbia detto di sì», dice Andrea.

«Sì. La seconda Pasqua, sì. Ma farlo venire prima non so se vuole. Ho fatto tanti sbagli che... Oh! vieni anche tu?».

«Sì, Simone di Giona. Mi ricorderà molte cose questa pesca.

«Eh! a tutti ricorderà molte cose... E cose che non torneranno più... Si andava col Maestro in questa barca, sul lago... E io le volevo bene come fosse una reggia, e mi pareva di non poter vivere senza di essa. Ma ora che Lui non c’è più, nella barca... ecco... ci sono dentro e non ne ho gioia», dice Pietro.

«Nessuno più ha gioia delle cose passate. Non è più la stessa vita. E anche a guardare indietro... fra quelle ore passate e quelle presenti c’è in mezzo quel tempo orrendo...», sospira Bartolomeo.

«Pronti. Venite. Tu al timone e noi ai remi. Andiamo verso la curva di Ippo. È posto buono. Su! Op! Su! Op!».

Pietro dà la voga e la barca scivola sull'acqua cheta, Bartolomeo al timone. Tommaso e lo Zelote a far da garzoni, pronti a gettar le reti che preparano stese. Si alza la luna, ossia supera i monti di Gadara (se non erro) o Gamala, insomma quelli che sono sulla costa orientale ma verso il sud del lago, e il lago ne riceve il raggio, che fa un strada di diamanti sull'acque chete.

«Ci accompagnerà sino al mattino».

«Se non viene foschia».

«I pesci lasciano il fondo attirati dalla luna».

«Se faremo buona pesca, bene sarà. Perché non abbiamo più denaro. Compreremo pane e porteremo a quelli sul monte pesce e pane». Parole lente, con pause lunghe fra l'una e l'altra voce.

«Voghi bene, Simone. Non hai perso la vogata!...», ammira lo Zelote.

«Sì... Maledizione!».

«Ma che hai?», chiedono gli altri.

«Ho... Ho che il ricordo di quell'uomo mi perseguita da per tutto. Mi ricordo di quel giorno che si faceva con due barche a chi vogava meglio, e lui...».

«Io invece pensavo che una delle prime volte che ebbi la visione del suo abisso di perfidia, fu quella volta che incontrammo, anzi, che scontrammo le barche dei romani. Ricordate?», dice lo Zelote.

«Eh! se si ricorda! ....... Lui lo difendeva... e noi... fra le difese del Maestro e le doppiezze del... del nostro, non si comprese mai bene...», dice Tommaso.

«Uhm! Io più di una volta... Ma diceva: "Non giudicare, Simone! "».

«Il Taddeo lo ebbe sempre in sospetto».

«Quello che io non riesco a credere è che costui non ne abbia saputo mai nulla», dice Giacomo urtando col gomito suo fratello.

Ma Giovanni tace curvando il capo.

«Ormai puoi dire...», dice Tommaso.

«Mi sforzo di dimenticare. Così ne ho avuto ordine. Perché mi volete fare disubbidire?».

«Hai ragione. Lasciamolo stare», difende lo Zelote.

«Calate le reti. Adagio... Vogate voi. Voga lento. Curva a sinistra, Bartolmai. Accosta. Vira. Accosta. Vira. Stesa la rete? Si? Su i remi e attendiamo», comanda Pietro.

Come è bello il dolce lago nella pace della notte, sotto il bacio della luna! Paradisiaco tanto è puro. La luna vi si specchia in pieno dal cielo e lo fa di diamante, la sua fosforescenza trema sui colli, li disvela, fa di neve le città delle rive... Ogni tanto estraggono la rete. Una cascata arpeggiante di diamanti sull'argento del lago. Vuota. La immergono di nuovo. Si spostano. Non hanno fortuna... Le ore passano. La luna tramonta, mentre la luce dell'alba si fa strada, incerta, verd'azzurra... Una foschia di caldo fuma verso le rive, specie verso l'estremità sud del lago. Tiberiade se ne vela e se ne vela Tarichea. Nebbia bassa, poco compatta, che il primo sole scioglierà. Per evitarla preferiscono costeggiare il lato d'oriente dove essa è meno fitta, mentre a ovest, venendo dall'acquitrino che è oltre Tarichea sulla riva destra del Giordano, essa si affittisce come l'acquitrino fumasse. Vogano attenti per evitare qualche pericolo del fondale, essi pratici del lago.

«Voi, della barca! Avete niente da mangiare?». Una voce maschile viene dalla riva. Una voce che li fa sussultare.

Ma scrollano le spalle, rispondendo forte: «No»; e poi fra loro: «Ci pare sempre di sentirlo...»

«Gettate le reti a destra della barca e troverete».

La destra è verso il largo. Gettano la rete, un poco perplessi. Scosse, peso che fa piegare la barca dal lato dove è la rete.

«Ma questo è il Signore!», grida Giovanni.

«Il Signore, dici?», chiede Pietro.

«E ne hai dubbio? Ci è parsa la sua voce, ma questa ne è la prova. Guarda la rete! È come quella volta! E Lui, ti dico! Oh! Gesù mio! Dove sei?».

Tutti aguzzano lo sguardo a forare i veli della nebbia, dopo aver bene assicurata la rete per trascinarla nella scia della barca, posto che volerla issare è pericolosa manovra, e remano per andare a riva. Ma Tommaso deve prendere il remo di Pietro che, infilata in fretta e furia la breve tunica sulle brachette cortissime che erano il suo unico vestimento, come è quello degli altri meno Bartolomeo, si è gettato a nuoto nel lago e fende a grandi bracciate l'acqua cheta, precedendo la barca e mettendo per primo il piede sulla spiaggetta deserta, dove su due pietre al riparo da un cespuglio spinoso luccica un fuoco di sterpi. E lì, vicino al fuoco, è Gesù, sorridente e benigno.

«Signore! Signore!». Pietro ha il fiato grosso dall'emozione e non può dire altro. Grondante d'acqua come è, non osa toccare neppur la veste del suo Gesù, e sta prostrato sull'arena con la tunica incollata addosso, adorando.

La barca sfrega sul greto e si ferma. Tutti sono in piedi, agitati dalla gioia...

«Portate qua di quei pesci. Il fuoco è pronto. Venite e mangiate», ordina Gesù.

Pietro corre alla barca e aiuta a issare la rete, e afferra nel mucchio guizzante tre grossi pesci e li sbatte sull'orlo della barca per ucciderli e li sbuzza col suo coltello. Ma gli tremano le mani, oh! non di freddo! Li sciacqua, li porta là dove è il fuoco e ve li aggiusta sopra, sorvegliandoli nella cottura. Gli altri stanno adorando il Signore, un poco lontani da Lui, timorosi come sempre di Lui che è, Risorto, così divinamente potente.

«Ecco. Qui è il pane. Avete lavorato tutta la notte e siete stanchi. Ora vi rifocillerete. È pronto, Pietro?».

«Sì, mio Signore», dice Pietro con una voce ancor più roca del solito, curvo sul fuoco, e si asciuga gli occhi che gocciano, come se il fumo li facesse piangere irritandoli insieme alla gola. Ma non è il fumo che dà quella voce e quelle lacrime...Porta il pesce che ha steso su una foglia rasposa, pare una foglia di zucca e gliel'ha portata Andrea dopo averla sciacquata nel lago.

Gesù offre e benedice, spezza il pane e i pesci e li distribuisce facendone otto parti e gustandone Lui pure. Mangiano con la riverenza con cui compirebbero un rito. Gesù li guarda e sorride. Ma tace Egli pure sinché chiede: «Dove sono gli altri?».

«Sul monte. Dove hai detto. E noi si è venuti per pescare, perché non si ha più denaro e non vogliamo abusare dei discepoli».

Fate bene. Però d'ora in avanti voi apostoli starete sul monte in orazione, edificando con l'esempio i discepoli. Mandate quelli a pescare. Voi è bene che rimaniate là in preghiera e per ascoltare quelli che hanno bisogno di consiglio o possono venire a darvi delle notizie. Teneteli uniti molto i discepoli. Presto verrò».

«Lo faremo, Signore».

«Marziam non è con te?».

«Non me lo avevi detto di farlo venire così subito».

«Fàllo venire. La sua ubbidienza è finita».

«Lo farò venire, Signore».

Un silenzio. Poi Gesù, che era stato un poco a capo chino, pensando, alza la testa e figge gli sguardi su Pietro. Lo guarda col suo sguardo delle ore di più forte miracolo e impero. Pietro ne ha un trasalimento quasi di paura e si getta un poco indietro... Ma Gesù, posando una mano sulla spalla di Pietro, lo trattiene fortemente e gli chiede, tenendolo così: «Simone di Giona, mi ami tu?».

«Certo, Signore! Tu lo sai che ti amo», risponde Pietro sicuro.

«Pasci i miei agnelli... Simone di Giona, mi ami tu?».

«Sì, mio Signore. E Tu lo sai che ti amo». La voce è meno baldanzosa, è anzi un poco stupita per la ripetizione di quella domanda.

«Pasci i miei agnelli... Simone di Giona, mi ami tu?».

«Signore... Tu sai tutto... Tu sai se io ti amo...», gli trema la voce a Pietro, che è sicuro del suo amore ma che ha l'impressione non ne sia sicuro Gesù.

«Pasci le mie pecorelle. La tua triplice professione d'amore ha cancellato la tua triplice negazione. Sei tutto puro, Simone di Giona, ed Io ti dico: assumi la veste ponteficale e porta la Santità del Signore in mezzo al mio gregge. Cingiti le vesti alla cintura e tienile cinte sinché da Pastore tu pure diverrai agnello. In verità ti dico che, quando eri più giovane, da te ti cingevi e andavi dove volevi, ma quando sarai invecchiato stenderai le mani ed un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti. Ora però sono Io che ti dico: "Cingiti e seguimi sulla mia stessa via". Alzati e vieni».

Si alza Gesù e si alza Pietro, andando verso la riva, e gli altri si danno a spegnere il fuoco soffocandolo sotto la rena. Ma Giovanni, raccolti i resti del pane, segue Gesù. Pietro sente lo scalpiccio dei passi e volge il capo. Vede Giovanni e chiede, accennandolo a Gesù: «E di questo che avverrà?».

«Se Io voglio che resti finché Io non ritorni, che te ne importa? Tu seguimi». Sono sulla riva. Pietro vorrebbe ancora parlare: l'imponenza di Gesù, le parole sentite lo trattengono. Si inginocchia, imitato dagli altri, e adora. Gesù li benedice e congeda. Essi salgono in barca e si allontanano remando. Gesù li guarda andare.

 

634. Ammaestramenti agli apostoli e a numerosi discepoli sul monte Tabor. Marziam consolato

 

Ci sono tutti gli apostoli, tutti i discepoli pastori, anche Gionata, che Cusa ha licenziato dal suo servizio. C'è Marziam e Mannaen e molti discepoli dei settantadue, e anche molti altri. Sono al rezzo delle piante, che temperano, coi loro folti fogliami, luce e calore. Non sono su, verso la cima, dove avvenne la Trasfigurazione, ma a mezza costa, là dove un bosco di querce pare voler fare velo alla vetta e sostenere i fianchi del monte con le sue radici potenti.

Sonnecchiano quasi tutti, data l'ora e dato anche l'ozio e la lunga attesa. Ma basta il grido di un fanciullo - non so chi sia, perché non lo vedo dal luogo dove mi trovo - perché tutti sorgano in piedi, in un primo movimento impulsivo che subito si muta in un prostrarsi col volto fra l'erba.

«La pace a voi tutti. Eccomi fra voi. La pace a voi. La pace a voi». Gesù assa fra loro salutando, benedicendo. Molti lacrimano, altri sorridono beati. Ma in tutti è tanta pace.

Gesù va a fermarsi là dove gli apostoli e i pastori fanno un gruppo folto insieme a Marziam, Mannaen, Stefano, Nicolai, Giovanni d'Efeso, Erma e qualche altro dei discepoli più fedeli, dei quali non ricordo il nome. Vedo quello di Corozim che ha lasciato di seppellire il padre per seguire Gesù, un altro che ho visto altre volte. Gesù prende fra le sue mani il capo di Marziam, che piange guardandolo, lo bacia in fronte stringendoselo poi al cuore.

Si volge poi agli altri e dice: «Molti e pochi. Dove sono gli altri? So che molti sono i miei discepoli fedeli. Perché allora qui non si raggiunge che a fatica, fra tutti quanti, le cinquecento persone, esclusi i fanciulli figli di questo o quello fra voi?».

Pietro parla per tutti alzandosi in piedi (era rimasto in ginocchio nell'erba): «Signore, tra il tredicesimo e il ventesimo giorno dalla tua morte sono venuti qui molti da molte città di Palestina, dicendo che Tu eri fra loro. Così molti di noi, per vederti prima, andarono chi con questo e chi con quello. Alcuni sono appena partiti. Dicevano, quelli che son venuti, di averti visto e parlato in luoghi diversi e, ciò che era meraviglioso, tutti dicevano averti visto nel dodicesimo giorno dalla tua morte. Noi pensammo essere questo un inganno di qualcuno di quei falsi profeti che Tu hai detto che sorgeranno per trarre in inganno gli eletti. Tu lo hai detto là, sul monte Uliveto, la sera prima... prima...». Pietro, ripreso dal suo dolore a quel ricordo, china il capo e tace. Due lacrime, seguite da altre, cadono dai fili della barba al suolo...

Gesù gli posa la destra sulla spalla e Pietro freme a quel contatto e, non osando toccare quella Mano con le sue, curva il collo, il volto a carezzare con la guancia, a sfiorare con le labbra quella Mano adorabile.

Giacomo di Alfeo prosegue il racconto: «E abbiamo sconsigliato di credere a quelle apparizioni, a quelli fra noi che sorgevano in piedi per correre verso il grande mare, o verso Bozra, o Cesarea di Filippo, Pella o Cedes, sul monte presso Gerico e nella pianura, come nella pianura di Esdrelon, sul grande Ermon come a Beteron e a Betsemes, e in altri luoghi senza nome, perché case isolate nella piana presso Jafia o presso Galaad. Troppo incerte. Alcuni dicevano: "Lo abbiamo visto e sentito". Altri mandavano a dire di averti visto e persino mangiato con Te. Sì, volevamo trattenerli, pensando fossero o tranelli di chi ci avversa o anche fantasmi visti da giusti, che tanto ti pensano che finiscono a vederti dove non sei. Ma essi sono voluti andare. Chi qua, chi là. E in tal modo siamo ridotti a men di un terzo».

«Avete avuto ragione nell'insistere per trattenerli. Non perché Io non sia realmente stato dove quelli che sono venuti a dirvelo hanno detto. Ma perché avevo ordinato di stare qui, uniti in preghiera in attesa di Me. E perché voglio che le mie parole siano ubbidite, specialmente da quelli che sono i miei servi. Se cominciano i servi a disubbidire, che dovranno fare i fedeli?

Ascoltate tutti voi che siete qui intorno. Ricordatevi che in un organismo, perché sia veramente attivo e sano, ci vuole una gerarchia, ossia chi comanda, e chi trasmette i comandi, e chi ubbidisce. Così avviene nelle corti dei re. Così nelle religioni. Dalla nostra ebrea alle altre, anche se così impure. Vi è sempre un capo, dei ministri di esso, dei servi dei ministri, dei fedeli infine. Non può un pontefice fare da solo. Non può un re fare da solo. E sono, le loro disposizioni, cose che si rivolgono unicamente a contingenze umane o a formalismi di riti... Sì. Purtroppo, ormai, anche nella religione mosaica non resta più che il formalismo dei riti, un continuare di movimenti di un congegno che continua a compiere gli stessi gesti, anche ora che lo spirito dei gesti è morto. Morto per sempre. Il divino Animatore di essi, Colui che dava ai riti un valore, si è ritirato di mezzo a loro. E i riti sono gesti, nulla più. Gesti che qualsiasi istrione potrebbe mimare sulle scene di un anfiteatro. Guai a quando una religione muore e, da potenza reale, viva, diviene pantomima clamorosa, esteriore, una cosa vuota dietro lo scenario dipinto, dietro le vesti pompose, un muoversi di congegni che compiono dati movimenti, così come una chiave fa agire una molla, ma tanto la molla che la chiave non hanno coscienza di ciò che fanno. Guai! Pensate!

Ricordate sempre, e ditelo ai vostri successori, perché questa verità sia conosciuta nei secoli. È meno pauroso il cadere di un pianeta che il cadere della religione. Se il cielo rimanesse spopolato d'astri e pianeti, non sarebbe per i popoli sventura uguale a quella di rimanere senza una reale religione. Dio sopperirebbe con provvida potenza ai bisogni umani, perché tutto può Dio per coloro che, sulla via sapiente, o sulla via che la loro ignoranza conosce, cercano, amano la Divinità con spirito retto. Ma, se venisse un giorno in cui gli uomini non amassero più Dio, perché i sacerdoti di ogni religione avessero fatto di essa unicamente una vuota pantomima, non credendo essi per primi alla religione, guai alla Terra!

Ora, se così dico anche per quelle religioni che sono impure, alcune venute per rivelazioni parziali ad un saggio, altre dal bisogno istintivo dell'uomo di crearsi una fede per dare pascolo all'anima di amare un dio - essendo questo bisogno lo stimolo più forte dell'uomo, lo stato permanente di ricerca di Colui che è, voluti dallo spirito anche se l'intelletto superbo nega ossequio a qualsiasi dio, anche se l'uomo, ignorando l'anima, non sa dare nome a questo bisogno che entro lui si agita - che dovrò dire per questa che Io vi ho data, per questa che porta il mio Nome, per questa della quale Io vi ho creati pontefici e sacerdoti, per questa che vi ordino di propagare per tutta la Terra? Per questa unica, vera, perfetta, immutabile nella Dottrina insegnata da Me, Maestro, completata dall'insegnamento continuo di Colui che verrà, lo Spirito Santo, Guida Ss. ai miei Pontefici e a quelli che li aiuteranno, capi secondi nelle diverse Chiese create nelle diverse regioni dove si affermerà la mia Parola. Le quali Chiese non saranno, per essere diverse in numero, diverse in pensiero, ma saranno una sola cosa con la Chiesa, formando delle loro singole parti il grande edificio, sempre più grande, il grande, nuovo Tempio che coi suoi padiglioni toccherà tutti i confini del mondo. Non diverse di pensiero, né contrastanti fra loro, ma unite, fraterne le une alle altre, soggette tutte al Capo della Chiesa, a Pietro e ai successori di lui, sino alla fine dei secoli. E quelle che, per qualsiasi motivo, si separassero dalla Chiesa Madre, sarebbero membra recise non più nutrite dal mistico sangue che è Grazia che da Me, Capo divino della Chiesa, viene. Simili a figli prodighi, separati per il loro volere dalla casa paterna, starebbero, nella loro effimera ricchezza e costante e sempre più grave miseria, ad ottundersi coi cibi e i vini troppo pesanti l'intelletto spirituale, e poscia a languire mangiando le ghiande amare degli animali immondi sinché, con cuore contrito, non tornassero alla casa paterna dicendo: "Abbiamo peccato. Padre, perdonaci e aprici le porte della tua dimora". E allora, sia che sia un membro di una Chiesa separata, o sia un'intera Chiesa - oh! così fosse, ma dove, quando sorgeranno tanti miei imitatori, atti a redimere queste intere Chiese separate, a costo della vita, per fare, per rifare un unico Ovile sotto un solo Pastore, così come Io desidero ardentemente? - allora, sia che sia un singolo od una assemblea quelli che tornano, aprite loro le porte. Siate paterni. Pensate che tutti, per un'ora o per molte, forse per anni, foste, singolarmente, dei figli prodighi avvolti nella concupiscenza. Non siate duri a chi si pente. Ricordate! Ricordate!

Molti di voi fuggiste, ventidue giorni da oggi. E il fuggire non era forse un'abiura all'amore vostro per Me? Or dunque, così come Io vi ho accolti appena, pentiti, tornaste a Me, così voi fate. Tutto ciò che Io ho fatto, fate. Questo è il mio comando. Siete vissuti con Me per tre anni. Le mie opere, il mio pensiero, lo conoscete. Quando, in futuro, vi troverete di fronte ad un caso da decidere, volgete lo sguardo al tempo che foste con Me e comportatevi come Io mi sono comportato. Non sbaglierete mai. Io sono l'esempio vivo e perfetto di ciò che dovete fare.

E ricordate ancora che Io non ho rifiutato Me stesso allo stesso Giuda di Keriot... Il Sacerdote deve, con tutti i mezzi, cercare di salvare. E predomini l'amore, sempre, fra i mezzi usati a salvare. Pensate che Io non ignoravo l'orrore di Giuda... Ma ho, superando ogni ripugnanza, trattato il meschino come ho trattato Giovanni. A voi... a voi sarà sovente risparmiata l'amarezza del conoscere che tutto è inutile per salvare un discepolo amato... E potrete perciò operare senza la stanchezza che prende quando si sa che tutto è inutile... Si deve lavorare anche allora... sempre... sinché tutto è compiuto...».

«Ma Tu soffri, Signore!?! Oh! io non credevo Tu potessi soffrire più! Tu soffri per Giuda, ancora! Dimenticalo, Signore!», grida Giovanni che non torce per un attimo gli sguardi dal suo Signore.

Gesù apre le braccia, nel suo abituale atto di rassegnata conferma ad un fatto penoso, e dice: «Così è... Giuda è stato ed è il dolore più grande nel mare dei miei dolori. È il dolore che resta... Gli altri dolori sono finiti col finire del Sacrificio. Ma questo resta. L'ho amato. Ho consumato Me stesso nello sforzo di salvarlo... Ho potuto aprire le porte del Limbo e trarne i giusti, ho potuto aprire le porte del Purgatorio e trarne i purganti. Ma il luogo d'orrore era chiuso su lui. Per lui inutile il mio morire».

«Non soffrire! Non soffrire! Sei glorioso, Signor mio! A Te la gloria e il gaudio. Tu hai consumato il tuo dolore!», prega ancora Giovanni.

«Veramente nessuno pensava che Egli potesse soffrire ancora! », dicono tutti, stupiti e commossi, bisbigliando fra loro.

«E non pensate di quanto dolore dovrà ancora soffrire il mio Cuore nei secoli, per ogni peccatore impenitente, per ogni eresia che mi nega, per ogni credente che mi abiura, per ogni - strazio negli strazi - per ogni sacerdote colpevole, causa di scandalo e rovina? Voi non sapete! Non sapete ancora. Non saprete mai completamente sinché non sarete con Me nella luce dei Cieli. Allora comprenderete... Nel contemplare Giuda, Io ho contemplato gli eletti ai quali l'elezione si muta in rovina per la loro perversa volontà... Oh! voi che siete fedeli, voi che formerete i sacerdoti futuri, ricordate il mio dolore, formatevi sempre più santi per consolare il mio dolore, formateli santi perché, per quanto è possibile, non si ripeta questo dolore, esortate, vegliate, insegnate, combattete, siate attenti come madri, instancabili come maestri, vigili come pastori, virili come guerrieri, per sostenere i sacerdoti che da voi verranno formati. La colpa del dodicesimo apostolo, fate, oh! fate che non abbia troppe ripetizioni in futuro...

Siate come Io fui con voi, come Io sono con voi. Vi ho detto: "Siate perfetti come il Padre dei Cieli". E la vostra umanità trema davanti a tal comando. Ora più ancora di quando ve lo dissi. Perché ora conoscete la vostra debolezza.

Ebbene, per rincuorarvi vi dirò: "Siate come il vostro Maestro". Io sono l'Uomo. Ciò che Io ho fatto voi potete fare. Anche i miracoli. Sì. Anche quelli. Perché il mondo conosca che sono Io che vi mando, e chi soffre non pianga nello sconforto del pensiero: "Egli non è più fra noi a curare i nostri malati e a consolare i nostri dolori". In questi giorni Io ho fatto miracoli per consolare i cuori e persuaderli che il Cristo non è distrutto perché fu messo a morte, ma anzi è più forte, eternamente forte e potente. Ma, quando Io non sarò più fra voi, voi farete ciò che Io ho fatto sin qui e che farò ancora. Però non tanto per il potere del miracolo, ma per la vostra santità crescerà l'amore alla nuova Religione. E della vostra santità, non del dono che Io vi trasmetto, dovete esser gelosamente attenti. Più sarete santi e più sarete cari al mio Cuore, e lo Spirito di Dio vi illuminerà, mentre la Bontà di Dio e la sua Potenza farà colme le vostre mani dei doni del Cielo. Il miracolo non è atto comune e indispensabile per la vita nella fede. Anzi! Beati quelli che sapranno rimanere nella fede senza mezzi straordinari ad aiuto nel credere! Però neppure il miracolo è un atto così esclusivamente riserbato a tempi speciali che debba cessare col cessare di essi. Il miracolo sarà nel mondo. Sempre. E sempre più numeroso più saranno numerosi i giusti nel mondo. Quando si vedranno farsi molto scarsi i miracoli veri, si dica allora che la fede e la giustizia sono languenti. Perché ho detto: "Se avrete fede potrete smuovere le montagne". Perché ho detto: "I segni che accompagneranno coloro che hanno vera fede in Me saranno la vittoria sui demoni e sulle malattie, sugli elementi e le insidie".

Dio è con chi lo ama. Segno di come i miei fedeli saranno in Me sarà il numero e la forza dei prodigi che faranno in Nome mio e per glorificare Iddio. Ad un mondo senza miracoli veri si potrà, senza far calunnia, dire: "Hai perduto fede e giustizia. Sei un mondo senza santi".

Dunque, per tornare al principio, avete fatto bene a cercare di trattenere quelli che, simili a bambini sedotti da un rumore di musiche o da un luccichio strano, corrono svagati lontano dalle cose sicure. Ma vedete? Essi hanno il loro castigo perché perdono la mia parola. Però anche voi avete avuto il vostro torto. Vi siete ricordati che ho detto di non correre qua e là ad ogni voce che mi dicesse in un luogo. Ma non vi siete ricordati che Io ho anche detto che, nella seconda venuta, il Cristo sarà simile al lampo che esce da levante e guizza fino a ponente, in tempo meno lungo del battere di una palpebra.

Or questa seconda venuta si è iniziata dal momento della mia Risurrezione. Essa culminerà nella apparizione del Cristo Giudice a tutti i risorti. Ma prima, quante volte Io apparirò per convertire, per guarire, per consolare, insegnare, dare ordini! In verità vi dico: Io sto per tornare al Padre mio. Ma la Terra non perderà la mia Presenza. Io sarò, vigile e amico, Maestro e Medico là dove corpi od anime, peccatori o santi avranno bisogno di Me o saranno eletti da Me a trasmettere le mie parole ad altri. Perché - anche questa è verità - perché l'Umanità avrà bisogno di un continuo atto di amore da parte mia, essendo tanto dura a piegarsi, facile a raffreddarsi, pronta a dimenticare, desiderosa di seguire la discesa invece della salita, che se Io non la trattenessi con i mezzi soprannaturali non gioverebbero la legge, il Vangelo, gli aiuti divini che la mia Chiesa amministrerà, a conservare l'Umanità nella conoscenza della Verità e nella volontà di raggiungere il Cielo. E parlo dell'Umanità di Me credente... Sempre poca rispetto alla grande massa degli abitanti della Terra.

Io verrò. Chi mi avrà resti umile. Chi non mi avrà non sia ingordo di avermi per averne lode. Nessuno desideri lo straordinario. Sa Dio quando e dove darlo. Né è necessario avere lo straordinario per entrare nei Cieli. Esso è anzi un' arma che, male usata, può aprire l'inferno anziché il Cielo. Ed or vi dirò come. Perché la superbia può sorgere. Perché può venire uno stato di spirito abbietto a Dio, perché simile a torpore in cui uno si accomodi per carezzare il tesoro avuto, riputandosi già in Cielo perché ha avuto quel dono. No. In quel caso, in luogo di fiamma e ala, esso diviene gelo e macigno, e l'anima precipita e muore. E anche: un dono mal usato può suscitare avidità di averne più ancora per averne più lode. Allora, in questo caso, potrebbe al Signore sostituirsi lo Spirito del Male per sedurre gli imprudenti con prodigi impuri. State sempre lontano dalle seduzioni d'ogni specie. Fuggitele. State contenti di ciò che Dio vi concede. Egli sa ciò che vi è utile e in quale maniera. E sempre pensate che ogni dono è una prova oltre che un dono, una prova della vostra giustizia e volontà. Io ho dato a voi tutti le stesse cose. Ma ciò che fece migliori voi rovinò Giuda. Era dunque un male il dono? No. Ma maligna era la volontà di quello spirito...

Così ora. Io sono apparso a molti. Non solo per consolare e beneficare, ma per farvi contenti. Voi me ne avevate pregato di persuadere il popolo, che quelli del Sinedrio tentano di persuadere al loro pensiero, che Io sono risorto. Sono apparso a fanciulli e ad adulti, nello stesso giorno, in punti così distanti fra loro che occorrerebbero molti giorni di cammino a raggiungerli. Ma per Me non c'è più la schiavitù delle distanze. E questo apparire simultaneo ha disorientato voi pure. Vi siete detti: "Costoro hanno visto fantasmi". Voi dunque avete dimenticato una parte delle mie parole, ossia che Io sarò d'ora in poi a oriente e occidente, a settentrione e mezzogiorno, dove troverò giusto essere, senza che nulla me lo vieti, e rapidamente come folgore che solca il cielo. Sono vero Uomo. Ecco le mie membra e il mio Corpo solido, caldo, capace di moto, respiro, parola come il vostro. Ma sono vero Dio. E, se per trentatré anni la Divinità fu, per un fine supremo, nascosta nella Umanità, ora la Divinità, sebbene congiunta all'Umanità, ha preso il sopravvento, e l'Umanità gode della libertà perfetta dei corpi glorificati. Regina con la Divinità non più soggetta a tutto quanto è limitazione all'Umanità. Eccomi. Sono qui con voi e potrei, se volessi, essere fra un istante ai confini del mondo per attrarre a Me uno spirito che mi ricerca.

E che frutto avrà questo mio essere stato presso Cesarea marittima e nell'altra Cesarea, come al Carit e a Engaddi, e presso Pella e a Jutta e in altri luoghi di Giudea, e a Bozra e sul grande Ermon, e a Sidone e ai confini galilei? E che, aver guarito un fanciullo e risuscitato uno da poco spirato, e confortato un'angoscia, e chiamato al servizio mio uno che si era macerato in dura penitenza e a Dio un giusto che me ne aveva fatto preghiera, e dato il mio messaggio a degli innocenti e i miei ordini ad un cuore fedele? Persuaderà questo il mondo? No. Coloro che credono continueranno a credere, con più pace ma non con maggior forza, perché già sapevano veramente credere. Coloro che non seppero credere con vera fede resteranno dubitosi, e i malvagi diranno che sono deliri e menzogne le apparizioni, e che il morto non era morto ma dormiente... Vi ricordate quando vi dissi la parabola del ricco Epulone? Ho detto che Abramo rispose al dannato: "Se non ascoltano Mosè e i profeti non crederanno nemmeno ad uno che risusciti dai morti per dir loro ciò che devono fare". Hanno forse creduto a Me, Maestro, e ai miei miracoli? Che ha ottenuto il miracolo di Lazzaro? La mia affrettata condanna. Che la mia risurrezione? Un aumento del loro odio. Anche i miei miracoli di questo ultimo mio tempo fra voi non persuaderanno il mondo, ma unicamente quelli che non sono più del mondo, avendo scelto il Regno di Dio con le sue fatiche e pene attuali e la sua gloria futura.

Ma ho piacere che voi siate stati confermati nella fede e che siate stati fedeli al mio ordine, rimanendo su questo monte in attesa, senza avere frette umane di godere cose anche buone ma diverse da quelle che vi avevo indicate. La disubbidienza dà un decimo e leva nove decimi. Essi sono andati e sentiranno parole d'uomini, sempre quelle. Voi siete rimasti e avete sentito la mia Parola che, anche se ricorda cose già dette, è sempre buona e utile. La lezione servirà di esempio a voi tutti, e anche a loro, per il futuro».

Gesù gira lo sguardo su quei volti li raccolti e chiama: «Vieni, Eliseo di Engaddi. Ho da dirti una cosa».

Non lo avevo riconosciuto l'ex lebbroso figlio del vecchio Abramo. Allora era uno scheletro spettrale, ora è un florido uomo nel fiore degli anni. Si avvicina prostrandosi ai piedi di Gesù, che gli dice: «Una domanda ti trema sulle labbra da quando hai saputo che sono stato ad Engaddi. Ed è questa: "Hai consolato mio padre?". Io ti dico: "Più che consolato. Io l'ho! L'ho preso con Me"».

«Con Te, mio Signore. E dove è che non lo vedo?».

«Eliseo, Io sono qui per breve tempo ancora. Poi vado al Padre mio...».

«Signore!... Vuoi dire... Mio padre è morto!».

«Si è addormentato sul mio Cuore. Anche per lui è finito il dolore. Lo ha tutto consumato, e rimanendo sempre fedele al Signore. Non piangere. Non lo avevi forse lasciato per seguire Me?».

«Sì, mio Signore...».

«Ecco. Tuo padre è meco. Perciò, seguendo Me, ancor presso tuo padre vieni».

«Ma quando? Ma come?».

«Nella sua vigna, là dove sentì parlare di Me la prima volta. Egli mi ha ricordato la sua preghiera del passato anno. Gli ho detto: "Vieni". È morto felice perché tu hai lasciato tutto per seguire Me».

«Perdona se piango... Era mio padre...».

«So capire il dolore». Gli posa la mano sul capo per confortarlo e dice ai discepoli: «Ecco un nuovo compagno. Abbiatelo caro, perché Io l'ho tolto dal suo sepolcro perché mi serva».

Poi chiama: «Elia. Vieni a Me. Non stare vergognoso come uno che è straniero tra fratelli. Tutto il passato si è distrutto. E tu pure vieni, o Zaccaria, che hai lasciato padre e madre per Me, mettiti coi settantadue insieme a Giuseppe di Cintio. Lo meritate, avendo sfidato le vie dei potenti per Me. E tu, Filippo, e anche tu, suo compagno, che non vuoi più esser chiamato col tuo nome perché ti sembra orrendo, e prendi allora quello del padre tuo, che è un giusto, anche se ancor non è fra quelli che mi seguono apertamente. Vedete tutti? Io non escludo alcuno che abbia buona volontà. Non quelli che mi seguivano già come discepoli, non coloro che facevano buone opere in Nome mio anche non appartenendo alle schiere dei miei discepoli, non coloro che appartenevano a sètte che non tutti amano, i quali possono sempre entrare nella via giusta e non vanno respinti. Come Io faccio, fate. Io unisco questi ai vecchi discepoli. Perché il Regno dei Cieli è aperto a tutti quelli di buona volontà. E, benché non siano presenti, vi dico di non respingere neppure i gentili, Io non li ho respinti quando li ho conosciuti desiderosi di Verità. Fate ciò che Io ho fatto. E tu, Daniele, uscito, veramente uscito dalla fossa non dei leoni ma degli sciacalli, vieni, unisciti a questi. E vieni tu, Beniamino. Vi unisco a questi (indica i settantadue quasi al completo) perché la messe del Signore fruttificherà molto e sono necessari molti operai.

Ora stiamo un poco qui uniti, mentre scorre il giorno. A sera lascerete il monte e all'aurora verrete con Me, voi apostoli e voi due che ho nominato a parte (indica Zaccaria e questo Giuseppe di Cintium che non mi è nuovo) e quanti sono qui dei settantadue. Gli altri resteranno qui, in attesa di coloro che sono corsi qua e là come vespe oziose, per dir loro in mio Nome che non è imitando i fanciulli svogliati e disubbidienti che si trova il Signore. E di essere a Betania, tutti, venti giorni avanti le Pentecoste, perché dopo mi cercherebbero invano. Sedete tutti, riposate. Voi, venite con Me un poco in disparte».

Si avvia, sempre tenendo per mano Marziam, seguito dagli undici apostoli. Si siede nel folto più folto del bosco di querce e attira a Sé Marziam, che è molto triste. Triste tanto che Pietro dice: «Consolalo, Signore. Già lo era, ora lo è ancor di più».

«Perché, fanciullo? Non sei forse con Me? Non dovresti esser felice di sapere che Io ho superato il dolore?».

Per tutta risposta Marziam si mette a piangere del tutto.

«Io non so cosa abbia. L'ho interrogato inutilmente. Oggi, poi, non mi attendevo questo pianto!», brontola Pietro un poco inquieto.

«Io invece lo so», dice Giovanni.

«Buon per te! Perché piange allora?».

«Non piange da oggi. È da giorni...».

«Eh! me ne sono accorto! Ma perché?».

«Il Signore lo sa. Ne sono certo. E so che Egli solo avrà la parola che consola», dice ancora Giovanni sorridendo.

«È vero. Lo so. E so che Marziam, discepolo buono, è proprio un fanciullo in questo momento, un fanciullo che non vede la verità delle cose. Ma, mio diletto fra tutti i discepoli, non rifletti che Io sono andato a rafforzare le fedi vacillanti, ad assolvere, a raccogliere esistenze finite, ad annullare veleni di dubbio inoculati ai più deboli, a rispondere con una pietà o un rigore a quelli che ancora vogliono combattermi, a testimoniare con la mia presenza che sono risorto là dove più si lavorava a dirmi morto? C'era forse bisogno di venire da te, fanciullo, la cui fede, speranza, carità, la cui volontà e ubbidienza mi sono note? Da te per un attimo, quando ti avrò con Me, come ora, più volte ancora? Chi farà banchetto di Pasqua con Me se non tu solo fra tutti gli altri discepoli? Vedi tutti questi? Essi l'hanno fatta la loro Pasqua, e il sapore dell'agnello e del caroset e degli azimi e del vino è divenuto tutto cenere e fiele e aceto ai loro palati, nelle ore successive. Ma Io e te, fanciullo mio, consumeremo in gaudio, e sarà miele che scende e resta tale, la nostra Pasqua. Chi pianse allora, ora godrà. Chi allora godette non può pretendere di godere di nuovo».

«Veramente... Non eravamo molto lieti quel giorno...», mormora Tommaso.

«Sì. Ci tremava il cuore...», dice Matteo.

«E un ribollire di sospetti e d'ira era in noi, in me almeno», dice il Taddeo.

«E perciò dite che vorreste fare la Pasqua supplementare tutti...».

«Così, Signore», dice Pietro.

«Un giorno ti lamentasti perché le discepole e tuo figlio non avrebbero preso parte al banchetto pasquale. Ora ti lamenti perché chi non godette allora deve aver la sua gioia».

«È vero. Sono un peccatore».

«E Io sono Colui che compatisce. Voglio che siate tutti intorno a Me e non voi soli, ma anche le discepole. Lazzaro ci darà ancora una volta ospitalità. Non ho voluto le tue figlie, Filippo, non le vostre mogli, non Mirta, Noemi e la giovinetta che è con loro, e non costui. Non era posto di tutti, Gerusalemme, in quei giorni!».

«È vero! Bene è che non ci fossero», sospira Filippo.

«Sì. Avrebbero visto la nostra viltà».

«Taci, Pietro. È perdonata».

«Sì. Ma io l'ho confessata a mio figlio e credevo che per questo fosse triste così. L'ho confessata perché ogni volta che la confesso è un sollievo. È come mi si levasse un pietrone dal cuore. Mi sento più assolto ogni volta che mi umilio. Ma se Marziam è triste perché Tu ti sei mostrato ad altri...».

«Per questo e non altro, padre mio».

«E allora sta' lieto! Egli ti ha amato e ti ama. Lo vedi. Te lo avevo detto, però, della seconda Pasqua...».

«Io pensavo aver fatto troppo poco volentieri l'ubbidienza che Porfirea mi aveva data in tuo nome, Signore. E che perciò Tu mi punissi. E pensavo anche che non ti mostrassi a me perché odiavo Giuda e i tuoi crocifissori», confessa Marziam.

«Non odiare nessuno. Io ho perdonato».

«Sì, mio Signore. Non odierò più».

«E non essere più triste».

«Non lo sarò più, Signore». Marziam, come tutti i molto giovani d'anni, è meno timoroso con Gesù degli altri e si abbandona all'abbraccio di Gesù, ora che è certo che Gesù non è in collera con lui, con tutta confidenza. Anzi si rifugia tutto, come un pulcino sotto l'ala materna, nel cerchio del braccio che lo stringe a Sé e, col cessare dell'affanno che lo faceva triste e inquieto da tanti giorni, si addormenta beato.

«È un fanciullo ancora», osserva lo Zelote.

«Sì. Ma quanta pena ha avuto! Me lo disse Porfirea quando, avvisata da Giuseppe di Tiberiade, me lo condusse», gli risponde Pietro. Poi, al Maestro: «Anche Porfirea a Gerusalemme?». Quanto desiderio nella voce di Pietro!

«Tutte. Le voglio benedire prima di salire al Padre mio. Hanno servito anche esse, e molte volte meglio degli uomini».

«E da tua Madre? Non vai?», chiede il Taddeo.

«Noi siamo insieme».

«Insieme? Quando?».

«Giuda, Giuda, e ti pare che Io, che ho sempre trovato gioia presso di Lei, non stia ora con Lei?».

«Ma Maria è sola nella sua casa. Me lo ha detto ieri mia madre».

Gesù sorride e risponde: «Dietro al velo del Santo dei Santi entra solamente il Sommo Sacerdote».

«E allora? Che vuoi dire?».

«Che vi sono beatitudini che non possono venire descritte e conosciute. Questo voglio dire».

Si stacca dolcemente di dosso Marziam e lo affida alle braccia di Giovanni, che è il più vicino. Si alza in piedi. Li benedice. E mentre essi, a capo chino, tutti in ginocchio, meno Giovanni che ha in grembo il capo di Marziam, ricevono la sua benedizione, scompare.

«Egli è proprio come il lampo di cui parla», dice Bartolomeo...

Restano meditabondi, in attesa del tramonto.

 

Il Signore vuole che prenda un altro quaderno per le ultime istruzioni e visioni, che qui non entrerebbero, essendo troppo poche le pagine.

 

Avrei dovuto iniziare sul nuovo quaderno. Marta essendo malata, ho scritto qui e poi ricopiato sul nuovo.

635. Lezione sui Sacramenti e predizioni sulla Chiesa

 

Sono su un altro monte, più folto ancora di boschi, non lontano da Nazaret, alla quale conduce una strada che rasenta la base del monte.

Gesù li fa sedere in cerchio, più vicini gli apostoli, dietro questi i discepoli (quelli fra i settantadue che non sono andati qua e là) più Zaccaria e Giuseppe. Marziam è ai suoi piedi in una posizione di favore.

Gesù parla non appena sono seduti e quieti, tutti attenti alle sue parole.

Dice: «Datemi tutta la vostra attenzione, perché vi dirò cose di somma importanza. Non le capirete ancora tutte, né tutte bene. Ma Colui che verrà dopo di Me ve le farà comprendere. Ascoltatemi, dunque.

Nessuno più di voi è convinto che senza l'aiuto di Dio l'uomo pecca facilmente, essendo debolissima la sua costituzione indebolita dal Peccato. Sarei dunque un Redentore imprudente se, dopo avervi dato tanto per redimere, non dessi anche i mezzi per conservarvi nei frutti del mio Sacrificio. Voi sapete che tutta la facilità al peccare viene dalla Colpa che, privando gli uomini della Grazia, li spoglia della loro fortezza: dell'unione con la Grazia.

Voi avete detto: "Ma Tu hai reso la Grazia". No. Essa è stata resa ai giusti sino alla mia Morte. Per renderla ai futuri ci vuole un mezzo. Un mezzo che non sarà soltanto una figura rituale, ma che imprimerà veramente a chi lo riceve il carattere reale di figli di Dio, quali erano Adamo ed Eva, la cui anima vivificata dalla Grazia possedeva doni eccelsi, dati da Dio alla creatura beneamata.

Voi lo sapete cosa aveva l'Uomo e cosa perdette l'uomo. Ora, per il mio Sacrificio, le porte della Grazia sono riaperte ed il fiume di essa può scendere a tutti coloro che la chiedono per amor mio. Perciò gli uomini avranno il carattere di figli di Dio per i meriti del Primogenito fra gli uomini, di Colui che vi parla, vostro Redentore, vostro Pontefice eterno, vostro Fratello nel Padre, vostro Maestro. Sarà da Gesù Cristo e per Gesù Cristo che gli uomini presenti e futuri potranno possedere il Cielo e godere Dio, fine ultimo dell'uomo. Sinora anche i giusti più giusti, benché circoncisi come figli del popolo eletto, non potevano raggiungere questo fine. Considerate da Dio le loro virtù, pronti i loro posti nel Cielo, ma precluso lo stesso e negato il godimento di Dio, perché sulle loro anime, aiuole benedette, fiorite d'ogni virtù, era anche l'albero maledetto della Colpa d'origine, e nessuna azione, per santa che fosse, poteva distruggerlo; né si può entrare nel Cielo con radici e fronde di così malefica pianta.

Nel giorno del Parasceve il sospiro dei patriarchi e profeti e di tutti i giusti d'Israele si placò nella gioia della Redenzione compiuta, e le anime, candide più di neve montana per quanto era loro virtù, persero anche l'unica Macchia che le segregava dal Cielo. Ma il mondo continua. Generazioni e generazioni sorgono e sorgeranno. Popoli e popoli verranno al Cristo. Può il Cristo morire ad ogni nuova generazione per salvarla o per ogni popolo che a Lui venga? No. Il Cristo è morto una volta e non morirà mai più, in eterno. Devono allora queste generazioni, questi popoli, divenire sapienti per la mia Parola ma non possedere il Cielo e godere Dio, perché lesi dalla Macchia originale? Neppure. Non sarebbe giustizia, né per essi, ché vano sarebbe il loro amore per Me, né per Me, che per troppo pochi sarei morto.

E allora? Come conciliare le diverse cose? Quale nuovo miracolo farà il Cristo, che già ne ha fatti tanti, prima di lasciare il mondo per il Cielo, dopo avere amato gli uomini sino a voler morire per essi? Uno lo ha già fatto lasciandovi il suo Corpo e il suo Sangue per cibo fortificatore e santificatore e per ricordo dell'amor suo, dandovi il comando di fare ciò che Io ho fatto per ricordo di Me e per mezzo santificatore ai discepoli, e ai discepoli dei discepoli, sino alla fine dei secoli.

Ma quella sera, già purificati voi esternamente, ricordate cosa ho fatto? Ho cinto un asciugatoio e vi ho lavato i piedi, e a un di voi, che si scandalizzava di quel gesto troppo avvilente, ho detto: "Se Io non ti laverò, non avrai parte con Me". Voi non avete capito ciò che volessi dire, di qual parte Io parlassi, qual simbolo facessi. Ecco, Io ve lo dico.

Oltre avervi insegnato l'umiltà e la necessità di esser puri per entrare a far parte del mio Regno, oltre ad avervi benignamente fatto osservare che Dio, da uno che è giusto, e perciò puro nello spirito e nell'intelletto, esige unicamente un ultimo lavacro alla parte che necessariamente è più facile a contaminarsi anche nei giusti, magari per sola polvere che la necessaria convivenza fra gli uomini depone sulle membra pulite, sulla carne, ho insegnato un'altra cosa. A voi ho lavato i piedi, la parte più bassa del corpo, quella che va fra fango e polvere, talora fra lordure, per significare la carne, la parte materiale dell'uomo, la quale ha sempre, meno nei senza Macchia d'origine o per opera di Dio o per natura di Dio, delle imperfezioni, talora minime tanto che solo Dio le vede, ma che, in verità, occorre sorvegliare, acciò non si irrobustiscano divenendo abito naturale, e combattere per estirparle.

Vi ho lavato i piedi, dunque. Quando? Prima di spezzare il pane e il vino e transustanziarli nel mio Corpo e nel mio Sangue. Perché Io sono l'Agnello di Dio e non posso scendere dove Satana ha la sua impronta. Dunque, prima vi ho lavati. Poi mi sono dato a voi. Anche voi laverete col Battesimo coloro che verranno a Me, perché non indegnamente ricevano il mio Corpo e non si muti per esso in tremenda condanna di morte.

Voi sbigottite. Vi guardate. Con gli sguardi vi chiedete: "E Giuda, allora?". Vi dico: "Giuda mangiò la sua morte". Il supremo atto d'amore non gli toccò il cuore. L'estremo tentativo del suo Maestro urtò contro la pietra del suo cuore, e quella pietra, in luogo del Tau, portava incisa l'orrenda sigla di Satana, il segno della Bestia.

Vi ho dunque lavati prima di ammettervi al convito eucaristico, prima di ascoltare la confessione dei vostri peccati, prima di infondervi lo Spirito Santo, e perciò il carattere di veri cristiani riconfermati in Grazia e di Sacerdoti miei.

Sia dunque fatto così con gli altri che voi dovete preparare alla vita cristiana.

Battezzate con l'acqua nel Nome del Dio uno e trino e nel Nome mio e per i miei meriti infiniti, onde sia cancellata nei cuori la Colpa d'origine, rimessi i peccati, infuse la Grazia e le sante Virtù, e lo Spirito Santo possa scendere a far dimora nei templi consacrati che saranno i corpi degli uomini viventi nella grazia del Signore. Era necessaria l'acqua per annullare il Peccato? L'acqua non tocca l'anima, no. Ma anche il segno immateriale non tocca la vista dell'uomo, così materiale in tutte le sue azioni. Ben potevo infondere la Vita anche senza il mezzo visibile.

Ma chi lo avrebbe creduto? Quanti gli uomini che sanno credere fermamente se non vedono? Prendete dunque dall'antica Legge mosaica l'acqua lustrale, usata per purificare gli immondi e riammetterli, dopo che si sono contaminati con un cadavere, negli accampamenti. In verità, ogni uomo che nasce è contaminato, avendo contatto con un'anima morta alla Grazia. Sia dunque con l'acqua lustrale purificata dal contatto immondo e resa degna di entrare nel Tempio eterno. E abbiate cara l'acqua... Dopo aver espiato e redento con trentatré anni di vita faticosa, culminata nella Passione, dopo aver dato tutto il mio Sangue per i peccati degli uomini, ecco che dal Corpo svenato e consumato del Martire furono tratte le acque salutari per lavare la Colpa d'origine. Col Sacrificio consumato Io vi ho redenti di quella macchia. Se sulle soglie della vita un mio miracolo divino mi avesse fatto scendere dalla croce, in verità vi dico che per il sangue sparso avrei mondato le colpe, ma non la Colpa. Per essa è stata necessaria la consumazione totale. In verità, le acque salutari delle quali parla Ezechiele sono uscite da questo mio Costato. Immergetevi le anime, che ne escano immacolate per ricevere lo Spirito Santo che, in memoria di quell'alito che il Creatore spirò su Adamo per dargli lo spirito e perciò immagine e somiglianza con Lui, tornerà ad alitare e abitare nei cuori degli uomini redenti.

Battezzate del mio Battesimo, ma nel Nome del Dio trino, perché in verità, se il Padre non avesse voluto e lo Spirito operato, il Verbo non si sarebbe incarnato e voi non avreste avuto Redenzione. Onde giusto e doveroso è che ogni uomo riceva la Vita per Coloro che si sono uniti nel volergliela dare, nominandosi il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nell'atto del Battesimo, che da Me prenderà nome di cristiano per differenziarlo dagli altri, passati o futuri, i quali saranno riti, ma non segni indelebili sulla parte immortale.

E prendete il Pane e il Vino così come Io ho fatto, e nel mio Nome benediteli, frangeteli e distribuiteli; e si nutrano i cristiani di Me. E ancora del Pane e del Vino fate un'offerta al Padre dei Cieli, consumandola poscia in memoria del Sacrificio che Io ho offerto e consumato sulla Croce per la vostra salute. Io, Sacerdote e Vittima, da Me stesso mi sono offerto e consumato, non potendo alcuno, ove Io non avessi voluto, fare questo di Me. Voi, miei Sacerdoti, fate questo in mia memoria e perché i tesori infiniti del mio Sacrificio salgano impetrativi a Dio, scendano propizi su tutti coloro che li invocano con fede sicura.

Fede sicura, ho detto. Non si esige scienza per fruire dell'eucaristico Cibo e dell'eucaristico Sacrificio, ma fede. Fede che in quel pane e in quel vino, che uno, autorizzato da Me e da coloro che dopo Me verranno - voi, tu Pietro, Pontefice novello della novella Chiesa, tu Giacomo d'Alfeo, tu Giovanni, tu Andrea, tu Simone, tu Filippo, tu Bartolomeo, tu Tommaso, tu Giuda Taddeo, tu Matteo, tu Giacomo di Zebedeo - consacrerà in mio Nome, è il mio vero Corpo, il mio vero Sangue, e chi se ne ciba mi riceve in Carne, Sangue, Anima e Divinità, e chi mi offre realmente offre Gesù Cristo come Egli si offerse per i peccati del mondo. Un fanciullo o un ignorante mi può ricevere, così come un dotto e un adulto. E un fanciullo e un ignorante uguali benefici avrà, dal Sacrificio offerto, di quel che ne avrà chiunque fra voi. Basta che in essi sia fede e grazia del Signore.

Ma voi state per ricevere un nuovo Battesimo, quello dello Spirito Santo. Ve l'ho promesso ed esso vi verrà dato. Lo stesso Spirito Santo scenderà su voi. Vi dirò quando. E voi sarete ripieni di Esso, nella pienezza dei doni sacerdotali. Potrete perciò, così come Io ho fatto con voi, infondere lo Spirito di cui sarete ripieni, per confermare in grazia i cristiani e infondere loro i doni del Paraclito. Sacramento regale di poco inferiore al Sacerdozio, abbia la solennità delle consacrazioni mosaiche con l'imposizione delle mani e l'unzione con l'olio profumato, un tempo usato per consacrare i Sacerdoti. No. Non guardatevi così spaventati Non dico parola sacrilega! Non vi insegno sacrilego atto! La dignità del cristiano è tale che, lo ripeto, è di poco inferiore ad un sacerdozio.

Dove vivono i sacerdoti? Nel Tempio. E un cristiano sarà un tempio vivo. Che fanno i sacerdoti? Servono Dio con le preghiere, i sacrifici e con la cura dei fedeli. Così avrebbero dovuto fare... E il cristiano servirà Dio con la preghiera e il sacrificio e con la carità fraterna. E ascolterete la confessione dei peccati così come Io ho ascoltato le vostre e quelle di molti e ho perdonato dove ho visto vero pentimento.

Vi agitate? Perché? Avete paura di non saper distinguere? Ho già parlato altre volte sul peccato e sul giudizio sul peccato. Ma ricordate, nel giudicare, di meditare sulle sette condizioni per le quali una azione può essere o non essere peccato, e di gravità diversa. Riassumo. Quando si è peccato e quante volte, chi ha peccato, con chi, con che, quale la materia del peccato, quale la causa, perché si è peccato.

Ma non t'emete. Lo Spirito Santo vi aiuterà. Quello che con tutto il mio cuore vi scongiuro di osservare è una vita santa. Essa aumenterà talmente in voi le luci soprannaturali che giungerete a leggere senza errore nel cuore degli uomini e potrete, con amore o con autorità, dire ai peccatori, pavidi di svelare la loro colpa o ribelli a confessarla, lo stato del loro cuore, aiutando i timidi, umiliando gli impenitenti. Ricordatevi che la Terra perde l'Assolutore e che voi dovete essere ciò che Io ero: giusto, paziente, misericordioso, ma non debole. Vi ho detto: ciò che slegherete in Terra sarà sciolto in Cielo e ciò che legherete qui sarà legato in Cielo. Perciò con misurata riflessione giudicate ogni uomo senza lasciarvi corrompere da simpatie o antipatie, da doni o minacce, imparziali in tutto e per tutto come è Dio, avendo presente la debolezza dell'uomo e le insidie dei suoi nemici.

Vi ricordo che talora Dio permette anche le cadute dei suoi eletti, non perché a Lui piaccia vederli cadere, ma perché da una caduta può venire un bene futuro più grande. Porgete dunque la mano a chi cade, perché non sapete se quella caduta non sia la crisi risolutiva di un male che muore per sempre, lasciando nel sangue una purificazione che produce salute. Nel nostro caso: che produce santità. Siate invece severi con quelli che non avranno rispetto al Sangue mio e, con l'anima appena monda dal lavacro divino, si getteranno nel fango una e cento volte. Non malediteli, ma siate severi, esortateli, richiamateli settanta volte sette, e ricorrete all'estremo castigo del reciderli dal popolo eletto solo quando la loro pertinacia in una colpa, che scandalizza i fratelli, vi obbliga ad agire per non farvi complici delle loro azioni. Ricordatevi cosa ho detto: "Se tuo fratello ha peccato, correggilo fra te e lui solo. Se non ti ascolta, correggilo alla presenza di due o tre testimoni. Se non basta, fàllo sapere alla Chiesa. Se non ascolta neppure questa, consideralo come un gentile e un pubblicano".

Nella religione mosaica il matrimonio è un contratto. Nella nuova religione cristiana esso sia atto sacro e indissolubile, sul quale scenda la grazia del Signore a fare dei coniugi due suoi ministri nella propagazione della specie umana. Cercate sin dai primi momenti di consigliare al coniuge che viene dalla nuova religione di convertire il coniuge ancora fuor dal numero dei fedeli di entrarvi a far parte, per evitare quelle dolorose divisioni di pensiero, e conseguentemente di pace, che abbiamo osservato anche fra noi. Ma, quando si tratta di fedeli nel Signore, per nessuna ragione si sciolga ciò che Dio ha unito. E, nel caso di una parte che si trovi, essendo cristiana, congiunta a un gentile, Io consiglio che questa parte porti la sua croce con pazienza e mitezza e con fortezza anche, sino a saper morire per difendere la sua fede, ma senza lasciare il coniuge al quale si è unito con suo pieno consenso. Questo è il mio consiglio per una vita più perfetta nello stato matrimoniale, sinché non sarà possibile, con la diffusione del cristianesimo, aversi matrimoni fra fedeli. Allora sacro e indissolubile sia il vincolo, e santo l'amore.

Male sarebbe se, per la durezza dei cuori, dovesse accadere nella nuova fede ciò che avvenne nell'antica: un permettersi il ripudio e lo scioglimento per evitare scandali creati dalla libidine dell'uomo. In verità vi dico che ognuno deve portare la sua croce in ogni stato, anche in questo matrimoniale. E anche in verità vi dico che nessuna pressione deve far flettere la vostra autorità nel dire: "Non è lecito" a chi vuole passare a nuove nozze prima che uno dei coniugi sia morto. È meglio, Io ve lo dico, che una parte putrida si stacchi, da sola o seguita da altri, anziché, per trattenerla nel Corpo della Chiesa, concederle cosa contraria alla santità del coniugio, scandalizzando gli umili e facendo fare loro delle considerazioni sfavorevoli all'interezza sacerdotale e sul valore della ricchezza o della potenza. Le nozze sono atto grave e santo. E per mostrare questo Io ho preso parte alle nozze e vi ho compiuto il primo miracolo. Ma guai se degenerano in libidine e capriccio. Il matrimonio, contratto naturale fra l'uomo e la donna, d'ora in poi si elevi a contratto spirituale, per il quale le anime di due che si amano giurano di servire il Signore nell'amore reciproco, offerto a Lui in ubbidienza al suo comando di procreazione per dare figli al Signore.

E ancora... Giacomo, ricordi il discorso sul Carmelo? Da allora ti ho parlato di questo. a gli altri non sanno... Avete visto Maria di Lazzaro ungere le mie membra nella cena del sabato a Betania. Vi ho detto allora: "Ella mi ha preparato per la sepoltura". In verità ella lo ha fatto. Non per la sepoltura, ché ella credeva ancora lontano quel dolore, ma per purificare e imbalsamare le mie membra da tutte le impurità della via perché salissi profumato d'olio balsamico al trono. La vita dell'uomo è una via. L'entrata dell'uomo nell'altra vita dovrebbe essere entrata nel Regno. Ogni re è unto e profumato prima di ascendere al suo trono e mostrarsi al suo popolo. Anche il cristiano è un figlio di re che percorre la sua via diretto al regno dove il Padre lo chiama. La morte del cristiano non è che l'entrata nel Regno per ascendere sul trono che il Padre gli ha preparato. Non è spaventosa la morte per colui che non teme Dio sapendosi nella sua grazia. Ma per colui che deve salire sul trono sia purificata da ogni detrito la veste, perché si serbi bella per la risurrezione, e sia purificato lo spirito, perché splenda sul tròno che il Padre gli ha preparato per apparire nella dignità che a figlio di sì gran re si conviene.

Accrescimento della Grazia, cancellazione dei peccati di cui l'uomo abbia pieno pentimento, suscitatrice di ardente anelito al Bene, datrice di forza per il combattimento supremo sia l'unzione data ai morenti cristiani, anzi, ai nascenti cristiani, perché in verità vi dico che chi muore nel Signore nasce alla vita eterna.

Ripetete il gesto di Maria sulle membra degli eletti. E nessuno lo reputi indegno di lui. Io l'ho accettato quell'olio balsamico da una donna. Ogni cristiano se ne tenga onorato come di una grazia suprema da parte della Chiesa di cui è figlio, e lo accetti dal sacerdote per detergersi dalle ultime macchie. E ogni sacerdote sia lieto di fare l'atto d'amore di Maria verso il Cristo penante sul corpo del morente fratello. In verità vi dico che ciò che non avete allora fatto a Me, lasciando che una donna vi superasse, e ora vi pensate con tanto dolore, potete farlo in futuro e per tante volte quante con amore vi curverete su uno che muore per prepararlo all'incontro con Dio. Io sono nei mendichi e nei morenti, nei pellegrini, negli orfani, nelle vedove, nei prigionieri, in chi ha fame, sete o freddo, in chi è addolorato o stanco. Io sono in tutte le membra del mistico mio Corpo che è l'unione dei miei fedeli. Amatemi in essi e riparerete al vostro disamore di tante volte, dandomi grande gioia e dandovi tanta gloria.

Infine considerate che contro voi cospira il mondo, l'età, le malattie, il tempo, le persecuzioni. Non vogliate perciò essere avari di ciò che avete avuto e imprudenti. Trasmettete per questo in Nome mio il Sacerdozio ai migliori fra i discepoli, perché la Terra non resti senza sacerdoti. E sia carattere sacro concesso dopo acuto esame, non verbale ma delle azioni di colui che chiede di essere sacerdote, o di colui che voi giudicate buono ad esserlo. Pensate a ciò che è il Sacerdote. Al bene che può fare. Al male che può fare. Avete avuto l'esempio di ciò che può fare un sacerdozio decaduto dal suo carattere sacro. In verità vi dico che per le colpe del Tempio questa nazione sarà dispersa. Ma anche in verità vi dico che ugualmente sarà distrutta la Terra quando l'abominio della desolazione entrerà nel novello Sacerdozio conducendo gli uomini all'apostasia per abbracciare le dottrine d'inferno. Allora sorgerà il figlio di Satana e i popoli gemeranno in un tremendo spavento, pochi restando fedeli al Signore, e allora anche, fra convulsioni d'orrore, verrà la fine dopo la vittoria di Dio e dei suoi pochi eletti, e l'ira di Dio su tutti i maledetti. Guai, tre volte guai se per quei pochi non ci saranno ancor santi, gli ultimi padiglioni del Tempio di Cristo! Guai, tre volte guai se, a confortare gli ultimi cristiani, non ci saranno veri Sacerdoti come ci saranno per i primi. In verità l'ultima persecuzione sarà orrenda, non essendo persecuzione d'uomini ma del figlio di Satana e dei suoi seguaci. Sacerdoti? Più che sacerdoti dovranno essere quelli dell'ultima ora, tanto feroce sarà la persecuzione delle orde dell'Anticristo. Simili all'uomo vestito di lino, che tanto è santo da stare al fianco del Signore, nella visione di Ezechiele, essi dovranno instancabili segnare con la loro perfezione un Tau sugli spiriti dei pochi fedeli, perché le fiamme d'inferno non cancellino quel segno. Sacerdoti? Angeli. Angeli agitanti il turibolo carico degli incensi delle loro virtù per purificare l'aere dai miasmi di Satana. Angeli? Più che angeli: altri Cristi, altri Me, perché i fedeli dell'ultimo tempo possano perseverare sino alla fine.

Questo dovranno essere. Ma il bene e il male futuro ha radice nel presente. Le valanghe hanno inizio da un fiocco di neve. Un sacerdote indegno, impuro, eretico, infedele, incredulo, tiepido o freddo, spento, insipido, lussurioso, fa un male decuplo di quello di un fedele colpevole degli stessi peccati e trascina molti altri al peccato. La rilassatezza nel Sacerdozio, l'accoglimento di impure dottrine, l'egoismo, l'avidità, la concupiscenza nel Sacerdozio, voi sapete dove sfocia: nel deicidio. Ora, nei secoli futuri, non potrà più essere ucciso il Figlio di Dio, ma la fede in Dio, l'idea di Dio, sì. Perciò sarà compiuto un deicidio ancor più irreparabile, perché senza risurrezione. Oh! si potrà compiere, sì. Io vedo... Si potrà compire per i troppi Giuda di Keriot dei secoli futuri. Orrore...

La mia Chiesa scardinata dai suoi stessi ministri! E Io che la sorreggo con l'aiuto delle vittime. Ed essi, i Sacerdoti, che avranno unicamente la veste e non l'anima del Sacerdote, che aiutano il ribollire delle onde agitate dal Serpente infernale contro la tua barca, o Pietro. In piedi! Sorgi! Trasmetti quest'ordine ai tuoi successori: "Mano al timone, sferza sui naufraghi che hanno voluto naufragare e tentano di far naufragare la barca di Dio". Colpisci, ma salva e procedi. Sii severo, perché sui predoni giusto è il castigo. Difendi il tesoro della fede. Tieni alto il lume come un faro sopra le onde sconvolte, perché quelli che seguono la tua barca vedano e non periscano. Pastore e nauta per i tempi tremendi, raccogli, guida, solleva il mio Vangelo, perché in questo e non in altra scienza è la salute. Verranno i tempi nei quali, così come avvenne a noi d'Israele e ancor più profondamente, il Sacerdozio crederà d'essere classe eletta, perché sa il superfluo e non conosce più l'indispensabile, o lo conosce nella morta forma con cui ora conoscono i sacerdoti la Legge: nella veste di essa, esageratamente aggravata di frange, ma non nel suo spirito. Verranno i tempi nei quali tutti i libri si sostituiranno al Libro, e questo sarà solo usato così come uno che deve forzatamente usare un oggetto lo maneggia meccanicamente così come un contadino ara, semina, raccoglie senza meditare sulla meravigliosa provvidenza che è quel moltiplicarsi di semi che ogni anno si rinnovella: un seme gettato in terra smossa che diviene stelo, spiga, poi farina e poi pane per paterno amore di Dio. Chi, mettendosi in bocca un boccone di pane, alza lo spirito a Colui che ha creato il primo seme e da secoli lo fa rinascere e crescere, dosando le piogge e il calore perché si schiuda e si alzi e maturi senza marcire o senza bruciarsi?

Così verrà il tempo che sarà insegnato il Vangelo scientificamente bene, spiritualmente male. Or' che è la scienza se manca sapienza? Paglia è. Paglia che gonfia e non nutre. E in verità vi dico che un tempo verrà nel quale troppi fra i Sacerdoti saranno simili a gonfi pagliai, superbi pagliai, che staranno impettiti nel loro orgoglio d'esser tanto gonfi, come se da loro si fossero dati tutte quelle spighe che coronarono le paglie, come se ancor le spighe fossero in vetta alle paglie, e crederanno d'esser tutto perché, invece del pugnello di grani, il vero nutrimento che è lo spirito del Vangelo, avranno tutta quella paglia: un mucchio! Un mucchio! Ma può bastare la paglia? Neppure per il ventre del giumento essa basta e, se il padrone dello stesso non corrobora l'animale con biade ed erbe fresche, il giumento nutrito di sola paglia deperisce e anche muore.

Eppure Io vi dico che un tempo verrà nel quale i Sacerdoti, immemori che con poche spighe Io ho istruito gli spiriti alla Verità, e immemori anche di ciò che è costato al loro Signore quel vero pane dello spirito, tratto tutto e solo dalla Sapienza divina, detto dalla divina Parola, dignitoso nella forma dottrinale, instancabile nel ripetersi perché non si smarrissero le verità dette, umile nella forma, senza orpelli di scienze umane, senza completamenti storici e geografici, non si cureranno dell'anima di esso, ma della veste da gettargli sopra per mostrare alle folle quante cose essi sanno, e lo spirito del Vangelo si smarrirà in loro sotto valanghe di scienza umana. E se non lo possiedono, come possono trasmetterlo? Che daranno ai fedeli questi pagliai gonfi? Paglia. Che nutrimento ne avranno gli spiriti dei fedeli? Tanto da trascinare una languente vita. Che frutto matureranno da questo insegnamento e da questa conoscenza imperfetta del Vangelo? Un raffreddarsi dei cuori, un sostituirsi di dottrine eretiche, di dottrine e idee ancor più che eretiche, all'unica, vera Dottrina, un prepararsi il terreno alla Bestia per il suo fugace regno di gelo, di tenebre e orrore. In verità vi dico che, come il Padre e Creatore moltiplica le stelle perché non si spopoli il cielo per quelle che, finita la loro vita, periscono, così ugualmente Io dovrò evangelizzare cento e mille volte dei discepoli che spargerò fra gli uomini e fra i secoli. E anche in verità vi dico che la sorte di questi sarà simile alla mia: la sinagoga e i superbi li perseguiteranno come mi hanno perseguitato. Ma tanto Io che essi abbiamo la nostra ricompensa, quella di fare la volontà di Dio e di servirlo sino alla morte di croce, perché la sua gloria risplenda e la sua conoscenza non perisca.

Ma tu, Pontefice, e voi, Pastori, in voi e nei vostri successori vegliate perché non si perda lo spirito del Vangelo, e instancabilmente pregate lo Spirito Santo perché in voi si rinnovelli una continua Pentecoste - voi non sapete ciò che voglio dire, ma presto lo saprete - onde possiate comprendere tutti gli idiomi e discernere e scegliere le mie voci da quelle della Scimmia di Dio: Satan. E non lasciate cadere nel vuoto le mie voci future. Ognuna di essa è una misericordia mia in vostro aiuto, e tanto più numerose saranno quanto più per ragioni divine Io vedrò che il Cristianesimo ha bisogno di esse per superare le burrasche dei tempi.

Pastore e nauta, Pietro! Pastore e nauta. Non ti basterà un giorno esser pastore se non sarai nauta, ed esser nauta se non sarai pastore. Questo e quello dovrai essere per tenere radunati gli agnelli, che tentacoli infernali e artigli feroci cercheranno di strapparti, o menzognere musiche di promesse impossibili ti sedurranno, e per portare avanti la barca presa da tutti i venti del settentrione e del mezzogiorno e dell'oriente e dell'occidente, schiaffeggiata e sbattuta dalle forze del profondo, saettata dagli arcieri della Bestia, sbruciacchiata dall'alito del dragone e spazzata sui bordi dalla sua coda, di modo che gli imprudenti saranno arsi e periranno precipitando nell'onda sconvolta.

Pastore e nauta nei tempi tremendi... E tua bussola il Vangelo. In esso è la Vita e la Salute. E tutto è detto in esso. Ogni articolo del Codice santo, ogni risposta per i casi molteplici delle anime sono in esso. E fa' che da esso non si scostino Sacerdoti e fedeli. Fa' che non vengano dubbi su esso. Alterazioni ad esso. Sostituzioni e sofisticazioni di esso. Il Vangelo è Me stesso. Dalla nascita alla morte. Nel Vangelo è Dio. Perché in esso sono manifeste le opere del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Il Vangelo è amore. Ho detto: "La mia Parola è Vita". Ho detto: "Dio è carità". Conoscano dunque i popoli la mia Parola e abbiano l'amore in loro, ossia Dio. Per avere il Regno di Dio. Perché chi non è in Dio non ha in sé la Vita. Perché quelli che non accoglieranno la Parola del Padre non potranno essere una sola cosa col Padre, con Me e con lo Spirito Santo in Cielo, e non potranno essere del solo Ovile che è santo così come Io voglio. Non saranno tralci uniti alla Vite, perché chi respinge in tutto o in parte la mia Parola è un membro nel quale più non scorre la linfa della Vite. La mia Parola è succo che nutre, fa crescere e portare frutto.

Tutto questo farete in memoria di Me che ve l'ho insegnato. Molto ancora avrei da dirvi su quanto vi ho detto ora. Ma Io ho soltanto gettato il seme. Lo Spirito Santo ve lo farà germogliare. Ho voluto darvi Io il seme, perché conosco i vostri cuori e so come titubereste di paura per comandi spirituali, immateriali. La paura di un inganno vi paralizzerebbe ogni volontà. Perciò Io per il primo vi ho parlato di tutte le cose. Poi il Paradito vi ricorderà le mie parole e ve le amplificherà nei particolari. E voi non temerete perché ricorderete che il primo seme ve l'ho dato Io. Lasciatevi condurre dallo Spirito Santo. Se la mia Mano era dolce nel guidarvi, la sua Luce è dolcissima. Egli è l'Amore di Dio. Così Io me ne vado contento, perché so che Egli prenderà il mio posto e vi condurrà alla conoscenza di Dio. Ancora non lo conoscete, nonostante tanto vi abbia detto di Lui. Ma non è colpa vostra. Voi avete fatto di tutto per comprendermi e perciò siete giustificati se anche per tre anni avete capito poco. La mancanza della Grazia vi ottundeva lo spirito. Anche ora capite poco, benché la Grazia di Dio sia scesa su voi dalla mia croce. Avete bisogno del Fuoco. Un giorno ho parlato di questo a un di voi, andando lungo le vie del Giordano. L'ora è venuta. Io me ne torno al Padre mio, ma non vi lascio soli perché lascio a voi l'Eucarestia, ossia il vostro Gesù fatto cibo agli uomini. E vi lascio l'Amico: il Paraclito. Esso vi condurrà. Passo le vostre anime dalla mia luce alla sua luce ed Egli compirà la vostra formazione».

«Ci lasci ora? Qui? Su questo monte?». Sono tutti desolati.

«No. Non ancora. Ma il tempo vola e presto sarà quel momento».

«Oh! non mi lasciare sulla Terra senza di Te, Signore. Ti ho amato dalla tua Nascita alla tua Morte, dalla tua Morte alla tua Risurrezione, e sempre. Ma troppo triste sarebbe non saperti più fra noi! Hai ascoltato la preghiera del padre di Eliseo. Hai esaudito tanti. Ascolta la mia, Signore!», supplica Isacco in ginocchio con le mani protese.

«La vita che potresti ancora avere sarebbe predicazione di Me, forse gloria di martirio. Hai saputo esser martire per amore di Me infante, e temi ora di esserlo per Me glorioso?».

«La mia gloria sarebbe seguirti, Signore. Io sono povero e stolto. Tutto quanto potevo dare ho dato con buona volontà. Ora vorrei questo: seguirti. Però sia fatto come Tu vuoi, ora e sempre».

Gesù posa sul capo di Isacco la mano e ve la lascia in una lunga carezza, mentre si rivolge a tutti per dire: «Non avete domande da farmi? Sono le ultime lezioni. Parlate al vostro Maestro... Vedete come i piccoli hanno confidenza con Me?».

Infatti anche oggi Marziam gli appoggia il capo contro il corpo, stringendosi tutto a Gesù, né Isacco ha mostrato ritrosia ad esporre il suo desiderio.

«Veramente... Sì... Abbiamo delle cose da chiedere...», dice Pietro.

«E allora chiedete».

«Ecco... Ieri sera, dopo che ci hai lasciato, parlavamo fra noi su quanto avevi detto. Ora altre parole si affolla no in noi per quanto hai detto. Ieri, e anche oggi, se si riflette bene, Tu hai parlato come se eresie e separazioni dovessero sorgere, e presto. Questo ci fa pensare che dovremo essere molto prudenti verso quelli che vorranno venire fra noi. Perché certo in quelli sarà il seme dell'eresia e della separazione».

«Lo credi? E non è già separato Israele nel venire a Me? Tu questo vuoi dire: che l'Israele che mi ha amato non sarà mai eretico e diviso. Non è vero? Ma fu forse unito mai, da secoli, neppur nella antica formazione? Ed è forse stato unito nel seguirmi? In verità vi dico che la radice dell'eresia è in esso».

«Ma...».

«Ma idolatra e eretico è da secoli sotto l'apparenza esterna di fedeltà. I suoi idoli li conoscete. Le sue eresie pure. I gentili saranno migliori di esso. Per questo Io non li ho esclusi e vi dico di fare ciò che Io ho fatto. Questa sarà per voi una delle cose più difficili. Lo so. Ma ricordate i profeti. Essi profetizzano la vocazione dei gentili e la durezza dei giudei. Perché vorreste chiudere le porte del Regno a quelli che mi amano e vengono alla Luce che la loro anima cercava? Li credete più peccatori di voi perché sino ad ora non hanno conosciuto Dio, perché hanno seguito la loro religione e la seguiranno sinché non saranno attratti dalla nostra? Non dovete. Io vi dico che molte volte sono migliori di voi perché, avendo una religione non santa, sanno essere giusti. Non mancano i giusti in nessuna nazione e religione. Dio osserva le opere degli uomini, non le loro parole. E se vede che un gentile, per giustizia di cuore, fa naturalmente ciò che la Legge del Sinai comanda, perché dovrebbe averlo abbietto? Non è ancor più meritorio che un uomo, che non conosce il comando di Dio a non fare questo o quello perché è male, si imponga da sé un comando di non fare ciò che la sua ragione gli dice non buono e lo segua fedelmente, rispetto al merito molto relativo di chi, conoscendo Dio, il fine dell'uomo e la Legge che permette di conseguirlo, fa continui compromessi e calcoli per adeguare il comando perfetto alla volontà corrotta? Che ve ne pare? Che Dio apprezzi le scappatoie che Israele ha messo all'ubbidienza per non avere molto a sacrificare la sua concupiscenza? Che ve ne pare? Che quando un gentile uscirà dal mondo, giusto al cospetto di Dio per aver seguito la retta legge che la sua coscienza si è imposta, Dio lo giudicherà demone? Io ve lo dico: Dio giudicherà le azioni degli uomini, e il Cristo, Giudice di tutte le genti, premierà quelli nei quali il desiderio dell'anima ebbe voce di intima legge per giungere al fine ultimo dell'uomo, che è riunirsi al suo Creatore, al Dio ignoto per i pagani, ma al Dio che sentono essere vero e santo al di là dello scenario dipinto dei falsi Olimpi. Badate anzi attentamente di non essere voi scandalo ai gentili. Già troppe volte fu deriso il nome di Dio fra i gentili per le opere dei figli del popolo di Dio. Non vogliatevi credere tesorieri assoluti dei miei doni e dei miei meriti. Io sono morto per giudei e per gentili. Il mio Regno sarà di tutte le genti. Non abusate della pazienza con cui Dio vi ha trattati sin qui dicendovi: "A noi tutto è concesso". No. Io ve lo dico. Non c’è più questo o quel popolo. C'è il mio Popolo. E in esso hanno uguale valore i vasi consumatisi nel servizio del Tempio e quelli che vengono deposti ora sulle mense di Dio. Anzi, molti vasi consumatisi nel servizio del Tempio, ma non di Dio, saranno gettati nel cantone e verranno messi in loro vece sull'altare quelli che ancora non conoscono incenso, olio, vino o balsamo, ma sono desiderosi di empirsi di essi e di essere usati per la gloria del Signore. Non esigete molto dai gentili. Basta abbiano la fede e ubbidiscano alla mia Parola. Una nuova circoncisione si sostituisce all'antica. L'uomo è circonciso nel cuore, d'ora in poi; nello spirito, meglio ancora che nel cuore, perché al sangue dei circoncisi, per significare purificazione dalla concupiscenza che escluse Adamo dalla figliolanza divina, si è sostituito il mio Sangue purissimo. Esso è valido nel circonciso e nell'incirconciso nel corpo, purché costui abbia il mio Battesimo e rinunci a Satana, al mondo, alla carne, per amore di Me. Non spregiate gli incirconcisi. Dio non spregiò Abramo. Per la sua giustizia lo elesse a capo del suo Popolo prima ancora che la circoncisione avesse morso le sue carni. Se Dio ha avvicinato Abramo incirconciso, per trasmettergli i suoi comandi, voi potrete avvicinare gli incirconcisi per istruirli nella Legge del Signore. Considerate quanti peccati e a quale peccato sono giunti i circoncisi. Non siate perciò inesorabili verso i gentili».

«Ma dovremo dire loro ciò che ci hai insegnato? Non capiranno nulla, perché non sanno la Legge».

«Voi lo dite. Ma ha forse compreso Israele, che sapeva la Legge e i Profeti?».

«È vero».

«Però fate attenzione. Direte ciò che lo Spirito vi suggerirà di dire, verbalmente, senza paure, senza voler fare da voi. Quando poi sorgeranno fra i fedeli dei falsi profeti, che diranno le loro idee come idee ispirate, e saranno gli eretici, allora voi combattete con mezzi più stabili della parola le loro eretiche dottrine. Ma non vi preoccupate. Lo Spirito Santo vi guiderà. Io non dico mai cosa che non si compia».

«E che ne faremo degli eretici?».

«Combattete con tutte le forze l'eresia in sé stessa, ma con ogni mezzo cercate di convertire al Signore gli eretici. Non stancatevi di cercare le pecore che si sono sviate per riportarle all'Ovile. Pregate, soffrite, fate pregare, fate soffrire, andate elemosinando sacrifici e sofferenze ai puri, ai buoni, ai generosi, perché con queste cose si convertono i fratelli. La Passione di Cristo continua nei cristiani. Non vi ho escluso da questa grande opera che è la Redenzione del mondo. Siete tutti membra di un unico corpo. Aiutatevi fra voi, e chi è forte e sano lavori per i più deboli, e chi è unito tenda le mani e chiami i fratelli lontani».

«Ma ci saranno, dopo esser stati fratelli in un'unica casa?».

«Ci saranno».

«E perché?»

«Per tante ragioni. Porteranno ancora il mio Nome. Se ne glorieranno, anzi, di quel Nome. Lavoreranno a farlo conoscere. Contribuiranno acciò Io sia conosciuto sino agli estremi confini della Terra. Lasciateli fare, perché, ve lo ricordo, chi non è contro di Me è per Me. Ma, poveri figli!, il loro lavoro sarà sempre parziale, i loro meriti sempre imperfetti. Non potranno essere in Me se saranno separati dalla Vite. Le loro opere saranno sempre incomplete. Voi, dico voi, per parlare ai futuri che vi continueranno, siate dove essi sono. Non dite farisaicamente: "Io non vado per non contaminarmi". O pigramente: "Io non vado, perché già c'è chi predica il Signore". O pavidamente: "Io non vado per non essere scacciato da loro". Andate. Io vi dico: andate. A tutte le genti. Sino ai confini del mondo. Perché sia conosciuta tutta la mia Dottrina e la mia Unica Chiesa, e le anime abbiano modo di entrare a farne parte».

«E diremo o scriveremo tutte le tue azioni?».

«Ve l'ho detto. Lo Spirito Santo vi consiglierà su quel che è bene dire o tacere a seconda dei tempi. Voi lo vedete! Quanto Io ho compiuto viene creduto o negato, e talora si fa arma contro di Me, agitato come è da mani che mi odiano. Sono stato detto Belzebù quando, come Maestro e alla presenza di tutti, operavo miracoli. E che diranno ora, quando sapranno che così soprannaturalmente ho agito? Sarò bestemmiato più ancora. E voi sareste perseguitati prima del momento. Perciò tacete sinché sarà l'ora di parlare»…

«Ma se quest'ora venisse quando noi, testimoni, fossimo morti?».

«Nella mia Chiesa saranno sempre sacerdoti, dottori, profeti, esorcisti, confessori, operatori di miracoli, ispirati, quanto occorre ad Essa perché le genti abbiano da Essa quello che è necessario. Il Cielo: la Chiesa trionfante, non lascerà sola la Chiesa docente, e questa soccorrerà la Chiesa militante. Non sono tre corpi. Sono un sol Corpo. Non c'è divisione fra loro, ma comunione d'amore e di fine: amare la Carità, goderla in Cielo suo Regno. Per questo ancora la Chiesa militante dovrà con amore sovvenire ai suffragi della parte di essa che, già destinata alla trionfante, ancora ne è esclusa per l'espiazione soddisfattoria delle mancanze assolte ma non interamente scontate davanti alla perfetta divina Giustizia. Tutto nell'amore e per l'amore deve farsi nel Corpo mistico. Perché l'amore è il sangue che circola in esso. Sovvenite i fratelli purganti. Così come ho detto che le opere di misericordia corporali vi conquistano premio in Cielo, così pure ho detto che ve lo conquistano quelle spirituali. E in verità vi dico che il suffragio ai morti, perché entrino nella pace, è grande opera di misericordia, della quale vi benedirà Iddio e vi saranno riconoscènti i suffragati. Quando, alla risurrezione della carne, sarete tutti raccolti davanti a Cristo Giudice, fra quelli che Io benedirò saranno anche coloro che ebbero amore ai fratelli purganti, offrendo e pregando per la loro pace. Io ve lo dico. Non una delle azioni buone rimarrà senza frutto, e molti splenderanno vivamente in Cielo senza aver predicato, amministrato, compiuto viaggi apostolici, abbracciato stati speciali, ma soltanto per avere pregato e sofferto per dare pace ai purganti, per portare alla conversione i mortali. Anche questi, sacerdoti ignoti al mondo, apostoli sconosciuti, vittime che solo Dio vede, avranno il premio degli operai del Signore, avendo fatto della loro vita un perpetuo sacrificio d'amore per i fratelli e per la gloria di Dio. In verità vi dico che alla vita eterna si giunge per molte vie, e una è questa, ed è tanto cara al mio Cuore. Avete altro da chiedere? Parlate».

«Signore, ieri, e non solo ieri, pensavamo che Tu hai detto: "Voi siederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele". Ma ora siamo in undici...».

«Eleggete il dodicesimo. Tocca a te, Pietro».

«A me? A me no, Signore! Indicalo Tu»

«Io ho eletto i miei Dodici una volta e li ho formati. Poi ho eletto il loro capo. Poi ho dato loro la Grazia e ho infuso lo Spirito Santo. Ora tocca ad essi camminare, ché non sono più lattanti incapaci di farlo».

«Ma dicci almeno dove dobbiamo posare il nostro occhio...».

«Ecco. Questa è la parte eletta del gregge», dice Gesù facendo un cenno circolare su quelli che sono presenti dei settantadue.

«Non noi, Signore. Non noi. Il posto del traditore ci fa paura», supplicano questi.

«Prendiamo Lazzaro. Vuoi, Signore?».

Gesù tace.

«Giuseppe d'Arimatea? Nicodemo?...

Gesù tace.

«Ma sì! Lazzaro prendiamo».

«E all'amico perfetto volete dare quel posto che voi non volete?», dice Gesù.

«Signore, io vorrei dire una parola», dice lo Zelote.

«Parla».

«Lazzaro per tuo amore, ne sono certo, prenderebbe anche quel posto e lo terrebbe in modo così perfetto da far dimenticare di chi era quel posto. Ma non mi pare conveniente farlo per altri motivi. Le virtù spirituali di Lazzaro sono in molti fra gli umili del tuo gregge. E io penso che sarebbe meglio dare a questi la preferenza, perché i fedeli non dicano che si cercò solo il potere e le ricchezze, atto da farisei, in luogo della sola virtù».

«Hai detto bene, Simone. E tanto più hai detto bene in quanto hai parlato con giustizia senza che l'amicizia per Lazzaro ti mettesse bavaglio».

«Facciamo allora Marziam per dodicesimo apostolo. È un fanciullo».

«Io, per cancellare quel vuoto orrendo, accetterei, ma non sono degno. Come potrei parlare, io fanciullo, a chi è adulto? Signore, Tu devi dire se ho ragione».

«Hai ragione. Ma non abbiate fretta. L'ora verrà e stupirete allora di avere tutti un comune pensiero. Pregate, intanto. Io me ne vado. Ritiratevi in orazione. Io vi congedo per ora. Fate di essere tutti per il quattordicesimo di Ziv a Betania».

Si alza, mentre tutti si inginocchiano prostrandosi col volto fra l'erba. Li benedice e la luce, sua ancella che lo annuncia e precede nelle sue venute così come lo accoglie nelle sue dipartite, lo abbraccia e lo nasconde assorbendolo una volta ancora.

636. La Pasqua supplementare

 

L'ordine di Gesù è stato eseguito alla lettera, questa volta, e Betania rigurgita di discepoli. Ne sono pieni i prati, i sentieri, i frutteti, gli uliveti di Lazzaro e, non bastando questi a contenere tanta gente che non vuole danneggiare i beni dell'amico di Gesù, molti sono sparsi anche fra gli uliveti che da Betania conducono a Gerusalemme per le vie dell'Uliveto.

Più vicini alla casa i discepoli di vecchia data, più lontani altri e altri. Visi poco noti o ignoti affatto. Ma chi può ormai più riconoscere tanti volti e nominarli? Io credo che siano centinaia. Ogni tanto, nel rimuginio, un volto o un nome mi ricordano visi visti fra i beneficati e convertiti da Gesù, magari all'ultima ora. Ma è superiore alle mie capacità ricordare tanti di quei volti e di quei nomi, riconoscerli tutti. Sarebbe come pretendere che io avessi riconosciuto chi era fra la folla che si pigiava lungo le vie di Gerusalemme la domenica delle Palme o nel doloroso Venerdì, o copriva il Calvario di un tappeto di volti per lo più contratti dall'odio.

Dalla casa di Simone escono ed entrano gli apostoli, circolando fra la gente a tenerla quieta o a rispondere alle sue domande. Anche Lazzaro e Massimino li aiutano. Dalle porte finestre del piano superiore della casa di Simone si vedono apparire e sparire tutti i volti delle discepole: chiome grigie, chiome brune, fra le quali splendono le teste bionde di Maria di Lazzaro e Aurea. Ogni tanto una viene fuori, a guardare, e poi si ritira. Ci sono tutte, proprio tutte, giovani e vecchie, anche quelle che non sono mai venute, come Sara di Afec. Sulla terrazza giuocano i bambini raccolti da Sara, i nipoti di Anna di Meron, Maria e Mattia, il fanciullo Scialem, che era deforme e che era nipote di Nahum e che ora è felice e sano, e altri ancora. Uno stormo di uccellini felici, sorvegliati da Marziam e da altri discepoli giovinetti come il pastorello di Enon e Jaia di Pella. Vedo ora fra i fanciulli anche il bambino di Sidone che era cieco. Si capisce che suo padre lo ha condotto con sé.

Il sole inizia il tramonto in un sereno splendidissimo.

Pietro si consulta con Lazzaro e con i compagni. «Io dico che sarà bene congedare la gente. Che dite? Anche per oggi non verrà. E molti di questi devono questa sera consumare la piccola Pasqua», dice Pietro.

«Sì. È bene congedarli. Forse il Signore avrà giudicato bene non venire oggi. A Gerusalemme si sono riuniti tutti quelli del Tempio. Non so come è giunta a loro la voce che Egli veniva e...», dice Lazzaro.

«E se così è? Che gli possono più fare?», dice con veemenza il Taddeo.

«Tu dimentichi che essi sono essi. E in queste mie parole è detto tutto. Se anche a Lui nulla possono fare di male, molto male possono fare a costoro, venuti per adorarlo. E il Signore non vuol nuocere ai suoi fedeli. E poi! Credi tu che essi, acciecati dal loro peccato e dal loro pensiero, sempre quello, immutabile, non abbiano, fra il grande contrasto di idee che è nel loro capo, anche quella che il Signore sia risorto, ossia non sia mai morto e sia uscito di là come uno che si sveglia da solo o con la complicità di molti? Voi non sapete che boscaglia selvaggia di pensieri, che groviglio, che tempesta di supposizioni è in loro. Se la sono data per non confessare la verità. Veramente si può dire che i complici di ieri sono divisi, oggi, per la stessa causa che prima li teneva uniti. E qualcuno resta sedotto dalle loro idee. Vedete? Alcuni non sono più fra i discepoli...», dice Lazzaro.

«E lasciali andare! Ne sono venuti altri di migliori. Certo, fra quelli che se ne sono andati sono da cercarsi coloro che hanno detto al Sinedrio che il Signore sarà qui al quattordicesimo del secondo mese. E dopo la delazione non hanno più cuore di venire. Via! Via! Basta di traditori!», dice Bartolomeo.

«Ne avremo sempre, amico! L'uomo!... Troppo cedevole alle impressioni e pressioni. Ma non dobbiamo temere. Il Signore ha detto che non dobbiamo temere», dice lo Zelote.

«E non temiamo. Pochi giorni fa avevamo paura ancora. Vi ricordate? Io, per la mia parte, pensavo con timore al ritorno qui. Ora mi sembra di non aver più quel timore. Ma non mi fido troppo di me, e voi pure non fidatevi troppo del vostro Cefa. Perché ho già mostrato una volta di esser argilla che sfarina, anziché compatto granito. 'Ebbene, congediamo costoro. A te, Lazzaro».

«No, Simon Pietro. A te. Tu sei il capo...», dice Lazzaro benevolmente passando un braccio intorno alle spalle di Pietro e spingendolo così verso la scala e, su per questa, sino al terrazzo che circonda la casa di Simone.

Pietro fa il gesto di parlare, e la gente che è prossima tace, quella più lontana accorre. Pietro attende che i più siano li intorno, poi dice: «Uomini di ogni parte d'Israele, ascoltate. Io vi esorto a tornare in città. Il sole ha iniziato la sua discesa. Andate, dunque. Se Egli verrà, noi ve lo faremo sapere a qualunque costo. Dio sia con voi».

Si ritira, entrando in una stanza ariosa dove sono, intorno alla Vergine, tutte le discepole più fedeli e anche le altre donne che amavano il Signore come Maestro pur senza averlo mai seguito nei suoi pellegrinaggi. E Pietro va a sedersi in un angolino, guardando Maria che gli sorride.

La gente, fuori, si separa lentamente in due parti. Quella di coloro che restano, quella di coloro che tornano in città. Voci di adulti che chiamano i fanciulli, vocette di bambini che rispondono. Poi il brusio cala di tono.

«E ora», dice Pietro, «andremo anche noi...».

«Padre, ma il Signore ha detto che ci sarebbe stato!...»

«Eh! lo so! Ma, come vedi, non è venuto. Ed è il giorno prescritto...».

«Si, e mio fratello ha già preparato per voi ogni cosa, ed ecco qui Marco di Giona che viene per condurvi ed aprirvi il cancello. Ma vengo anche io. Tutti veniamo. Lazzaro ha provveduto per tutti», dice Maria di Magdala.

«E dove consumeremo la cena per tanta gente?».

«Sarà cenacolo il Getsemani stesso. Dentro la casa, la stanza per quelli che Gesù ha detto. Fuori, presso la casa, le tavole degli altri. Così ha voluto».

«Chi? Lazzaro?».

«Il Signore».

«Il Signore? Ma quando è venuto?».

«È venuto... Che ti importa il giorno? È venuto e ha parlato con Lazzaro».

«Io credo che Egli venga, anzi, sia venuto da ognun di noi, anche se ognun di noi non lo dice, serbando quella gioia come la sua perla più cara, che teme persino di mostrare temendo perda la sua luce più bella. I segreti del Re!», dice Bartolomeo e guarda il gruppo delle discepole vergini, che si imporpora nei volti come se il raggio del tramonto le colpisse. Ma è fiamma spirituale di gioia intensa quella che le accende. Maria, la Vergine delle vergini, bianca nella veste di lino, un giglio vestito di candore, china il capo sorridendo senza parlare. Come assomiglia in questo momento alla Verginella dell'Annunciazione!

«Certo... Soli non ci lascia, anche se visibilmente non appare. Io dico che è Lui che mette nel mio povero cuore e nell'ancor più povera mente certi pensieri...», confessa Matteo.

Gli altri non parlano... Si guardano mentre si mettono i mantelli studiandosi a vicenda. Ma la stessa cura con la quale alcuni si coprono il più possibile il volto, a tener celata l'onda di gioia spirituale che riaffiora pensando ai divini incontri segreti, li denuncia per i più favoriti.

«E ditelo! », dicono gli altri. «Non ne siamo gelosi! Non siamo indiscreti a voler sapere. Ma ci conforterà lo sperare che non saremo per sempre privati della sua vista! Ricordatevi le parole di Raffaele a Tobia: "Certo è bene tener nascosto il segreto del re, ma però è onorifico rivelare e pubblicare le opere di Dio". Ha ragione l'angelo di Dio! Tenetevi il segreto delle parole che Egli vi ha date, ma rivelate il suo continuo amore per noi».

Giacomo di Alfeo guarda Maria, come per ricevere da Lei un lume, e visto, dal suo sorriso, che annuisce, dice: «È vero. Ho visto il Signore». Non di più. Ed è l'unico che lo dice. Gli altri due che si sono ben coperti, ossia Giovanni e Pietro, non dicono parola.

Escono tutti e a gruppi, davanti gli undici, poi Lazzaro con le sorelle e le discepole intorno a Maria, ultimi i pastori e molti dei settantadue discepoli. Si incamminano verso Gerusalemme dalla strada alta che conduce all'Uliveto. I bambini rimasti corrono avanti e indietro felici.

Marco insegna una stradicciuola che evita il campo dei Galilei e le zone più battute e conduce direttamente alla cinta novella dell'orto degli Ulivi. Apre, li fa passare, chiude. Molti discepoli bisbigliano fra loro e qualcuno va a interrogare gli apostoli, specie Giovanni. Ma essi fanno cenno di attendere, ché non è l'ora di fare ciò che essi chiedono, e tutti si mettono quieti.

Quanta pace nel vasto uliveto, ancor baciato dall'estremo sole nelle parti più alte, già in ombra nelle parti più basse! Un lene fruscio di vento fra le fronde verd'argento e un lieto cantare di uccelli che salutano il giorno che muore.

Ecco la casetta del custode. Sulla terrazza, che le fa da tetto, Lazzaro ha fatto alzare un padiglione di tende, e la terrazza si è mutata in un aereo cenacolo per coloro fra i discepoli che non hanno potuto un mese prima consumare la Pasqua. Giù, sulla piccola aia ben pulita, altre tavole. Dentro la casa, nella stanza migliore, la tavola delle discepole.

Vengono portati, alle diverse tavole di quelli che non hanno fatto la Pasqua, gli agnelli arrostiti, le lattughe, gli azzimi e la salsa rossastra, e deposto sulle mense il calice del rito. Su quella delle donne però non c'è il calice di rito, ma tante coppe quante le commensali. Si capisce che le donne erano esonerate da questo lato della cerimonia. Sulle tavole di quelli che hanno già consumato la Pasqua al tempo giusto è l'agnello, ma mancano gli azzimi e le lattughe con la salsa rossastra. Lazzaro e Massimino sopraintendono ad ogni cosa. E Lazzaro si curva su Pietro per dirgli qualcosa, che fa agitare violentemente il capo all'apostolo in una denegazione ostinata.

«Eppure... tocca a te», dice Filippo che è al suo fianco.

Ma Pietro indica Giacomo d'Alfeo: «A questo tocca».

Intanto che discutono così, ecco il Signore apparire all'inizio della piccola aia e salutare: «La pace a voi».

Tutti si alzano in piedi e il rumore avverte le donne di ciò che avviene. Stanno per uscire, ma Gesù entra in casa salutando esse pure.

Maria dice: «Figlio mio!», e lo venera più profondamente di tutti, insegnando con quel gesto che, per quanto Gesù possa essere amico, amico e congiunto tanto da esser persino figlio, è sempre Dio, e da Dio va venerato. Venerato sempre, con lo spirito adorante, anche se il suo amore per noi è così pieno da spingerlo a concedersi in tutta confidenza, da Fratello e Sposo nostro.

«La pace a te, Madre. Sedete, mangiate. Io salgo là sopra dove Marziam attende il suo premio».

Torna ad uscire per salire la scaletta e chiama forte: «Simon Pietro e Giacomo d'Alfeo. Venite».

I due nominati salgono dietro di Lui e Gesù si siede alla tavola di centro dove è Marziam, dicendo ai due apostoli: «Voi farete ciò che vi dirò», e al capo della tavola, che è Mattia: «Inizia il banchetto pasquale».

Gesù ha Marziam, questa sera, al suo lato, al posto dove era Giovanni l'altra volta. Pietro e Giacomo sono dietro le spalle del Signore in attesa dei suoi ordini.

E con lo stesso rituale della Cena pasquale si svolge questa: gli inni, le domande, le libazioni. Non so se alle altre tavole sia la stessa cosa. Là dove è Gesù io mi affisso, sol che un suo volere non mi obblighi a vedere altro, e di tutto mi smemoro per contemplare il mio Signore, che ora offre i bocconi migliori del suo agnello - Egli lo ha preso sul piatto ma non ne mangia, come non prende lattughe né salsa, né beve al calice - che ora offre i bocconi migliori a Marziam, che è addirittura beato.

Gesù ha fatto sul principio un cenno a Pietro di chinarsi e ascoltarlo, e Pietro, dopo averlo ascoltato, ha detto forte: «A questo momento il Signore offerse per noi tutti il calice, essendo Padre e Capo della sua Famiglia».

Ora fa un nuovo cenno a Pietro, che di nuovo lo ascolta e poi si rialza per dire: «E a questo punto il Signore si cinse per purificarci e insegnarci come fare noi stessi per consumare degnamente il Sacrificio eucaristico».

La cena procede sinché ad un altro cenno Pietro dice ancora: «In questo momento il Signore, preso il pane e il vino, lo offerse, e pregando li benedisse, e fattene le parti le distribuì a noi dicendo: "Questo è il mio Corpo e questo è il mio Sangue del nuovo Testamento eterno, che per voi e per molti sarà sparso in remissione dei peccati"».

Gesù si alza in piedi. È maestosissimo. Ordina a Pietro e a Giacomo di prendere un pane e farlo in minuti bocconi e di empire di vino un calice, il più grande che sia sulle tavole. Essi ubbidiscono e tengono davanti a Lui il pane e il vino, e Gesù stende su essi le sue Mani, pregando senza altro atto che lo sguardo rapito...

«Distribuite la frazione del pane e porgete il calice fraterno. Tutte le volte che così farete, lo farete in memoria di Me».

I due apostoli ubbidiscono, tutti venerabondi...

Gesù, mentre avviene la distribuzione delle Specie, scende dalle donne. Penso, ma non vedo perché non entro dove esse sono, che Gesù comunichi sua Madre con le sue stesse Mani. Un pensiero mio. Non so se risponda a verità. Ma non capirei perché se ne sarebbe andato là se non per fare questo.

Poi torna sulla terrazza. Non si siede più. La cena volge al termine.

Egli dice: «Tutto è consumato?».

«Tutto è consumato, Signore».

«Così feci Io sulla Croce. Alzatevi. Preghiamo».

Stende le braccia come fosse in croce e intona la preghiera del Padre nostro.

 

Non so perché piango. Penso che forse è l'ultima volta che gliela sento dire... E, come nessun pittore o scultore potrà mai darci la vera effigie di Gesù, così nessuno, per santo che sia, potrà dire così virilmente e dolcemente insieme il Pater noster. Ne avrò sempre una grande nostalgia di questi Pater sentiti da Gesù, vero colloquio di anima col Padre amatissimo e adoratissimo dei Cieli, grido di onore, ubbidienza, fede, sommissione, umiltà, misericordia, desiderio, fiducia... tutto!

 

«Andate! E la Grazia del Signore sia in voi tutti e la sua pace vi accompagni», licenzia Gesù. E si licenzia in un fulgore di luce che supera di gran lunga il chiarore della luna, ormai piena e alta sull'Orto silente, e quello dei lumi messi sulle tavole.

Non una voce. Lacrime sui volti, adorazioni nei cuori... e null'altro...

La notte veglia e conosce, insieme agli angeli, i palpiti di quei benedetti.

637. Addio alla Madre prima di ascendere al Padre

        Tutto noi abbiamo per Maria

 

Vedo sempre la stanza abitata da Maria. I segni della Passione sono scomparsi.

La Vergine è seduta e legge. Devono essere libri sacri, perché non legge certo altro in quel rotolo che ha per le mani. Non è più torturata. Il suo viso è rimasto più grave di avanti la Passione, più maturo. Ma non è più quel tragico viso. Ora è maestoso ma sereno.

Sembra mattina, perché vi è già un bel sole che dall'aperta finestra entra nella quieta stanza, ma si vede che il giardino, chiuso da alte mura, su cui si apre la finestra, è ancora tutto fresco di rugiada.

Entra Gesù. Ha ancora la sua splendida veste del mattino della Risurrezione. Il suo Volto emana fulgore e le sue Ferite sono piccoli soli.

Maria si inginocchia sorridendo e poi si alza e lo bacia sulla Mano destra. Gesù la stringe al Cuore e la bacia in fronte, sorridendo, e le chiede un bacio che Maria dà pure sulla Fronte.

«Mamma. Il mio tempo di sosta sulla Terra è finito. Ascendo al Padre. Sono venuto a darti un particolare addio ed a mostrarmi a te ancora una volta così come sarò in Cielo. Non ho potuto mostrarmi agli uomini con questa veste di splendore. Non avrebbero potuto sopportare la bellezza del mio Corpo glorificato. Essa è troppo superiore alle loro possibilità. Ma a te, Mamma, si. E vengo a letificarti ancora una volta con essa.

Bacia le mie Ferite. Che Io senta in Cielo il profumo delle tue labbra e che a te rimanga su esse la dolcezza del mio Sangue.

Ma sta' sicura, Mamma, che Io non ti lascerò mai. Uscirò dal tuo cuore quei pochi istanti necessari alla consacrazione del Pane e del Vino per tornarvi poi, dopo essermi staccato da te a fatica, con un' ansia d'amore pari alla tua, o mio Cielo vivo di cui Io sono il Cielo.

Non saremo mai tanto uniti come d'ora in poi. Prima c'era la mia incapacità embrionale, poi la mia puerizia, e poi la lotta della vita e del lavoro, e poi la missione, e poi la Croce e il Sepolcro a tenermi lontano e impedito a dirti quanto Io ti amo. Ma ora sarò in te non più creatura che si forma, non più presso a te fra gli ostacoli del mondo che interdice la fusione di due che si amano. Ora sarò in te come Dio, e nulla, nulla nella Terra e nel Cielo sarà atto a separare Me da te, tu da Me, Madre santa. Ti dirò parole di ineffabile amore, ti darò carezze di mesprimibile dolcezza. E tu mi amerai per chi non mi ama.

Oh! Tu colmi la misura dell'amore, che il mondo non darà al Cristo, col tuo amore perfetto, Mamma. Perciò, più che un addio, il mio è il saluto di chi esce per un momento, come andassi a coglier rose e gigli in questo giardino fiorito. Ma ti porterò dal Cielo altre rose ed altri gigli più belli di questi qui fioriti. Te ne empirò il cuore, Mamma, per farti dimenticare il puzzo della Terra, che non vuole essere santa, e anticiparti l'aura del beato Paradiso, dove sei attesa da tanto amore.

E l'Amore, che non sa attendere, verrà su te fra dieci giorni. Fàtti bella della tua più bella letizia, o Madre Vergine, ché il tuo Sposo viene. L'inverno è passato... le vigne in fiore mandano il loro profùmo, ed Egli canta: "Sorgi, o tutta bella. Vieni, o mia Sposa, sarai coronata". Del suo Fuoco ti coronerà, o Santa, e ti farà felice del suo Spirito, che si infonderà in te con tutti i suoi splendori, o Regina della Sapienza, sua Regina, che hai saputo comprenderlo sin dal mattino della tua vita ed amarlo come creatura al mondo mai amò.

Madre. Io salgo al Padre nostro. Su te, Benedetta, la benedizione del tuo Figlio».

Maria raggia nell'estasi, nella stanza che rimane luminosa della luce di Cristo.

 

Dice Gesù:

«Non discutete, o uomini, se era o non era possibile che Io mutassi veste. Non ero più l'Uomo legato alle necessità dell'uomo. Avevo l'Universo di sgabello ai miei piedi e tutte le potenze come serve ubbidienti. E se, mentre ero l'Evangelizzatore, avevo potuto trasfigurarmi sul Tabor, non avrò potuto, divenuto il Cristo glorioso, trasfigurarmi per la Madre mia? Anzi, no: cambiarmi per gli uomini ed apparire ad Essa così come ero ormai: divino, glorioso, trasfigurato, da Uomo quale mi mostravo a tutti, in Quello che ero in realtà. Mi aveva pur visto, povera Madre, trasfigurato dai patimenti. Era giusto mi vedesse trasfigurato dalla Gloria.

Non discutete se Io potevo essere realmente in Maria. Se voi dite che Dio è in Cielo e in Terra e in ogni luogo, perché potete dubitare che Io potessi essere contemporaneamente in Cielo e nel Cuore di Maria, che era un vivo Cielo? Se voi credete che Io sia nel Sacramento e chiuso nei vostri cibori, perché potete dubitare che Io fossi in questo purissimo e ardentissimo Ciborio che era il Cuore di mia Madre?

Che cosa è l'Eucarestia? È il mio Corpo e il mio Sangue uniti alla mia Anima e alla mia Divinità. Ebbene, quando Ella si incinse di Me, che aveva nel seno di diverso? Non aveva il Figlio di Dio, il Verbo del Padre col suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità? Voi non mi avete forse perché Maria mi ha avuto e mi ha dato a voi dopo avermi portato per nove mesi? Ebbene, come Io ho lasciato il Cielo per dimorare nel seno di Maria, così, ora che lasciavo la Terra, eleggevo il seno di Maria per mio Ciborio. E quale ciborio, in quale cattedrale, più bello e santo di questo?

La Comunione è un miracolo di amore che Io ho fatto per voi, uomini. Ma, in cima al mio pensiero d'amore, raggiava il pensiero di infinito amore di poter vivere con mia Madre e di farla vivere con Me sinché non fossimo riuniti in Cielo.

Il primo miracolo lo feci per la gioia di Maria, a Cana di Galilea. L'ultimo miracolo, anzi gli ultimi miracoli, per il conforto di Maria, a Gerusalemme. L'Eucarestia e il velo della Veronica. Questo, per dare una stilla di miele all'amaritudine della Desolata. Quello, per non farle sentire che non c'era più Gesù sulla Terra.

Tutto, tutto, tutto, ma capitelo una volta, voi avete per Maria! Dovreste amarla e benedirla ad ogni vostro respiro.

Il velo della Veronica è anche un pungolo alla vostra anima scettica. Confrontate, voi che procedete per aridi esami, o razionalisti, o tiepidi, o vacillanti nella fede, il Volto del Sudario e quello della Sindone. L'uno è il Volto d'un vivo, l'altro quello d'un morto. Ma lunghezza, larghezza, caratteri somatici, forma, caratteristiche, sono uguali. Sovrapponete le immagini. Vedrete che corrispondono. Sono Io. Io che ho voluto ricordarvi come ero e come ero divenuto per amore di voi. Se non foste dei perduti, dei ciechi, dovrebbero bastare quei due Volti a portarvi all'amore, al pentimento, a Dio.

Il Figlio di Dio vi lascia benedicendovi col Padre e collo Spirito Santo».

 

638. Ultimi ammaestramenti nel Getsemani e commiato

        Ascensione di Gesù al Padre

 

Gesù - è appena un rosare di aurora ad oriente - passeggia con sua Madre per le balze del Getsemani. Non vi sono parole, solo sguardi d'indicibile amore. Forse le parole sono già state dette. Forse non sono mai state dette. Hanno parlato le due anime: quella del Cristo, quella della Madre del Cristo. Ora è contemplazione d'amore, reciproca contemplazione. La conosce la natura rugiadosa, la pura luce del mattino, la conoscono le gentili creature di Dio che sono le erbe, i fiori, gli uccelli, le farfalle. Gli uomini sono assenti.

 

Io mi sento persino a disagio ad esser presente a questo addio. «Signore, io non ne sono degna!», esclamo fra le lacrime che mi cadono, mirando l'ultima ora di unione terrena fra la Madre e il Figlio e pensando che siamo giunti al termine della amorosa fatica, tanto Gesù, che Maria, che il povero, piccolo, indegno fanciullo che Gesù ha voluto testimone di tutto il tempo messianico e che ha nome Maria, ma che Gesù ama chiamare «il piccolo Giovanni», o anche la «violetta della Croce».

Si. Piccolo Giovanni. Piccolo, perché sono un niente. Giovanni, perché sono proprio quella a cui Dio ha fatto grandi grazie, e perché, in misura infinitesimale - ma è tutto ciò che possiedo, e dando tutto ciò che possiedo so di dare in misura perfetta che accontenta Gesù, perché è il «tutto» del mio niente - e perché, in misura infinitesimale, io, come il grande Giovanni diletto, ho dato tutto il mio amore a Gesù e a Maria, condividendo con loro lacrime e sorrisi, seguendoli angosciata di vederli afflitti e di non poterli difendere dal livore del mondo a costo della mia stessa vita, ed ora palpitante del palpito del loro cuore per ciò che finisce per sempre...

Violetta, sì. Una violetta che ha cercato di stare nascosta fra l'erbe perché Gesù non la schivasse, Egli che amava tutte le cose create perché opera del Padre suo, ma mi premesse sotto il suo piede divino, ed io potessi morire esalando il mio tenue profumo nello sforzo di addolcirgli il contatto con la terra scabra e dura. Violetta della Croce, sì. E il suo Sangue ha empito il mio calice sino a farlo piegare al suolo...

Oh! mio Diletto che, prima, del tuo Sangue mi hai colmata, facendomi contemplare i tuoi Piedi feriti, inchiodati al legno, «... e ai piedi della croce era una pianticina di mammole in fiore, e gocciavano le stille del Sangue divino sulla pianticina di mammole in fiore...».

Ricordo lontano e così sempre vicino e presente! Preparazione a ciò che poi fui: il tuo portavoce che ora è tutto asperso del tuo Sangue, dei tuoi sudori e lacrime, del pianto di Maria tua Madre, ma che anche conosce le tue parole, i tuoi sorrisi, tutto, tutto di Te, e non più di mammole odora ma di Te solo, Amore mio unico e solo, di quel profumo divino che cullò ieri sera il mio dolore e che viene su me, dolce come un bacio, consolatore come il Cielo stesso, e mi fa dimenticare tutto per vivere di Te solo...

La tua promessa è in me. So che non ti perderò. Me lo hai promesso e la tua promessa è sincera: è di Dio. Ti avrò ancora, sempre. Solo se io peccassi di superbia, menzogna, disubbidienza, ti perderei, Tu lo hai detto, ma Tu lo sai che, con la tua Grazia a sostegno della mia volontà, io non voglio peccare, e spero di non peccare perché Tu mi sosterrai. Non sono una quercia, lo so. Sono una violetta. Uno stelo fragile che può piegare per il piede di un uccellino e anche per il peso di uno scarabeo. Ma Tu sei la mia forza, o Signore. E l'amore per Te è la mia ala.

Non ti perderò. Me lo hai promesso. Verrai tutto per me, per dare gioia alla tua morente violetta. Ma non sono egoista, Signore. Tu lo sai. Tu sai che vorrei non vederti più io, ma che ti vedessero molti altri e credessero in Te. A me già tanto hai dato, e io non ne son degna. Veramente mi hai amata come Tu solo sai amare i tuoi figli diletti.

Io penso come era dolce vederti «vivere», Uomo fra gli uomini. E penso che non ti vedrò più così. Tutto è stato visto e detto.

So anche che Tu non ti cancellerai dal mio pensiero nelle tue azioni di Uomo fra gli uomini, e che non avrò bisogno di libri per ricordarti quale realmente fosti: basterà che io guardi dentro di me, dove tutta la tua vita è fissata a caratteri indelebili. Ma era dolce, dolce...

Ora Tu ascendi... La Terra ti perde. Maria della Croce ti perde, Maestro Salvatore. Resterai a lei come Dio dolcissimo, e non più Sangue ma miele celeste verserai nel calice violaceo della tua violetta... Io piango... Sono stata tua discepola insieme alle altre per le vie montane, selvose, o aride, polverose della pianura, sul lago e presso il bel fiume, della tua Patria. Ora Tu te ne vai e non vedrò più altro che nel ricordo Betlem e Nazaret sui loro colli verdi d'ulivi, e Gerico ardente di sole e frusciante di palme, e Betania amica, e Engaddi perla smarrita nei deserti, e la Samaria bella, e le pianure opime di Saron e Esdrelon, e il bizzarro altopiano d'Oltre Giordano, e l'incubo del mar Morto, e le città solari della sponda mediterranea, e Gerusalemme, la città del tuo dolore, i suoi sali e scendi, gli archivolti, le piazze, i sobborghi, i pozzi e cisterne, i colli e persino la triste valle dei lebbrosi dove tanta tua misericordia si è effusa... E la casa del Cenacolo... la fontanella che piange lì presso... il ponticello sul Cedron, il luogo del tuo sudor sanguigno... il cortile del Pretorio...

Ah, no! quel che è tuo dolore è qui. Resterà sempre... Dovrò ricercare tutti i ricordi per trovarli, ma la tua orazione nel Getsemani, la tua flagellazione, la tua ascesa al Golgota, la tua agonia e morte, e il dolore di tua Madre, no, non avrò da cercarli: sono presenti sempre. Forse li dimenticherò in Paradiso... e mi pare impossibile poterli dimenticare persino là... Tutto ricordo di quelle atroci ore. Persino la forma della pietra sulla quale sei caduto. Persino il boccio di rosa rossa che batteva, e pareva una goccia di sangue, sul granito, contro la chiusura del tuo sepolcro...

Amore mio divinissimo, la tua Passione vive nel mio pensiero... e me se ne frange il cuore...

 

L'aurora è sorta completamente. Già il sole è alto e gli apostoli fanno sentire le loro voci. È un segnale per Gesù e Maria. Si fermano. Si guardano, l'Uno di fronte all'Altra, e poi Gesù apre le braccia e accoglie sul petto sua Madre...

Oh! era ben un Uomo, un Figlio di Donna! Per crederlo basta guardare questo addio! L'amore trabocca in pioggia di baci sulla Madre amatissima. L'amore copre di baci il Figlio amatissimo. Sembra non si possano più separare. Quando pare che stiano per farlo, un altro abbraccio li unisce ancora, e fra i baci parole di reciproca benedizione... Oh! è proprio il Figlio dell'uomo che lascia Colei che lo ha generato! È proprio la Madre che congeda, per renderla al Padre, la sua Creatura, il Pegno dell'Amore alla Purissima... Dio che bacia la Madre di Dio!...

Infine la Donna, come creatura, si inginocchia ai piedi del suo Dio, che è pur suo Figlio, e il Figlio, che è Dio, impone le mani sul capo della Madre Vergine, dell'eterna Amata, e la benedice nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e poi si china e la rialza, deponendole un ultimo bacio sulla fronte bianca come petalo di giglio sotto l'oro dei capelli così giovanili ancora...

Vanno di nuovo verso casa, e nessuno, vedendo con quale pacatezza procedono l'Uno a fianco all'Altra, penserebbe a quell'onda di amore che li ha soverchiati poco prima. Ma quale differenza anche, in questo addio, dalla mestizia di altri addii ormai superati e dallo strazio dell'addio della Madre al Figlio ucciso che doveva essere lasciato solo nel Sepolcro!... In questo, se pure gli occhi sono lucidi del naturale pianto di chi si sta per separare dall'Amato, le labbra sorridono nella gioia di sapere che questo Amato va nella Dimora che alla sua Gloria si conviene...

«Signore! Là fuori sono, fra il monte e Betania, tutti quelli che Tu avevi detto a tua Madre di voler benedire oggi», dice Pietro.

«Va bene. Ora andremo da loro. Ma prima venite. Voglio dividere ancora con voi il pane».

Entrano nella stanza dove dieci giorni prima erano le donne per la cena del quattordicesimo giorno del secondo mese. Maria accompagna Gesù sino là, poi si ritira. Restano Gesù e gli undici.

Sulla tavola vi è della carne arrostita, formagelli e ulive piccole e nere, una piccola anfora di vino e una più grande d'acqua e dei larghi pani. Tavola semplice, non apparecchiata per una cerimonia di lusso, ma solo per necessità di cibo.

Gesù offre e fa le parti. E al centro fra Pietro e Giacomo d'Alfeo. Li ha chiamati Lui a quei posti. Giovanni, Giuda d'Alfeo e Giacomo gli sono di fronte, e Tommaso, Filippo, Matteo a un lato, Andrea, Bartolomeo e lo Zelote sull'altro. Così tutti possono vedere il loro Gesù... Pasto breve, silenzioso. Gli apostoli, giunti all'ultimo giorno di vicinanza con Gesù, e nonostante le successive apparizioni, collettive o singole, dalla Risurrezione in poi, tutte amore, non hanno mai più perduto quel venerabondo ritegno che ha caratterizzato i loro incontri con Gesù Risorto.

Il pasto è finito. Gesù apre le mani al di sopra della tavola, col suo atto abituale davanti ad un fatto ineluttabile, e dice:

«Ecco. È venuta l'ora che Io debbo lasciarvi per tornare al Padre mio. Ascoltate le ultime parole del vostro Maestro.

Non allontanatevi da Gerusalemme in questi giorni. Lazzaro, al quale ho parlato, ha provveduto una volta ancora a fare realtà i desideri del suo Maestro e cede a voi la casa dell'ultima Cena, perché abbiate una dimora nella quale raccogliere l'adunanza e raccogliervi in preghiera. State là dentro in questi giorni e pregate assiduamente per prepararvi alla venuta dello Spirito Santo, che vi completerà per la vostra missione. Ricordatevi che Io, che pure ero Dio, mi sono preparato con una severa penitenza al mio ministero di Evangelizzatore. Sempre più facile e sempre più breve sarà la vostra preparazione. Ma non esigo altro da voi. Mi basta solo che preghiate assiduamente, in unione coi settantadue e sotto la guida di mia Madre, che vi raccomando con premura di Figlio. Ella vi sarà Madre e Maestra di amore e sapienza perfetta. Avrei potuto mandarvi altrove per prepararvi a ricevere lo Spirito Santo, ma voglio invece che qui rimaniate, perché è Gerusalemme negatrice che deve stupire per la continuazione dei prodigi divini, dati a risposta delle sue negazioni.

Dopo, lo Spirito Santo vi farà comprendere la necessità che la Chiesa sorga proprio in questa città che, giudicando umanamente, è la più indegna di averla. Ma Gerusalemme è sempre Gerusalemme, anche se il peccato la colma e se qui si è compiuto il deicidio. Nulla gioverà per essa. È condannata. Ma, se condannata essa è, non tutti condannati sono i suoi cittadini. State qui per i pochi giusti che essa ha nel suo seno, e state qui perché questa è la città regale e la città del Tempio, e perché, come è predetto dai profeti, qui, dove è stato unto e acclamato e innalzato il Re Messia, qui deve avere inizio il suo regno sul mondo, e qui ancora, dove da Dio ha libello di ripudio la sinagoga per i suoi troppo orrendi delitti, deve sorgere il Tempio nuovo al quale accorreranno genti d'ogni nazione. Leggete i profeti. In essi tutto è predetto. Mia Madre prima, poscia lo Spirito Paraclito, vi faranno comprendere le parole dei profeti per questo tempo. Rimanete qui sino a quando Gerusalemme ripudierà voi come mi ha ripudiato e odierà la mia Chiesa come ha odiato Me, covando disegni per sterminarla. Allora portatela altrove, la sede di questa mia Chiesa diletta, perché essa non deve perire.

Io ve lo dico: neppur l'inferno prevarrà su essa. Ma, se Dio vi assicura la sua protezione, non tentate il Cielo esigendo tutto dal Cielo.

Andate in Efraim come vi andò il vostro Maestro perché non era l'ora di esser preso dai nemici. Vi dico Efraim per dirvi terra di idoli e pagani. Ma non sarà Efraim di Palestina che dovete eleggere a sede della Chiesa mia. Ricordatevi quante volte, a voi uniti o a un di voi singolarmente, ho parlato di questo, predicendovi che avreste dovuto calcare le vie della Terra per giungere al cuore di essa e là fissare la mia Chiesa. È dal cuore dell'uomo che il sangue si propaga per tutte le membra. È dal cuore del mondo che il Cristianesimo si deve propagare a tutta la Terra.

Per ora la mia Chiesa è simile a creatura già concepita ma che ancora si forma nella matrice. Gerusalemme è la sua matrice, e nel suo interno il cuore ancor piccolo, intorno al quale si radunano le poche membra della Chiesa nascente, dà le sue piccole onde di sangue a queste membra. Ma, giunta l'ora che Dio ha segnata, la matrice matrigna espellerà la creatura formatasi nel suo seno, ed essa andrà in una terra nuova, e là crescerà divenendo grande Corpo, esteso a tutta la Terra, e i battiti del forte cuore della Chiesa si propagheranno a tutto il gran Corpo. I battiti del cuor della Chiesa, affrancatasi da ogni legame col Tempio, eterna e vittoriosa sulle rovine del Tempio perito e distrutto, vivente nel cuore del mondo, a dire ad ebrei e gentili che Dio solo trionfa e vuole ciò che vuole, e che né livore di uomini né schiere di idoli arrestano il suo volere.

Ma questo verrà poi, e in quel tempo voi saprete cosa fare. Lo Spirito di Dio vi condurrà. Non temete.

Per ora raccogliete in Gerusalemme la prima adunanza dei fedeli. Poi altre adunanze si formeranno più il numero di essi crescerà. In verità vi dico che i cittadini del mio Regno aumenteranno rapidamente come semi gettati in ottima terra. Il mio popolo si propagherà per tutta la Terra.

Il Signore dice al Signore: "Siccome Tu hai fatto questo e per Me non ti sei risparmiato, Io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del cielo e come le arene che sono sul lido del mare. La tua progenie possederà la porta dei suoi nemici e nella tua progenie saranno benedette tutte le nazioni della Terra". Benedizione è il mio Nome, il mio Segno e la mia Legge, là dove sono conosciuti sovrani.

Sta per venire lo Spirito Santo, il Santificatore, e voi ne sarete ripieni. Fate d'esser puri come tutto quello che deve avvicinare il Signore. Ero Signore Io pure come Esso. Ma avevo indossato sulla mia Divinità una veste per potere stare fra voi, e non solo per ammaestrarvi e redimervi con gli organi e il sangue di essa veste, ma anche per portare il Santo dei santi fra gli uomini, senza la sconvenienza che ogni uomo, anche impuro, potesse posare gli occhi su Colui che temono di mirare i Serafini.

Ma lo Spirito Santo verrà senza velo di carne e si poserà su voi e scenderà in voi coi suoi sette doni e vi consiglierà.

Ora, il consiglio di Dio è cosa così sublime che occorre prepararsi ad esso con una volontà eroica di una perfezione che vi faccia somiglianti al Padre vostro e al vostro Gesù, e al vostro Gesù nei suoi rapporti col Padre e con lo Spirito Santo. Quindi, carità perfetta e purezza perfetta, per poter comprendere l'Amore e riceverlo sul trono del cuore.

Perdetevi nel gorgo della contemplazione. Sforzatevi di dimenticare che siete uomini e sforzatevi a mutarvi in serafini. Lanciatevi nella fornace, nelle fiamme della contemplazione. La contemplazione di Dio è simile a scintilla che scocca dall'urto della selce contro l'acciarino e suscita fuoco e luce. È purificazione il fuoco che consuma la materia opaca e sempre impura e la trasmuta in fiamma luminosa e pura.

Non avrete il Regno di Dio in voi se non avrete l'amore. Perché il Regno di Dio è l'amore, e appare con l'Amore, e per l'Amore si instaura nei vostri cuori in mezzo ai fulgori di una luce immensa che penetra e feconda, leva le ignoranze, dà le sapienze, divora l'uomo e crea il dio, il figlio di Dio, il mio fratello, il re del trono che Dio ha preparato per coloro che si dànno a Dio per avere Dio, Dio, Dio, Dio solo. Siate dunque puri e santi per l'orazione ardente che santifica l'uomo, perché lo immerge nel fuoco di Dio che è la carità.

Voi dovete essere santi. Non nel senso relativo che questa parola aveva sinora, ma nel senso assoluto che Io ho dato alla stessa proponendovi la santità del Signore per esempio e limite, ossia la santità perfetta. Fra noi è chiamato santo il Tempio, santo il luogo dove è l'altare, Santo dei santi il luogo velato dove è l'arca e il propiziatorio. Ma in verità vi dico che coloro che possiedono la Grazia e vivono in santità per amor del Signore sono più santi del Santo dei santi, perché Dio non si posa soltanto su essi, come sul propiziatorio che è nel Tempio per dare i suoi ordini, ma abita in essi per dare ad essi i suoi amori.

Ricordate le mie parole dell'ultima Cena? Vi avevo promesso allora lo Spirito Santo. Ecco, Egli sta per venire a battezzarvi non già con l'acqua, come ha fatto con voi Giovanni preparandovi a Me, ma col fuoco per prepararvi a servire il Signore così come Egli vuole da voi. Ecco, Egli sarà qui, di qui a non molti giorni. E dopo la sua venuta le vostre capacità aumenteranno senza misura, e voi sarete capaci di comprendere le parole del vostro Re e fare le opere che Egli vi ha detto di fare per estendere il suo Regno sulla Terra».

«Ricostruirai allora, dopo la venuta dello Spirito Santo, il Regno d'Israele?», gli chiedono interrompendolo.

«Non ci sarà più Regno d'Israele. Ma il mio Regno. Ed esso sarà compiuto quando il Padre ha detto. Non sta a voi di sapere i tempi e i momenti che il Padre si è riservato in suo potere. Ma voi, intanto, riceverete la virtù dello Spirito Santo che verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, in Giudea, e in Samaria, e sino ai confini della Terra, fondando le adunanze là dove siano uomini riuniti nel mio Nome; battezzando le genti nel Nome Ss. del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, così come vi ho detto, perché abbiano la Grazia e vivano nel Signore; predicando il Vangelo a tutte le creature, insegnando ciò che vi ho insegnato, facendo ciò che vi ho comandato di fare.

Ed Io sarò con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.

E questo voglio ancora. Che a presiedere l'adunanza di Gerusalemme sia Giacomo, fratello mio.

Pietro, come capo di tutta la Chiesa, dovrà sovente intraprendere viaggi apostolici, perché tutti i neofiti desidereranno conoscere il Pontefice capo supremo della Chiesa. Ma grande sarà l'ascendente che sui fedeli di questa prima Chiesa avrà il fratello mio. Gli uomini sono sempre uomini e vedono da uomini. Parrà loro che Giacomo sia una continuazione di Me, solo perché mi è fratello. In verità Io dico che più grande, e somigliante al Cristo, egli è per sapienza che per parentela. Ma così è. Gli uomini, che non mi cercavano mentre ero fra loro, ora cercheranno Me in colui che mi è parente. Tu, poi, Simon Pietro, sei destinato ad altri onori...».

«Che non merito, Signore. Te lo dissi quando mi apparisti e ancor te lo dico alla presenza di tutti. Tu sei buono, divinamente buono, oltreché sapiente, e giustamente hai giudicato me, che ti ho rinnegato in questa città, non adatto di esserne il capo spirituale. Tu mi vuoi risparmiare da tanti giusti scherni... »

«Tutti fummo uguali meno due, Simone. Io pure sono fuggito. Non per questo, ma per le ragioni che ha detto, il Signore ha destinato me a questo posto; ma tu sei il mio Capo, Simone di Giona, ed io tale ti riconosco, e alla presenza del Signore e di tutti i compagni ti professo ubbidienza. Ti darò ciò che posso per aiutarti nel tuo ministero, ma, te ne prego, dammi i tuoi ordini, perché tu sei il Capo ed io il suddito. Quando il Signore mi ha ricordato un discorso lontano, io ho chinato il capo dicendo: "Sia fatto ciò che Tu vuoi". Così lo dirò a te dal momento che, avendoci lasciati il Signore, tu ne sarai il Rappresentante in Terra. E ci ameremo aiutandoci nel ministero sacerdotale», dice Giacomo inchinandosi dal suo posto per rendere omaggio a Pietro.

«Sì. Amatevi fra voi, aiutandovi scambievolmente, perché questo è il comandamento nuovo e il segno che voi siete veramente di Cristo.

Non turbatevi per nessuna ragione. Dio è con voi. Voi potete fare ciò che Io voglio da voi. Non vi imporrei delle cose che non potreste fare, perché non voglio la vostra rovina, ma anzi la vostra gloria.

Ecco. Io vado a preparare il vostro posto a fianco del mio trono. State uniti a Me e al Padre nell'amore. Perdonate al mondo che vi odia. Chiamate figli e fratelli quelli che vengono a voi, o già sono con voi per amor mio.

State nella quiete di sapermi sempre pronto ad aiutarvi a portare la vostra croce. Io sarò con voi nelle fatiche del vostro ministero e nell'ora delle persecuzioni, e non perirete, non soccomberete, anche se ciò sembrerà a quelli che vedono con gli occhi del mondo. Sarete gravati, addolorati, stanchi, torturati, ma il mio gaudio sarà in voi, perché Io vi aiuterò in ogni cosa. In verità vi dico che, quando avrete ad Amico l'Amore, capirete che ogni cosa subita e vissuta per amor mio diviene leggera, anche se è tortura pesante del mondo. Perché a colui che riveste ogni sua azione, volontaria o impostagli, di amore, muta il giogo della vita e del mondo in giogo a lui dato da Dio, da Me. Ed Io vi ripeto che il mio carico è sempre proporzionato alle vostre forze e il mio giogo è leggero perché Io vi aiuto a portarlo.

Voi lo sapete che il mondo non sa amare. Ma voi d'ora in poi amate il mondo di amor soprannaturale, per insegnargli ad amare. E se vi diranno, vedendovi perseguitati: "Così vi ama Dio? Facendovi soffrire, dandovi dolore? Allora non merita conto esser di Dio", rispondete: "Il dolore non viene da Dio. Ma Dio lo permette, e noi ne sappiamo la ragione e ci gloriamo di avere la parte che ebbe Gesù Salvatore, Figlio di Dio". Rispondete: "Noi ci gloriamo di esser confitti alla croce e di continuare la Passione del nostro Gesù". Rispondete con le parole della Sapienza: "La morte e il dolore sono entrati nel mondo per invidia del demonio, ma Dio non è autore della morte e del dolore e non gode del dolore dei viventi. Tutte le cose di Lui sono vita e tutte sono salutari". Rispondete: "Al presente noi sembriamo perseguitati e vinti, ma nel giorno di Dio, cambiate le sorti, noi giusti, perseguitati sulla Terra, staremo gloriosi davanti a coloro che ci vessarono e disprezzarono".

Però anche dite loro: "Venite a noi! Venite alla Vita e alla Pace. Il nostro Signore non vuole la vostra rovina, ma la salute vostra. Per questo ha dato il suo Figlio diletto, acciò voi tutti foste salvati".

E rallegratevi di partecipare ai patimenti miei per poter essere con Me nella gloria.

"Io sarò la vostra ricompensa oltremodo grande", promette in Abramo il Signore a tutti i suoi servi fedeli. Voi sapete come si conquista il Regno dei Cieli: con la forza, e vi si giunge attraverso a molte tribolazioni. Ma colui che persevera come Io ho perseverato sarà dove Io sono. Io ve l'ho detto quale è la via e la porta che conducono nel Regno dei Cieli, e Io per primo ho camminato per quella e sono tornato al Padre per quella. Se ve ne fosse un'altra ve l'avrei insegnata, perché ho pietà della vostra debolezza d'uomini. Ma non ve ne è un'altra... Indicandovela come unica via e unica porta, anche vi dico, vi ripeto quale è la medicina che dà forza per percorrerla ed entrare. È l'amore. Sempre l'amore. Tutto diviene possibile quando in noi è l'amore. E tutto l'amore vi darà l'Amore che vi ama, se voi chiederete in Nome mio tanto amore da divenire atleti nella santità.

Ora diamoci il bacio d'addio, o amici miei dilettissimi».

Si alza per abbracciarli. Tutti lo imitano. Ma, mentre Gesù ha un sorriso pacifico, di una bellezza veramente divina, essi piangono, tutti turbati, e Giovanni, abbandonandosi sul petto di Gesù, scuotendosi tutto nei singhiozzi che gli rompono il petto tanto sono laceranti, chiede, per tutti, intuendo il desiderio di tutti: «Dacci almeno il tuo Pane, che ci fortifichi in quest'ora!».

«Così sia!», gli risponde Gesù. E preso un pane lo spezza dopo averlo offerto e benedetto, ripetendo le parole rituali. E lo stesso fa col vino, ripetendo poi: «Fate questo in memoria di Me», aggiungendo: «che vi ho lasciato questo pegno del mio amore per essere ancora e sempre con voi sinché voi sarete con Me in Cielo». Li benedice e dice: «Ed ora andiamo».

Escono dalla stanza, dalla casa...

Giona, Maria e Marco sono lì fuori, e si inginocchiano adorando Gesù.

«La pace resti con voi. E vi compensi il Signore di quanto mi avete dato», dice Gesù benedicendoli nel passare.

Marco si alza dicendo: «Signore, gli uliveti lungo la via di Betania sono pieni di discepoli che ti attendono».

«Va' a dire loro che si dirigano al campo dei Galilei».

Marco sfreccia via con tutta la velocità delle sue giovani gambe.

«Sono venuti tutti, allora», dicono gli apostoli fra loro.

Più là seduta fra Marziam e Maria Cleofe, è la Madre del Signore. E si alza vedendolo venire, adorandolo con tutto il palpito del suo cuore di Madre e di fedele.

«Vieni, Madre, anche tu, Maria...», invita Gesù vedendole ferme, inchiodate dalla sua maestà che sfolgora come nel mattino della Risurrezione.

Ma Gesù non vuole opprimere con questa sua maestà, e domanda, affabilmente, a Maria d'Alfeo: «Sei tu sola?».

«Le altre... le altre sono avanti... Coi pastori e... con Lazzaro e tutta la sua famiglia... Ma ci hanno lasciate qui noi, perché... Oh! Gesù! Gesù! Gesù!... Come farò a non vederti più, Gesù benedetto, Dio mio, io che ti ho amato prima ancor che fossi nato, io che ho tanto pianto per Te quando non sapevo dove eri dopo la strage... io che ho avuto il mio sole nel tuo sorriso da quando sei tornato, e tutto, tutto il mio bene?... Quanto bene! Quanto bene mi hai dato!... Ora si che divento veramente povera, vedova, sola!... Finché c'eri Tu, c'era tutto!... Credevo di aver conosciuto tutto il dolore quella sera... Ma il dolore stesso, tutto quel dolore di quel giorno mi aveva inebetita e... si, era meno forte di ora... E poi... c’era che risorgevi. Mi pareva di non crederlo, ma mi accorgo adesso che lo credevo, perché non sentivo questo che sento ora...», piange e ansima, tanto il pianto la soffoca.

«Maria buona, ti affliggi proprio come un bambino che crede che la madre non lo ami e l'abbia abbandonato, perché è andata in città a comperargli doni che lo faranno felice, e che presto sarà a lui di ritorno per coprirlo di carezze e di regali. E non faccio così Io con te? Non vado per prepararti la gioia? Non vado per tornare a dirti: "Vieni, parente e discepola diletta, madre dei miei diletti discepoli"? Non ti lascio il mio amore? Te lo dono il mio amore, Maria! Tu lo sai se ti amo! Non piangere così, ma giubila, perché non mi vedrai più vilipeso e affaticato, non più inseguito e ricco solo dell'amore di pochi. E col mio amore ti lascio mia Madre. Giovanni le sarà figlio, ma tu siile buona sorella come sempre. Vedi? Ella non piange, la Madre mia. Ella sa che, se la nostalgia di Me sarà la lima che consumerà il suo cuore, l'attesa sarà sempre breve rispetto alla grande gioia di una eternità di unione, e sa anche che non sarà questa separazione nostra così assoluta da farle dire: "Non ho più Figlio". Quello era il grido di dolore del giorno del dolore. Ora nel suo cuore canta la speranza: "Io so che mio Figlio sale al Padre, ma non mi lascerà senza i suoi spirituali amori". Così credi tu, e tutti... Ecco gli altri e le altre. Ecco i miei pastori».

I volti di Lazzaro e delle sorelle framezzo a tutti i servi di Betania, il volto di Giovanna simile a rosa sotto un velo di pioggia, e quello di Elisa e di Niche, già segnati dall'età - e ora le rughe si approfondiscono per la pena, sempre pena per la creatura anche se l'anima giubila per il trionfo del Signore - e quello di Anastasica, e i volti liliali delle prime vergini, e l'ascetico volto di Isacco, e quello ispirato di Mattia, e il volto virile di Mannaen, e quelli austeri di Giuseppe e Nicodemo... Volti, volti, volti...

Gesù chiama a Sé i pastori, Lazzaro, Giuseppe, Nicodemo, Mannaen, Massimino e gli altri dei settantadue discepoli. Ma tiene vicino specialmente i pastori dicendo loro: «Qui. Voi vicini al Signore che era venuto dal Cielo, curvi sul suo annichilimento, voi vicini al Signore che al Cielo ritorna, con gli spiriti gioenti della sua glorificazione. Avete meritato questo posto, perché avete saputo credere contro ogni circostanza in sfavore e avete saputo soffrire per la vostra fede. Io vi ringrazio del vostro amore fedele. Tutti vi ringrazio. Tu, Lazzaro amico. Tu Giuseppe e tu Nicodemo, pietosi al Cristo quando esserlo poteva essere grande pericolo. Tu Mannaen, che hai saputo disprezzare i sozzi favori di un immondo per camminare nella mia via. Tu, Stefano, fiorita corona di giustizia, che hai lasciato l'imperfetto per il perfetto e sarai coronato di un sertò che ancor non conosci ma che ti annunceranno gli angeli. Tu Giovanni, per breve tempo fratello al seno purissimo e venuto alla Luce più che alla vista. Tu Nicolai, che proselite hai saputo consolarmi del dolore dei figli di questa nazione. E voi discepole buone e forti, nella vostra dolcezza, più di Giuditta. E tu Marziam, mio fanciullo, e d'ora in poi prendi il nome di Marziale, a ricordo del fanciullo romano ucciso per via e deposto al cancello di Lazzaro col cartiglio di sfida: "E ora di' al Galileo che ti resusciti, se è il Cristo e se è risorto", ultimo degli innocenti che in Palestina persero la vita per servire Me anche incoscientemente, e primo degli innocenti di ogni nazione che, venuti al Cristo, saranno per questo odiati e spenti anzitempo, come bocci di fiori strappati allo stelo prima che s'aprano in fiore. E questo nome, o Marziale, ti indichi il tuo destino futuro: sii apostolo in barbare terre e conquistale al tuo Signore come il mio amore conquistò il fanciullo romano al Cielo. Tutti, tutti benedetti da Me in questo addio, invocandovi dal Padre la ricompensa di coloro che hanno consolato il doloroso cammino del Figlio dell'uomo. Benedetta l'Umanità nella sua porzione eletta che è nei giudei come nei gentili, e che si è manifestata nell'amore che ebbe per Me. Benedetta la Terra con le sue erbe e i suoi fiori, i suoi frutti che mi hanno dato diletto e ristoro tante volte. Benedetta la Terra con le sue acque e i suoi tepori, per gli uccelli e gli animali che molte volte superarono l'uomo nel dare conforto al Figlio dell'uomo. Benedetto tu, sole, e tu mare, e voi monti, colline, pianure. Benedette voi, stelle che mi siete state compagne nella notturna preghiera e nel dolore. E tu, luna, che mi hai fatto lume all'andare nel mio pellegrinaggio di Evangelizzatore. Tutte, tutte benedette, voi, creature, opere del Padre mio, mie compagne in quest'ora mortale, amiche a Colui che aveva lasciato il Cielo per togliere alla tribolata Umanità i triboli della Colpa che separa da Dio. E benedetti anche voi, strumenti innocenti della mia tortura: spine, metalli, legno, canape ritorte, perché mi avete aiutato a compiere la Volontà del Padre mio!».

Che voce tonante ha Gesù! Si spande nell'aria tepida e cheta come voce di un bronzo percosso, si propaga in onde sul mare di volti che lo guardano da ogni direzione. Io dico che sono delle centinaia di persone quelle che circondano Gesù che ascende, coi più diletti, verso la cima dell'Uliveto. Ma Gesù, giunto vicino al campo dei Galilei, vuoto di tende in questo periodo fra l'una e l'altra festa, ordina ai discepoli: «Fate fermare la gente dove è, e poi seguitemi».

Sale ancora, sino alla cima più alta del monte, quella che è già più prossima a Betania, che domina dall'alto, che non a Gerusalemme. Stretti a Lui la Madre, gli apostoli, Lazzaro, i pastori e Marziam. Più in là, a semicerchio a tenere indietro la folla dei fedeli, gli altri discepoli.

Gesù è in piedi su una larga pietra un poco sporgente, biancheggiante fra l'erba verde di una radura. Il sole lo investe facendo biancheggiare come neve la sua veste e rilucere come oro i suoi capelli. Gli occhi sfavillano di una luce divina.

Apre le braccia in un gesto di abbraccio. Pare voglia stringersi al seno tutte le moltitudini della Terra che il suo spirito vede rappresentate in quella turba.

La sua indimenticabile, inimitabile voce dà l'ultimo comando: «Andate! Andate in mio Nome ad evangelizzare le genti sino agli estremi confini della Terra. Dio sia con voi. Il suo amore vi conforti, la sua luce vi guidi, la sua pace dimori in voi sino alla vita eterna».

Si trasfigura in bellezza. Bello! Bello come e più che sul Tabor. Cadono tutti in ginocchio adorando. Egli, mentre già si solleva dalla pietra su cui posa, cerca ancora una volta il volto di sua Madre, e il suo sorriso raggiunge una potenza che nessuno potrà mai rendere... E il suo ultimo addio alla Madre. Sale, sale... Il sole, ancor più libero di baciarlo, ora che nessuna fronda anche lieve intercetta il cammino ai suoi raggi, colpisce dei suoi fulgori il Dio-Uomo che ascende col suo Corpo Ss. al Cielo, e ne svela le Piaghe gloriose che splendono come rubini vivi. Il resto è un perlaceo ridere di luce. È veramente la Luce che si manifesta per ciò che è, in quest'ultimo istante come nella notte natalizia. Sfavilla il Creato della luce del Cristo che ascende. Luce che supera quella del sole. Luce sovrumana e beatissima. Luce che scende dal Cielo incontro alla Luce che sale...

E Gesù Cristo, il Verbo di Dio, dispare alla vista degli uomini in questo oceano di splendori...

In terra due unici rumori nel silenzio profondo della folla estatica: il grido di Maria quando Egli scompare: «Gesù!», e il pianto di Isacco.

Gli altri sono ammutoliti di religioso stupore, e restano là, come in attesa, finché due luci angeliche candidissime, in forma mortale, appaiono dicendo le parole riportate nel capo primo degli Atti Apostolici.

 

639. L'elezione di Mattia

 

È una placida sera. La luce decade dolcemente facendo del cielo, poc'anzi porpureo, un delicato velano d'ametista. Presto sarà buio, ma per ora ancora è luce, ed è dolce questa luce serotina languida dopo tanto ardore di sole.

Il cortile della casa del Cenacolo, vasto fra i muri bianchi della casa, è pieno di gente come nelle sere dopo la Risurrezione. E da questa gente raccolta sale un brusio concorde di preghiere, interrotte ogni tanto da pause di meditazione.

Calando sempre più la luce nel cortile, chiuso fra le alte mura della casa, alcuni portano dei lumi che mettono sul tavolo presso il quale sono radunati gli apostoli: Pietro al centro, al suo fianco Giacomo d'Alfeo e Giovanni, poi gli altri. La luce palpitante delle fiammelle illumina di sotto in su i volti apostolici, dando grande risalto ai loro tratti e mostrando le loro espressioni: concentrata quella di Pietro, come tesa nello sforzo di fare degnamente queste prime funzioni del suo ministero; di una mitezza ascetica quella di Giacomo d'Alfeo; serena e sognante quella di Giovanni, e al suo fianco il viso di pensatore di Bartolomeo, seguito da quello pieno di vivacità di Tommaso e poi da quello di Andrea, velato dalla sua umiltà che lo fa stare ad occhi quasi chiusi, un poco chino: pare che dica "io non sono degno"; vicino a lui Matteo, un gomito puntato sulla mano dell'altro braccio, la guancia appoggiata sulla mano del braccio sorretto; e, dopo Giacomo d'Alfeo, il Taddeo dal viso d'imperio e dallo sguardo così ricordante, nel colore e nell'espressione, quello di Gesù: un vero dominatore di folle. Anche ora tiene quieta l'assemblea, tenendola sotto il fuoco dei suoi occhi più che non lo facciano tutti gli altri presi insieme; eppure, dalla sua involontaria imponenza regale si vede affiorare il sentimento compunto del cuore, specie quando viene il suo turno di intonare una preghiera. Quando dice il salmo: «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome da' gloria per la tua misericordia e fedeltà, perché non abbiano a dire le nazioni: "Dove è il loro Dio?"», egli prega realmente con l'anima inginocchiata davanti a Colui che lo ha eletto, e il sentimento più forte nel suo interno vibra nella sua voce; anche egli dice con tutto il suo pregare: «io non son degno di servire Te, così perfetto». Filippo, al suo fianco, volto già segnato dagli anni sebbene ancor nell'età virile, sembra uno che contempli uno spettacolo noto a lui solo, e sta con le mani premute contro le guance, un poco chino e un poco mesto... mentre lo Zelote guarda in alto, lontano, e ha un intimo sorriso che gli fa più bello il volto non bello ma attraente per la sua signorilità austera. Giacomo di Zebedeo, tutto impulso e fremiti, dice le sue preghiere come ancora parlasse al Maestro amato, e il 12° salmo esce irruente dal suo spirito acceso.

Terminano col lungo e bellissimo salmo 118°, che dicono una strofa per uno, ripetendo per due volte il turno per compire il numero delle strofe. Poi si raccolgono tutti in silenzio sinché Pietro, che si è seduto, sorge in piedi come sotto l'impulso di un'ispirazione, pregando forte a braccia aperte come faceva il Signore: «Manda a noi il tuo Spirito, o Signore, perché noi si possa vedere nella sua Luce».

«Maran-atà», dicono tutti.

Pietro si raccoglie in un intenso e muto pregare, ma forse è più un ascoltare che un pregare, o per lo meno un attendere parole di luce... Poi alza il capo di nuovo e di nuovo disserra le braccia che aveva incrociate sul petto e, poiché è piccolo rispetto ai più, sale sul suo sedile per dominare la piccola folla che si assiepa nel cortile e per essere visto da tutti. E tutti, comprendendo che ha da parlare, tacciono guardandolo attenti.

«Fratelli miei, era necessario che si adempisse quella Scrittura predetta dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, il quale fu di guida a coloro che catturarono il Signore e Maestro nostro benedetto: Gesù. Egli, Giuda, era uno dei nostri ed ebbe la sorte di questo ministero. Ma la sua elezione si mutò per lui in rovina, perché Satana entrò in lui per molte vie e da apostolo di Gesù lo fece traditore del suo Signore. Credette di trionfare e godere e vendicarsi così del Santo, che aveva deluso le speranze immonde del suo cuore pieno di ogni concupiscenza. Ma allor che credeva di trionfare e godere, comprese che l'uomo che si fa schiavo di Satana, della carne, del mondo, non trionfa, ma anzi morde la polvere come chi è sconfitto. E conobbe che il sapore dei cibi dati dall'uomo e da Satana è amarissimo e diverso totalmente dal pane soave e semplice che Dio dà ai suoi figli. E allora conobbe la disperazione e odiò tutto il mondo dopo avere odiato Dio, e maledisse tutto ciò che il mondo gli aveva dato, e si dette la morte appiccandosi ad un ulivo dell'uliveto che si era comperato con le sue iniquità, e il giorno che il Cristo risorse glorioso da morte il suo corpo putrido e già verminoso crepò e le sue viscere si sparsero a terra a pie' dell'ulivo, rendendo immondo quel luogo.

Sul Golgota piovve il Sangue redentore e purificò la Terra, perché era il Sangue del Figlio di Dio incarnatosi per noi. Sul colle che è presso al luogo dell'infame Consiglio non sangue, non lacrime di rimorso buono, ma lordure di viscere sfatte piovvero sulla polvere. Perché non poteva nessun altro sangue mescolarsi a quello santissimo in quei giorni di purificazione, nei quali l'Agnello ci lavava nel suo Sangue, e men che mai poteva la Terra, che beveva il Sangue del Figlio di Dio, bere anche il sangue del figlio di Satana.

La cosa è risaputa. E con questo si sa ancora che, nel suo furore di dannato, Giuda riportò nel Tempio il denaro dell'infame mercato percuotendo con esso, immondo, il volto del Sommo Sacerdote. E si sa che con quel denaro, preso dal Tesoro del Tempio, ma che in esso più non poteva venire riversato perché era prezzo di sangue, i principi dei Sacerdoti e gli Anziani, consigliatisi fra loro, hanno comperato il campo del vasaio, così come avevano detto le profezie specificando persino il prezzo di esso. E il luogo passerà alle storie dei secoli col nome di Aceldama. E tutto quanto è di Giuda così è detto, e sparisca di fra mezzo a noi anche il ricordo del suo volto, ma si abbia presente le vie per le quali da vocato dal Signore al Regno celeste scese ad esser principe nel Regno delle tenebre eterne, onde non calcarle imprudentemente noi pure divenendo altri Giuda, per la Parola che Dio ci ha affidata e che è ancora il Cristo, Maestro fra noi.

Però sta scritto nel libro dei Salmi: "Diventi la loro abitazione deserta, né vi sia chi la abiti e il suo ufficio lo prenda un altro". Bisogna dunque che di questi uomini, i quali sono stati insieme con noi per tutto il tempo in cui il Signore Gesù è stato con noi, andando e venendo, a cominciare dal Battesimo da parte di Giovanni fino al giorno in cui di mezzo a noi fu assunto al Cielo, uno sia con noi costituito testimone della Risurrezione di Lui. E occorre farlo con sollecitudine, perché sia presente con noi al Battesimo di Fuoco, del quale il Signore ci ha parlato, onde egli pure, che non ricevette lo Spirito Santo dal Maestro Ss., lo riceva direttamente da Dio e ne sia santificato e illuminato, ed abbia le virtù che noi avremo, e possa giudicare e rimettere e fare ciò che noi faremo, e siano validi e santi i suoi atti.

Io proporrei di scegliere costui fra i fedelissimi fra i fedeli discepoli, quelli che già hanno patito per Lui rimanendogli fedeli anche quando Egli era l'Ignorato dal mondo. Molti di essi vengono a noi da Giovanni Precursore del Messia, animi modellati da anni al servizio di Dio. Il Signore li aveva molto cari, e carissimo fra essi Isacco, che tanto aveva patito per causa di Gesù infante. Ma voi lo sapete che il suo cuore si è spezzato nella notte che seguì l'Ascensione del Signore. Non lo rimpiangiamo. Egli è ricongiunto al suo Signore. Era l'unico desiderio del suo cuore... È anche il nostro... Ma noi dobbiamo patire la nostra passione. Isacco l'aveva già patita. Proponete dunque voi qualche nome fra questi, onde si possa eleggere il dodicesimo apostolo secondo gli usi del nostro popolo, lasciando nelle occorrenze più gravi al Signore altissimo la potestà di indicare, Lui che sa».

Si consultano fra loro. Non passa molto tempo che i più importanti discepoli (fra i non pastori), di comune accordo con i dieci apostoli, comunicano a Pietro che essi propongono Giuseppe figlio di Giuseppe di Saba, per onorare il padre, martire per Cristo col figlio discepolo fedele, e Mattia, per le stesse ragioni del primo e inoltre per onorare anche il suo primo maestro: Giovanni.

E avendo accettato Pietro il loro consiglio, fanno venire avanti al tavolo i due, e pregano intanto con le braccia tese in avanti nella posa abituale degli ebrei: «Tu, Signore altissimo, Padre, Figlio e Spirito Santo, unico e trino Iddio, che conosci i cùori di tutti, mostra quale di questi due Tu hai scelto a prendere in questo ministero e apostolato il posto dal quale prevaricò Giuda, per andare al posto di lui». «Maran-atà», fanno coro tutti.

Non avendo dadi o altra cosa con cui tirare la sorte, e non volendo usare denaro per questa funzione, prendono dei sassetti sparsi nel cortile, dei poveri sassolini, tanti di bianchi, tanti di scuri, in numero uguale, decidendo che quelli bianchi sono per Mattia e gli altri per Giuseppe, e li chiudono in una borsa che vuotano da ciò che conteneva, la scuotono e la offrono a Pietro che, tracciato su essa un gesto di benedizione, vi immerge la mano e, pregando con gli occhi al cielo che si è fiorito di stelle, estrae un sasso: bianco come neve.

Il Signore ha indicato Mattia per successore di Giuda.

Pietro passa sul davanti della tavola e lo abbraccia «per farlo simile a lui», dice.

Anche gli altri dieci ripetono lo stesso gesto fra le acclamazioni della piccola folla.

In ultimo Pietro, dopo esser tornato al suo posto tenendo per mano l'eletto che tiene al suo fianco - così Pietro è ora fra Mattia e Giacomo d'Alfeo - dice: «Vieni al posto che Dio ti ha serbato e cancella con la tua giustizia il ricordo di Giuda, aiutando noi, tuoi fratelli, a compiere le opere che Gesù Ss. ci ha detto di compiere. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia sempre con te».

Si volge a tutti congedandoli...

Mentre i discepoli sfollano lentamente da una uscita secondaria, gli apostoli rientrano nella casa conducendo Mattia a Maria, che è raccolta in preghiera nella sua stanza, perché anche dalla Madre di Dio il novello apostolo riceva la parola di saluto e di elezione.

 

640. La discesa dello Spirito Santo. Fine del ciclo messianico

 

Non ci sono voci e rumori nella casa del Cenacolo. Non c'è presenza di discepoli, almeno io non sento nulla che mi autorizzi a dire che in altri ambienti della casa siano raccolte delle persone. Ci sono soltanto la presenza e le voci dei Dodici e di Maria Ss., raccolti nella sala della Cena.

Sembra più ampia la stanza, perché le suppellettili, messe diversamente, lasciano libero tutto il centro della stanza e anche due delle pareti. Contro la terza è spinto il tavolone usato per la Cena, e fra esso e il muro, e anche ai due dei lati più stretti del tavolo, sono messi i sedili-lettucci usati nella Cena e lo sgabello usato da Gesù per la lavanda dei piedi. Però non sono, questi lettucci, messi verticalmente alla tavola, come per la Cena, ma parallelamente, di modo che gli apostoli possono stare seduti senza occuparli tutti, pur lasciando un sedile, l'unico messo verticale rispetto alla tavola, tutto per la Vergine benedetta, che è al centro della tavola, al posto che nella Cena occupava Gesù.

La tavola è nuda di tovaglie e stoviglie, nude le credenze, denudati i muri dei loro ornamenti. Solo il lampadario arde al centro, ma con la sola fiamma centrale accesa; l'altro giro di fiammelle che fanno da corolla al bizzarro lampadario sono spente.

Le finestre sono chiuse e sbarrate dalla pesante sbarra di ferro che le traversa. Ma un raggio di sole si infiltra baldanzoso da un forellino e scende come un ago lungo e sottile sino al pavimento, dove mette un occhiolino di sole.

La Vergine, seduta sola sul suo sedile, ha ai lati, sui lettucci, Pietro e Giovanni: alla destra Pietro, alla sinistra Giovanni. Mattia, il novello apostolo, è tra Giacomo d'Alfeo e il Taddeo. Davanti a Lei, la Madonna ha un cofano largo e basso di legno scuro, chiuso.

Maria è vestita di azzurro cupo. Ha sui capelli il velo bianco e sopra questo il lembo del suo manto. Gli altri sono tutti a capo scoperto.

Maria legge lentamente a voce alta. Ma, per la poca luce che giunge sin là, io credo che più che leggere Ella ripeta a memoria le parole scritte sul rotolo che Ella tiene spiegato. Gli altri la seguono in silenzio, meditando. Ogni tanto rispondono se ne è il caso.

Maria ha il viso trasfigurato da un sorriso estatico. Chissà cosa vede di così capace da accenderle gli occhi, come due stelle chiare, e da arrossarle le guance d'avorio, come se su Lei si riflettesse una fiamma rosata? È veramente la mistica Rosa...

Gli apostoli si sporgono in avanti, stando un poco per sbieco, per vederla in viso mentre così dolcemente sorride e legge, e pare la sua voce un canto d'angelo. E Pietro se ne commuove tanto che due lucciconi gli cascano dagli occhi e per un sentiero di rughe, incise ai lati del suo naso, scendono a perdersi nel cespuglio della barba brizzolata. Ma Giovanni riflette il sorriso verginale e si accende come Lei di amore, mentre segue col suo sguardo ciò che la Vergine legge sul rotolo e, quando le porge un nuovo rotolo, la guarda e le sorride.

La lettura è finita. Cessa la voce di Maria. Cessa il fruscio delle pergamene svolte e avvolte. Maria si raccoglie in orazione segreta, congiungendo le mani sul petto e appoggiando il capo contro il cofano. Gli apostoli la imitano...

Un rombo fortissimo e armonico, che ha del vento e dell'arpa, che ha del canto umano e della voce di un organo perfetto, risuona improvviso nel silenzio del mattino. Si avvicina, sempre più armonico e più forte, ed empie delle sue vibrazioni la Terra, le propaga e imprime alla casa, alle pareti, alle suppellettili. La fiamma del lampadario, sino allora immobile nella pace della stanza chiusa, palpita come se un vento l'investisse, e le catenelle della lumiera tintinnano vibrando sotto l'onda di suono soprannaturale che le investe.

Gli apostoli alzano il capo sbigottiti e, come quel fragore bellissimo, in cui sono tutte le note più belle che Dio abbia dato ai Cieli e alla Terra, si fa sempre più vicino, alcuni si alzano pronti a fuggire, altri si rannicchiano al suolo coprendosi il capo con le mani e il manto, o battendosi il petto domandando perdono al Signore, altri ancora si stringono a Maria, troppo spaventati per conservare quel ritegno verso la Purissima che hanno sempre. Solo Giovanni non si spaventa, perché vede la pace luminosa di gioia che si accentua sul volto di Maria, che alza il capo sorridendo ad una cosa nota a Lei sola e che poi scivola in ginocchio aprendo le braccia, e le due ali azzurre del suo manto così aperto si stendono su Pietro e Giovanni, che l'hanno imitata inginocchiandosi. Ma tutto ciò, che io ho tenuto minuti a descrivere, si è fatto in men di un minuto.

E poi ecco la Luce, il Fuoco, lo Spirito Santo, entrare, con un ultimo fragore melodico, in forma di globo lucentissimo, ardentissimo, nella stanza chiusa, senza che porta o finestra sia mossa, e rimanere librato per un attimo sul capo di Maria, a un tre palmi dalla sua testa, che ora è scoperta, perché Maria, vedendo il Fuoco Paraclito, ha alzato le braccia come per invocarlo e gettato indietro il capo con un grido di gioia, con un sorriso d'amore senza confini. E dopo quell'attimo in cui tutto il Fuoco dello Spirito Santo, tutto l'Amore è raccolto sulla sua Sposa, il Globo Ss. si scinde in tredici fiamme canore e lucentissime, di una luce che nessun paragone terreno può descrivere, e scende a baciare la fronte di ogni apostolo.

Ma la fiamma che scende su Maria non è una lingua di fiamma dritta sulla fronte che bacia, ma è una corona che abbraccia e cinge come un serto il capo verginale, incoronando Regina la Figlia, la Madre, la Sposa di Dio, l'incorruttibile Vergine, la Tutta Bella, l'eterna Amata e l'eterna Fanciulla che nulla cosa può avvilire e in nulla, Colei che il dolore aveva invecchiata ma che è risorta nella gioia della Risurrezione, avendo in comune col Figlio un accentuarsi di bellezza e di freschezza di carni, di sguardi, di vitalità... avendone già un anticipo della bellezza del suo glorioso Corpo assunto al Cielo ad essere il fiore del Paradiso.

Lo Spirito Santo rutila le sue fiamme intorno al capo dell'Amata. Quali parole le dirà? Mistero! Il viso benedetto è trasfigurato di gioia soprannaturale e ride del sorriso dei Serafini, mentre delle lacrime beate sembrano diamanti giù per le gote della Benedetta, percosse come sono dalla luce dello Spirito Santo.

Il Fuoco rimane così per qualche tempo... E poi dilegua... Della sua discesa resta a ricordo una fragranza che nessun terrestre fiore può sprigionare... Il profumo del Paradiso...

Gli apostoli tornano in loro stessi...

Maria resta nella sua estasi. Soltanto si raccoglie le braccia sul petto, chiude gli occhi, abbassa il capo... Continua il suo colloquio con Dio... insensibile a tutto...

Nessuno osa turbarla.

Giovanni, accennandola, dice: «È l'Altare. E sulla sua gloria si è posata la Gloria del Signore...».

«Sì. Non turbiamo la sua gioia. Ma andiamo a predicare il Signore e siano manifeste le sue opere e le sue parole fra i popoli», dice Pietro con soprannaturale impulsività.

«Andiamo! Andiamo! Lo Spirito di Dio arde in me», dice Giacomo d'Alfeo.

«E ci sprona ad agire. Tutti. Andiamo ad evangelizzare le genti».

Escono, come fossero spinti o attratti da un vento o da una forza gagliarda...

 

Dice Gesù:

«E qui l'Opera che il mio amore per voi ha dettata, e che voi avete ricevuta per l'amore che una creatura ha avuto per Me e per voi, è finita.

È finita oggi, commemorazione di Santa Zita da Lucca, umile servente che servì il suo Signore nella carità in questa Chiesa di Lucca, nella quale Io, da luoghi lontani, ho portato il mio piccolo Giovanni perché mi servisse nella carità e con lo stesso amore di S. Zita per tutti gli infelici.

Zita dava pane ai poverelli ricordando che in ognuno di essi Io sono e beati saranno, al mio fianco, coloro che avranno dato pane e bevanda a coloro che hanno sete e fame.

Maria-Giovanni ha dato le mie parole a coloro che languiscono nell'ignoranza o nella tiepidezza o dubbio sulla Fede, ricordando che è detto dalla Sapienza che coloro che si affaticano per far conoscere Iddio splenderanno come stelle nell'eternità, dando gloria al loro Amore col farlo noto e amato, e a molti.

E ancora è finita oggi, giorno nel quale la Chiesa eleva agli altari il puro giglio dei campi Maria Teresa Goretti, dallo stelo spezzato mentre ancor la corolla era un boccio. E da chi spezzato se non da Satana, invido di quel candore, splendente più del suo antico aspetto d'angelo? Spezzato perché sacro all'Amatore divino. Vergine e martire, Maria, di questo secolo d'infamie, nel quale si vilipende anche l'onore della Donna, sputando la bava dei rettili a negare il potere di Dio di dare una dimora inviolata al suo Verbo incarnantesi per opera di Spirito Santo a salvare coloro che credono in Lui.

Anche Maria-Giovanni è martire dell'Odio, che non vuole celebrate le mie meraviglie con l'Opera, arma potente a strappargli tante prede. Ma anche Maria-Giovanni sa, come sapeva Maria-Teresa, che il martirio, qualunque nome e aspetto abbia, è chiave per aprire senza indugio il Regno dei Cieli a quelli che lo patiscono per continuare la mia Passione.

L'Opera è finita.

E con la sua fine, con la discesa dello Spirito Santo, si conclude il ciclo messianico, che la mia Sapienza ha illuminato dal suo albore: il Concepimento immacolato di Maria, al suo tramonto: la discesa dello Spirito Santo. Tutto il ciclo messianico è opera dello Spirito d'Amore, per chi sa ben vedere. Giusto, dunque, iniziarlo col mistero dell'immacolato Concepimento della Sposa dell'Amore e concluderlo con il sigillo di Fuoco Paraclito sulla Chiesa di Cristo..

Le opere manifeste di Dio, dell'Amore di Dio, hanno fine con la Pentecoste. Da allora in poi continua l'intimo, misterioso operare di Dio nei suoi fedeli, uniti nel Nome di Gesù nella Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana; e la Chiesa, ossia l'adunanza dei fedeli - pastori, pecore e agnelli - può procedere e non errare per la spirituale, continua operazione dell'Amore, Teologo dei teologi, Colui che forma i veri teologi, che sono coloro che sono persi in Dio ed hanno Dio in loro - la vita di Dio in loro per la direzione dello Spirito di Dio che li conduce - che sono coloro che veramente sono "figli di Dio" secondo il concetto di Paolo.

E al termine dell'Opera devo mettere ancora una volta il lamento messo alla fine di ogni anno evangelico, e nel mio dolore di veder spregiato il dono mio vi dico: "Non avrete altro, poiché non avete saputo accogliere questo che vi ho dato". E dico anche ciò che vi feci dire per richiamarvi sulla via retta nella passata estate: "Non mi vedrete finché non venga il giorno nel quale diciate: 'Benedetto colui che viene in nome del Signore"'».

 

641. Pietro celebra l'Eucarestia in una riunione dei primi cristiani

 

È una delle primissime riunioni dei cristiani, nei giorni immediatamente seguenti alla Pentecoste.

I dodici apostoli sono di nuovo dodici, perché Mattia, già eletto in luogo del traditore, è fra essi. E il fatto che vi sono tutti e dodici dimostra che non si erano ancora divisi per andare ad evangelizzare, secondo l'ordine del Maestro. Quindi la Pentecoste deve essere avvenuta da poco, e ancora non devono essere incominciate le persecuzioni del Sinedrio contro i servi di Gesù Cristo. Perché, se così fosse, non celebrerebbero con tanta calma, e senza prendere alcuna precauzione, in una casa sin troppo nota a quelli del Tempio, ossia nella casa del Cenacolo, e precisamente nella stanza dove fu consumata l'ultima Cena, istituita l'Eucarestia e iniziato il tradimento vero e totale, e la Redenzione.

La vasta stanza ha però subito una modificazione, necessaria alla sua nuova funzione di chiesa e imposta dal numero dei fedeli. Il tavolone non è più presso la parete della scaletta, ma presso, anzi contro quella di faccia, di modo che anche coloro che non possono entrare nel Cenacolo, già colmo di persone - nel Cenacolo, prima chiesa del mondo cristiano - possono vedere ciò che avviene in esso, pigiandosi, accalcandosi nel corridoio d'ingresso, presso la porticina, aperta completamente, che dà accesso alla stanza.

Nella stanza vi sono uomini e donne di tutte le età. In un gruppo di donne, presso il tavolone, ma in un angolo, è Maria, la Madre, circondata da Marta e Maria di Lazzaro, da Niche, Elisa, Maria d'Alfeo, Salome, Giovanna di Cusa, insomma da molte delle donne discepole, ebraiche e anche non ebraiche, che Gesù aveva guarite, consolate, evangelizzate, fatte pecorelle del suo gregge. Fra gli uomini vi è Nicodemo, Lazzaro, Giuseppe d'Arimatea, moltissimi discepoli tra i quali sono Stefano, Erma, i pastori, Eliseo, figlio del sinagogo di Engaddi, e moltissimi altri. E vi è anche Longino, non in veste militare, ma come fosse un cittadino qualsiasi, con una lunga e semplice veste bigiognola. Poi altri, che certo sono entrati nel gregge di Cristo dopo la Pentecoste e le prime evangelizzazioni dei Dodici.

Pietro parla anche ora, evangelizzando e istruendo i presenti. Parla ancora una volta dell'ultima Cena. Ancora, perché si capisce dalle sue parole che già altre volte ne ha parlato. Dice: «Vi dico ancora una volta», e marca molto queste parole, «di questa Cena in cui, prima di essere immolato dagli uomini, Gesù Nazareno, come era detto, Gesù Cristo Figlio di Dio e Salvatore nostro, come va detto e creduto con tutto il nostro cuore e la nostra mente, perché in questo credere è la salvezza nostra, si immolò di sua spontanea volontà e per eccesso d'amore, dandosi in Cibo e Bevanda agli uomini e dicendo a noi, suoi servi e continuatori: "Fate questo in memoria di Me". E questo noi facciamo. Ma, o uomini, come noi, suoi testimoni, crediamo essere nel Pane e nel Vino, offerti e benedetti, come Egli fece, in sua memoria e per obbedienza al suo divino comando, il suo Corpo Ss. ed il suo Ss. Sangue, quel Corpo e quel Sangue che sono di un Dio, Figlio di Dio altissimo, e che sono stati sparsi e crocifissi per amore e vita degli uomini, così voi pure, voi tutti, entrati a far parte della vera, nuova, immortale Chiesa, predetta dai profeti e fondata dal Cristo, lo dovete credere. Credete e benedite il Signore che a noi - suoi, se non materiali, certo morali e spirituali crocefissori per la nostra debolezza nel servirlo, per la nostra ottusità nel capirlo, per la nostra viltà nell'abbandonarlo fuggendo nella sua ora suprema, nel nostro, no, nel mio personale tradimento di uomo pauroso e vile al punto di rinnegarlo, e negarlo, e negarmi suo discepolo, il primo anzi tra i suoi servi (e grosse lacrime scendono a rigare il volto di Pietro), poco avanti l'ora di prima, là, nel cortile del Tempio - credete e benedite, dicevo, il Signore, che a noi lascia questo eterno segno di perdono. Credete e benedite il Signore che, a coloro che non lo conobbero quando era il Nazareno, permette che lo conoscano ora che è il Verbo Incarnato ricongiunto al Padre. Venite e prendete. Egli lo ha detto: "Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue avrà la Vita eterna". E noi allora non capimmo (e Pietro piange di nuovo). Non capimmo perché eravamo tardi d'intelletto. Ma ora lo Spirito Santo ha acceso la nostra intelligenza, fortificato la nostra fede, infuso la carità, e noi comprendiamo. E nel Nome del Dio altissimo, del Dio di Abramo, di Giacobbe, di Mosè, nel Nome altissimo del Dio che parlò ad Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele e agli altri profeti, vi giuriamo che questa è verità e vi scongiuriamo di credere per poter avere la Vita eterna».

Pietro è pieno di maestà nel parlare. Non ha più nulla del pescatore alquanto rozzo di solo poco tempo prima. È salito su uno sgabello per parlare e per essere visto e sentito meglio, perché, bassotto come è, se fosse rimasto coi piedi sul suolo della stanza non avrebbe potuto essere visto dai più lontani, ed egli vuole invece dominare la folla. Parla misurato, con voce giusta e gesti da vero oratore. I suoi occhi, sempre espressivi, sono ora più parlanti che mai. Amore, fede, imperio, contrizione, tutto traspare da quel suo sguardo e anticipa e rinforza le sue parole.

Ha finito ormai di parlare. Scende dallo sgabello e passa dietro al tavolone nello spazio tra il muro e la tavola, e attende.

Giacomo e Giuda, ossia i due figli di Alfeo e cugini del Cristo, stendono ora sulla tavola una candida tovaglia. Per fare questo sollevano il cofano largo e basso, che è posto al centro del tavolo, e anche sulla copertura di esso stendono un lino finissimo.

L'apostolo Giovanni va ora da Maria e le chiede qualcosa. Maria si sfila dal collo una specie di chiavetta e la dà a Giovanni. Giovanni la prende, torna al cofano, lo apre ribaltando la parte che sta davanti, che viene appoggiata sulla tovaglia e ricoperta da un terzo lino.

Nell'interno del cofano vi è una sezione orizzontale che lo divide in due piani. Nel piano più basso vi è un calice e un piatto di metallo. Nel piano più alto, al centro, il calice usato da Gesù nell'ultima Cena e per la prima Eucarestia, i resti del pane spezzato da Lui, deposti su un piattello prezioso come il calice. Ai lati del calice e del piattello posato su esso, da un lato è la corona di spine, i chiodi e la spugna. Dall'altro lato una delle sindoni, arrotolata, il velo con cui Niche asciugò il Volto di Gesù, e quello che Maria diede al Figlio perché se ne fasciasse i lombi. In fondo vi sono altre cose ma, dato che restano piuttosto nascoste e che nessuno ne parla e nessuno le mostra, non si sa cosa siano. Le altre, invece, e che sono visibili, vengono mostrate ai presenti da Giovanni e Giuda d'Alfeo, e la folla si inginocchia davanti ad esse. Però non vengono toccati e mostrati né il calice né il piattello del pane, e non viene spiegata tutta la sindone, ma solo mostrato il rotolo dicendo ciò che esso è. Forse Giovanni e Giuda non la dispiegano per non risvegliare in Maria il ricordo doloroso delle atroci sevizie subite dal Figlio.

Finita questa parte della cerimonia, gli apostoli, in coro, intonano delle preghiere, direi dei salmi, perché sono cantati come usavano gli ebrei nelle loro sinagoghe o nei loro pellegrinaggi a Gerusalemme per le solennità prescritte dalla Legge. La folla si unisce al coro degli apostoli, che diviene in tal modo sempre più imponente.

Infine vengono portati dei pani e vengono posti sul piattello di metallo che era nel piano inferiore del cofano, e anche delle piccole anfore pure di metallo.

Pietro riceve da Giovanni, che è inginocchiato al di là della tavola - mentre Pietro è sempre tra il tavolo e il muro, rivolto però verso la folla - il vassoio coi pani, lo alza e lo offre. Poi lo benedice e lo posa sul cofano.

Giuda d'Alfeo, stando anche lui inginocchiato a fianco di Giovanni, porge a sua volta a Pietro il calice del piano inferiore e le due anfore che erano prima presso il piattello dei pani, e Pietro mesce il contenuto di esse nel calice, che poi alza e offre come già fece col pane. Benedice anche il calice e lo posa sul cofano a fianco dei pani.

Pregano ancora. Pietro spezza i pani in molti bocconi, mentre la folla si prostra più ancora, e dice: «Questo è il mio Corpo. Fate questo in memoria di Me».

Esce da dietro il tavolo, portando seco il vassoio carico dei bocconi dei pani, e per prima cosa va da Maria e le dà un boccone. Poi passa sul davanti del tavolo e distribuisce il Pane consacrato a quanti gli si avvicinano per averlo. Ne avanzano pochi bocconi, che vengono, sempre sul loro vassoio, deposti sul cofano.

Ora prende il calice e lo offre, sempre cominciando da Maria, ai presenti. Giovanni e Giuda lo seguono con le anforette e aggiungono i liquidi quando il calice è vuoto, mentre Pietro ripete l'elevazione, l'offerta e la benedizione per consacrare il liquido. Quando tutti coloro che chiedevano di cibarsi dell'Eucarestia sono accontentati, gli apostoli consumano il Pane e il Vino rimasti. Indi cantano un altro salmo o inno, e dopo di questo Pietro benedice la folla, che, dopo la sua benedizione, se ne va poco a poco.

Maria, la Madre, che è sempre rimasta in ginocchio durante tutta la cerimonia della consacrazione e della distribuzione delle specie del Pane e del Vino, si alza in piedi e va al cofano. Si curva attraverso al tavolone e tocca con la fronte il piano del cofano, dove è deposto il calice e il piattello usato da Gesù nell'ultima Cena, e depone un bacio sull'orlo di essi. Un bacio che è anche per tutte le reliquie lì raccolte. Poi Giovanni chiude il cofano e rende la chiave a Maria, che se la ripone al collo.

 

642. Maria Ss. prenderà dimora al Getsemani con Giovanni, che le predice l'Assunzione

 

Maria è ancora nella casa del Cenacolo. Sola, nella sua solita stanza, cuce dei lini finissimi, simili a tovaglie lunghe e strette. Ogni tanto alza il capo per guardare nel giardino e rilevare così, dalla posizione del sole sulle muraglie di questo, l'ora del giorno. E, se sente un rumore nella casa, o nella via, ascolta attentamente. Sembra che attenda qualcuno.

Passa così del tempo. Poi si sente un colpo alla porta di casa, al quale fa seguito un fruscio di sandali che di corsa vanno ad aprire. Delle voci d'uomo risuonano nel corridoio facendosi sempre più forti e vicine. Maria ascolta... Poi esclama: «Loro qui?! Che sarà mai accaduto?!». Mentre sta ancora pronunciando queste parole, qualcuno bussa all'uscio della stanza. «Venite avanti, fratelli in Gesù mio Signore», risponde Maria.

Entrano Lazzaro e Giuseppe d'Arimatea, che la salutano con profonda venerazione dicendole: «Benedetta tu fra tutte le madri! I servi del tuo Figlio e nostro Signore ti salutano», e si prostrano per baciarle il lembo della veste.

«Il Signore sia sempre con voi. Per qual ragione, e mentre ancora non cessa il fermento dei persecutori del Cristo e dei suoi seguaci, a me venite?».

Per vederti anzitutto. Perché vedere te è ancora vedere Lui sentirci, così, meno afflitti per la sua dipartita dalla Terra. E poi per proporti quanto, dopo una riunione, nella mia casa, dei più amorosi e fedeli servi di Gesù, tuo Figlio e nostro Signore, abbiamo deliberato di fare», le risponde Lazzaro.

«Parlate. Sarà il vostro amore che mi parla, ed io col mio amore vi ascolterò».

Prende ora la parola Giuseppe d'Arimatea, che dice: «Donna, tu non ignori, e lo hai detto, che il fermento, e peggio ancora, dura tuttora verso tutti quelli che sono stati prossimi al Figlio tuo e di Dio, o per parentela, o per fede, o per amicizia. E noi non ignoriamo che tu non intendi di lasciare questi luoghi, dove hai visto la perfetta manifestazione della natura divina e umana del Figlio tuo, la sua totale mortificazione e la sua totale glorificazione, mediante la Passione e Morte di Lui, vero Uomo, e mediante la gloriosa Risurrezione e Ascensione di Lui, vero Dio. E anche non ignoriamo che tu non vuoi lasciare soli gli apostoli, ai quali vuoi essere Madre e Guida nelle loro prime prove, tu, Sede della Sapienza divina, tu, Sposa dello Spirito rivelatore delle verità eterne, tu, Figlia diletta da sempre dal Padre che ti elesse ab eterno a Madre del suo Unigenito, tu, Madre di questo Verbo del Padre, che certamente ti istruì delle sue infinite e perfettissime Sapienza e Dottrina prima ancora che fosse in te, Creatura che si formava, o che fosse con te come Figlio che cresce in età e sapienza sino a divenire Maestro dei maestri. Giovanni ce lo disse il dì dopo la prima stupefacente predicazione e manifestazione apostolica, avvenuta dieci giorni dopo l'Ascensione di Gesù al Cielo. Tu, a tua volta, sai, per averlo visto nel Getsemani il di dell'Ascensione del Figlio tuo al Padre, e per averlo saputo da Pietro, Giovanni ed altri apostoli, come io e Lazzaro, subito dopo la Morte e Risurrezione, iniziammo dei lavori di muratura intorno al mio orto presso il Golgota e al Getsemani sul monte degli Ulivi, perché quei luoghi, santificati dal Sangue del Martire divino, gocciato, ahimè!, ardente di febbre nel Getsemani, e ghiacciato e grumoso nel mio orto, non siano profanati dai nemici di Gesù. Ora i lavori sono ultimati, e sia io che Lazzaro, e con lui le sorelle e gli apostoli, che troppo dolore avrebbero nel non averti più qui, ti diciamo: "Prendi dimora nella casa di Giona e Maria, i custodi del Getsemani" ».

«E Giona e Maria? Piccola è quella casa, ed io amo la solitudine. Sempre l'amai. E più ancora l'amo ora, perché ho bisogno di questa per perdermi in Dio, nel mio Gesù, onde non morire d'ambascia per non averlo più qui. Sui misteri di Dio, perché Egli è ora Dio più che mai, non è giusto che si posi occhio umano. Donna io, Uomo Gesù. Ma la nostra fu, ed è, una Umanità diversa da ogni altra, e per immunità da colpa, anche d'origine, e per rapporti con Dio uno e trino. Noi siamo unici in queste cose tra tutti i creati passati, presenti e futuri. Ora l'uomo, anche il più buono e prudente, è naturalmente, inevitabilmente curioso, specie se ha vicino una manifestazione straordinaria. E solo io e Gesù, finché fu sulla Terra, sappiamo quale sofferenza, quale... sì, anche vergogna, disagio, tormento si provi quando la curiosità umana scruta, sorveglia, spia i nostri segreti con Dio. È qualcosa come se ci mettessero nudi in mezzo ad una piazza. Pensate al mio passato, a come sempre cercai nascondimento, silenzio, a come sempre celai, sotto le apparenze di una vita comune di povera donna, i misteri di Dio in me. Ricordatevi come, per non svelarli neppure al mio sposo Giuseppe, per poco di lui, giusto, non feci un ingiusto. Solo l'intervento angelico impedì questo pericolo. Pensate alla vita così umile, nascosta, comune, condotta da Gesù per trent'anni, al suo facile appartarsi, isolarsi quando divenne il Maestro. Doveva fare miracoli ed istruire, perché tale era la sua missione. Ma, io lo so da Lui stesso, Egli soffriva - uno dei molti motivi della sua severità e tristezza che balenavano dai suoi grandi e potenti occhi - Egli soffriva, dicevo, per l'esaltazione delle folle, per la curiosità più o meno buona con cui era osservato in ogni suo atto. Quante volte non comandò ai suoi discepoli e miracolati: "Non dite ciò che avete visto. Non dite ciò che vi ho fatto"... Ora io non vorrei che occhio umano indagasse sui misteri di Dio in me, misteri che non sono, no, cessati con il ritorno al Cielo di Gesù, mio Figlio e mio Dio, ma anzi durano, e direi che crescono, per sua bontà e per tenermi in vita sino a che l'ora, tanto da me desiderata, di ricongiungermi a Lui, per l'eternità, non sarà venuta. Vorrei solo Giovanni con me. Perché è prudente, rispettoso, amoroso con me come un secondo Gesù. Ma Giona e Maria sapranno...».

Lazzaro la interrompe: «È già fatto, o Benedetta! Abbiamo già provveduto. Marco, figlio di Giona, è ora tra i discepoli. Maria, sua madre, e Giona, suo padre, già sono a Betania».

«Ma l'uliveto? Ha ben bisogno di cure!», gli risponde Maria.

«Solo nel tempo del potare, scassare e cogliere. Pochi giorni in un anno, quindi, e che saranno meno ancora, perché manderò i miei servi di Betania insieme a Marco, in quei periodi. Tu, Madre, se ci vuoi fare felici, io e le sorelle, vieni a Betania in quei giorni, nella solitaria casa dello Zelote. Saremo vicini, ma l'occhio nostro non sarà indiscreto sui tuoi incontri con Dio».

«Ma il frantoio?...».

«È già stato trasportato a Betania. Il Getsemani, completamente cintato, proprietà ancor più riservata di Lazzaro di Teofilo, ti attende, o Maria. E ti assicuro che i nemici di Gesù non oseranno, per tema di Roma, violarne la pace del luogo e tua».

«Oh! quando è così!», esclama Maria. E si stringe le mani sul cuore, e li guarda, con un volto quasi estatico tanto è beato, con un sorriso d'angelo sulle labbra e delle lacrime di gioia sulle ciglia bionde. Prosegue: «Io e Giovanni! Soli! Noi due soli! Mi parrà d'esser di nuovo a Nazaret col Figlio mio! Soli! Nella pace! In quella pace! Là dove Egli, il mio Gesù, effuse tante parole e tanto spirito di pace! Là dove, è vero, soffrì sino a sudar sangue e a ricevere la suprema sofferenza morale del bacio infame e le prime...». Un singhiozzo e un ricordo dolorosissimo le spezzano la parola e sconvolgono il suo volto, che per brevi istanti riprende l'espressione dolente che aveva nei giorni della Passione e Morte del Figlio. Poi si riprende e dice: «Là dove Egli tornò nell'infinita pace del Paradiso! Manderò presto a Maria d'Alfeo l'ordine di custodire lei la mia casetta di Nazaret, che mi è tanto cara perché là si compì il mistero e vi mori il mio sposo, così puro e santo, e vi crebbe Gesù. Tanto cara! Ma mai come questi luoghi dove Egli istituì il Rito dei riti, e si fece Pane, Sangue, Vita agli uomini, e patì, e redense, e fondò la sua Chiesa, e con la sua ultima benedizione rese buone e sante tutte le cose del Creato. Resterò. Si. Resterò qui. Andrò al Getsemani. E da lì potrò, seguendo le mura, dalla parte esterna di esse, andare al Golgota, e nel tuo orto, Giuseppe, dove tanto piansi, e venire alla tua casa, Lazzaro, dove sempre ebbi, nel mio Figlio prima, e a me dopo, tanto amore. Ma vorrei...».

«Che, Benedetta?», le chiedono i due.

«Vorrei poter tornare anche qui. Perché insieme agli apostoli avremmo deciso, sempre che Lazzaro lo permetta...».

«Tutto ciò che vuoi, Madre. Tutto quanto è mio è tuo. Prima lo dicevo a Gesù. Ora lo dico a te. E chi riceve grazia sono sempre io, se tu accetti il mio dono».

«Figlio, lascia che così ti chiami, vorrei che tu ci concedessi di fare di questa casa, anzi del Cenacolo, il luogo di riunione e dell'agape fraterna».

«È giusto. In questo luogo il Figlio tuo ha istituito il nuovo eterno Rito, ha costituito la nuova Chiesa elevando al novello Ponteficato e Sacerdozio i suoi apostoli e discepoli. Giusto è che quella stanza divenga il primo tempio della nuova religione. Il seme che domani sarà pianta, e poi foresta immensa, il germe che domani sarà organismo vitale, completo, e che sempre più crescerà in altezza, profondità e larghezza, estendendosi su tutta la Terra. Quale mensa e altare più santi di quelli su cui Egli spezzò il Pane e posò il Calice del nuovo Rito che durerà sinché durerà la Terra?».

«È vero, Lazzaro. E, vedi? Per esso sto cucendo le tovaglie monde. Perché io credo, come nessuno crederà con pari potenza, che il Pane e il Vino sono Lui, nella sua Carne e nel suo Sangue; Carne santissima e innocentissima, Sangue redentore, dati in Cibo e Bevanda di Vita agli uomini. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vi benedicano, o voi buoni, sapienti, pietosi sempre al Figlio e alla Madre».

«Allora è detto. Prendi. Questa è la chiave che apre i diversi cancelli della cinta del Getsemani. E questa è la chiave della casa. E sii felice, per quanto Dio te lo concede e per quanto il nostro povero amore vorrebbe che tu lo fossi».

Giuseppe d'Arimatea, ora che Lazzaro ha finito di parlare, dice a sua volta: «E questa è la chiave di cinta del mio orto».

«Ma tu... Hai ben diritto d'entrarvi, tu!».

«Ne ho un'altra, Maria. L'ortolano è un giusto, e così suo figlio. Potrai trovare là solo loro ed io. E saremo tutti prudenti e rispettosi».

«Dio vi benedica nuovamente», ripete Maria.

«A te grazie, o Madre. Il nostro amore e la pace di Dio a te, sempre». Si prostrano dopo quest'ultimo saluto, le baciano di nuovo l'orlo della veste e se ne vanno.

Sono appena usciti dalla casa che si sente un altro bussare discreto all'uscio della stanza dove è Maria.

«Entra pure», dice Maria.

Giovanni non se lo fa dire due volte. Entra e chiede, un poco agitato: «Che volevano Giuseppe e Lazzaro? C'è qualche pericolo?».

«No, figlio. C'è solo l'esaudimento di un mio desiderio. Desiderio mio e di altri. Tu sai come Pietro e Giacomo d'Alfeo, il primo Pontefice, l'altro capo della chiesa di Gerusalemme, siano desolati al pensiero di perdermi e spauriti dalla tema di non saper fare senza di me. Giacomo soprattutto. Neppure la speciale apparizione di mio Figlio a lui, la sua elezione per volere di Gesù, lo consolano e fortificano. Ma anche gli altri!... Ora Lazzaro soddisfa questo generale desiderio e ci fa padroni del Getsemani. Io e te. Soli là. Ecco le chiavi. E questa è quella dell'orto di Giuseppe... Potremo andare al Sepolcro, a Betania, senza passare per la città... E andare al Golgota... E venire qui ogni volta che ci sarà l'agape fraterna. Tutto ci concedono Lazzaro e Giuseppe».

«Sono due veri giusti. Lazzaro ebbe molto da Gesù. È vero. Ma, ancor prima di avere, dette sempre tutto a Gesù. Sei lieta, Madre?».

«Si, Giovanni. Tanto! Vivrò, sinché Dio lo vorrà, assistendo Pietro e Giacomo e voi tutti, e aiuterò i primi cristiani in tutti i modi. Se i giudei, i farisei e i sacerdoti non saranno belve anche verso di me come lo furono per il Figlio mio, potrò esalare lo spirito mio là dove Egli ascese al Padre».

«Ascenderai tu pure, o Madre».

«No. Non sono Gesù, io. Nacqui umanamente».

«Ma senza macchia d'origine. Io sono un povero pescatore ignorante. Non so di dottrine e scritture altro che ciò che mi insegnò il Maestro. Però sono come un fanciullo, perché sono puro. E per questo, forse, so più dei rabbi d'Israele, perché, Egli lo disse, Dio nasconde le cose ai sapienti e le disvela ai piccoli, ai puri. E per questo penso, dico meglio, sento che tu avrai la sorte che avrebbe avuto Eva se non avesse peccato. E più ancora, poiché tu non sei stata sposa di un Adamo-uomo, ma di Dio, per dare alla Terra il nuovo Adamo fedele alla Grazia. Il Creatore, nel creare i Progenitori, non li aveva destinati alla morte, cioè alla corruzione del corpo più perfetto da Lui creato, e reso il più nobile tra tutti i corpi creati perché dotato d'anima spirituale e dei doni gratuiti di Dio, per cui "figli adottivi di Dio" potevano dirsi, ma voleva per loro solo un passaggio dal Paradiso terrestre a quello celeste. Ora tu non hai mai avuto macchia di peccato alcuno sulla tua anima. Neppure il grande, comune peccato, eredità di Adamo a tutti gli umani, ti colpì, perché Dio te ne preservò per singolare, unico privilegio, essendo tu, da sempre, destinata a divenire l'Arca del Verbo. E l'Arca, anche quella che, ahimé!, non contiene che cose fredde, aride, morte, perché in verità il popolo di Dio non le mette in pratica come dovrebbe, è, e deve essere, sempre mondissima. L'Arca sì. Ma chi, tra coloro che ad essa si accostano, Pontefice e Sacerdoti, lo sono realmente come tu lo sei? Nessuno. Per questo io sento che a te, seconda Eva, ed Eva fedele alla Grazia, non verrà data la morte».

«Mio Figlio, secondo Adamo, Grazia stessa, ubbidiente sempre al Padre, a me, in modo perfetto, morì. E di quale morte!».

«Era venuto per essere il Redentore, Madre. Lasciò il Padre, il Cielo, per prendere Carne onde redimere, col suo Sacrificio, gli uomini, rendere loro la Grazia, e quindi rielevarli al grado di figli adottivi di Dio, eredi del Cielo. Egli doveva morire. E morì con la sua Umanità Ss. E tu moristi nel cuore vedendo il suo supplizio atroce e la sua Morte. Hai già tutto patito per essere redentrice con Lui. Io sono un povero stolto, ma sento che tu, Arca vera del vero, vivente Iddio, non sarai, non puoi essere corruttibile. Come la nuvola di fuoco protesse e diresse l'Arca di Mosè verso la Terra promessa, così il Fuoco di Dio ti attrarrà al suo Centro. Come la verga di Aronne non seccò, non morì, ma anzi, benché staccata dall'albero, mise gemme, foglie e frutti, e visse nel Tabernacolo, così tu, eletta da Dio tra tutte le donne che abitarono e abiteranno la Terra, non morrai come pianta che secca, ma nell'eterno Tabernacolo dei Cieli vivrai in eterno, con tutta te stessa. Come le acque del Giordano si aprirono per lasciar passare l'Arca e i suoi portatori e il popolo tutto, ai tempi di Giosuè, così per te si apriranno le barriere che il peccato di Adamo ha messo tra Terra e Cielo, e tu passerai da questo mondo al Cielo eterno. Ne sono certo. Perché Dio è giusto. E per te dura il decreto messo da Lui per chi non ha né peccato ereditario, né peccato volontario sull'anima».

ha rivelato ciò Gesù?».

«No, Madre. Me lo dice lo Spirito Paraclito, Colui che il Maestro ci avvisò che ci avrebbe rivelato le cose future e ogni verità. Il Consolatore già me lo dice, nello spirito, per rendermi meno amaro il pensiero di perderti, o Madre benedetta che amo e venero quanto e più della mia per quanto soffristi, per quanto sei buona e santa, solo inferiore al Figlio tuo Ss. tra tutti i santi presenti e futuri. La Santa più grande». E Giovanni, commosso, si prostra venerandola.

 

643. Maria Ss. con Giovanni nei luoghi della Passione

 

È l'alba. Una chiara alba d'estate. Maria, insieme al fido Giovanni, esce dalla casetta del Getsemani e cammina sollecita per l'uliveto silenzioso e deserto. Solo qualche canto d'uccello e il pigolio dei nidiaci rompono il grande silenzio del luogo. Maria si dirige sicura al masso dell'Agonia. Vi si inginocchia contro, bacia là dove certe crepe sottili del masso mostrano ancora delle tracce rosso ruggine del Sangue di Gesù, penetrato nelle fessure e ivi rappresosi, le carezza come accarezzasse ancora il Figlio o parte di Lui.

Giovanni, in piedi dietro di Lei, l'osserva e piange senza rumore, asciugandosi rapidamente gli occhi quando Maria fa l'atto di alzarsi, anzi l'aiuta a farlo, e lo fa con tanto amore, venerazione e pietà.

Maria ora scende verso lo spiazzo dove fu catturato Gesù. Anche lì si inginocchia e si curva a baciare la terra, dopo aver chiesto a Giovanni: «È proprio questo il punto del bacio orrendo e infame, che ha contaminato questo luogo più ancora che non insozzasse il Paradiso terrestre il sozzo e corruttore colloquio del Serpente con Eva?».

Poi si alza dicendo: «Ma io non sono Eva. Io sono la Donna dell'Ave. Ho capovolto le cose. Eva gettò nel fango sozzo ciò che era cosa di Cielo. Io ho accettato tutto: incomprensioni, critiche, sospetti, dolori - quanti dolori e di quante specie, prima del dolore supremo - per levare dal fango sozzo ciò che Eva e Adamo vi avevano gettato, e rialzarlo verso il Cielo. A me non poté parlare il demonio, benché lo tentasse, come lo tentò con il Figlio mio, per distruggere definitivamente il disegno redentivo. Con me non poté parlare, perché chiusi le orecchie e gli occhi alla sua vista e alla sua voce, e soprattutto chiusi il mio cuore e il mio spirito contro ogni assalto di ciò che non è santo e puro. Il mio io limpido, ma non scalfibile, come puro diamante, si aperse solo all'Angelo annunziatore. Le mie orecchie ascoltarono solo quella, di voce spirituale, e così ho riparato, riedificato ciò che Eva aveva lesionato e distrutto. Sono la Donna dell'Ave e del Fiat. Ho ristabilito l'ordine sconvolto da Eva. E ora posso levare e lavare col mio bacio e il mio pianto l'impronta di quel bacio maledetto e di quella contaminazione. La più grande di tutte, perché fatta non da creatura a creatura, ma da creatura al suo Maestro e Amico, al suo Creatore e Dio».

Poi si dirige al cancello, che Giovanni apre. Escono insieme dal Getsemani, scendono al Cedron, valicano il ponticello, e anche là Maria si inginocchia per baciare la rustica spalletta del ponte, nel punto dove vi cadde contro il Figlio. Dice: «M'è sacro ogni luogo dove Egli patì i supremi dolori e oltraggi. Vorrei aver tutto nella mia casetta. Ma non tutto si può avere!». Sospira, poi aggiunge: «Andiamo svelti. Prima che la gente si muova».

E insieme a Giovanni riprende il cammino. Non entra in città. Costeggia la valle di Hinnon e le caverne dove vivono i lebbrosi. Alza gli occhi verso quegli antri di dolore. Fa un cenno a Giovanni, il quale dispone subito su di un masso delle cibarie che aveva in una borsa, gettando nel contempo un grido di richiamo. Dei lebbrosi si affacciano e vengono verso il masso, ringraziando. Ma nessuno chiede guarigione. Maria lo nota e dice: «Sanno che Egli non c'è più e, scossi come sono rimasti per la sua Morte orrenda, non sanno più aver fede in Lui e nei suoi discepoli. Due volte infelici! Due volte lebbrosi! Due? No, anzi totalmente infelici, lebbrosi, morti! E sulla Terra e nell'altro mondo».

«Vuoi che provi a parlar loro, o Madre?».

«È inutile! Ci si provarono Pietro, Giuda d'Alfeo, Simone Zelote... E li derisero. Venne Maria di Lazzaro, che sempre li soccorre in memoria di Gesù, e fu derisa lei pure. Anche Lazzaro ci andò, e con Giuseppe e Nicodemo, per persuaderli che Egli era il Cristo, col narrargli la sua risurrezione, per opera di Gesù, dopo quattro giorni di sepolcro e quella dell'Uomo Dio, per suo proprio potere, e l'Ascensione sua. Fu tutto inutile. Risposero: "Sono menzogne. Coloro che sanno la verità le dicon tali"».

«E costoro sono certo i farisei e i sacerdoti. Sono loro che lavorano per abbattere la fede in Lui. Ne sono sicuro che sono loro!».

«Può essere, Giovanni. Il certo è che i lebbrosi che non si convertirono prima, neppure davanti ai miracoli di Gesù, non si convertiranno più. Mai più. Segno e simbolo di tutti coloro che, nei secoli, non si convertiranno al Cristo, e saranno, per libera volontà, lebbrosi di peccato, morti alla Grazia che è Vita, simbolo di tutti coloro per i quali inutilmente Egli morì... E in quel modo!...», e piange quietamente, senza singhiozzi, ma con un vero profluvio di lacrime.

Giovanni la prende per un braccio quando Maria, per nascondere il suo pianto a dei passanti che l'osservano, si copre il volto col suo velo. Giovanni, mentre amorosamente la guida, le dice: «Non può il tuo pianto, il tuo pregare, il tuo, anzi, il vostro amore per tutti gli uomini - vostro perché il tuo è attivo come attivo, peffettamente attivo, è quello di Gesù glorioso in Cielo - e il vostro dolore, il tuo per la sordità degli uomini, il suo per il peccare ostinato di troppi, non dare frutto. Spera, o Madre! Molto dolore ti dettero e ti daranno ancora gli uomini, ma anche amore e gioia. Chi non ti amerà quando saprà di te? Ora sei qui, ignorata, sconosciuta al mondo. Ma quando la Terra saprà, perché fatta cristiana, quanto amore verrà a te! Ne sono sicuro, o Madre santa».

Il Golgota è ormai vicino, e più vicino ancora è l'orto di Giuseppe. Quando raggiungono quest'ultimo, Maria non vi entra. Va prima al Golgota. E nei punti che ebbero particolari episodi durante la Passione, ossia nei luoghi delle cadute, dell'incontro con Niche e con Lei stessa, s'inginocchia e bacia il suolo.

Giunta alla vetta, i suoi baci si infittiscono sul luogo della Crocifissione. Baci e lacrime, i primi quasi convulsi, le seconde calme, ma fitte come una pioggia, cadono sulla terra giallastra, bagnandola, quest'ultime, e facendo più scuro il suo colore giallognolo. Una pianticella è nata proprio là dove la terra fu smossa per piantarvi la Croce, un'umile pianticella di prato, dalle foglie a forma di cuore, dai fiorellini rossi come rubini. Maria la guarda, pensa, poi delicatamente la leva dal suolo insieme ad un poco di terriccio, la depone in un lembo del suo manto, dicendo a Giovanni: «La metterò in un vaso. Pare sangue di Lui, ed è nata sulla terra fatta rossa dal suo Sangue. Certo è un seme portato dal turbine di quel giorno, venuto chissà da dove, caduto lì chissà perché, a metter radici nella polvere fecondata da quel Sangue. Fosse così per tutte le anime! Perché il più gran numero di esse è più restio dell'arida e maledetta terra del Golgota, luogo di supplizio per ladroni e omicidi, e del deicidio di tutto un popolo? Maledetta? No. Egli l'ha santificata questa polvere. Maledetti da Dio sono coloro che fecero di questo colle il luogo del più orrendo, ingiusto, sacrilego delitto che mai avrà la Terra». Ora i singhiozzi si uniscono alle lacrime.

Giovanni le cinge con un braccio le spalle, per farle sentire tutto il suo amore, e la persuade a lasciare quel luogo, troppo doloroso per Lei.

Scendono di nuovo ai piedi del colle. Entrano nell'orto di Giuseppe. Il Sepolcro mostra il suo interno dall'ampia bocca, non più chiusa dalla pietra, che giace ancora, ribaltata al suolo, tra l'erba. L'interno è vuoto. Sparita ogni traccia della Deposizione e della Risurrezione. Sembra un sepolcro mai usato. Maria bacia la pietra dell'Unzione, carezza con lo sguardo le pareti. Poi chiede a Giovanni: «Ripetimi un'altra volta come trovasti le cose qui, quando con Pietro venisti in questo luogo all'aurora della Risurrezione».

E Giovanni torna a descrivere, spostandosi qua e là, fuori e dentro il Sepolcro, come erano le cose, e che fecero lui e Pietro, terminando col dire: «Avremmo dovuto ritirare i lini. Ma eravamo così scossi da tutti gli avvenimenti di quei giorni che non ci pensammo. Quando tornammo qui, i lini non c'erano più».

«Li avranno presi, per profanarli, quelli del Tempio», lo interrompe piangendo Maria. E conclude: «Neppure Maria di Magdala pensò che era bene levarli per darmeli. Era anche lei troppo turbata».

«Il Tempio? No. Io penso che li abbia presi Giuseppe».

«Me lo avrebbe detto... Oh! per un ultimo spregio li avranno presi i nemici di Gesù!», geme Maria.

«Non piangere, non soffrire più. Egli ormai è nella gloria. Nell'amore perfetto e infinito. L'odio e gli spregi non possono colpirlo più».

«È vero. Ma quei lini...»

«Ti darebbero dolore, come te lo dà la prima sindone, che non hai forza di spiegare perché, oltre le tracce del suo Sangue, porta quelle delle cose immonde gettate su quel Corpo Ss.».

«Quella si. Ma questi no. Assorbirono quanto gemeva da Lui dopo che non soffriva più... Oh! tu non puoi capire!».

«Capisco, Madre. Ma credevo che tu, che certo non sei separata da Lui Dio, come noi lo siamo e più ancora come lo sono i semplici credenti in Lui, non sentissi così forte il desiderio, anzi il bisogno di avere qualcosa di Lui, Uomo torturato. Perdona la mia stoltezza. Vieni... Torneremo ancora qui. Ora andiamo, perché il sole s'alza sempre più ed è forte, e lunga è la via per noi che dobbiamo evitare la città».

Escono dal Sepolcro e poi dall'orto e, per la stessa via presa nel venire, tornano al Getsemani. Maria cammina svelta e silenziosa, tutta raccolta nel suo manto. Ha solo un moto di ribrezzo e di orrore quando passa presso l'uliveto dove s'impiccò Giuda e presso la casa di campagna di Caifa, e mormora: «Qui egli compì la sua dannazione di impenitente disperato, e là compì l'orrendo mercato».

 

644. Istituzione della "domenica"

        Graduale conversione di Gamaliele. Le due sindoni

 

È notte. La luna, al suo colmo, illumina della sua luce argentea tutto il Getsemani e la casetta di Maria e Giovanni. Tutto tace. Anche il Cedron, ridotto ad un filo d'acqua, non dà rumore. Ad un tratto un fruscio di sandali si fa sentire nel gran silenzio e si fa sempre più distinto e vicino, e con esso un bisbigliare di alcune voci maschili e profonde. Poi ecco tre persone uscire dall'intrico delle piante e dirigersi verso la casetta. Bussano alla porta chiusa. Un lume si accende e una piccola luce tremula filtra da una fessura dell'uscio. Una mano apre, una testa si sporge, una voce, quella di Giovanni, chiede: «Chi siete?».

«Giuseppe d'Arimatea. E con me sono Nicodemo e Lazzaro. L'ora è indiscreta. Ma la prudenza ce la impone. Portiamo a Maria una cosa, e Lazzaro ci scorta».

«Entrate. Vado a chiamarla. Non dorme. Prega lassù, nella sua stanzetta, sulla terrazza. Le piace tanto!», dice Giovanni e sale lesto per la scaletta che conduce alla terrazza e alla stanza.

I tre, rimasti nella cucina, parlano piano, tra loro, alla tenue luce della lucerna, stando raggruppati presso la tavola, ancor tutti ammantellati, meno che nel capo che si sono scoperto.

Giovanni rientra insieme a Maria, che saluta i tre dicendo: «La pace a voi tutti».

«E a te, Maria», le rispondono i tre inchinandosi.

«Vi è qualche pericolo? È accaduto qualcosa ai servi di Gesù?».

«Nulla, Donna. Siamo noi che abbiamo deciso di venire per donarti una cosa che - ora lo sappiamo con certezza, ma già lo presentivamo - che tu desideravi di avere. Non venimmo prima perché c'era contrasto d'idee tra di noi, e anche tra noi e Maria di Lazzaro. Marta non si è pronunciata in merito. Ha solo detto: "Il Signore, o direttamente, o ispirando altri a parlare, vi dirà cosa fare". E in verità ci è stato detto cosa fare. E siamo venuti per questo», spiega Giuseppe.

«Vi parlò il Signore? Venne a voi?».

«No, Madre. Non più, dopo la sua ascesa al Cielo. Prima si. Ci apparì, te lo dicemmo, in modo soprannaturale, dopo la Risurrezione, nella mia casa. In quel di comparve a molti, contemporaneamente, per testimoniare la sua Divinità e Risurrezione. Poi ancora lo vedemmo finché fu fra gli uomini, ma non più in modo soprannaturale, così come lo videro apostoli e discepoli», le risponde Nicodemo.

«E allora? Come vi indicò la via da seguire?».

«Per bocca di uno tra i suoi prediletti e successori».

«Pietro? Non credo. È ancora troppo spaventato, e del passato e della sua nuova missione».

«No, Maria, non Pietro. Il quale, però, in verità si fa sempre più sicuro e, ora che sa a quale scopo Lazzaro ha adibito la casa del Cenacolo, ha deciso di iniziare le regolari agapi e celebrare i regolari misteri il dì dopo ogni sabato. Perché dice che ora il giorno del Signore è quello, essendo Egli in quel dì risuscitato e apparso a molti, per confermarli nella fede sulla sua natura eterna di Dio. Non c’è più il sabato, quale tale per gli ebrei, forse tale da Shabahòt. Non c'è più il sabato, perché per i cristiani non c’è più la sinagoga, ma la Chiesa, così come avevano predetto i profeti. Ma c’è ancora, e sempre ci sarà, il giorno del Signore, in memoria dell'Uomo-Dio, del Maestro, Fondatore, Pontefice eterno, dopo esser stato Redentore, della Chiesa cristiana. Dal dì dopo il prossimo sabato si avranno dunque le agapi tra i cristiani, e saranno tanti, nella casa del Cenacolo. Cosa non possibile prima, e per il livore dei farisei, sacerdoti, sadducei e scribi, e per la momentanea dispersione di molti seguaci di Gesù, scossi nella fede in Lui e paurosi dell'odio giudeo. Ma ormai gli odiatori, e per paura di Roma, che ha censurato il comportamento del Proconsole e della folla, e perché credono finita "l'esaltazione dei fanatici", come definiscono loro la fede dei cristiani in Cristo, per la momentanea dispersione dei fedeli, in verità durata ben poco, e ormai finita, perché tutte le pecore sono tornate all'Ovile del vero Pastore, sono meno attenti, direi che se ne disinteressano come di cosa morta, finita. E ciò permette che ci si riunisca, per le agapi. Noi vogliamo che tu possa, anche per la prima di esse, aver questo ricordo di Lui da mostrare ai fedeli, onde confermarli nella fede, e senza che ciò ti addolori troppo». E Giuseppe le porge un voluminoso rotolo che, avvolto in un drappo rosso scuro, aveva sino a quel momento tenuto celato sotto il manto.

«Cosa è?», domanda Maria impallidendo. «Le sue vesti, forse? Quella che io gli feci per... Oh!...», piange.

«Quelle a nessun prezzo le trovammo più. Chissà come e dove sono finite!», risponde Lazzaro. E aggiunge: «Ma anche questa è una sua veste. L'estrema sua veste. È la sindone monda in cui fu avvolto il Purissimo dopo la tortura e la - per quanto affrettata e relativa - e la purificazione delle sue membra, insozzate dai suoi nemici, e l'imbalsamazione sommaria. Giuseppe, quando Egli risorse, le ritirò ambedue dal Sepolcro e le portò da noi, a Betania, per impedire spregi sacrileghi su di esse. In casa di Lazzaro non osano molto i nemici di Gesù. E men che mai da quando sanno come Roma censurò l'azione di Ponzio Pilato. Poi, passato il primo tempo, il più pericoloso, demmo a te la prima sindone, e Nicodemo prese l'altra e la portò nella sua casa di campagna».

«Veramente, o Lazzaro, esse erano di Giuseppe», osserva Maria. «È vero, Donna. Ma la casa di Nicodemo è fuori dalla città. Quindi dà meno nell'occhio ed è più sicura, per molti motivi», le risponde Giuseppe.

«Sì, specialmente da quando Gamaliele, insieme al figlio suo, la frequenta con assiduità», aggiunge Nicodemo.

«Gamaliele!?», dice Maria con grande stupore.

Lazzaro non può trattenersi dal sorridere sarcasticamente, mentre le risponde: «Sì. Il segno, il famoso segno che egli attendeva per credere che Gesù era il Messia, lo ha scosso. Non si può negare che il segno fu tale da frantumare anche le teste ed i cuori più duri ad arrendersi. E Gamaliele, da quel segno potentissimo, fu scosso, scrollato, abbattuto più delle case che crollarono nel dì di Parasceve mentre pareva che il mondo perisse insieme alla Gran Vittima. Il rimorso lo ha lacerato più che non si sia lacerato il velo del Tempio, il rimorso di non aver mai capito Gesù per ciò che realmente era. Il sepolcro chiuso del suo spirito di vecchio, cocciuto ebreo, s'è aperto, come le tombe che lasciarono apparire i corpi dei giusti, ed egli ora cerca affannosamente verità, luce, perdono, vita. La nuova vita. Quella che solo per Gesù e in Gesù si può avere. Oh! Avrà ancora da lavorare molto per liberare totalmente il suo io antico dalle macie del suo passato modo di pensare! Ma ci arriverà. Egli cerca pace, perdono e conoscenza. Pace ai suoi rimorsi e perdono alle sue ostinazioni. E conoscenza completa di Colui che, quando poteva farlo, non volle conoscere completamente. E va da Nicodemo per giungere alla mèta che si è ormai prefisso di raggiungere».

«Sei sicuro che non ti tradirà, Nicodemo?», chiede Maria.

«No. Non mi tradirà. In fondo è un giusto. Ricorda che egli osò imporsi al Sinedrio, durante il processo infame, e che apertamente mostrò il suo sdegno e sprezzo agl'ingiusti giudici, andandosene e comandando al figlio di andarsene per non essere complice, neppure con una passiva presenza, a quel supremo delitto. Questo per Gamaliele. Per le sindoni, poi, ho pensato, tanto non sono più ebreo e quindi non più soggetto al divieto del Deuteronomio sulle sculture e opere di getto, di fare, così come so fare, una statua di Gesù crocifisso - userò uno dei miei giganteschi cedri del Libano - e di celarvi nell'interno una delle sindoni: la prima, se tu, Madre, ce la rendi. Ti farebbe sempre troppo male vederla, perché in essa sono visibili le immondezze con cui Israele sacrilegamente colpì il Figlio del suo Dio. Inoltre, certo per le scosse ricevute nella discesa dal Golgota, scosse che spostarono continuamente quel martonato Corpo, l'immagine è così confusa che è difficile distinguerla. Ma a me quella tela, benché confusa nell'effigie e sozza, m'è sempre cara e sacra, perché su essa è sempre del sangue e del sudore di Lui. Celata in quella scultura sarà salva, perché nessun israelita delle alte caste mai oserà toccare una scultura. Ma l'altra, la seconda sindone, che fu su Lui dalla sera di Parasceve all'aurora della Risurrezione, deve venire a te. E - te ne avverto perché tu non ti abbia a commuovere troppo nel vederla - e sappi che più i giorni sono passati e più su di essa è apparsa nitidamente la figura di Lui, così come era dopo il lavacro. Quando la ritirammo dal Sepolcro pareva che semplicemente conservasse l'impronta delle sue membra coperte dagli oli e, ad essi mescolati, scoli di sangue e di siero dalle molte ferite. Ma, o per un processo naturale o, il che è molto più certo, per un volere soprannaturale, un miracolo di Lui per dare una gioia a te, più il tempo è passato e più l'impronta si è fatta precisa e chiara. Egli è là, su quella tela, bello, imponente, anche se ferito, sereno, pacifico, anche dopo tante torture. Hai cuore di vederlo?».

«Oh! Nicodemo! Ma questo era il mio supremo desiderio! Tu lo dici d'aspetto pacificato... Oh! poterlo vedere così, non con quell'espressione torturata che è sul velo di Niche! », risponde Maria congiungendo le mani sul suo cuore.

Allora i quattro spostano la tavola per avere più spazio; poi, stando Lazzaro e Giovanni da un lato, Nicodemo e Giuseppe dall'altro, svolgono lentamente la lunga tela. Appare per prima la parte dorsale, iniziando dai piedi; poi, dopo la quasi congiunzione delle teste, quella frontale. Le linee sono ben chiare, e chiari i segni, tutti i segni, della flagellazione, coronazione di spine, sfregamento della croce, contusioni da colpi ricevuti e cadute fatte, e le ferite dei chiodi e della lancia.

Maria cade in ginocchio, bacia il telo, carezza quelle impronte, bacia le ferite. È angosciata, ma anche visibilmente contenta di poter avere quella soprannaturale, miracolosa effigie di Lui.

Finita la sua venerazione, si volge e dice a Giovanni, che non può esserle vicino, obbligato come è a tenere un angolo del telo: «Sei stato tu che lo hai detto a loro, Giovanni. Solo tu hai potuto dirlo, perché solo tu sapevi questo mio desiderio».

«Sì, Madre. Sono stato io. E non feci neppure in tempo a dir loro questo tuo desiderio che essi aderirono subito. Hanno pero dovuto attendere il momento propizio per farlo...».

«Ossia una notte chiarissima, per poter venire senza torce o lucerne, e un periodo senza solennità che adunino qui, in Gerusalemme e posti vicini, popolo e notabili. E ciò per prudenza...», spiega Nicodemo.

«E io venni con loro per maggior sicurezza. Come padrone del Getsemani, mi era lecito venire a vedere il luogo senza che ciò desse nell'occhio a qualche... incaricato a vegliare su tutto e tutti», termina Lazzaro.

«Dio vi benedica tutti. Però la spesa delle sindoni voi l'avete fatta... E non è giusto...».

«È giusto, Madre. Io dal Cristo, tuo Figlio, ho avuto un dono che nessuna moneta concede: la vita resa dopo quattro dì di sepolcro e, prima, la conversione di mia sorella Maria. Giuseppe e Nicodemo hanno avuto da Gesù la Luce, la Verità, la Vita che non muore. E tu... tu, col tuo dolore di Madre e il tuo amore di Madre santissima per tutti gli uomini, hai comperato non un telo, ma tutto il mondo cristiano, che sarà sempre più grande, a Dio. Non vi è moneta che possa compensarti di quanto hai dato. Prendi questo, almeno. È tuo. È giusto che sia così. Anche Maria, mia sorella, la pensa così. Lo pensò sempre, dal momento che Egli risorse, e più ancora da quando Egli ti lasciò per ascendere al Padre», le risponde Lazzaro.

«E così sia, allora. Vado a prendere l'altra. M'è infatti tanto dolore vederla... Questa è diversa. Dà pace, questa! Perché Egli qui è sereno, in pace ormai. Pare che già senta, nel suo sonno mortale, la Vita che torna e la gloria che nessuno potrà mai più colpire e abbattere. Ora non desidero più nulla, fuorché il riunirmi a Lui. Ma ciò avverrà quando e nel modo che Dio ha predisposto. Vado. E Dio dia a voi il centuplo della gioia che mi avete data».

Prende con riverenza la sindone, che i quattro hanno ripiegata, esce dalla cucina, sale svelta la scaletta... E presto la ridiscende e entra con la prima sindone, che consegna a Nicodemo, il quale le dice: «Dio ti dia grazia, Donna. Ora andiamo, ché l'alba è prossima, ed è bene essere a casa prima che la luce di essa sorga e la gente esca dalle case».

I tre la venerano prima di uscire e poi, con rapido passo, rifacendo la strada presa nel venire, si dirigono verso uno dei cancelli del Getsemani, quello più prossimo alla via che porta a Betania.

Maria e Giovanni stanno sull'uscio della casetta sinché li vedono sparire, poi rientrano nella cucina e chiudono la porta parlando piano tra loro.

 

645. Il processo a Stefano e la sua lapidazione

        Le opposte vie di Saulo e di Gamaliele alla santità

 

L'aula del Sinedrio, uguale, e per disposizione e per persone, a come era nella notte tra il giovedì e il venerdì, durante il processo di Gesù. Il Sommo Sacerdote e gli altri sono sui loro scanni. Al centro, davanti al Sommo Sacerdote, nello spazio vuoto dove, durante il processo, era Gesù, è ora Stefano. Egli deve aver già parlato, confessando la sua fede e testimoniando sulla vera Natura del Cristo e sulla sua Chiesa, perché il tumulto è al colmo e nella sua violenza è in tutto simile a quello che si agitava contro il Cristo nella notte fatale del tradimento e deicidio.

Pugni, maledizioni, bestemmie orrende sono lanciati contro il diacono Stefano che, sotto le percosse brutali, traballa e vacilla mentre con ferocia lo stiracchiano qua e là.

Ma egli conserva la sua calma e dignità. Anzi più ancora. E non solo calmo e dignitoso, ma persino beato, quasi estatico. Senza curarsi degli sputi che gli rigano il volto, né del sangue che gli scende dal naso violentemente colpito, alza, ad un certo momento, il suo volto ispirato e il suo sguardo luminoso e sorridente per affissarsi su una visione nota a lui solo. Apre poi le braccia in croce, le alza e le tende verso l'alto, come per abbracciare ciò che vede, poscia cade in ginocchio esclamando: «Ecco, io vedo aperti i Cieli, ed il Figlio dell'Uomo, Gesù, il Cristo di Dio, che voi avete ucciso, stare alla destra di Dio».

Allora il tumulto perde quel minimo che ancora conservava di umanità e di legalità e, con la furia di una muta di lupi, di sciacalli, di belve idrofobe, tutti si slanciano sul diacono, lo mordono, lo calpestano, lo afferrano, lo rialzano sollevandolo per i capelli, lo trascinano, facendolo cadere di nuovo, facendo ostacolo con la furia alla furia, perché, nella ressa, chi cerca di strascinare fuori il martire è ostacolato da chi lo tira in altra direzione per colpirlo, per calpestarlo di nuovo.

Tra i furenti più furenti vi è un giovane basso e brutto, che chiamano Saulo. La ferocia del suo volto è indescrivibile.

In un angolo della sala sta Gamaliele. Egli non ha mai preso parte alla zuffa, né mai ha rivolto parola a Stefano né ad alcun potente. Il suo disgusto per la scena ingiusta e feroce è palese. In un altro angolo, anche lui disgustato e non partecipante al processo e alla mischia, sta Nicodemo, che guarda Gamaliele, il cui volto è di una espressione più chiara di ogni parola. Ma, ad un tratto, e precisamente quando vede per la terza volta sollevare Stefano per i capelli, Gamaliele si ammanta nel suo amplissimo mantello e si dirige verso un'uscita opposta a quella verso cui è strascinato il diacono.

L'atto non sfugge a Saulo, che grida: «Rabbi, te ne vai?».

Gamaliele non risponde. Saulo, temendo che Gamaliele non abbia capito che la domanda era diretta a lui, ripete e specifica: «Rabbi Gamaliele, ti astrai da questo giudizio?».

Gamaliele si volge tutto d'un pezzo e, con uno sguardo terribile tanto è disgustato, altero e glaciale, risponde soltanto: «Si». Ma è un "si" che vale più d'un lungo discorso.

Saulo capisce tutto quanto c'è in quel "sì" e, abbandonando la muta feroce, corre verso Gamaliele. Lo raggiunge, lo ferma e gli dice: «Non vorrai dirmi, o rabbi, che tu disapprovi la nostra condanna».

Gamaliele non lo guarda e non gli risponde. Saulo incalza: «Quell'uomo è doppiamente colpevole, per aver rinnegato la Legge, seguendo un samaritano posseduto da Belzebù, e per averlo fatto dopo esser stato tuo discepolo».

Gamaliele continua a non guardarlo e a tacere. Saulo allora chiede: «Ma sei tu forse, anche tu, seguace di quel malfattore detto Gesù?».

Gamaliele ora parla e dice: «Non lo sono ancora. Ma, se Egli era Colui che diceva, e in verità molte cose stanno a dimostrare che lo era, io prego Dio che io lo divenga».

«Orrore!», grida Saulo.

«Nessun orrore. Ognuno ha un'intelligenza per adoperarla e una libertà per applicarla. Ognuno dunque l'usi secondo quella libertà che Dio ha dato ad ogni uomo e quella luce che ha messo nel cuore di ognuno. I giusti, prima o poi, li useranno, questi due doni di Dio, nel bene, ed i malvagi nel male». E se ne va, dirigendosi verso il cortile dove è il gazofilacio, e va ad appoggiarsi contro la stessa colonna contro la quale Gesù parlò alla povera vedova che dà al Tesoro del Tempio tutto quanto ha: due piccioli. È lì da poco quando lo raggiunge nuovamente Saulo e gli si pianta davanti.

Il contrasto tra i due è fortissimo. Gamaliele alto, di nobile portamento, bello nei tratti fortemente semitici, dalla fronte alta, dai nerissimi occhi intelligenti, penetranti, lunghi e molto incassati sotto le sopracciglia folte e diritte, ai lati del naso pure diritto, lungo e sottile, che ricorda un poco quello di Gesù. Anche il colore della pelle, la bocca dalle labbra sottili, ricordano quelle di Cristo. Solo che Gamaliele ha la barba e i baffi, un tempo nerissimi, ora molto brizzolati e più lunghi.

Saulo invece è basso, tarchiato, quasi rachitico, con gambe corte e grosse, un poco divaricate ai ginocchi, che si vedono bene perché si è levato il manto ed ha solo una veste a tunica corta e bigiognola. Ha le braccia corte e nerborute come le gambe, collo corto e tozzo, sorreggente una testa grossa, bruna, con capelli corti e ruvidi, orecchie piuttosto sporgenti, naso camuso, labbra tumide, zigomi alti e grossi, fronte convessa, occhi scuri, piuttosto bovini, per nulla dolci e miti, ma molto intelligenti sotto le ciglia molto arcuate, folte e arruffate. Le guance sono coperte da una barba ispida come i capelli e foltissima, però tenuta corta. Forse, per causa del collo così corto, pare lievemente gobbo o con spalle molto tonde.

Per un poco tace, fissando Gamaliele. Poi gli dice qualcosa sottovoce. Gamaliele gli risponde, con voce ben netta e forte: «Non approvo la violenza. Per nessun motivo. Da me non avrai mai approvazione ad alcun disegno violento. L'ho detto anche pubblicamente, a tutto il Sinedrio, quando furono presi, per la seconda volta, Pietro e gli altri apostoli e furono portati davanti al Sinedrio perché li giudicasse. E ripeto le stesse cose: "Se è disegno e opera degli uomini, perirà da sé; se è da Dio, non potrà essere distrutta dagli uomini, ma anzi questi potranno esser colpiti da Dio". Ricordalo».

«Sei protettore di questi bestemmiatori seguaci del Nazareno, tu, il più grande rabbi d'Israele?».

«Sono protettore della giustizia. E questa insegna ad essere cauti e giusti nel giudicare. Te lo ripeto. Se è cosa che viene da Dio resisterà, se no cadrà da sé. Ma io non voglio macchiarmi le mani di un sangue che non so se meriti la morte».

«Tu, tu, fariseo e dottore, parli così? Non temi l'Altissimo?».

«Più di te. Ma penso. E ricordo... Tu non eri che un piccolo, non ancora figlio della Legge, ed io insegnavo già in questo Tempio con il rabbi più saggio di questo tempo... e con altri, saggi ma non giusti. La nostra saggezza ebbe, tra queste mura, una lezione che ci fece pensare per tutto il resto della vita. Gli occhi del più saggio e giusto del tempo nostro si chiusero sul ricordo di quell'ora e la sua mente sullo studio di quelle verità, udite dalle labbra di un fanciullo che si rivelava agli uomini, specie se giusti. I miei occhi hanno continuato a vigilare e la mia mente a pensare, coordinando eventi e cose... Io ho avuto il privilegio di udire l'Altissimo parlare per mezzo della bocca di un fanciullo, che fu poi uomo giusto, sapiente, potente, santo, e che fu messo a morte proprio per queste sue qualità. Le sue parole di allora hanno poi avuto conferma dai fatti accaduti molti anni dopo, all'epoca detta da Daniele... Misero me che non compresi avanti! che attesi l'ultimo terribile segno per credere, per capire! Misero popolo d'Israele che non comprese allora e non comprende neppur ora! La profezia di Daniele, e quella d'altri profeti e della Parola di Dio, continuano e si compiranno per Israele cocciuto, cieco, sordo, ingiusto, che continua a perseguitare il Messia nei suoi servi!».

«Maledizione! Tu bestemmi! Veramente non vi sarà più salvezza per il popolo di Dio se i rabbi d'Israele bestemmiano, rinnegano Javé, il Dio vero, per esaltare e credere in un falso Messia!».

«Non io bestemmio. Ma tutti coloro che insultarono il Nazareno e continuano a fargli spregio, spregiando i suoi seguaci. Tu si che lo bestemmi, poiché lo odi, in Lui e nei suoi. Ma hai detto giusto dicendo che non c’è più salvezza per Israele. Ma non perché vi sono israeliti che passano nel suo gregge, ma perché Israele ha colpito Lui, a morte».

«Mi fai orrore! Tradisci la Legge, il Tempio!».

«Denunciami allora al Sinedrio, perché io abbia la stessa sorte di colui che sta per essere lapidato. Sarà l'inizio e il compendio felice della tua missione. E io sarò perdonato, per questo mio sacrificio, di non aver riconosciuto e compreso il Dio che passava, Salvatore e Maestro, tra noi, suoi figli e suo popolo».

Saulo, con un atto d'ira, va via sgarbatamente, tornandonel cortile prospiciente all'aula del Sinedrio, cortile nel quale dura il gridio della folla esasperata contro Stefano. Saulo raggiunge gli aguzzini in questo cortile, si unisce a loro, che lo attendevano, ed esce insieme agli altri dal Tempio e poi dalle mura della città. Insulti, dileggi, percosse continuano ad esser lanciati contro il diacono, che procede già spossato, ferito, barcollante, verso il luogo del supplizio.

Fuori delle mura vi è uno spazio incolto e sassoso, assolutamente deserto. Là giunti, i carnefici si allargano in cerchio, lasciando solo, al centro, il condannato, con le vesti lacere e sanguinante in molte parti del corpo per le ferite già ricevute. Gliele strappano prima di allontanarsi. Stefano resta con una tunichetta cortissima. Tutti si levano le vesti lunghe, rimanendo con le sole tuniche, corte come quella di Saulo, al quale affidano le vesti, dato che egli non prende parte alla lapidazione, o perché scosso dalle parole di Gamaliele, o perché si sa incapace di colpire bene.

I carnefici raccolgono i grossi ciottoli e le aguzze selci, che abbondano in quel luogo, e cominciano la lapidazione.

Stefano riceve i primi colpi rimanendo in piedi e con un sorriso di perdono sulla bocca ferita, che, un istante prima dell'inizio della lapidazione, ha gridato a Saulo, intento a raccogliere le vesti dei lapidatori: «Amico mio, ti attendo sulla via di Cristo».

Al che Saulo gli aveva risposto: «Porco! Ossesso!», unendo alle ingiurie un calcio vigoroso sugli stinchi del diacono, che solo per poco non cade, e per l'urto e per il dolore.

Dopo diversi colpi di pietra, che lo colpiscono da ogni parte, Stefano cade in ginocchio puntellandosi sulle mani ferite e, certo ricordando un episodio lontano, mormora, toccandosi le tempie e la fronte ferita: «Come Egli m'aveva predetto! La corona... I rubini... O Signore mio, Maestro, Gesù, ricevi lo spirito mio!».

Un'altra grandine di colpi sul capo già ferito lo fanno stramazzare del tutto al suolo, che si impregna del suo sangue. Mentre si abbandona tra i sassi, sempre sotto una grandine di altre pietre, mormora spirando: «Signore... Padre... perdonali... non tener loro rancore per questo loro peccato... Non sanno quello che...». La morte gli spezza la frase tra le labbra, un estremo sussulto lo fa come raggomitolare su sé stesso, e così resta. Morto.

I carnefici gli si avvicinano, gli lanciano addosso un'altra scarica di sassate, lo seppelliscono quasi sotto di esse. Poi si rivestono e se ne vanno, tornando al Tempio per riferire, ebbri di zelo satanico, ciò che hanno fatto.

Mentre parlano col Sommo Sacerdote e altri potenti, Saulo va in cerca di Gamaliele. Non lo trova subito. Torna, acceso d'odio verso i cristiani, dai sacerdoti, parla con loro, si fa dare una pergamena col sigillo del Tempio che lo autorizza a perseguitare i cristiani. Il sangue di Stefano deve averlo reso furente come un toro che veda il rosso, o un vino generoso dato ad un alcoolizzato.

Sta per uscire dal Tempio quando vede, sotto il portico dei Pagani, Gamaliele. Va da lui. Forse vuole iniziare una disputa o una giustificazione. Ma Gamaliele traversa il cortile, entra in una sala, chiude la porta in faccia a Saulo che, offeso e furente, esce di corsa dal Tempio per perseguitare i cristiani.

 

Dice Gesù:

«Mi sono manifestato molte volte e a molti, anche nelle straordinarie manifestazioni. Ma non in tutti in ugual modo la mia manifestazione operò. Possiamo vedere come ad ogni mia manifestazione corrisponda una santificazione di coloro che possedevano la buona volontà richiesta agli uomini per avere Pace, Vita, Giustizia.

Così, nei pastori la Grazia lavorò per i trent'anni del mio nascondimento e poi fiorì con spiga santa quando fu il tempo in cui i buoni si separarono dai malvagi per seguire il Figlio di Dio, che passava per le vie del mondo gettando il suo grido d'amore per chiamare a raccolta le pecore del Gregge eterno, sparpagliate e sperdute da Satana. Presenti tra le turbe che mi seguivano, messi miei, perché, coi loro semplici e convinti racconti, bandivano il Cristo dicendo: "È Lui. Noi lo riconosciamo. Sul suo primo vagito scesero le ninna-nanne degli angeli. E a noi, dagli angeli, fu detto che avranno pace gli uomini di buona volontà. Buona volontà è il desiderio del Bene e della Verità. Seguiamolo! Seguitelo! Avremo tutti la Pace promessa dal Signore".

Umili, ignoranti, poveri, i miei primi messi tra gli uomini si scaglionarono come scolte lungo le vie del Re d'Israele, del Re del mondo. Occhi fedeli, bocche oneste, cuori amorosi, incensieri esalanti il profumo delle loro virtù per fare meno corrotta l'aria della Terra intorno alla mia divina Persona, che s'era incarnata per loro e per tutti gli uomini, e persino ai piedi della Croce li ho trovati, dopo averli benedetti col mio sguardo lungo la via sanguinosa del Golgota, unici, con pochissimi altri, che non maledicessero fra la plebe scatenata ma che amassero, credessero, sperassero ancora, e che mi guardassero con occhi di compassione, pensando alla notte lontana del mio Natale e piangendo sull'Innocente, il cui primo sonno fu su un legno penoso e l'ultimo su un legno ancor più doloroso. Questo perché la mia manifestazione a loro, anime rette, li aveva santificati.

E così pure avvenne ai tre Savi d'Oriente, a Simeone ed Anna nel Tempio, ad Andrea e Giovanni al Giordano, e a Pietro, Giacomo e Giovanni al Tabor, a Maria di Magdala nell'alba pasquale, agli undici perdonati sull'Uliveto, e ancor prima a Betania, del loro smarrimento... No. Giovanni, il puro, non ebbe bisogno di perdono. Fu il fedele, l'eroe, l'amante sempre. L'amore purissimo che era in lui e la sua purezza di mente, di cuore, di carne, lo preservò da ogni debolezza.

Gamaliele, e con lui Hillele, non erano semplici come i pastori, santi come Simeone, sapienti come i tre Savi. In lui, e nel suo maestro e parente, era il viluppo delle liane farisaiche a soffocare la luce e la libera espansione della pianta della Fede. Ma nel loro essere farisei era purità d'intenzione. Credevano di essere nel giusto e desideravano di esserlo. Lo desideravano per istinto, perché erano dei giusti, e per intelletto, perché il loro spirito gridava malcontento: "Questo pane è mescolato a troppa cenere. Dateci il pane della vera Verità".

Gamaliele però non era forte al punto di avere il coraggio di spezzare queste liane farisaiche. L'umanità sua lo teneva ancor troppo schiavo e, con essa, le considerazioni della stima umana, del pericolo personale, del benessere famigliare. Per tutte queste cose Gamaliele non aveva saputo comprendere "il Dio che passava tra il suo popolo", né usare "quell'intelligenza e quella libertà" che Dio ha dato ad ogni uomo perché le usi per il suo bene. Solo il segno atteso per tanti anni, il segno che lo aveva atterrato e torturato con rimorsi che non cessavano più, avrebbe suscitato in lui il riconoscimento del Cristo e la mutazione del suo antico pensiero, per cui, da rabbi dell'errore - avendo gli scribi, i farisei ed i dottori corrotta l'essenza e lo spirito della Legge, soffocandone la semplice e luminosa verità, venuta da Dio, sotto cumuli di precetti umani, sovente errati, ma sempre di utilità per loro - sarebbe divenuto, dopo lunga lotta tra il suo io antico e il suo io attuale, discepolo della Verità divina.

Non era, del resto, stato il solo nell'essere incerto nel decidere e forte nell'agire. Anche Giuseppe d'Arimatea, e più ancora Nicodemo, non seppero mettere subito sotto i piedi le consuetudini e le liane giudaiche e abbracciare palesemente la nuova Dottrina, tanto che usavano venire dal Cristo "in occulto" per timore dei giudei, oppure costumavano incontrarlo come per caso, e per lo più nelle loro case di campagna o in quella di Betania, da Lazzaro, perché la sapevano più sicura e più temuta dai nemici del Cristo, ai quali era ben nota la protezione di Roma per il figlio di Teofilo. Certamente, però, sempre molto più avanti nel Bene e più coraggiosi questi rispetto a Gamaliele, al punto da osare i gesti pietosi del Venerdì Santo.

Meno avanti rabbi Gamaliele. Ma osservate, voi che leggete, la potenza della sua retta intenzione. Per essa la sua giustizia, umanissima, si intinge di sovrumano. Quella di Saulo, invece, si sporca di demoniaco nell'ora che lo scatenarsi del male pone lui e il suo maestro Gamaliele davanti al bivio della scelta tra il Bene e il Male, tra il giusto e l'ingiusto.

L'albero del Bene e del Male si drizza davanti ad ogni uomo per presentargli, col più invitante e appetitoso aspetto, i suoi frutti del Male, mentre tra le fronde, con ingannevole voce di usignolo, sibila il Serpente tentatore. Sta all'uomo, creatura dotata di ragione e di un'anima datagli da Dio, saper discernere e volere il frutto buono tra i molti che buoni non sono e che dànno lesione e morte allo spirito, e quello cogliere, anche se pungente e faticoso a cogliersi, amaro a gustarsi e meschino d'aspetto. La sua metamorfosi, per cui diviene tanto più liscio e morbido al tatto, dolce al gusto, bello all'occhio, avviene solo quando, per giustizia di spirito e ragione, si sa scegliere il frutto buono e ci si è nutriti del suo succo, amaro ma santo.

Saulo tende le mani avide al frutto del Male, dell'odio, dell'ingiustizia, del delitto, e le tenderà sinché non verrà folgorato, abbattuto, fatto cieco della vista umana perché acquisti la vista sovrumana e divenga non solo giusto, ma apostolo e confessore di Colui che prima odiava e perseguitava nei suoi servi.

Gamaliele, spezzando le liane tenaci della sua umanità e dell'ebraismo, per il nascere e fiorire del lontano seme di luce e giustizia, non solo umana ma anche sovrumana, che la mia quarta epifania - o manifestazione, che forse vi è parola più chiara e comprensibile - gli aveva posto in cuore, nel suo cuore dalle rette intenzioni, seme che egli aveva custodito e difeso con onesta affezione ed eletta sete di vederlo nascere e fiorire, tende le mani al frutto del Bene. Il suo volere ed il mio Sangue ruppero la dura scorza di quel lontano seme, che egli aveva conservato nel cuore per decenni, in quel cuore di roccia che si fendette insieme al velo del Tempio e alla terra di Gerusalemme - e che gridò il suo supremo desiderio a Me, che più non potevo udirlo con udito umano ma che ben l'udivo col mio spirito divino - là, gettato a terra ai piedi della croce. E sotto il fuoco solare delle parole apostoliche e dei discepoli migliori e la pioggia del sangue di Stefano, primo martire, quel seme mette radici, fa pianta, fiorisce e fruttifica. La pianta novella del suo cristianesimo, nata là dove la tragedia del Venerdì Santo aveva abbattuto, sradicato, distrutto tutte le piante ed erbe antiche.

La pianta del suo nuovo cristianesimo e della sua santità nuova è nata e s'erge davanti agli occhi miei. Perdonato da Me, benché colpevole per non avermi compreso avanti, per la sua giustizia che non volle partecipare alla mia condanna né a quella di Stefano, il suo desiderio di divenire mio seguace, figlio della Verità, della Luce, viene benedetto anche dal Padre e dallo Spirito Santificatore, e da desiderio diviene realtà, senza bisogno di una potente e violenta folgorazione quale fu necessaria per Saulo sulla via di Damasco, per il protervo che con nessun altro mezzo avrebbe potuto esser conquistato e condotto alla Giustizia, alla Carità, alla Luce, alla Verità, alla Vita eterna e gloriosa dei Cieli».

 

646. Sepoltura di Stefano e inizio della persecuzione

 

È notte alta, ed anche oscura perché la luna è già tramontata, quando Maria esce dalla casetta del Getsemani insieme a Pietro, Giacomo d'Alfeo, Giovanni, Nicodemo e lo Zelote. Data la notte scura, Lazzaro, che è ad attenderli davanti alla casa, là dove ha inizio il sentiero che porta al cancello più basso, accende una lucerna ad olio, che ha munita di un riparo di sottili lastre di alabastro o altra materia trasparente. La luce è tenue ma, tenuta bassa verso terra come viene tenuta, la lucerna serve sempre a vedere i sassi e gli ostacoli che possono trovarsi sul percorso. Lazzaro si pone a fianco di Maria, perché soprattutto Lei veda bene. Giovanni è dall'altro lato e sorregge per un braccio la Madre. Gli altri sono dietro, in gruppo.

Vanno sino al Cedron e proseguono costeggiandolo, in modo da essere seminascosti dai cespugli selvatici che sorgono presso le rive di esso. Anche il fruscio delle acque serve ad occultare e confondere quello dei sandali dei camminatori.

Sempre seguendo la parte esterna delle mura sino alla porta più prossima al Tempio, e poi inoltrandosi nella zona disabitata e brulla, giungono là dove fu lapidato Stefano. Si dirigono al mucchio di pietrame sotto cui è semi sepolto e ne rimuovono le pietre, sinché il povero corpo appare. È ormai livido, e per la morte e per le percosse e la lapidazione avute, duro, irrigidito, raggomitolato in se stesso così come lo colse la morte.

Maria, che era stata pietosamente trattenuta lontana di qualche passo da Giovanni, si svincola e corre a quel povero corpo lacero e sanguinoso. Senza curarsi delle macchie che il sangue raggrumato imprime sulla sua veste, Maria, aiutata da Giacomo d'Alfeo e da Giovanni, depone il corpo su un telo steso sulla polvere, in un posto privo di pietre, e con un lino, che bagna in un'anforetta che le porge lo Zelote, deterge, così come può, il volto di Stefano, ne ravvia i capelli, cercando di condurli sulle tempie e sulle guance ferite per coprire le orrende tracce lasciate dalle pietre. Deterge anche le altre membra e vorrebbe ricomporle in una posa meno tragica. Ma il gelo della morte, avvenuta già da molte ore, non lo permette che parzialmente. Ci si provano anche gli uomini, più forti fisicamente e moralmente di Maria, che sembra di nuovo la Madre Dolorosa del Golgota e del Sepolcro. Ma anche loro devono rassegnarsi a lasciarlo come sono riusciti a ridurlo dopo tanti sforzi. Lo rivestono di una lunga veste monda, perché la sua è stata dispersa o rubata per spregio dai lapidatori e la tunichetta, che gli avevano lasciata, è ormai uno straccio tutto rotto e sanguinoso.

Fatto ciò, sempre alla tenue luce della lucerna che Lazzaro tiene molto vicina al povero corpo, lo sollevano e lo depongono su un altro telo ben pulito. Nicodemo raccoglie il primo telo, bagnato dell'acqua usata per lavare il martire e del suo sangue raggrumato, e se lo pone sotto il manto. Giovanni e Giacomo dalla parte del capo, Pietro e lo Zelote dalla parte dei piedi, sollevano il telo contenente il corpo e iniziano la via del ritorno, preceduti da Lazzaro e da Maria.

Non tornano però per la via fatta nel venire, ma anzi, addentrandosi per la campagna e girando ai piedi dell'uliveto, raggiungono la via che conduce a Gerico e a Betania. Lì si fermano, per riposarsi e per parlare.

E Nicodemo, che per essere stato presente, sebbene in maniera passiva, alla condanna di Stefano, e per essere uno dei capi dei giudei sapeva meglio degli altri le decisioni del Sinedrio, avverte i presenti che è stata scatenata e ordinata la persecuzione contro i cristiani, e che Stefano non è che il primo di una lunga lista di nomi già designati, perché di seguaci del Cristo.

Il primo grido di tutti gli apostoli è: «Facciano ciò che vogliono! Noi non muteremo, né per minaccia, né per prudenza!».

Ma i più giudiziosi dei presenti, ossia Lazzaro e Nicodemo, fanno osservare a Pietro e a Giacomo d'Alfeo che la Chiesa ha ancora ben pochi sacerdoti del Cristo e che, se venissero uccisi i più potenti di essi, ossia Pietro pontefice e Giacomo vescovo di Gerusalemme, la Chiesa difficilmente si salverebbe. Ricordano anche a Pietro che il loro Fondatore e Maestro aveva lasciato la Giudea per la Samaria per non essere ucciso prima di averli ben formati, e come avesse consigliato ai suoi servi di imitare il suo esempio sino a che i pastori fossero tanti da non far temere la dispersione dei fedeli per la morte dei pastori. E terminano dicendo: «Spargetevi voi pure per la Giudea e la Samaria. Fatevi là dei proseliti, degli altri, numerosi pastori, e da lì spargetevi per la Terra onde, come Egli comandò di fare, tutte le genti conoscano il Vangelo».

Gli apostoli sono perplessi. Guardano Maria, quasi per sapere il suo giudizio in merito.

E Maria, che capisce quegli sguardi, dice: «Il consiglio è giusto. Ascoltatelo. Non è viltà, ma prudenza. Egli ve lo insegnò: "Siate semplici come le colombe e prudenti come le serpi. Vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Guardatevi dagli uomini..."».

Giacomo la interrompe: «Sì, Madre. Però disse anche: "Quando sarete posti nelle loro mani e tradotti davanti ai governanti, non turbatevi per ciò che dovrete rispondere. Non sarete voi a parlare, ma parlerà per voi e in voi lo Spirito del Padre vostro". E io resto qui. Il discepolo deve essere come il Maestro. Egli è morto per dar vita alla Chiesa. Ogni morte nostra sarà una pietra aggiunta al grande nuovo Tempio, un aumento di vita al grande immortale corpo della Chiesa universale. Mi uccidano pure, se vogliono. Vivente in Cielo, sarò più felice, perché al fianco del Fratel mio, e più potente ancora. Non temo la morte. Ma il peccato. Abbandonare il mio posto mi pare imitare il gesto di Giuda, il perfetto traditore. Quel peccato Giacomo d'Alfeo non lo farà mai. Se devo cadere, cadrò da eroe al mio posto di lotta, in quel posto in cui Egli mi volle».

Maria gli risponde: «Nei tuoi segreti con l'Uomo-Dio io non penetro. Se Egli così ti ispira, fa' così. Lui solo, che è Dio, può aver diritto di ordinare. A noi tutti spetta solo di ubbidirgli sempre, in tutto, per fare la sua Volontà».

Pietro, meno eroico, confabula con lo Zelote per sentire il suo parere in merito. Lazzaro, che è vicino ai due e sente, propone: «Venite a Betania. E vicina a Gerusalemme e vicina alla via per la Samaria. Da lì partì il Cristo tante volte per sfuggire ai suoi nemici...».

Nicodemo, a sua volta, propone: «Venite nella mia casa di campagna. È sicura e vicina sia a Betania che a Gerusalemme, e sulla via che conduce, per Gerico, ad Efraim».

«No, è meglio la mia, protetta da Roma», insiste Lazzaro.

«Sei già troppo odiato, da quando Gesù ti risuscitò, affermando così, potentemente, la sua Natura divina. Pensa che la sua sorte fu decisa per questo motivo. Che tu non abbia a decidere la tua», gli risponde Nicodemo.

«E la mia casa dove la mettete? In realtà è di Lazzaro. Ma ha ancora nome di mia», dice Simone lo Zelote.

Maria interviene dicendo: «Lasciate che io rifletta, pensi, giudichi ciò che è meglio fare. Dio non mi lascerà senza la sua luce. Quando saprò, ve lo dirò. Per ora venite con me, al Getsemani».

«Sede d'ogni sapienza, Madre della Parola e della Luce, sempre ci sei Stella di guida sicura. Ti ubbidiamo», dicono tutti insieme, quasi veramente lo Spirito Santo avesse parlato nei loro cuori e sulle loro labbra.

Si alzano dall'erba su cui si erano seduti ai margini della strada, e mentre Pietro, Giacomo, Simone e Giovanni vanno con Maria verso il Getsemani, Lazzaro e Nicodemo sollevano il telo che involge il corpo di Stefano e, alle prime luci dell'alba, si dirigono verso la via di Betania e Gerico. Dove portano il martire? Mistero.

 

647. Gamaliele si fa cristiano

 

Devono essere passati degli anni, perché Giovanni mostra di essere ormai nella piena virilità, più robusto di membra, più maturo nel volto, con i capelli, la barba e i baffi di un biondo molto più scuro.

Maria, che sta filando mentre Giovanni riordina la cucina della casetta del Getsemani - di recente imbiancata nelle pareti e verniciata là dove vi sono cose di legno: sgabelli, porta, una scansia che fa anche da mensola per la lampada - non appare mutata per nulla. Il suo aspetto è fresco e sereno. Ogni traccia lasciata sul suo volto dal dolore per la morte del Figlio, per il suo ritorno al Cielo, per le prime persecuzioni contro i cristiani, è scomparsa. Il tempo non ha inciso le sue tracce su quel volto soave. E l'età non ha avuto potere di alterarne la fresca e pura bellezza.

La lampada, accesa sulla mensola, getta la sua luce palpitante sulle piccole e solerti mani di Maria, sullo stame candido ravvolto sulla conocchia, sul filo sottile, sul fuso che prilla, sui biondi capelli raccolti in nodo pesante sulla nuca.

Dalla porta aperta un raggio limpidissimo di luna penetra nella cucina, stendendo come una striscia d'argento dalla soglia sino ai piedi dello sgabello su cui è seduta Maria, che è così coi piedi illuminati dal raggio lunare, e le mani e il capo illuminati dalla luce rossastra della lampada. Fuori, sugli ulivi che circondano la casa del Getsemani, degli usignoli cantano il loro canto d'amore.

All'improvviso essi tacciono, come si fossero spaventati, e dopo pochi momenti uno scalpiccio di passi si fa udire, si avvicina sempre più, sinché si ferma sulla soglia della cucina, facendo scomparire contemporaneamente la bianca striscia lunare che prima inargentava i rozzi e scuri mattoni del pavimento.

Maria alza la testa e la gira verso l'uscio. Giovanni, a sua volta, guarda verso la porta, e un «oh! » pieno di meraviglia esce dalle loro labbra, mentre, con un unico moto, accorrono ambedue verso l'uscio, sul cui limitare è apparso, e si è fermato, Gamaliele. Un Gamaliele ormai vecchissimo, spettrale tanto è magro nelle sue vesti bianche, che la luna, che lo investe alle spalle, fa quasi fosforescenti. Un Gamaliele schiacciato, stritolato dagli avvenimenti, dai suoi rimorsi, da tante cose, più ancora che dall'età.

«Tu qui, rabbi? Entra! Vieni! E la pace sia con te», gli dice Giovanni che gli è di fronte e molto vicino, mentre Maria è qualche passo indietro.

«Se tu mi guidi... Sono cieco...», risponde il vecchio rabbi con voce tremula più per un pianto segreto che per età.

Giovanni, sbalordito, domanda, e la commozione e la pietà sono nella sua voce: «Cieco?! Da quando?».

«Oh!... Da molto! La vista cominciò ad indebolirmisi subito dopo... dopo... Sì. Dopo che non seppi riconoscere la Luce vera venuta ad illuminare gli uomini, sinché il terremoto non lacerò il velo del Tempio e scosse le potenti muraglie, come Egli aveva detto. Veramente duplice velo, che copriva il Santo dei santi del Tempio e l'ancor più vero Santo dei santi, la Parola del Padre, il suo eterno Unigenito, celato dal velo di un'umana, purissima carne, che solo la sua Passione e la sua gloriosa Risurrezione svelarono anche ai più ottusi, io per il primo, per ciò che realmente era: il Cristo, il Messia, l'Emanuele. Da quel momento le tenebre hanno cominciato a scendere sulle mie pupille e a farsi sempre più dense. Giusto castigo per me. Da qualche tempo sono totalmente cieco. E sono venuto...».

Giovanni lo interrompe chiedendogli: «Forse per chiedere un miracolo?».

«Sì. Un grande miracolo. Lo chiedo alla Madre del Dio vero».

«Gamaliele, io non ho il potere che aveva il Figlio mio. Egli poteva rendere vita e vista alle pupille spente, parola ai muti, movimento ai paralizzati. Ma io no», gli risponde Maria. E prosegue: «Ma vieni qui, presso la tavola, e siedi. Sei stanco e vecchio, rabbi. Non affaticarti di più», e pietosamente, insieme a Giovanni, lo conduce presso la tavola e lo fa sedere su uno sgabello.

Gamaliele, prima di lasciarle andare la mano, gliela bacia con venerazione, poi le dice: «Non ti chiedo, o Maria, il miracolo del vedere di nuovo. No. Non chiedo questa cosa materiale. Ciò che ti chiedo, o Benedetta tra tutte le donne, è una vista d'aquila per il mio spirito, perché io veda tutta la Verità. Non ti chiedo la luce per le mie pupille spente, ma la luce soprannaturale, divina, la vera luce che è sapienza, verità, vita, per la mia anima e il mio cuore lacerati ed esausti per i rimorsi che non mi dànno tregua. Non ho alcun desiderio di vedere con gli occhi questo mondo ebraico, così... sì, così ostinatamente ribelle a Dio, che con esso fu ed è tanto pietoso, quale in verità non meritammo che lo fosse. Sono anzi lieto di non averlo a vedere più, e che la mia cecità mi abbia liberato da ogni impegno col Tempio e col Sinedrio, ingiusti tanto, e verso il Figlio tuo e verso i suoi seguaci. Ciò che desidero vedere, e con la mente, il cuore, lo spirito, è Lui, Gesù. Vederlo in me, nel mio spirito, vederlo spiritualmente come certo tu, o santa Madre di Dio, e Giovanni, tanto puro, e Giacomo, sinché ebbe vita, e gli altri, per aiuto nel loro grave e ostacolato ministero, lo vedete. Vederlo per amarlo con tutto me stesso e, per questo amore, poter riparare alle mie colpe e avere perdono da Lui, per avere la vita eterna che ho demeritato di avere...». Curva il capo sulle braccia, appoggiate sulla tavola, e piange.

Maria gli posa una mano sulla testa scossa dai singhiozzi e gli risponde: «No, che non hai demeritato di avere la vita eterna! Tutto perdona il Salvatore a chi si pente dei suoi errori passati. Persino al suo traditore avrebbe perdonato se egli si fosse pentito del suo peccato orrendo. E la colpa di Giuda di Keriot è immensa rispetto alla tua. Considera. Giuda era l'apostolo accolto dal Cristo, istruito dal Cristo, amato dal Cristo più di ogni altro, se si pensa che, pur non ignorando nulla di lui, Cristo non lo cacciò dal gruppo dei suoi apostoli, ma anzi, sino al momento estremo, ricorse ad ogni espediente perché essi non capissero ciò che egli era e ciò che tramava. Mio Figlio era la Verità stessa e non mentì mai, per nessun motivo. Ma quando vedeva in sospetto gli altri undici, ed essi l'interrogavano sull'Iscariota, senza mentire riusciva a deviare i loro sospetti e a non rispondere alle loro domande, imponendo di non domandare e per prudenza e per carità verso il fratello. La tùa colpa è ben minore. Anzi non può neppur chiamarsi colpa. Non è incredulità la tua, ma anzi eccesso di fede. Tu tanto credesti nel Fanciullo dodicenne che ti parlò nel Tempio che, ostinatamente ma con retta intenzione, venuta dalla tua assoluta fede in quel Fanciullo sulle cui labbra avevi sentito parole di infinita sapienza, hai atteso il segno per credere in Lui e vedere in Lui il Messia. Dio perdona a chi ha una fede così forte e fedele. Più ancora perdona a chi, pur essendo ancora in dubbio sulla vera Natura di un uomo accusato ingiustamente, non vuole prender parte alla sua condanna perché la sente ingiusta. Il tuo spirituale vedere la Verità è andato sempre più crescendo da quando lasciasti il Sinedrio per non consentire a quella sacrilega azione. È ancor più cresciuto quando, stando nel Tempio, vedesti compiersi il segno, tanto atteso, che segnò il principio dell'era cristiana. È aumentato ancora quando, con quelle potenti, angosciate parole, pregasti ai piedi della croce del Figlio mio, ormai gelido e spento. S'è fatto quasi perfetto ogni volta che, o con le parole, o col ritirarti in disparte, difendesti i servi del Figlio mio e non volesti prender parte alla condanna dei primi martiri. Credilo, Gamaliele, ogni tuo atto di dolore, di giustizia, di amore, ha accresciuto in te il tuo spirituale vedere».

«Non basta ancora tutto ciò! Ecco, io ebbi la rara grazia di conoscere tuo Figlio sin dalla prima sua pubblica manifestazione, al momento della sua maggiore età. Avrei dovuto vedere sin da allora! Capire! Fui cieco e stolto... Non vidi e non compresi. Non allora, e non altre volte in cui ebbi la grazia di avvicinarlo, fatto ormai Uomo e Maestro, e udire le sue sempre più giuste e potenti parole. Cocciutamente attendevo il segno umano, le pietre scosse... E non vedevo che tutto in Lui era un segno sicuro! E non vedevo che Egli era la Pietra angolare predetta dai profeti, la Pietra che già scuoteva il mondo, tutto il mondo, ebraico e gentile, la Pietra che scuoteva le pietre dei cuori con la sua parola, con i suoi prodigi! Non vedevo su di Lui il segno palese del Padre suo in tutto quanto faceva o diceva! Come può Egli perdonare a tanta ostinazione?».

«Gamaliele, puoi credere tu che io, che sono la Sede della Sapienza, la Piena di Grazia, e per la Sapienza che in me ha preso Carne, e per la Grazia che mi ha dato, essendo piena, la pienezza della conoscenza delle cose soprannaturali, posso consigliarti bene?».

«Oh! sì che lo credo! Proprio perché credo che tu sei ciò, vengo a te per aver luce. Tu, Figlia, Madre, Sposa di Dio, che certo sin dal tuo concepimento ti colmò delle sue luci sapienziali, non puoi che indicarmi la via che devo prendere per aver pace, per trovare la verità, per conquistare la vera Vita. Sono tanto conscio dei miei errori, tanto schiacciato dalla mia miseria spirituale, che ho bisogno di aiuto per osare di andare a Dio».

«Quello che tu giudichi ostacolo è invece ala per alzarti a Dio. Hai demolito te stesso, ti sei umiliato, eri un monte potente, ti sei fatto valle profonda. Sappi che l'umiltà è simile a fertilizzante del terreno più arido per prepararlo a dare piante e messi opime. È scalino per salire. Anzi, è scala per salire a Dio, il quale, vedendo l'umile, lo chiama a Sé per esaltarlo, per accenderlo della sua carità e illuminarlo delle sue luci perché egli veda. Per questo io ti dico che tu sei già nella Luce, sulla Via giusta, verso la Vita vera dei figli di Dio».

«Ma per avere la Grazia devo entrare nella Chiesa, avere il battesimo che monda dalla colpa e ci fa nuovamente figli adottivi di Dio. Io non sono contrario a ciò. Anzi! Ho distrutto in me il figlio della Legge, non posso più aver stima e amore al Tempio. Ma esser nulla non voglio. Quindi devo riedificare sulle rovine del mio passato l'uomo nuovo e la fede nuova. Penso però che apostoli e discepoli siano diffidenti e prevenuti verso di me, il grande rabbi dalla dura cervice...»

Giovanni lo interrompe dicendo: «Ti sbagli, o Gamaliele. Io per il primo ti amo e segnerei come giorno di grazia somma quello in cui potessi dirti agnello del gregge di Cristo. Non sarei suo discepolo se non mettessi in pratica gli insegnamenti del Cristo. Ed Egli ci comandò amore e comprensione per tutti, e specialmente per i più deboli, malati, sviati. Ci ordinò di imitare i suoi esempi. E noi lo vedemmo sempre tutto amore per i colpevoli pentiti, o i figli prodighi che tornavano al padre, o le pecore smarrite. Dalla Maddalena alla Samaritana, da Aglae al ladrone, quanti ne redense, con misericordia! Avrebbe perdonato anche a Giuda, per il suo supremo delitto, se egli si fosse pentito. L'aveva perdonato tante volte! Io solo so quanto lo amasse, pur conoscendolo in ogni sua azione. Vieni con me. Io farò di te un figlio di Dio e fratello al Cristo Salvatore».

«Tu non sei il Pontefice. Pontefice è Pietro. E Pietro sarà buono come te? Egli è, lo so, molto diverso da te».

«Era. Ma da quando ha visto come egli fu debole, sino ad esser vile e rinnegatore del suo Maestro, non è più ciò che era, ed ha misericordia per tutti e con tutti».

«Allora conducimi subito da lui. Vecchio sono, e già troppo ho tardato. Mi sentivo troppo indegno e temevo che tutti i servi di Gesù mi giudicassero nello stesso modo. Ora che le parole di Maria e tue mi hanno confortato, voglio entrare subito nell'Ovile del Maestro, prima che il mio vecchio cuore, affranto da tante cose, si fermi. Conducimi tu, perché ho licenziato il servo che mi condusse qua, perché non sentisse nulla. Tornerà all'ora di prima. Ma allora io sarò già lontano. E in due modi. Da questa casa e dal Tempio. Per sempre. Prima io, figlio ribelle, andrò alla casa del Padre, io, pecora spersa, al vero Ovile del Pastore eterno. Poi tornerò nella mia casa lontana per morirvi in pace e in grazia di Dio».

Maria, con un moto spontaneo, lo abbraccia e gli dice: «Dio ti dia pace. Pace e gloria eterna perché te lo sei meritato, mostrando il tuo vero pensiero ai potenti capi d'Israele senza paura delle loro reazioni. Dio sia con te sempre. Dio ti dia la sua benedizione».

Gamaliele cerca di nuovo le mani di Lei. Le prende tra le sue, le bacia, si inginocchia pregandola di posare quelle mani benedette sul suo vecchio capo stanco.

Maria lo accontenta. Fa anzi di più. Traccia un segno di croce sul capo chino. Poi, insieme a Giovanni, lo aiuta a mettersi in piedi, lo accompagna alla porta e sta a guardarlo andare, guidato da Giovanni, verso la vera Vita, lui, uomo umanamente finito ma soprannaturalmente ricreato.

 

648. Pietro si congeda da Maria Ss. dopo un colloquio con Giovanni

 

Sulla terrazza della casa di Simone, tutta illuminata dalla luna che è al suo colmo, sono Pietro e Giovanni. Parlano a bassa voce, accennando verso la casa di Lazzaro, tutta chiusa e silenziosa. Parlano a lungo, camminando avanti e indietro sulla terrazza. Poi, per chissà qual motivo, la discussione si fa più animata e le loro voci, prima sommesse, si fanno più alte di tono e ben chiare.

Pietro, dando un pugno sul parapetto, esclama: «Ma non capisci che si deve fare così? In nome di Dio io ti parlo, e tu ascoltami e non voler esser ostinato. Conviene fare così come io dico. Non per viltà e paura, ma per impedire lo sterminio totale, che sarebbe deleterio alla Chiesa di Cristo. Ormai ogni nostro passo è seguito. Me ne sono accorto, e Nicodemo mi ha confermato che ho visto bene. Perché non potemmo rimanere a Betania? Per questo motivo. Perché non è più prudente stare in questa casa, o in quella di Nicodemo, o in quella di Niche o di Anastasica? Sempre per questo motivo. Per impedire che la Chiesa muoia per la morte dei suoi capi».

«Il Maestro ci ha assicurato molte volte che neppur l'inferno potrà mai sterminarla e prevalere su essa», gli risponde Giovanni.

«È vero. E l'inferno non prevarrà, come non prevalse sul Cristo. Ma gli uomini sì. Come prevalsero sull'Uomo-Dio, che vinse Satana, ma che non poté avere vittoria sugli uomini».

«Perché non volle vincere. Doveva redimere e quindi morire. E di quella morte. Ma se avesse voluto vincerli! Quante volte non sfuggì alle loro insidie d'ogni specie!».

«Anche la Chiesa sarà insidiata, ma non perirà totalmente, sempre però se noi avremo tanta prudenza da impedire lo sterminio dei capi attuali prima che molti altri suoi sacerdoti, d'ogni grado, siano da noi, i primi, creati e formati al loro ministero. Non ti illudere, Giovanni! Farisei, scribi, sacerdoti e sinedristi faranno di tutto per uccidere i pastori perché il gregge sia disperso. Il gregge che è ancora debole e pavido. Questo gregge di Palestina soprattutto. Non dobbiamo lasciarlo senza pastori sinché molti agnelli non saranno, alla lor volta, divenuti pastori. Tu hai visto quanti già caddero uccisi. Pensa quanta parte di mondo ci attende! L'ordine fu chiaro: "Andate ed evangelizzate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare quanto vi ho comandato". E a me, sulla sponda del lago, per tre volte comandò di pascere le sue pecore e i suoi agnelli, e profetizzò che solo da vecchio sarò legato e condotto a confessare il Cristo col mio sangue e la mia vita. E ben lontano di qui! Se ho ben capito un suo discorso, avanti la morte di Lazzaro, io devo andare a Roma e là fondare la Chiesa immortale. E Lui stesso non giudicò esser bene ritirarsi ad Efraim, perché ancora non era compita la sua evangelizzazione? E solo al giusto momento tornò in Giudea per esser preso e crocifisso. Imitiamolo. Non può certo dirsi che Lazzaro, Maria e Marta fossero delle creature paurose. Pure tu vedi che, sebbene con sommo dolore, si sono allontanati di qui per portare altrove la Parola divina, che qui sarebbe stata soffocata dai giudei. Io, da Lui eletto Pontefice, ho deciso. E con me gli altri, apostoli e discepoli, hanno ugualmente deciso. Ci spargeremo. Chi andrà in Samaria, e chi verso il gran mare, e chi verso la Fenicia, spingendoci sempre più avanti, in Siria, nelle isole, in Grecia, nell'Impero romano. Se in questi luoghi la zizzania e il veleno giudeo rendono sterili i campi e le vigne del Signore, andiamo altrove e seminiamo altri semi, in altri campi e vigne, perché il raccolto non solo avvenga ma sia abbondante. Se in questi luoghi l'odio giudeo avvelena le acque e le corrompe, perché io, pescatore d'anime, e i miei fratelli non si possa pescare anime al Signore, andiamo presso altre acque. Occorre essere prudenti ed astuti insieme. Credilo, Giovanni».

«Hai ragione. Ma io insistevo per Maria. Io non posso, non devo lasciarla. Ne soffriremmo troppo ambedue. E sarebbe mala azione, da parte mia...», gli risponde Giovanni.

«Tu resti. E Lei resta, perché strapparla di qui sarebbe cosa assurda...».

«Alla quale Maria non consentirebbe mai. Vi raggiungerò poi. Quando Lei non sarà più sulla Terra».

«Verrai. Sei giovane... Tu avrai molto ancora da vivere».

«E Maria molto poco».

«Perché? È malata, sofferente, indebolita forse?».

«Oh! no! Il tempo e i dolori non hanno avuto potere su Lei. È sempre giovane, d'aspetto e di spirito. Serena, anzi direi beata».

«E allora perché dici...».

«Perché capisco che questo suo rifiorire in bellezza e gaudio è il segno che Ella sente già prossima la sua riunione col Figlio. Riunione totale, voglio dire. Perché quella spirituale non è mai cessata. Io non alzo i veli sui misteri di Dio. Ma sono certo che Ella vede giornalmente il Figlio nella sua veste gloriosa. E la sua beatitudine è questa. Io credo che nel contemplarlo il suo spirito si illumina e giunge a conoscere ogni futuro, così come lo conosce Iddio. Anche il suo. Ella è ancor sulla Terra, col suo corpo; ma potrei quasi dire, senza tema d'errare, che il suo spirito è quasi sempre nei Cieli. Tanta è la sua unione con Dio, che non credo di dire parola sacrilega dicendo che in Lei è Dio, come quando lo portava in seno. Più ancora. Come il Verbo si unì a Lei per divenire Gesù Cristo, così ora Lei si unisce talmente al Cristo da essere un secondo Cristo, da aver assunto una nuova umanità, quella di Gesù stesso. Se dico eresia, Dio mi faccia conoscere l'errore e me ne perdoni. Ella vive nell'amore. Questo fuoco d'amore la accende, la nutre, la illumina, e ancora quel fuoco d'amore ce la rapirà, al momento segnato, senza dolore per Lei, senza corruzione per il suo corpo... Il dolore sarà solo nostro... Mio soprattutto... Non avremo più la Maestra, la Guida, la Confortatrice nostra... Ed io sarò veramente solo...».

E Giovanni, cui la voce era già tremula per un represso pianto, scoppia in un singhiozzare straziante, quale non ebbe mai, neppure ai piedi della Croce e nel Sepolcro. Anche Pietro, benché più pacatamente, si mette a piangere e tra le lacrime supplica Giovanni di farlo avvisato, se può, per essere presente al transito di Maria o, quanto meno, alla sua sepoltura.

«Lo farò, se mi sarà dato di farlo. Ma ne dubito molto. Qualcosa mi dice nel mio interno che, così come avvenne per Elia, rapito dal turbine celeste sul carro di fuoco, altrettanto sarà di Lei. Non farò a tempo ad accorgermi del suo prossimo transito che Ella sarà già con l'anima in Cielo».

«Ma il corpo almeno resterà. Restò anche quello del Maestro! Ed era Dio!». «Per Lui era necessario che avvenisse così. Per Lei, no. Lui doveva, con la risurrezione, smentire le calunnie giudee, con le sue apparizioni persuadere il mondo, fatto dubbioso o addirittura negatore a causa della sua morte di croce. Ma Lei non ha bisogno di ciò. Ma, se potrò farlo, te ne avviserò. Addio, Pietro, Pontefice e fratello mio nel Cristo. Torno da Lei che certo m'attende. Dio sia con te».

«E con te. E di' a Maria di pregare per me e di perdonarmi ancora per la mia viltà della notte del Processo, ricordo che non riesco a cancellare dal cuore, cosa che non mi dà pace...», e delle lacrime scendono sulle gote di Pietro che termina: «Mi sia Madre. Madre d'amore, per il disgraziato suo figlio prodigo...».

«Non occorre che glielo dica. Ella t'ama più di una madre, secondo il sangue. T'ama da Madre di Dio e con carità di Madre di Dio. Se era pronta a perdonare a Giuda, la cui colpa non aveva misura, pensa se non ha perdonato a te! La pace a te, fratello. Io vado».

«E io ti seguo, se me lo concedi. Voglio vederla una volta ancora».

«Vieni. So la via da prendere per entrare al Getsemani senza esser visti».

Si pongono in cammino e vanno, lesti e silenziosi, verso Gerusalemme, passando però dalla strada alta, che raggiunge l'Uliveto dalla parte più lontana alla città.

Vi giungono che già albeggia. Entrano nel Getsemani, scendono verso la casetta. Maria, che è sulla terrazza, li vede venire e, gettando un grido di gioia, scende loro incontro.

Pietro le cade addirittura ai piedi, col volto contro la terra, dicendole: «Madre, perdono!».

«Di che mai? Hai forse peccato in qualcosa? Colui che mi disvela ogni vero non mi ha rivelato altro che tu sei il suo degno successore nella Fede. Come uomo ti trovai sempre giusto, anche se talora impulsivo. Che ti devo dunque perdonare?».

Pietro piange e tace.

Giovanni spiega: «Pietro non si sa dar pace per aver rinnegato Gesù, nel cortile del Tempio».

«È cosa passata. E cancellata, Pietro. Ti ha forse rimproverato Gesù?».

«Oh, no!».

«Era con te meno amoroso di prima?».

«No. In verità no. Anzi!...».

«E non ti dice questo come Lui, ed io con Lui, ti abbiamo capito e perdonato?».

«È vero. Sono sempre lo stesso stolto».

«E allora va' e sta' in pace. Ti dico che ci troveremo tutti, io, te, gli altri apostoli e diaconi, tutti in Cielo, presso l'Uomo-Dio. Per quanto m'è dato, ti benedico», e come fece per Gamaliele, Maria posa le sue mani sul capo di Pietro e vi traccia sopra un segno di croce.

Pietro si curva a baciarle i piedi, poi si alza, molto più sereno di prima, e sempre accompagnato da Giovanni torna al cancello alto, lo valica e se ne va, mentre Giovanni, dopo aver ben chiuso quell'entrata, torna da Maria.

 

649. Transito beato di Maria Santissima

 

Maria, nella sua stanzetta solitaria, alta sulla terrazza, tutta vestita di candido lino, sia nella veste che le copre le membra, sia nel manto che, fermato alla radice del collo, le scende dietro le spalle, sia nel velo sottilissimo che le scende dal capo, sta ordinando le vesti sue e di Gesù, che ha sempre conservate. Sceglie le migliori. E sono poche. Delle sue prende la veste e il manto che aveva sul Calvario; di quelle del Figlio, una veste di lino che Gesù usava portare nei giorni estivi e il manto ritrovato nel Getsemani, ancora macchiato del sangue sgorgato col sudore sanguigno di quell'ora tremenda.

Dopo avere ben piegati questi indumenti e baciato il manto sanguinoso del suo Gesù, si dirige al cofano dove sono, ormai da anni, raccolte e conservate le reliquie dell'ultima Cena e della Passione. Raduna tutte queste su di un unico piano, quello superiore, e depone tutte le vesti in quello inferiore.

Sta chiudendo il cofano quando Giovanni, salito silenziosamente sulla terrazza - e affacciatosi a guardare cosa facesse Maria, forse impressionato dalla sua lunga assenza dalla cucina - dove deve esser salita a passare le ore del mattino, la fa volgere di scatto col chiederle: «Che fai, Madre?».

«Ho messo a posto tutto quanto è bene conservare. Tutti i ricordi... Tutto quanto è testimonianza del suo amore e dolore infiniti».

«Perché, o Madre, riaprirti le ferite del cuore col rivedere quelle tristi cose? Sei pallida, e la tua mano trema... Tu dunque soffri nel vederle», le dice Giovanni venendole vicino, quasi temesse che Ella, così pallida e tremante come è, abbia a sentirsi male e cadere per terra.

«Oh! non è per questo che son pallida e tremo. Non è perché mi si riaprono le ferite... Esse, in verità, non si sono mai chiuse completamente. Ma pure la pace e il gaudio sono in me, e mai come ora sono stati completi».

«Mai come ora? Non capisco... A me la vista di quelle cose, piene di atroci ricordi, mi ridesta l'angoscia di quelle ore. E io non sono che un suo discepolo. Tu sei la Madre...».

«E come tale dovrei soffrire di più, vuoi dire. E, umanamente, dici giusto. Ma così non è. Io sono abituata a sopportare il dolore delle separazioni da Lui. Sempre dolore, perché la sua presenza e vicinanza erano il mio Paradiso in terra. Ma anche sempre volonterosamente e serenamente subite, perché ogni sua azione era voluta dal Padre suo, era ubbidienza alla Volontà divina, e quindi io l'accettavo perché io pure ho sempre ubbidito ai voleri e disegni di Dio per me. Quando Gesù mi lasciava, soffrivo. Certo. Mi sentivo sola. Il mio dolore quando Egli, fanciullo, mi lasciò occultamente, per la disputa coi dottori del Tempio, solo Dio l'ha misurato nella sua più vera intensità. Ma pure, tolta la domanda giusta che io, madre, gli feci per avermi lasciata così, non gli dissi altro. E così pure non lo trattenni quando mi lasciò per divenire il Maestro... ed ero già vedova dello sposo mio, e quindi sola, in una città che, salvo rare persone, non mi amava. E non mostrai stupore per la sua risposta al banchetto di Cana. Egli faceva la volontà del Padre. Io lo lasciavo libero di farla. Potevo giungere ad un consiglio o ad una preghiera. Consiglio sui discepoli, preghiera per qualche infelice. Ma più di così, no. Soffrivo quando Egli mi lasciava per andare tra il mondo, ostile a Lui e peccatore al punto che il vivervi in mezzo, per Lui, era sofferenza. Ma quanta gioia quando Egli tornava a me! In verità essa era così profonda che mi compensava settanta volte sette del dolore della separazione. Straziante il dolore della separazione conseguente alla sua Morte, ma con quali parole potrei dirti il gaudio che provai quando m'apparì risorto? Immensa la pena della separazione, che non avrebbe avuto fine altro che quando la mia vita terrena fosse compiuta, per la sua ascesa al Padre. Ora io sono nel gaudio, immenso gaudio come immensa fu la pena, perché sento che la mia vita è compiuta. Ho fatto quanto dovevo fare. Ho finito la mia missione terrena. L'altra, quella celeste, sarà senza fine. Dio mi ha lasciata sulla Terra sinché io pure, come il mio Gesù, ho tutto compiuto di quanto dovevo compiere. E ho in me quella segreta gioia, unica goccia di balsamo nei suoi amarissimi estremi strazi, che ebbe Gesù quando poté dire: "Tutto è compiuto"».

«Gioia in Gesù? In quell'ora?».

«Sì, Giovanni. Una gioia incomprensibile agli uomini. Ma comprensibile agli spiriti già viventi nella luce di Dio e vedenti le cose profonde, nascoste sotto i veli che l'Eterno stende sui suoi segreti di Re, in grazia di quella luce. Io, così angosciata, sconvolta da quegli eventi, consocia a Lui, al Figlio mio, nell'abbandono del Padre, non compresi, allora. La Luce s'era spenta per tutto il mondo in quell'ora, per tutto il mondo che non l'aveva voluta accogliere. E anche per me. Non per giusta punizione, ma perché, dovendo essere Corredentrice, dovevo io pure patire l'angoscia dell'abbandono dei conforti divini, la tenebra, la desolazione, la tentazione di Satana di non farmi più credere possibile ciò che Egli aveva detto, tutto quanto Lui pure patì, nello spirito, dal Giovedì al Venerdì. Ma poi compresi. Quando la Luce, risorta per sempre, mi apparì, compresi. Tutto. Anche la segreta, estrema gioia del Cristo quando poté dire: "Tutto ho compiuto di quanto il Padre voleva che compissi. Ho colmato la misura della carità divina amando il Padre sino al sacrificio di Me, amando gli uomini sino a morire per loro. Tutto ho compiuto di quanto dovevo. Muoio contento nello spirito, benché straziato nella mia carne innocente". Io pure ho tutto compiuto di quanto, ab aeterno, era scritto che compissi. Dalla generazione del Redentore all'aiuto a voi, suoi sacerdoti, perché vi formaste perfettamente. La Chiesa è ormai formata e forte. Lo Spirito Santo la illumina, il sangue dei primi martiri la cementa e moltiplica, l'aiuto mio ha cooperato a fare di Essa un organismo santo, che la carità verso Dio e i fratelli alimenta e sempre più fortifica, e dove gli odi, i rancori, le invidie, le maldicenze, malvagie piante di Satana, non allignano. Dio è contento di ciò, e vuole che lo sappiate dalle mie labbra, come vuole che io vi dica di continuare a crescere nella carità per poter crescere nella perfezione, e così anche in numero di cristiani, ed in potenza di dottrina. Perché la dottrina di Gesù è dottrina d'amore. Perché la vita di Gesù, ed anche la mia, furono sempre guidate e mosse dall'amore. Non respingemmo nessuno, perdonammo a tutti. Ad un solo non potemmo dare perdono, perché egli, ormai servo dell'Odio, non volle il nostro amore senza limiti. Gesù, nel suo ultimo addio avanti la morte, vi dette comando d'amarvi fra voi. E vi ha dato anche la misura dell'amore che dovevate avere fra voi, dicendovi: "Amatevi gli uni con gli altri come Io vi ho amato. Da questo si conoscerà che siete miei discepoli". La Chiesa, per vivere e crescere, ha bisogno della carità. Carità soprattutto nei suoi ministri. Se non vi amaste fra voi con tutte le vostre forze, e similmente non amaste i fratelli vostri nel Signore, la Chiesa si sterilirebbe. E stenta e scarsa sarebbe la ricreazione e supercreazione degli uomini al loro grado di figli dell'Altissimo e coeredi del Regno del Cielo, perché Iddio cesserebbe di aiutarvi nella missione. Dio è Amore. Ogni sua azione è stata azione d'amore. Dalla creazione all'Incarnazione. Da questa alla Redenzione. Da questa ancora alla fondazione della Chiesa. E infine da questa alla Gerusalemme celeste, che raccoglierà tutti i giusti perché giubilino nel Signore. Le dico a te, queste cose, perché tu sei l'Apostolo dell'amore e le puoi capire meglio degli altri...».

Giovanni l'interrompe dicendo: «Anche gli altri amano e si amano».

«Sì. Ma tu sei l'Amante per eccellenza. Ognun di voi ebbe sempre una sua caratteristica, come del resto lo è di ogni creatura. Tu, nei dodici, fosti sempre l'amore, il puro e soprannaturale amore. Forse, anzi, certamente perché sei così puro, sei così amante. Pietro, invece, fu sempre l'uomo, e l'uomo schietto e impetuoso. Suo fratello, Andrea, fu il silenzioso e timido quanto l'altro non lo era. Giacomo, tuo fratello, l'impulsivo, tanto che Gesù lo disse figlio del tuono. L'altro Giacomo, fratello di Gesù, il giusto ed eroico. Giuda d'Alfeo, suo fratello, il nobile e leale, sempre. La discendenza di Davide era palese in lui. Filippo e Bartolomeo erano i tradizionalisti. Simone Zelote il prudente. Tommaso il pacifico. Matteo l'umile che, memore del suo passato, cercava di passare inosservato. E Giuda di Keriot, ahimé!, la pecora nera del gregge di Cristo, il serpe scaldato dal suo amore, fu il satanico menzognero, sempre. Ma tu, tutto amore, puoi capire meglio e farti voce d'amore agli altri tutti, ai lontani, per dire ad essi questo mio ultimo consiglio. Dirai loro che si amino e amino tutti, anche i loro persecutori, per essere una sol cosa con Dio, come io lo fui, al punto da meritare di essere eletta sposa dell'Amore eterno perché concepissi il Cristo. Io mi son data a Dio senza misura, pur comprendendo subito quanto dolore mi sarebbe venuto da ciò. I profeti erano presenti alla mia mente, e la luce divina mi rendeva chiarissime le loro parole. Quindi dal mio primo "fiat" all'Angelo seppi di consacrarmi al più grande dolore che madre potesse patire. Ma nulla mise limite al mio amore, perché so che esso è, per chiunque lo usi, forza, luce, calamita che attrae verso l'alto, fuoco che purifica e fa bello quanto incendia, trasformando e trasumanando quanti prende nel suo abbraccio. Sì. L'amore è realmente fiamma. La fiamma che, pur distruggendo quanto è caduco, sia esso un rottame, un detrito, uno straccio d'uomo, ne fa uno spirito purificato e degno del Cielo. Quanti rottami, quanti uomini macchiati, corrosi, finiti, troverete sulla vostra via di evangelizzatori! Non sprezzatene alcuno. Ma anzi amateli, perché pervengano all'amore e si salvino. Infondete in essi la carità. Molte volte l'uomo diviene malvagio perché nessuno l'amò mai, o lo amò male. Voi amateli, perché lo Spirito Santo venga a riabitare, dopo la purificazione, quei templi che molte cose fecero vuoti e sozzi. Dio, per creare l'uomo, non prese un angelo né materie elette. Prese del fango, la materia più vile. Poi, infondendo in essa il suo alito, ossia ancora il suo amore, elevò la materia vile al grado eccelso di figlio adottivo di Dio. Il Figlio mio, sulla sua via, trovò molti rottami d'uomo caduti nel fango. Non li calpestò con sprezzo. Ma anzi con amore li raccolse e accolse, e li mutò in eletti del Cielo. Ricordatevelo sempre. E fate come Egli fece. Ricordatevi tutto. Atti e parole del Figlio mio. Ricordatevi le sue dolci parabole. Vivetele, ossia mettetele in pratica. E scrivetele, perché restino ai futuri sino alla fine dei secoli e siano sempre di guida agli uomini di buona volontà, per conseguire la vita e gloria eterna. Non potrete certo ripetere tutte le luminose parole dell'eterna Parola di Vita e Verità. Ma scrivetene quante più potete scriverne. Lo Spirito di Dio, sceso su me perché dessi al mondo il Salvatore, e che è sceso anche su voi, una e una volta, vi aiuterà nel ricordare e nel parlare alle turbe, in modo da convertirle al Dio vero. Continuerete così quella maternità spirituale che io iniziai sul Calvario per dare molti figli al Signore. E lo stesso Spirito, parlando nei ricreati figli del Signore, li fortificherà in modo per cui sarà loro dolce il morire tra i tormenti, il patire esilio e persecuzione, pur di confessare il loro amore a Cristo e raggiungerlo nei Cieli, come già fecero Stefano e Giacomo, il mio Giacomo, ed altri ancora... Quando sarai rimasto solo, salva questo cofano...».

Giovanni, impallidendo e turbandosi, più ancora di quanto già non sia impallidito da quando Maria disse di sentire compiuta la sua missione, la interrompe esclamando e chiedendo: «Madre! Perché parli così? Stai male?».

«No».

«Mi vuoi lasciare, allora?».

«No. Starò con te sinché sarò sulla Terra. Ma preparati, Giovanni mio, ad esser solo».

«Ma allora tu stai male e me lo vuoi celare!…».

«No, credilo. Non mi sono mai sentita così in forze, in pace, in letizia, come ora. Ma ho in me un tal giubilo, una tal pienezza di vita soprannaturale che... Sì, che penso di non poterla sopportare continuando a vivere. Non sono eterna, del resto. Lo devi capire. Eterno è il mio spirito. La carne no. Ed è soggetta, come ogni carne d'uomo, alla morte».

«No! No! Non lo dire. Tu non puoi, non devi morire! Il tuo corpo immacolato non può morire come quello dei peccatori!».

«Sei in errore, Giovanni. È morto mio Figlio! Io pure morrò. Non conoscerò la malattia, l'agonia, lo spasimo del morire. Ma morire, morirò. E del resto sappi, figlio mio, che se ho un desiderio mio, tutto e solo mio, e che dura da quando Lui mi lasciò, è proprio questo. Questo è il mio primo, potente desiderio tutto mio. Posso anzi dire: il mio primo volere. Ogni altra cosa della mia vita non fu che consentimento della mia volontà al Volere divino. Volere di Dio, messo nel mio cuore di bambina da Lui stesso, il voler esser vergine. Volere suo le mie nozze con Giuseppe. Volere suo la mia Maternità verginale e divina. Tutto, nella mia vita, fu volere di Dio e ubbidienza mia al suo volere. Ma questo, di voler riunirmi a Gesù, è un volere tutto mio. Lasciare la Terra per il Cielo, per essere con Lui in eterno e di continuo! Il mio desiderio di tanti anni! E ora lo sento prossimo a divenire realtà. Non turbarti così, Giovanni! Ascolta piuttosto i miei estremi voleri. Quando il mio corpo, privo ormai dello spirito vitale, giacerà in pace, non mi sottoporre alle imbalsamazioni d'uso tra gli ebrei. Già non sono più l'ebrea, ma la cristiana, la prima cristiana, se ben si riflette, perché per la prima ebbi Cristo, Carne e Sangue, in me, perché ne fui la prima discepola, perché fui con Lui Corredentrice e sua continuatrice qui, tra voi, suoi servi. Nessun vivente, eccettuati il padre e la madre mia e quanti assistettero alla mia nascita, vide il mio corpo. Tu mi chiami sovente: "Arca vera che contenne la Parola divina". Ora tu sai che l'Arca può esser vista soltanto dal Sommo Sacerdote. Tu sei sacerdote, e molto più santo e puro del Pontefice del Tempio. Ma io voglio che solo l'eterno Pontefice possa vedere, al giusto tempo, il mio corpo. Perciò non mi toccare. Del resto, lo vedi? Mi sono già purificata ed ho messo la veste monda, la veste delle nozze eterne... Ma perché piangi, Giovanni?».

«Perché la tempesta del dolore si scatena in me. Capisco che sto per perderti! Come farò a vivere senza di te? Mi sento straziare il cuore a questo pensiero! Non resisterò a questo dolore!».

«Resisterai. Dio ti aiuterà a vivere, e a lungo, come aiutò me. Perché, se Egli non mi avesse aiutata, e sul Golgota e sull'Uliveto, quando Gesù morì e ascese, io sarei morta, come morì Isacco. Ti aiuterà a vivere ed a ricordare quanto ti ho detto prima, per il bene di tutti».

«Oh! ricorderò. Tutto. E farò quanto tu vuoi, anche per il tuo corpo. Capisco anche io che i riti ebraici non servono più per te, cristiana, e per te, Purissima, che, ne sono certo, non avrai corruzione di carne. Non può il tuo corpo, deificato come nessun altro corpo di mortale, e per esser tu stata esente dalla Colpa d'origine, e più ancora perché oltre la pienezza della Grazia contenesti in te la Grazia stessa, il Verbo, per cui tu sei la reliquia più vera di Lui, conoscere il disfacimento, la putredine di ogni carne morta. Sarà questo l'ultimo miracolo di Dio su te, in te. Tu sarai conservata qual sei...».

«E non piangere, allora!», esclama Maria guardando il volto sconvolto dell'apostolo, tutto lavato dalle lacrime. E aggiunge: «Se mi conserverò qual sono, non mi perderai. Non angosciarti, dunque!».

«Ti perderò ugualmente, anche se tu resterai incorrotta. Lo sento. E mi sento come preso in un uragano di dolore. Un uragano che mi schianta e mi abbatte. Tu eri il mio tutto, specie da quando i miei parenti sono morti e sono lontani gli altri fratelli, di sangue e di missione, anche il diletto Marziam che Pietro s'è preso seco. Ora resto solo, e nella tempesta più forte!», e Giovanni le cade ai piedi piangendo ancor più fortemente.

Maria si curva su di lui, gli pone la mano sul capo scosso dai singhiozzi e gli dice: «No. Così no. Perché mi dài dolore? Fosti così forte sotto la Croce, ed era una scena d'orrore senza pari, e per la potenza del suo martirio e per l'odio satanico del popolo! Tanto forte e confortatore suo e mio, allora! Ed oggi, anzi, in questa sera di sabato, così serena e calma, e davanti a me che gioisco per l'imminente gaudio che presentisco, ti sconvolgi così?! Calmati. Imita, anzi unificati a quanto è intorno a noi e in me. Tutto è pace. Abbi pace tu pure. Solo gli ulivi rompono, col loro tenue fruscio, la calma assoluta dell'ora. Ma è così dolce questo tenue rumore, che sembra un volo d'angeli intorno alla casa. E forse realmente ci sono. Perché sempre gli angeli mi furono vicino, uno o molti, quando ero in un momento speciale di mia vita. Vi furono a Nazaret, quando lo Spirito di Dio rese fecondo il mio vergine seno. E furono da Giuseppe, quando era turbato ed incerto per il mio stato e sul come comportarsi con me. E a Betlem una e una volta, quando nacque Gesù, e quando dovemmo fuggire in Egitto. E in Egitto, quando ci dettero ordine di tornare in Palestina. E - se non a me, perché il Re degli angeli stesso era a me venuto, non appena risorto - e angeli apparvero alle pie donne all'alba del primo dì dopo il sabato e dettero ordine di dire a te e Pietro ciò che dovevate fare. Angeli e luce sempre nei momenti decisivi della mia vita e di quella di Gesù. Luce ed ardore d'amore che univano, scendendo dal trono di Dio a me, sua ancella, e salendo dal mio cuore a Dio, mio Re e Signore, me a Dio e Lui a me, perché si compisse quanto era scritto che si compisse, ed anche per creare un velano di luce steso sui segreti di Dio, onde Satana e i suoi servi non conoscessero, prima del tempo giusto, il compiersi del mistero sublime dell'Incarnazione. Anche questa sera io sento, sebbene non li veda, gli angeli intorno a me. E sento crescere in me, entro me la luce, una insostenibile luce, quale quella che m'avvolse quando concepii il Cristo, quando lo detti al mondo. Luce che viene da un empito d'amore più potente del mio solito. Per una simile potenza d'amore strappai anzitempo dai Cieli il Verbo, perché divenisse l'Uomo e il Redentore. Per una simile potenza d'amore, quale è quella che m'investe questa sera, io spero che il Cielo mi rapisca e trasporti là dove anelo di andare con lo spirito mio per cantare, in eterno, col popolo dei santi e i cori degli angeli, il mio imperituro "Magnificat" a Dio per le grandi cose che ha fatto a me, sua ancella».

«Non col solo spirito, probabilmente. E a te risponderà la Terra, che coi popoli suoi e le sue nazioni ti glorificherà e darà onore e amore sinché il mondo sarà, come ben predisse, pur velatamente, di te Tobia, perché Colei che veramente portò in sé il Signore tu sei, e non il Santo dei santi. Tu desti a Dio, da sola, tanto amore quanto tutti i Sommi Sacerdoti e gli altri tutti del Tempio non dettero in secoli e secoli. Amore ardente e purissimo. Per questo Dio ti farà beatissima».

«E compirà il mio unico desiderio, il mio unico volere. Perché l'amore, quando è tanto totale da esser quasi perfetto come quello del mio Figlio e Dio, tutto ottiene, anche ciò che parrebbe, a giudizio umano, impossibile ad ottenersi. Ricordalo, Giovanni. E di' anche questo ai fratelli tuoi. Sarete tanto combattuti! Ostacoli d'ogni genere vi faranno temere una sconfitta, stragi da parte dei persecutori e defezione da parte di cristiani, dalla morale... iscariotica, vi deprimeranno lo spirito. Non temete. Amate, e non temete. In proporzione di come amerete, Dio vi aiuterà e vi farà trionfatori su tutto e su tutti. Tutto si ottiene, se si diviene serafini. Allora l'anima, questa mirabile, eterna cosa che è lo stesso soffio di Dio, da Lui infuso in noi, si slancia al Cielo, cade come fiamma ai piedi del divino trono, parla ed è ascoltata da Dio, e ottiene dall'Onnipotente ciò che vuole. Se gli uomini sapessero amare come ordina l'antica Legge e come amò ed insegnò ad amare il Figlio mio, tutto otterrebbero. Io amo così. Per questo sento che cesserò d'essere sulla Terra, io per eccesso d'amore, come Egli morì per eccesso di dolore. Ecco! La misura della mia capacità di amare è colma. La mia anima e la mia carne non la possono più contenere! L'amore ne trabocca, mi sommerge e mi solleva insieme verso il Cielo, verso Dio, mio Figlio. E la sua voce mi dice: "Vieni! Esci! Sali al nostro trono e al nostro trino abbraccio!". La Terra, quanto mi circonda, sparisce nella gran luce che dal Cielo mi viene! I rumori sono coperti da questa voce celeste! È giunta per me l'ora dell'abbraccio divino, Giovanni mio!».

Giovanni, che s'era un poco calmato, pur restando turbato, ascoltando Maria, e che nell'ultima parte del suo discorso la guardava estatico e quasi rapito lui pure, pallidissimo in volto quanto Maria, il cui pallore però si muta lentamente in luce candidissima, le accorre vicino per sorreggerla e intanto esclama: «Sei come Gesù quando si trasfigurò sul Tabor! La tua carne splende come luna, le tue vesti rilucono come lastra di diamante posta davanti ad una fiamma bianchissima! Non sei più umana, Madre! La pesantezza e l'opacità della carne è sparita! Tu sei luce! Ma non sei Gesù. Egli, essendo Dio oltre che Uomo, poteva reggersi anche da Sé, là sul Tabor; come qui, sull'Uliveto, nell'ascendere. Tu non puoi. Non reggi. Vieni. Ti aiuto io a posare il tuo corpo stanco e beato sul tuo lettuccio. Riposati». E, amorosissimamente, la conduce presso il povero letto, sul quale Maria si stende senza levarsi neppure il manto.

Raccogliendo le braccia sul petto, abbassando le palpebre sui suoi dolci occhi, fulgidi d'amore, dice a Giovanni curvo su di Lei: «Io sono in Dio. E Dio è in me. Mentre io lo contemplo e ne sento l'abbraccio, di' i salmi e quante altre pagine della Scrittura a me si addicono, specie in quest'ora. Lo Spirito di Sapienza te li indicherà. Recita poi l'orazione del Figlio mio, ripetimi le parole dell'Arcangelo annunziante e di Elisabetta a me, e il mio inno di lode... Ti seguirò con quanto ancor ho di me sulla Terra...».

Giovanni, lottando contro il pianto che gli sale dal cuore, sforzando di dominare l'emozione che lo turba, con la sua bellissima voce, che col passare degli anni s'è fatta molto simile a quella di Cristo - cosa che Maria nota con un sorriso, dicendo: «Mi sembra di aver al mio fianco il mio Gesù!», - intona il salmo 118, che dice quasi per intero, poi i tre primi versetti del salmo 41, i primi otto del salmo 38, il salmo 22 e il salmo 1°. Dice poi il Pater, le parole di Gabriele ed Elisabetta, il cantico di Tobia, il capitolo 24° dell'Ecclesiastico, dai versetti 11-46. Per ultimo intona il "Magnificat". Ma, giunto al nono versetto, si accorge che Maria non respira più, pur essendo rimasta naturale nella posa e nell'aspetto, sorridente, placida, come non avesse avvertito il cessare della vita.

Giovanni, con un grido di strazio, si getta a terra, contro la sponda del lettuccio, e chiama, chiama Maria. Non sa persuadersi che Ella non possa rispondergli più, che il suo corpo sia ormai senza l'anima vitale.

Ma deve ben arrendersi all'evidenza! Si curva sul suo volto, rimasto fisso in un'espressione di gaudio soprannaturale, e lacrime e lacrime piovono dai suoi occhi su quel volto soave, su quelle pure mani, così dolcemente incrociate sul petto. È l'unico lavacro che abbia il corpo di Maria: il pianto dell'Apostolo dell'amore e del suo figlio d'adozione per volere di Gesù.

Passato il primo impeto di dolore, Giovanni, ricordando il desiderio di Maria, raccoglie i lembi dell'ampio manto di lino, che pendevano dalle sponde del lettuccio, e quelli del velo, pure pendenti dal guanciale, e li stende sul corpo i primi, sul capo i secondi.

Maria è ora simile ad una statua di candido marmo, stesa sul coperchio di un sarcofago. Giovanni la contempla a lungo, e ancora delle lacrime cadono dai suoi occhi nel guardarla.

Poi dà un'altra disposizione alla stanza, levandovi ogni suppellettile superflua. Lascia soltanto il letto, la piccola tavola contro la parete, su cui posa il cofano contenente le reliquie, uno sgabello che colloca tra la porta che dà sulla terrazza e il letto dove giace Maria, e una mensola su cui sta la lucerna, che Giovanni accende perché ormai sta per venire la sera.

Si affretta poi a scendere nel Getsemani per cogliervi quanti fiori può trovare e dei rami d'ulivo, dalle ulive già formate. Risale nella cameretta e al lume della lucerna dispone i fiori e le fronde intorno al corpo di Maria, come esso fosse al centro di una grande corona.

Mentre fa questo lavoro, parla alla giacente come se Maria potesse udirlo. Dice: «Tu fosti sempre giglio della convalle, rosa soave, uliva speciosa, vigna fruttifera, spiga santa. Ci hai dato i tuoi profumi, e l'Olio di vita, e il Vino dei forti, e il Pane che preserva lo spirito, di coloro che degnamente se ne nutrono, da morte. Ben stanno intorno a te questi fiori, come te semplici e puri, come te ornati di spine, e come te pacifici. Ora avviciniamo questa lucerna. Così, presso il tuo letto, perché ti vegli e mi faccia compagnia mentre ti veglio, in attesa di uno almeno dei miracoli che attendo e per il compimento dei quali prego. Il primo è che, secondo il suo desiderio, Pietro e gli altri che manderò ad avvisare dal servo di Nicodemo possano vederti ancora una volta. Il secondo è che tu, come avesti in tutto sorte simile a quella del Figlio tuo, abbia come Lui, entro il terzo dì, a destarti, per non fare di me l'orfano due volte. Il terzo è che Dio mi dia pace se, ciò che io spero avvenga per te, come avvenne per Lazzaro che non t'era simile, non avesse a compiersi. Ma perché non dovrebbe compiersi? Ritornarono vivi la figlia di Giairo, il giovane di Naim, il figlio di Teofilo... Vero è che allora operò il Maestro... Ma Egli è con te, anche se non in modo palese. E tu non sei morta di malattia come i risorti per opera di Cristo. Ma sei proprio morta tu? Morta come ogni uomo muore? No. Sento che no. Il tuo spirito non è più in te, nel tuo corpo, e in tal senso la tua potrebbe dirsi morte. Ma, per il modo come il tuo transito avvenne, io penso che la tua non è che transitoria separazione della tua anima senza colpa e piena di grazia dal tuo purissimo e verginale corpo. Deve essere così! È così! Come e quando la riunione avverrà e la vita tornerà in te, non so. Ma tanto sono certo di questo che resterò qui, al tuo fianco, sino a che Dio, o con la sua parola, o con la sua azione, mi mostrerà la verità sulla tua sorte».

Giovanni, che ha finito di disporre ogni cosa, si siede sullo sgabello, ponendo in terra, presso il lettuccio, la lucerna; e contempla, pregando, la giacente.

 

650. Assunzione gloriosa di Maria Santissima

 

Quanti giorni sono passati? È difficile stabilirlo con sicurezza. Se si giudica dai fiori che fanno corona intorno al corpo esanime, si dovrebbe dire che sono passate poche ore. Ma se si giudica dalle fronde d'ulivo su cui posano i fiori freschi, fronde dalle foglie già appassite, e dagli altri fiori vizzi, posati come tante reliquie sul coperchio del cofano, si deve concludere che sono passati dei giorni ormai.

Ma il corpo di Maria è quale era appena spirata. Nessun segno di morte è sul suo volto, sulle piccole mani. Nessun odore sgradevole è nella stanza. Anzi aleggia in essa un profumo indefinibile che sa d'incenso, di gigli, di rose, di mughetti e di erbe montane, insieme mescolati.

Giovanni, che chissà mai da quanti giorni veglia, si è addormentato, vinto dalla stanchezza, stando seduto sullo sgabello, con le spalle appoggiate al muro, presso la porta aperta che dà sulla terrazza. La luce della lanterna, posata al suolo, lo illumina da sotto in su e permette di vedere il suo volto stanco, pallidissimo, meno che intorno agli occhi arrossati dal piangere.

L'alba deve essere ormai incominciata, perché il suo debole chiarore rende visibili all'occhio la terrazza e gli ulivi che circondano la casa, chiarore che si fa sempre più forte e che, penetrando dalla porta, fa più distinti anche gli oggetti della camera, quelli che, per essere lontani dalla lucernetta, prima si intravvedevano appena.

Ad un tratto una gran luce empie la stanza, una luce argentea, sfumata d'azzurro, quasi fosforica, e sempre più cresce, annullando quella dell'alba e quella della lucerna. Una luce uguale a quella che innondò la grotta di Betlemme al momento della Natività divina. Poi, in questa luce paradisiaca, si palesano delle creature angeliche, luce ancor più splendida nella luce già tanto potente apparsa per prima. Come già avvenne quando gli angeli apparvero ai pastori, una danza di scintille d'ogni colore si sprigiona dalle loro ali dolcemente mosse, dalle quali viene come un mormorio armonico, arpeggiato, dolcissimo.

Le creature angeliche si dispongono a corona intorno al lettuccio, si curvano su di esso, sollevano il corpo immobile e, con un più forte agitar d'ali, che aumenta il suono già esistente prima, per un varco apertosi prodigiosamente nel tetto, come prodigiosamente s'aprì il Sepolcro di Gesù, se ne vanno, portando seco loro il corpo della loro Regina, santissimo, è vero, ma non ancora glorificato e perciò ancora soggetto alle leggi della materia, soggezione a cui non era più soggetto il Cristo perché già glorificato quando risorse da morte.

Il suono dato dalle ali angeliche aumenta, ed è ora potente come un suono d'organo. Giovanni, che s'era già, pur rimanendo addormentato, smosso due o tre volte sul suo sgabello, come fosse disturbato dalla gran luce e dal suono delle ali angeliche, si desta totalmente per quel suono potente e per una forte corrente d'aria che, scendendo dal tetto scoperchiato ed uscendo dalla porta aperta, forma come un gorgo che agita le coperture del letto ormai vuoto e le vesti di Giovanni, spegnendo la lucerna e chiudendo con un forte picchio la porta aperta.

L'apostolo si guarda intorno, ancor mezzo assonnato, per rendersi conto di ciò che avviene. Si accorge che il letto è vuoto e che il tetto è scoperto. Intuisce che un prodigio è avvenuto. Corre fuori sulla terrazza e, come per un istinto spirituale o per un richiamo celeste, alza il capo, facendosi solecchio con la mano per guardare senza avere l'ostacolo del nascente sole negli occhi.

E vede. Vede il corpo di Maria, ancor privo di vita ed in tutto uguale a quello di persona dormente, che sale sempre più in alto, sostenuto dallo stuolo angelico. Come per un ultimo saluto, un lembo del manto e del velo si agitano, forse per azione del vento suscitato dalla rapida assunzione e dal moto delle ali angeliche, e dei fiori, quelli che Giovanni aveva disposti e rinnovati intorno al corpo di Maria, e certo rimasti tra le pieghe delle vesti, piovono sulla terrazza e sulla terra del Getsemani, mentre l'osanna potente dello stuolo angelico si fa sempre più lontano e quindi più lieve.

Giovanni continua a fissare quel corpo che sale verso il Cielo e, certo per un prodigio concessogli da Dio, per consolarlo e per premiarlo del suo amore alla Madre adottiva, egli vede, distintamente, che Maria, avvolta ora dai raggi del sole che è sorto, esce dall'estasi che le ha separata l'anima dal corpo, torna viva, sorge in piedi, perché ora Lei pure fruisce dei doni propri ai corpi già glorificati.

Giovanni guarda, guarda. Il miracolo che Dio gli concede gli dà potere, contro ogni legge naturale, di vedere Maria quale è ora mentre sale ratta verso il Cielo, circondata, ma non più aiutata a salire, dagli angeli osannanti. E Giovanni è rapito da quella visione di bellezza che nessuna penna d'uomo, né parola umana, né opera di artista potrà mai descrivere o riprodurre, perché è di una bellezza indescrivibile.

Giovanni, stando sempre appoggiato al muretto della terrazza, continua a fissare quella splendida e splendente forma di Dio - perché realmente può dirsi così Maria, formata in modo unico da Dio, che la volle immacolata, perché fosse forma al Verbo incarnato - che sale sempre più in alto. E un ultimo, supremo prodigio concede Iddio-Amore a questo suo perfetto amatore: quello di vedere l'incontro della Madre Ss. col suo Ss. Figlio che, Lui pure splendido e splendente, bello di una bellezza indescrivibile, scende ratto dal Cielo, raggiunge la Madre, se la stringe sul cuore, e insieme, più fulgenti di due astri maggiori, con Lei ritorna da dove è venuto. Il vedere di Giovanni è finito.

Egli abbassa il capo. Sul suo volto stanco sono presenti e il dolore per la perdita di Maria e il gaudio per la sua gloriosa sorte. Ma ormai il gaudio supera il dolore. Egli dice: «Grazie, mio Dio! Grazie! Io presentivo che questo sarebbe accaduto. E volevo vegliare, per non perdere nessun episodio della sua Assunzione. Ma erano ormai tre giorni che non dormivo! Il sonno, la stanchezza, congiunti alla pena, mi hanno abbattuto e vinto proprio quando era imminente l'Assunzione... Ma forse Tu stesso l'hai voluto, o Dio, perché io non turbassi quel momento e non soffrissi troppo... Sì. Certo Tu lo hai voluto, come ora volesti che io vedessi ciò che senza un tuo miracolo non avrei potuto vedere. Mi hai concesso di vederla ancora, benché già tanto lontana, già glorificata e gloriosa, come mi fosse vicina. E rivedere Gesù! Oh! visione beatissima, insperata, insperabile! O dono dei doni di Gesù-Dio al suo Giovanni! Grazia suprema! Rivedere il mio Maestro e Signore! Vedere Lui presso la Madre! Lui simile a sole e Lei a luna, splendidissimi entrambi, e per esser gloriosi e per esser felici d'esser riuniti in eterno! Che sarà il Paradiso ora che Voi vi splendete, Voi, astri maggiori della Gerusalemme celeste? Quale il gaudio degli angelici cori e dei santi? È tale la gioia che m'ha dato il vedere la Madre col Figlio, cosa che annulla ogni sua pena, ogni loro pena, anzi, che anche la mia cessa, e in me subentra la pace. Dei tre miracoli che avevo chiesti a Dio, due si sono compiuti. Ho visto tornare la vita in Maria, e la pace la sento tornare in me. Ogni mia angoscia cessa, perché vi ho visti riuniti nella gloria. Grazie di ciò, o Dio. E grazie per avermi dato modo, anche per una creatura, santissima ma sempre umana, di vedere quale è la sorte dei santi, quale sarà dopo l'ultimo giudizio, e la risurrezione delle carni, e la loro rincongiunzione, la loro fusione con lo spirito, salito al Cielo all'ora della morte. Non avevo bisogno di vedere per credere. Perché io ho sempre creduto fermamente ad ogni parola del Maestro. Ma molti dubiteranno che, dopo secoli e millenni, la carne, fatta polvere, possa tornare corpo vivente. A costoro io potrò dire, giurandolo sulle cose più eccelse, che non solo il Cristo tornò vivo, per suo proprio potere divino, ma che anche la Madre sua, tre dì dopo la morte, se morte può dirsi tal morte, riprese vita, e con la carne riunita all'anima prese la sua eterna dimora in Cielo, al fianco del Figlio. Potrò dire: "Credete, o cristiani tutti, nella risurrezione della carne, alla fine dei secoli, e alla vita eterna e dell'anima e dei corpi, vita beata per i santi, orrenda per i colpevoli impenitenti. Credete e vivete da santi, come da santi vissero Gesù e Maria, per avere la loro stessa sorte. Io ho visto i loro corpi salire al Cielo. Ve lo posso testimoniare. Vivete da giusti per potere un giorno essere nel nuovo mondo eterno, in anima e corpo, presso Gesù-Sole e presso Maria, Stella di tutte le stelle". Grazie ancora, o Dio! Ed ora raccogliamo quanto resta di Lei. I fiori caduti dalle sue vesti, le fronde degli ulivi rimaste sul letto, e conserviamoli. Serviranno... Sì, serviranno a dare aiuto e consolazione ai miei fratelli, invano attesi. Prima o poi li ritroverò...»

Raccoglie anche i petali dei fiori sfogliatisi nel cadere, rientra nella stanza tenendoli in un lembo della veste. Nota allora più attentamente l'apertura del tetto ed esclama: «Un altro prodigio! E un'altra mirabile proporzione nei prodigi della vita di Gesù e Maria! Egli, Dio, da Sé risorse, e col suo solo volere ribaltò la pietra del Sepolcro, e col suo solo potere ascese al Cielo. Da solo. Maria, santissima ma figlia dell'uomo, per aiuto angelico ebbe aperto il varco per la sua assunzione al Cielo e, sempre per aiuto angelico, è stata assunta là. Nel Cristo lo spirito tornò ad animare il Corpo mentre esso era ancora sulla Terra, perché così doveva essere, per far tacere i suoi nemici e per confermare nella fede i suoi seguaci tutti. In Maria lo spirito è tornato quando il Corpo santissimo era già sulle soglie del Paradiso, perché per Lei non era necessario più altro. Potenza perfetta dell'infinita Sapienza di Dio...

Giovanni ora raccoglie in un telo i fiori e le fronde rimasti sul lettuccio, vi unisce quelli raccolti fuori e li depone tutti sul coperchio del cofano. Poi lo apre e vi colloca il guancialetto di Maria, la coperta del lettuccio; scende nella cucina, raccoglie altri oggetti usati da Lei - il fuso e la conocchia, le sue stoviglie - e le unisce alle altre cose. Chiude il cofano e si siede sullo sgabello esclamando:

«Ora tutto è compiuto anche per me! Ora posso andare, liberamente, là dove lo Spirito di Dio mi condurrà. Andare! Seminare la divina Parola che il Maestro mi ha data perché io la dia agli uomini. Insegnare l'Amore. Insegnarlo perché credano nell'Amore e nella sua potenza. Far loro conoscere cosa ha fatto Dio-Amore per gli uomini. Il suo Sacrificio e il suo Sacramento e Rito perpetui, per cui, sino alla fine dei secoli, noi potremo essere uniti a Gesù Cristo per l'Eucarestia e rinnovare il rito e il sacrificio come Egli comandò di fare. Tutti doni dell'Amore perfetto! Far amare l'Amore, perché credano in Esso come noi vi abbiamo creduto e crediamo. Seminare l'Amore perché sia abbondante la messe e la pesca, per il Signore. L'amore tutto ottiene, mi ha detto Maria nel suo ultimo discorso, a me, da Lei giustamente definito, nel collegio apostolico, colui che ama, l'amante per eccellenza, l'antitesi dell'Iscariota che fu l'odio, come Pietro l'irruenza e Andrea la mitezza, i figli d'Alfeo la santità e sapienza congiunta a nobiltà di modi, e così via. Io, l'amoroso, ora che non ho più il Maestro e la Madre da amare in Terra, andrò a spargere l'amore tra le genti. L'amore sarà la mia arma e dottrina. E con esso vincerò il demonio, il paganesimo, e conquisterò molte anime. Continuerò così Gesù e Maria, che furono l'amore perfetto in Terra».

 

651. Riflessioni sul Transito di Maria Santissima, sulla sua Assunzione e sulla sua Regalità

 

Dice Maria:

«Io morii? Sì, se si vuol chiamare morte la separazione della parte eletta dello spirito dal corpo. No, se per morte si intende la separazione dell'anima vivificante dal corpo, la corruzione della materia non più vivificata dall'anima e, prima, la lugubrità del sepolcro e, per prima tra tutte queste cose, lo spasimo della morte.

Come morii, o meglio, come trapassai dalla Terra al Cielo, prima con la parte immortale, poscia con quella peribile? Come era giusto per Colei che non conobbe macchia di colpa.

Quella sera, già s'era iniziato il riposo sabatico, parlavo con Giovanni. Di Gesù. Delle cose sue. L'ora vespertina era piena di pace. Il sabato aveva spento ogni rumore di opere umane. E l'ora spegneva ogni voce d'uomo o di uccello. Soltanto gli ulivi intorno alla casa frusciavano al vento della sera, e sembrava che un volo d'angeli sfiorasse le mura della casetta solitaria.

Parlavamo di Gesù, del Padre, del Regno dei Cieli. Parlare della Carità e del Regno della Carità è accendersi del fuoco vivo, consumare i serrami della materia per liberare lo spirito ai suoi voli mistici. E se il fuoco è contenuto nei limiti che Dio mette per conservare le creature sulla Terra, al suo servizio, vivere ed ardere si può, trovando nell'ardore non consumazione ma completamento di vita. Ma quando Dio toglie i limiti e lascia libertà al Fuoco divino di investire e attirare a Sé lo spirito senza più misura, allora lo spirito, a sua volta rispondendo senza misura all'Amore, si stacca dalla materia e vola là dove l'Amore lo sprona ed invita. Ed è la fine dell'esilio e il ritorno alla Patria.

Quella sera, all'ardore incontenibile, alla vitalità senza misura del mio spirito, si unì un dolce languore, un misterioso senso di allontanamento della materia da quanto la circondava, come se il corpo si addormentasse, stanco, mentre l'intelletto, ancor più vivo nel suo ragionare, si inabissava nei divini splendori. Giovanni, amoroso e prudente testimone di ogni mio atto da quando mi era divenuto figlio d'adozione, secondo il volere del mio Unigenito, dolcemente mi persuase a trovare riposo sul lettuccio e mi vegliò pregando.

L'ultimo suono che sentii sulla Terra fu il mormorio delle parole del vergine Giovanni. Mi furono come la ninna-nanna di una madre presso la cuna. E accompagnarono il mio spirito nell'ultima estasi, troppo sublime per esser detta. Me lo accompagnarono sino al Cielo.

Giovanni, unico testimone di questo mistero soave, da solo mi compose, avvolgendomi nel manto bianco, senza mutarmi veste e velo, senza lavacri e imbalsamazioni. Lo spirito di Giovanni, come appare chiaro dalle sue parole del secondo episodio di questo ciclo che va dalla Pentecoste alla mia Assunzione, già sapeva che non mi sarei corrotta, ed istruì l'apostolo sul da farsi. Ed egli, casto, amoroso, prudente verso i misteri di Dio e i compagni lontani, pensò di custodire il segreto e di attendere gli altri servi di Dio, perché mi vedessero ancora e, da quella vista, trarre conforto e aiuto per le pene e le fatiche della loro missione. Attese, come fosse sicuro della loro venuta.

Ma diverso era il decreto di Dio. Buono come sempre per il Prediletto. Giusto come sempre per tutti i credenti. Appesantì al primo le palpebre, perché il sonno gli risparmiasse lo strazio di vedersi rapire anche il mio corpo. Donò ai credenti una verità di più che li confortasse a credere nella risurrezione della carne, nel premio di una vita eterna e beata concessa ai giusti, nelle verità più potenti e dolci del Nuovo Testamento: la mia immacolata Concezione, la mia divina Maternità verginale, nella Natura divina e umana del Figlio mio, vero Dio e vero Uomo, nato non per voler carnale ma per sponsale divino e per divino seme deposto nel mio seno; e infine perché credessero che nel Cielo è il mio Cuore di Madre degli uomini, palpitante di trepido amore per tutti, giusti e peccatori, desideroso di avervi tutti seco nella Patria beata, per l'eternità.

Quando dagli angeli fui tratta dalla casetta, già il mio spirito era tornato in me? No. Lo spirito non doveva più ridiscendere sulla Terra. Era, adorante, davanti al trono di Dio. Ma quando la Terra, l'esilio, il tempo e il luogo della separazione dal mio Uno e Trino Signore furono per sempre lasciati, lo spirito mi tornò a splendere al centro dell'anima, traendo la carne dalla sua dormizione, onde è giusto dire che fui assunta in Cielo in anima e corpo, non per capacità mia propria, come avvenne per Gesù, ma per aiuto angelico. Mi destai da quella misteriosa e mistica dormizione, sorsi, volai infine, perché ormai la mia carne aveva conseguito la perfezione dei corpi glorificati. E amai. Amai il mio ritrovato Figlio e mio Signore, Uno e Trino, lo amai come è destino di tutti gli eterni viventi».

 

Dice Gesù:

«Venuta la sua ultima ora, come un giglio stanco che, dopo aver esalato tutti i suoi profumi, si curva sotto le stelle e chiude il suo calice di candore, Maria, mia Madre, si raccolse sul suo giaciglio e chiuse gli occhi a tutto quanto la circondava per raccogliersi in un'ultima serena contemplazione di Dio.

Curvo sul suo riposo, l'angelo di Maria attendeva trepido che l'urgere dell'estasi separasse quello spirito dalla carne, per il tempo segnato dal decreto di Dio, e lo separasse per sempre dalla Terra, mentre già dai Cieli scendeva il dolce e invitante comando di Dio.

Curvo, a sua volta, su quel misterioso riposo, Giovanni, angelo terreno, vegliava a sua volta la Madre che stava per lasciarlo. E quando la vide spenta vegliò ancora, perché inviolata da sguardi profani e curiosi rimanesse, anche oltre la morte, l'immacolata Sposa e Madre di Dio, che dormiva così placida e bella.

Una tradizione dice che nell'urna di Maria, riaperta da Tommaso, vi furono trovati solo dei fiori. Pura leggenda. Nessun sepolcro inghiottì la salma di Maria, perché non vi fu mai una salma di Maria, secondo il senso umano, dato che Maria non morì come muore chiunque ebbe vita.

Ella si era soltanto, per decreto divino, separata dallo spirito, e con lo stesso, che l'aveva preceduta, si ricongiunse la sua carne santissima. Invertendo le leggi abituali, per le quali l'estasi finisce quando cessa il rapimento, ossia quando lo spirito torna allo stato normale, fu il corpo di Maria che tornò a riunirsi allo spirito, dopo la lunga sosta sul letto funebre.

Tutto è possibile a Dio. Io sono uscito dal Sepolcro senz'altro aiuto che il mio potere. Maria venne a Me, a Dio, al Cielo, senza conoscere il sepolcro col suo orrore di putredine e di lugubrità. È uno dei più fulgidi miracoli di Dio. Non unico, in verità, se si ricordano Enoc ed Elia, che, perché cari al Signore, furono rapiti alla Terra senza conoscere la morte e trasportati altrove, in un luogo noto a Dio solo e ai celesti abitanti dei Cieli. Giusti erano, ma sempre un nulla rispetto a mia Madre, inferiore, in santità, solo a Dio.

Per questo non ci sono reliquie del corpo e del sepolcro di Maria. Perché Maria non ebbe sepolcro, e il suo corpo fu assunto in Cielo».

 

Dice Maria:

«Un'estasi fu il concepimento del Figlio mio. Una più grande estasi il darlo alla luce. L'estasi delle estasi il mio transito dalla Terra al Cielo. Soltanto durante la Passione nessuna estasi rese sopportabile l'atroce mio soffrire.

La casa, da dove fui assunta al Cielo, era una delle innumerevoli generosità di Lazzaro per Gesù e la Madre sua. La piccola casa del Getsemani, presso il luogo della sua Ascensione. Inutile cercarne i resti. Nella distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani fu devastata e le sue rovine furono disperse nel corso dei secoli».

 

«Come mi fu estasi la nascita del Figlio e, dal rapimento in Dio, che mi prese in quell'ora, tornai presente a me stessa e alla Terra col mio Bambino fra le braccia, così la mia impropriamente detta "morte" fu un rapimento in Dio.

Fidando nella promessa avuta nello splendore del mattino di Pentecoste, io pensavo che l'avvicinarsi del momento della venuta ultima dell'Amore, per rapirmi con Sé, dovesse manifestarsi con un aumento del fuoco d'amore che sempre m'ardeva. Né feci errore.

Da parte mia, più la vita passava, più aumentava in me il desiderio di fondermi all'eterna Carità. Mi spronava a ciò il desiderio di riunirmi al Figlio mio e la certezza che mai avrei fatto tanto per gli uomini come quando fossi stata, orante e operante per essi, ai piedi del trono di Dio. E con moto sempre più acceso e accelerato, con tutte le forze dell'anima mia, gridavo al Cielo: "Vieni, Signore Gesù! Vieni, eterno Amore!".

L'Eucarestia, che era per me come una rugiada per un fiore assetato, era, si, vita, ma più il tempo passava e più diveniva insufficiente a soddisfare l'incontenibile ansia del mio cuore. Non mi bastava più ricevere in me la mia divina Creatura e portarla nel mio interno nelle sacre Specie, come l'avevo portata nella mia carne verginale. Tutta me stessa voleva il Dio uno e trino, ma non sotto i veli scelti dal mio Gesù per nascondere l'ineffabile mistero della Fede, ma quale era, è e sarà nel centro del Cielo.

Lo stesso mio Figlio, nei suoi trasporti eucaristici, mi ardeva con abbracci di desiderio infinito, e ogni volta che a me veniva, con la potenza del suo amore, quasi svelleva l'anima mia nel primo impeto, poi rimaneva, con tenerezza infinita, chiamandomi "Mamma!", ed io lo sentivo ansioso di avermi con Sé.

Non desideravo più altro. Neppure il desiderio di tutelare la nascente Chiesa era più in me, negli ultimi tempi del mio vivere mortale. Tutto era annullato nel desiderio di possedere Dio, per la persuasione che avevo di tutto potere quando lo si possiede.

Giungete, o cristiani, a questo totale amore. Tutto quanto è terreno perda valore. Mirate solo Dio. Quando sarete ricchi di questa povertà di desiderio, che è immisurabile ricchezza, Dio si chinerà sul vostro spirito per istruirlo prima, per prenderlo poi, e voi ascenderete con esso al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo, per conoscerli ed amarli per la beata eternità e per possedere le loro ricchezze di grazie per i fratelli. Non si è mai tanto attivi per i fratelli come quando non si è più tra di essi, ma si è luci ricongiunte alla divina Luce.

L'avvicinarsi dell'Amore eterno ebbe il segno che pensavo. Tutto perse luce e colore, voce e presenza sotto il fulgore e la Voce che, scendendo dai Cieli, aperti al mio sguardo spirituale, si abbassavano su me per cogliere l'anima mia. Suol dirsi che io avrei giubilato d'essere assistita, in quell'ora, dal Figlio mio. Ma il mio dolce Gesù era ben presente col Padre quando l'Amore, ossia lo Spirito Santo, terza Persona della Trinità eterna, mi dette il suo terzo bacio nella mia vita, quel bacio così potentemente divino che in esso l'anima mia si esalò, perdendosi nella contemplazione come goccia di rugiada aspirata dal sole nel calice di un giglio.

Ed io ascesi col mio spirito osannante ai piedi dei Tre che avevo sempre adorato. Poi, al giusto momento, come perla in castone di fuoco, aiutata prima, seguita poi dalla teoria degli spiriti angelici venuti ad assistermi nel mio eterno celeste natale, attesa già prima delle soglie dei Cieli dal mio Gesù, e sulle soglie di essi dal mio giusto sposo terreno, dai Re e Patriarchi della mia stirpe, dai primi santi e martiri, entrai Regina, dopo tanto dolore e tanta umiltà di povera ancella di Dio, nel regno del gaudio senza limite. E il Cielo si rinchiuse sulla gioia di avermi, di avere la sua Regina, la cui carne, unica tra tutte le carni mortali, conoscevala glorificazione avanti la risurrezione finale e l'ultimo giudizio».

 

«La mia umiltà non poteva farmi permettere di pensare che tanta gloria mi fosse riserbata in Cielo. Nel mio pensiero era la quasi certezza che la mia umana carne, fatta santa dall'aver portato Dio, non avrebbe conosciuto la corruzione, poiché Dio è Vita e, quando di Sé stesso satura ed empie una creatura, questa sua azione è come aroma preservatore da corruzione di morte.

Io non soltanto ero rimasta immacolata, non solo ero stata unita a Dio con un casto e fecondo abbraccio, ma m'ero saturata, sin nelle mie più profonde latebre, delle emanazioni della Divinità nascosta nel mio seno e intenta a velarsi di carni mortali. Ma che la bontà dell'Eterno avesse riserbato alla sua ancella il gaudio di risentire sulle sue membra il tocco della mano del Figlio mio, il suo abbraccio, il suo bacio, e di riudire con le mie orecchie la sua voce, di vedere col mio occhio il suo volto, questo non potevò pensare che mi venisse concesso, né lo desideravo. Mi sarebbe bastato che queste beatitudini venissero concesse al mio spirito, e di ciò sarebbe stato già pieno di felicità beata il mio io.

Ma, a testimonianza del suo primo pensiero creativo a riguardo dell'uomo, da Lui, Creatore, destinato a vivere, trapassando senza morte dal Paradiso terrestre a quello celeste, nel Regno eterno, Dio volle me, Immacolata, in Cielo in anima e corpo. Subito che fosse cessata la mia vita terrena.

Io sono la testimonianza certa di ciò che Dio aveva pensato e voluto per l'uomo: una vita innocente e ignara di colpe, un placido passaggio da questa vita alla Vita eterna, per cui, come uno che passa la soglia di una casa per entrare in un reggia, l'uomo, col suo essere completo, fatto di corpo materiale e di anima spirituale, sarebbe passato dalla Terra al Paradiso, aumentando la perfezione del suo io, a lui data da Dio, con la perfezione completa, e della carne e dello spirito, che era, nel pensiero divino, destinata ad ogni creatura che fosse rimasta fedele a Dio e alla Grazia. Perfezione che sarebbe stata raggiunta nella luce piena che è nei Cieli, e li empie, venendo da Dio, Sole eterno che li illumina.

Davanti ai Patriarchi, Profeti e Santi, davanti agli Angeli e ai Martiri, Dio pose Me, assunta in anima e corpo alla gloria del Cielo, e disse:

"Ecco l'opera perfetta del Creatore. Ecco ciò che Io creai a mia più vera immagine e somiglianza fra tutti i figli dell'uomo, frutto di un capolavoro divino e creativo, meraviglia dell'universo, che vede chiuso in un solo essere il divino nello spirito eterno come Dio e come Lui spirituale, intelligente, libero, santo, e la creatura materiale nella più innocente e santa delle carni, alla quale ogni altro vivente, nei tre regni del creato, è costretto ad inchinarsi. Ecco la testimonianza del mio amore per l'uomo, per il quale volli un organismo perfetto e una beata sorte di eterna vita nel mio Regno. Ecco la testimonianza del mio perdono all'uomo al quale, per la volontà di un Trino Amore, ho concesso riabilitazione e ricreazione agli occhi miei. Questa è la mistica pietra di paragone, questa è l'anello di congiunzione tra l'uomo e Dio, questa è Colei che riporta i tempi ai giorni primi e dà ai miei occhi divini la gioia di contemplare un'Eva quale Io la creai, ed ora fatta ancor più bella e santa, perché Madre del mio Verbo e perché Martire del più gran perdono. Per il suo Cuore immacolato che non conobbe mai macchia alcuna, neanche la più lieve, Io apro i tesori del Cielo, e per il suo Capo che mai conobbe superbia, del mio fulgore faccio un serto e l'incorono, poiché mi è santissima, perché sia vostra Regina".

Nel Cielo non vi sono lacrime. Ma in luogo del gioioso pianto, che avrebbero avuto gli spiriti se ad essi fosse concesso il pianto - umore che stilla spremuto da un'emozione - vi fu, dopo queste divine parole, uno sfavillare di luci, un trascolorare di splendori in più vividi splendori, un ardere di incendi caritativi in un più ardente fuoco, un insuperabile ed indescrivibile suonare di celesti armonie, alle quali si unì la voce del Figlio mio, in laude a Dio Padre e alla sua Ancella in eterno beata».

 

Dice Gesù:

«Vi è differenza tra la separazione dell'anima dal corpo per morte vera, e momentanea separazione dello spirito dal corpo e dall' anima vivificante per estasi o rapimento contemplativo.

Mentre il distacco dell'anima dal corpo provoca la vera morte, la contemplazione estatica, ossia la temporanea evasione dello spirito fuor dalle barriere dei sensi e della materia, non provoca la morte, questo perché l'anima non si distacca e separa totalmente dal corpo, ma lo fa solo con la sua parte migliore, che si immerge nei fuochi della contemplazione.

Tutti gli uomini, finché sono in vita, hanno in sé l'anima, morta o viva che sia per peccato o per giustizia; ma soltanto i grandi amanti di Dio raggiungono la contemplazione vera.

Questo sta a dimostrare che l'anima, conservante l'esistenza sinché è unita al corpo - e questa particolarità è in tutti gli uomini uguale - ha in se stessa una parte più eletta: l'anima dell'anima, o spirito dello spirito, che nei giusti sono fortissimi, mentre in coloro che disamano Dio e la sua Legge, anche solo con la loro tiepidezza e i peccati veniali, si fanno deboli, privando la creatura della capacità di contemplare e conoscere, per quanto lo può fare un'umana creatura, a seconda del grado di perfezione raggiunta, Dio ed i suoi eterni veri.

Più la creatura ama e serve Dio con tutte le sue forze e possibilità, e più la parte più eletta del suo spirito aumenta la sua capacità di conoscere, di contemplare, di penetrare le eterne verità.

L'uomo, dotato d'anima razionale, è una capacità che Dio empie di Sé. Maria, essendo la più santa d'ogni creatura dopo il Cristo, fu una capacità colma - sino a traboccare sui fratelli in Cristo di tutti i secoli, e per i secoli dei secoli - di Dio, delle sue grazie, carità e misericordie.

Trapassò sommersa dalle onde dell'amore. Ora, nel Cielo, fatta oceano d'amore, trabocca sui figli a Lei fedeli, e anche sui figli prodighi, le sue onde di carità per la salvezza universale, Lei che è Madre universale di tutti gli uomini».

 

652. Commiato all'Opera

 

Dice Gesù:

«Le ragioni che mi hanno mosso ad illuminare e a dettare episodi e parole miei al piccolo Giovanni sono, oltre alla gioia di comunicare una esatta cognizione di Me a quest'anima-vittima e amante, molteplici.

Ma in tutte ne è anima l'amore mio per la Chiesa, sia docente che militante, e il desiderio di aiutare le anime nella loro ascesa verso la perfezione. La conoscenza di Me è aiuto all'ascesa. La mia Parola è Vita.

 

Nomino le principali:

 

I. Le ragioni dette nel dettato del 18-1-47 che il piccolo Giovanni metterà qui integralmente. Questa è la ragione più grande, perché voi state perendo e vi voglio salvare.

 

La ragione più profonda del dono di quest'opera, fra le molte altre che il mio portavoce conosce, è che in questi tempi, nei quali il modernismo condannato dal mio S. Vicario Pio X si corrompe in sempre più dannose dottrine umane, la S. Chiesa, rappresentata dal mio Vicario, abbia materia di più a combattere coloro che negano:

la soprannaturalità dei dogmi;

la divinità del Cristo; la verità del Cristo Dio e Uomo, reale e perfetto così nella fede come nella storia che di Lui è stata tramandata (Vangelo, Atti degli Apostoli, Epistole apostoliche, tradizione);

la dottrina di Paolo e Giovanni e dei Concili di Nicea, Efeso e Calcedonia, e altri più recenti, come mia vera dottrina da Me verbalmente insegnata o ispirata;

la mia sapienza illimitata perché divina;

l'origine divina dei dogmi, dei sacramenti e della Chiesa una, santa, cattolica, apostolica;

l'universalità e continuità, sino alla fine dei secoli, del Vangelo da Me dato per tutti gli uomini;

la natura, perfetta dall'inizio, della mia dottrina, che non si è formata quale è attraverso successive trasformazioni, ma tale è stata data: dottrina del Cristo, del tempo di Grazia, del Regno dei Cieli e del Regno di Dio in voi, divina, perfetta, immutabile, Buona Novella per tutti i sitibondi di Dio.

Al dragone rosso con sette teste, dieci corna e sette diademi sulle teste, che con la coda trae dietro la terza parte delle stelle del cielo e le fa precipitare - e in verità vi dico che esse precipitano ancor più in basso che sulla terra - e che perseguita la Donna; alle bestie del mare e della terra che molti, troppi adorano, sedotti come sono dai loro aspetti e prodigi, opponete il mio Angelo volante nel mezzo del cielo tenendo il Vangelo eterno ben aperto anche sulle pagine sin qui chiuse, perché gli uomini possano salvarsi per la sua luce dalle spire del gran Serpente dalle sette fauci, che li vuole affogare nelle sue tenebre, e al mio ritorno Io ritrovi ancora la fede e la carità nel cuore dei perseveranti e siano questi numerosi più di quanto l'opera di Satana e degli uomini non danno a sperare che possano essere.

 

II. Risvegliare nei sacerdoti e nei laici un vivo amore al Vangelo e a quanto è attinente al Cristo. Prima fra tutte le cose una rinnovellata carità alla Madre mia, nelle preghiere della quale è il segreto della salute del mondo. Lei, la Madre mia, è la Vincitrice del Dragone maledetto. Aiutate la sua potenza col vostro rinnovellato amore a Lei e con la rinnovellata fede e conoscenza di quanto le si riferisce. Maria ha dato al mondo il Salvatore. Il mondo avrà ancora da Lei la salvezza.

 

III. Dare ai maestri di spirito e direttori di anime aiuto al loro ministero, studiando il mondo di spiriti diversi che si agitò intorno a Me e dei diversi modi da Me usati per salvarli.

Perché stolto sarebbe volere avere un metodo unico per tutte le anime. Diverso è il modo di attrarre alla Perfezione un giusto che spontaneamente vi tende, da quello da usarsi per un credente ma peccatore, da quello da usarsi per un Gentile. Ne avete tanti anche fra voi, se giungete a giudicare, come il vostro Maestro, come Gentili quelli che sono i poveri esseri che hanno sostituito l'idolo della potenza e prepotenza, o dell'oro, o della lussuria, o della superbia del loro sapere, al Dio vero. E diverso è il modo da usarsi per salvare i moderni proseliti, ossia coloro che hanno accettato l'idea cristiana ma non la cittadinanza cristiana, appartenendo alle Chiese separate. Nessuno sia sprezzato, e queste pecore sperse meno di tutti. Amatele e cercate di ricondurle all'Ovile unico perché il desiderio del Pastore Gesù si compia.

Alcuni obbietteranno, leggendo quest'Opera: "Non risulta dal Vangelo che Gesù abbia avuto contatti coi romani o greci, e perciò noi rigettiamo queste pagine". Quante cose non risultano dal Vangelo, o traspaiono appena da dietro spesse cortine di silenzio, lasciate cadere dagli Evangelisti su episodi che, per la loro infrangibile mentalità di ebrei, essi non approvavano! Credete voi di conoscere tutto quello che ho fatto?

In verità vi dico che neppure dopo aver letta e accettata questa illustrazione della mia vita pubblica voi conoscete tutto di Me. Avrei ucciso, nella fatica di essere il cronista di tutti i giorni del mio ministero e di tutte le azioni compiute in quei singoli giorni, il mio piccolo Giovanni, se gli avessi fatto conoscere tutto perché tutto vi trasmettesse! "Ci sono poi altre cose fatte da Gesù, le quali, se fossero scritte una ad una, credo che il mondo non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere", dice Giovanni. A parte l'iperbole, in verità vi dico che se si fossero dovute scrivere tutte le mie singole azioni, tutte le mie lezioni particolari, le mie penitenze e orazioni per salvare un'anima, sarebbero occorse le sale di una delle vostre biblioteche, e una delle maggiori, per contenere i libri parlanti di Me. E anche in verità vi dico che sarebbe molto più utile per voi dare al rogo tanta inutile scienza polverosa e velenosa per far posto ai miei libri, che sapere così poco di Me e adorare così tanto quella stampa quasi sempre sporca di libidine o di eresia.

 

IV. Restituire nella loro verità le figure del Figlio dell'Uomo e di Maria, veri figli di Adamo per la carne e il sangue, ma di un Adamo innocente. Come noi, così dovevano essere i figli dell'Uomo, se il Progenitore e la Progenitrice non avessero avvilito la loro perfetta umanità - nel senso di uomo, ossia di creatura nella quale è la duplice natura spirituale, a immagine e somiglianza di Dio, e la natura materiale - come voi sapete che hanno fatto. Sensi perfetti, ossia sottomessi alla ragione pur nella loro grande acutezza. Nei sensi includo quelli morali insieme a quelli corporali. Amore completo e perfetto perciò, e per lo sposo al quale non la stringe sensualità, ma soltanto vincolo di spirituale amore, e per il Figlio. Amatissimo. Amato con tutta la perfezione di una perfetta donna per la creatura nata da lei. Così avrebbe dovuto amare Eva: come Maria, ossia non per quello che di godimento carnale era il figlio, ma perché quel figlio era figlio del Creatore e ubbidienza compiuta al suo comando di moltiplicare la specie umana.

E amato con tutto l'ardore di una perfetta credente, che sa quel suo Figlio non figuratamente ma realmente: Figlio di Dio. A coloro che giudicano troppo amoroso l'amor di Maria per Gesù dico di considerare chi era Maria: la Donna senza peccato e perciò senza tare alla sua carità verso Dio, verso i parenti, verso lo sposo, verso il Figlio, verso il prossimo; di considerare cosa vedeva la Madre in Me oltre che vedere il Figlio del suo seno; e infine di considerare la nazionalità di Maria. Razza ebrea, razza orientale, e tempi molto lontani dagli attuali. Perciò, da questi elementi scaturisce la spiegazione di certe amplificazioni verbali di amore che a voi possono parere esagerate. Stile fiorito e pomposo anche nel parlare comune, lo stile orientale ed ebraico. Tutti gli scritti di quel tempo e di quella razza ne sono un documento, né il volger dei secoli ha molto mutato lo stile d'oriente.

Pretendereste che, perché voi, venti secoli dopo e quando la perversità della vita ha ucciso tanto amore, dovete esaminare queste pagine, Io vi dessi una Maria di Nazaret quale è la donna arida e superficiale del vostro tempo? Maria è ciò che è, e non si muta la dolce, pura, amorosa Fanciulla d'Israele, Sposa di Dio, Màdre verginale di Dio, in una eccessivamente, morbosamente esaltata, o in una glacialmente egoista donna del vostro secolo.

A coloro che giudicano troppo amoroso l'amor di Gesù per Maria dico di considerare che in Gesù era Dio e che Dio uno e trino prendeva i suoi conforti amando Maria, Colei che lo ripagava del dolore di tutta la razza umana, il mezzo perché Dio potesse tornare a gloriarsi della sua Creazione che dà cittadini ai suoi Cieli. E considerino infine che ogni amore diventa colpevole quando, e soltanto, quando disordina, ossia quando va contro la volontà di Dio e il dovere da compiere.

Ora considerate: l'amore di Maria ha fatto questo? Il mio amore ha fatto questo? Mi ha Ella trattenuto, per egoistico amore, dal compiere tutta la volontà di Dio? Per un disordinato amore per mia Madre ho rinnegato forse la mia missione? No. L'uno e l'altro amore hanno avuto un solo desiderio: che si compisse la volontà di Dio per la salute del mondo. E la Madre ha detto tutti gli addii al Figlio, e il Figlio ha detto tutti gli addii alla Madre, consegnando il Figlio alla croce del magistero pubblico e alla croce del Calvario, consegnando la Madre alla solitudine e allo strazio, perché fosse Corredentrice, senza tenere conto dell'umanità nostra che si sentiva lacerare e del nostro cuore che si spezzava nel dolore. È questo debolezza? Sentimentalismo? È amor perfetto, o uomini che non sapete amare e non comprendete più l'amore e le sue voci!

E ancora quest'Opera ha scopo di illuminare dei punti che un complesso di circostanze hanno coperto di tenebre e formano così zone oscure nella luminosità del quadro evangelico e punti che sembrano di frattura, e non sono che punti oscurati, fra l'uno e l'altro episodio, punti indecifrabili e che nel poter decifrarli sta la chiave per comprendere esattamente certe situazioni che si erano create e certe maniere forti che avevo dovuto avere, così in contrasto con le mie esortazioni continue al perdono, alla mitezza e umiltà, certi irrigidimenti verso i tenaci, inconvertibili avversari. Ricordate tutti che, dopo avere usato tutta la misericordia, Dio, per onore di Sé stesso, sa anche dire "Basta" a coloro che, perché è buono, credono lecito di abusare della sua longanimità e tentarlo. Dio non si irride. È parola antica e sapiente.

 

V. Conoscere esattamente la complessità e durata della mia lunga passione, la quale culmina nella Passione cruenta compiuta in poche ore, che mi aveva consumato in un tormento quotidiano durato lustri e lustri, e andato sempre crescendo, e con la mia la passione della Madre alla quale la spada del dolore trafisse il cuore per un tempo uguale. E spingervi, per questa conoscenza, ad amarci di più.

 

VI. Dimostrare il potere della mia Parola e gli effetti diversi della stessa a seconda che chi la riceveva apparteneva alla schiera degli uomini di buona volontà, o a quella di coloro che avevano una volontà sensuale che non è mai retta.

Gli apostoli e Giuda. Ecco i due esempi opposti. I primi, imperfettissimi, rozzi, ignoranti, violenti, ma con buona volontà. Giuda, dotto più della maggioranza di essi, raffinato dalla vita nella capitale e nel Tempio, ma di mala volontà. Osservate l'evoluzione nel Bene dei primi, la loro ascesa. Osservate l'evoluzione del secondo nel Male e la sua discesa.

Osservino questa evoluzione nella perfezione degli undici buoni soprattutto coloro che per un difetto visivo mentale sono usi a snaturare la realtà dei santi, facendo dell'uomo che raggiunge la santità con dura, durissima lotta contro le forze pesanti e oscure, un essere innaturale senza fomiti e fremiti, e perciò senza meriti. Perché il merito viene proprio dalla vittoria sulle passioni disordinate e le tentazioni, raggiunta per amore di Dio e per conseguire il fine ultimo: godere di Dio in eterno. Lo osservino coloro che pretendono che il miracolo della conversione debba venire solo da Dio. Dio dà i mezzi per convertirsi, ma non violenta la volontà dell'uomo, e se l'uomo non vuole convertirsi, inutilmente ha ciò che ad altro serve alla conversione.

Considerino, coloro che esaminano, i molteplici effetti della mia Parola, non soltanto sull'uomo umano, ma anche sull'uomo spirituale. Non soltanto sull'uomo spirituale, ma anche sull'uomo umano. La mia Parola, accolta con buona volontà, trasforma l'uno e l'altro portando a perfezione esterna e interna.

Gli apostoli, che per la loro ignoranza e la mia umiltà trattavano il Figlio dell'Uomo con confidenza eccessiva - un buon maestro fra loro, nulla più, un maestro umile e paziente col quale era lecito prendersi delle libertà talora eccessive; ma non era irriverenza la loro: era ignoranza, e va scusata - gli apostoli, rissosi fra loro, egoisti, gelosi nel loro amore e del mio amore, impazienti con il popolo, un poco orgogliosi di essere "gli apostoli", ansiosi dello stupefacente che li addita alle folle è come dotati di un potere straordinario, lentamente ma continuamente si trasformano in uomini nuovi, dominando prima le loro passioni per imitare Me e far contento Me, poscia, sempre più conoscendo il mio vero Io, mutando modi e amore sino a vedermi, amarmi e trattarmi come Signore divino. Sono forse, al termine della mia vita sulla Terra, ancora i compagni superficiali e allegri dei primi tempi? Sono, soprattutto dopo la Risurrezione, gli amici che trattano il Figlio dell'Uomo da Amico? No. Sono i ministri del Re, prima. Sono i sacerdoti di Dio, dopo. Tutti diversi, trasformati completamente.

Considerino questo coloro che troveranno forte e giudicheranno innaturale la natura degli apostoli, che era quale è descritta. Io non ero un dottore difficile e un re superbo, non ero un maestro che giudica indegni di lui gli altri uomini. Ho saputo compatire. Ho voluto formare prendendo materie grezze, empire di perfezioni d'ogni specie vasi vuoti, dimostrare che Dio può tutto, e da una selce trarre un figlio d'Abramo, un figlio di Dio, e da un nulla un maestro, a confondere i maestri boriosi della loro scienza che molto sovente ha perduto il profumo della mia.

 

VII. Infine: farvi conoscere il mistero di Giuda, quel mistero che è la caduta di uno spirito che Dio aveva beneficato straordinariamente. Un mistero che in verità si ripete troppo sovente e che è la ferita che duole nel Cuore del vostro Gesù.

Farvi conoscere come si cade mutandosi da servi e figli di Dio in demoni e deicidi che uccidono il Dio in loro coll'uccidere la Grazia, per impedirvi di mettere il piede sui sentieri dai quali si cade nell'Abisso, e per insegnarvi come usare per vedere di trattenere gli agnelli imprudenti che si spingono verso l'abisso. Applicate il vostro intelletto a studiare l'orrenda e pur comune figura di Giuda, complesso in cui si agitano serpentini tutti i vizi capitali che voi trovate e avete da combattere in questo o in quello. È la lezione che dovete maggiormente imparare, perché sarà quella che vi è più utile nel vostro ministero di maestri di spirito e direttori d'anime. Quanti mai, in ogni stato della vita, imitano Giuda dandosi a Satana e incontrando la morte eterna!

 

Sette ragioni, come sette sono le parti:

 

I. Preevangelo (dal Concepimento immacolato di Maria sempre Vergine alla morte di S. Giuseppe).

Il. Anno primo di vita pubblica.

III. Anno secondo di vita pubblica.

IV. Anno terzo di vita pubblica.

V. Pre-Passione (da Tebet a Nisam, ossia dall'agonia di Lazzaro alla cena di Betania).

VI. Passione (dall'addio a Lazzaro alla mia Sepoltura e giorni seguenti sino all'alba pasquale).

VII. Dalla Risurrezione alla Pentecoste.

Sia tenuta questa divisione delle parti come Io qui la indico, che è la giusta.

 

Ed ora? Che dite al vostro Maestro? Non parlate a Me. Ma in cuor vostro parlate e, sol che possiate farlo, parlate al piccolo Giovanni. Ma in nessuno di questi due casi parlate con quella giustizia che vorrei vedere in voi. Perché al piccolo Giovanni parlate per dare pena, calpestando la carità verso la cristiana, la consorella e lo strumento di Dio. In verità vi dico ancora una volta che non è placida gioia essere strumento mio: è fatica e sforzo continui, in tutto è dolore perché ai discepoli del Maestro il mondo dà ciò che dette al Maestro: dolore; e occorrerebbe che almeno i sacerdoti, e specie i confratelli, aiutassero questi piccoli martiri che procedono sotto la loro croce... E perché in cuor vostro, parlando a voi stessi, voi avete lamento di superbia, invidia, incredulità e altro. Ma Io vi darò risposta alle vostre lamentele e ai vostri stupori scandalizzati.

Nella sera dell'ultima Cena agli undici che mi amavano Io ho detto: "Quando lo Spirito Consolatore sarà venuto vi ricorderà tutto ciò che Io ho detto". Quando Io parlavo avevo sempre presente, oltre ai presenti, tutti quelli che mi sarebbero stati discepoli nello spirito, e con verità e volontà di volere. Lo Spirito Santo, che già con la sua Grazia infonde in voi facoltà di ricordare Iddio, traendo le anime dall'intontimento della Colpa originale e liberandole dagli offuscamenti che, per la triste eredità di Adamo, fasciano la luminosità degli spiriti creati da Dio perché ne godessero la vista e conoscenza spirituale, completa la sua opera di Maestro "ricordando", nel cuore di coloro che sono da Lui condotti e che sono i figli di Dio, quanto Io ho detto e che costituisce il Vangelo. Ricordare qui è per illuminare lo spirito di esso. Perché nulla è ricordare le parole del Vangelo se non se ne comprende lo spirito.

E lo spirito del Vangelo, che è amore, può essere fatto comprendere dall'Amore, ossia dallo Spirito Santo, il Quale, così come è stato il vero Scrittore del Vangelo, ne è anche il solo Commentatore, poiché solo l'autore di un'opera sa lo spirito della stessa e lo comprende, anche se non riesce a farlo comprendere ai lettori della stessa. Ma là dove non riesce un autore umano, perché ogni perfezione umana è ricca di lacune, giunge lo Spirito perfettissimo e sapientissimo. Perciò solo lo Spirito Santo, Autore del Vangelo, è anche Colui che lo ricorda e commenta e completa in fondo alle anime dei figli di Dio.

"Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà in mio Nome, vi insegnerà ogni cosa, vi rammenterà tutto quello che ho detto" (Giovanni, cap. 14, v. 26).

"Quando poi sarà venuto quello Spirito di Verità, Egli vi ammaestrerà in ogni vero; ché non vi parlerà da sé stesso, ma dirà tutto quello che ha udito e vi annunzierà l'avvenire. Egli mi glorificherà, perché riceverà del mio e ve lo annunzierà. Tutto quello che ha il Padre è mio; per questo ho detto che Egli riceverà del mio e ve lo annunzierà". (Giovanni, capo 16°, v. 13-14-15).

Che se poi obbiettate che, essendo lo Spirito Santo l'Autore vero del Vangelo, non si capisce come mai non abbia ricordato quanto in quest'opera è detto e quanto Giovanni fa comprendere avvenuto con le parole che chiudono il suo Vangelo, Io vi rispondo che i pensieri di Dio sono diversi da quelli degli uomini, e sempre giusti e insindacabili.

E ancora: se obbiettate che la rivelazione si è chiusa con l'ultimo Apostolo e non c'era nulla più da aggiungere, perché lo stesso Apostolo dice nell'Apocalisse: "Se uno vi aggiungerà qualche cosa, Dio porrà su lui le piaghe scritte in questo libro" (cap. 22, v. 18), e ciò può intendersi per tutta la Rivelazione alla quale l'Apocalisse di Giovanni è ultimo coronamento, Io vi rispondo che non fu con quest'opera fatta aggiunta alla Rivelazione, ma ricolmate le lacune che si erano prodotte per cause naturali e voleri soprannaturali. E se Io mi sono voluto compiacere di ricostruire il quadro della mia divina Carità, così come fa un restauratore di mosaici che rimette le tessere deteriorate o mancanti, restituendo al mosaico la sua completa bellezza, e mi sono riservato di farlo in questo secolo nel quale l'Umanità precipita verso l'Abisso di tenebre e orrore, potete voi vietarmelo?

Potete forse dire di non averne bisogno, voi dallo spirito così annebbiato, sordo, illanguidito, alle luci, voci e inviti dell'Alto?

In verità dovreste benedirmi per il mio aumentare con nuove luci la luce che avete e che non vi è più sufficiente a "vedere" il vostro Salvatore. Vedere la Via, la Verità e la Vita, e sentire risorgere in voi quella spirituale commozione dei giusti del mio tempo, pervenendo, attraverso a questa conoscenza, ad un rinnovamento dei vostri spiriti nell'amore, che sarebbe salvezza, perché ascesa verso la perfezione.

Non vi dico "morti", ma dormienti, assopiti. Simili a piante durante il sonno invernale. Il Sole divino vi dà i suoi fulgori. Destatevi e benedite il Sole che si dona, accoglietelo con gioia perché Egli vi scaldi, dalla superficie al profondo, vi ridesti, vi copra di fiori e frutti.

Sorgete. Venite al Dono mio.

"Prendete e mangiate. Prendete e bevete", ho detto agli apostoli.

"Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: 'dammi da bere', tu stessa ne avresti chiesto a lui, che ti avrebbe dato acqua viva", ho detto alla samaritana.

Lo dico anche ora: ai dottori come ai samaritani. Perché ambedue le classi estreme ne hanno bisogno, e bisogno ne hanno quelli che stanno fra i due estremi. I primi per non essere denutriti e spogli di forze anche per sé stessi, e di soprannaturale nutrimento per chi langue per mancanza di conoscenza di Dio, del Dio-Uomo, del Maestro e Salvatore. I secondi perché le anime hanno bisogno d'acqua viva quando periscono lontano dalle fonti. Quelli di mezzo fra i primi e i secondi, la grande massa dei non peccatori gravi, ma anche degli statici nel non progredire, per pigrizia, tiepidezza, per uno sbagliato concetto sulla santità, quelli che sono scrupolosi di non dannarsi, di essere osservanti, di intricarsi in un labirinto di pratiche superficiali, ma che non osano fare un passo sulla via erta, ertissima dell'eroicità, perché da quest'opera abbiano la spinta iniziale ad uscire da quella staticità e iniziare il cammino eroico.

Io ve le dico queste parole. Vi offro questo cibo e questa bevanda d'acqua viva. La mia Parola è Vita. E Io vi voglio nella Vita, con Me. E moltiplico la mia parola a controbilanciare i miasmi di Satana che vi distruggono le forze vitali dello spirito.

Non respingetemi. Ho sete di darmi a voi. Perché vi amo. È la mia inestinguibile sete. Ho ardente desiderio di comunicarmi a voi per farvi pronti al banchetto delle nozze celesti. E voi avete bisogno di Me per non languire, per vestirvi di veste ornata per le nozze dell'Agnello, per la grande festa di Dio dopo aver superato la tribolazione in questo deserto pieno di insidie, rovi e serpenti che è la Terra, per passare fra le fiamme e non averne danno, calcare i rettili e dover assorbire veleni senza morire, avendo in voi Me.

E ancora vi dico: "Prendete, prendete quest'opera e 'non sigillatela', ma leggetela e fatela leggere 'perché il tempo è vicino' (Giovanni, Apocalisse, cap. 22, v. 10) 'e chi è santo si faccia ancor più santo' (v. 11)".

La grazia del Signor vostro Gesù Cristo sia con tutti quelli che in questo libro vedono un avvicinarsi di Me e sollecitano che si compia, a loro difesa, col grido dell'Amore: "Vieni, Signore Gesù!"».

 

A me in particolare dice poi Gesù:

 

«A proemio dell'Opera metterai il primo capitolo del Vangelo di Giovanni, dal versetto 1° al versetto 18° incluso. Così, integralmente come è scritto. Giovanni scrisse quelle parole, come te scrivesti tutte quelle riportate nell'Opera, sotto dettatura dello Spirito di Dio. Non vi è nulla da aggiungere o togliere, come non vi fu nulla da aggiungere o togliere alla orazione del Padre nostro e alla mia preghiera dopo l'Ultima Cena. Ogni parola di questi punti è gemma divina e non va toccata. Non c’è, per essi punti, che fare una cosa: pregare ardentemente lo Spirito Santo che ve li illumini in tutta la loro bellezza e sapienza.

Quando poi giungerai al punto che inizia la mia vita pubblica, copierai pure integralmente il primo capitolo di Giovanni, dal versetto 19° al 28° incluso, e il capitolo terzo di Luca dal versetto 3° al 18° incluso, l'uno dietro l'altro, come fossero un solo capitolo. C'è tutto il Precursore, asceta di poche parole e di dura disciplina, e non c'è altro da dire. Poi metterai il mio Battesimo e andrai avanti come ho detto di volta in volta.

E la tua fatica è finita. Ora resta l'amore e la ricompensa da godere.

Anima mia, e che ti dovrei dire? Tu mi chiedi, col tuo spirito perduto in Me: "Ed ora che farai, Signore, di me, tua serva?".

Potrei dirti: "Spezzerò il vaso di creta per estrarne l'essenza e portarla dove Io sono". E sarebbe gioia di entrambi. Ma ancora mi occorri per un poco, e un altro poco ancora, qui, ad emanare i tuoi profumi che sono ancora l'odore del Cristo che in te inabita. E allora ti dirò come per Giovanni: "Se voglio che tu resti finché Io non venga a prenderti, che te ne importa di rimanere?".

Pace a te, mia piccola, instancabile voce. Pace a te. Pace e benedizione. Il Maestro ti dice: "Grazie". Il Signore ti dice: "Sii benedetta". Gesù, il tuo Gesù, ti dice: "Io sempre sarò con te perché mi è dolce stare con quelli che mi amano.

La mia pace, piccolo Giovanni. Vieni e riposa sul mio Petto».

 

E con queste parole sono finiti anche i suggerimenti per la stesura dell'Opera e date le ultime spiegazioni.

Viareggio 28 aprile 1947

                                            Maria Valtorta.


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